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una storia originale di Andrej Koymasky


pin UNA FIABA? CAPITOLO 8
APPUNTAMENTO CON DAVIDE

Un giorno, tornando a casa dall'Università, vide che stavano montando un ponteggio dalmine attorno alla sua casa. Già, si ricordò allora, il papà gli aveva detto che presto avrebbero finalmente restaurato e ridipinto l'esterno. Pensò che per alcuni giorni avrebbe avuto un po' di disturbo ma non se ne preoccupò. Sapeva di essere capace di immergersi nello studio abbastanza profondamente per non essere distratto.

La finestra della sua camera dava nel cortile interno ed anche qui c'erano ponteggi. I primi due giorni notò, con la coda dell'occhio, ombre andar su e giù passando davanti alla sua finestra: operai che lavoravano. Una volta guardò fuori dalla finestra aperta e vide un operaio sui trent'anni, ben fatto, salire con un secchio di calce in spalla. Niente male! pensò Martino, ma si rituffò nei libri.

Poi, il giorno dopo, sentì provenire dalla finestra un: "Ciao!"

Si girò: vide un ragazzo della sua età, fasciato in un T shirt grigio e jeans blu macchiati di calce che ne mettevano in risalto il corpo snello e scattante, fermo a metà della scaletta dell'impalcatura, proprio davanti alla sua finestra. Il ragazzo guardava dentro sorridendo.

Martino rispose: "Ciao."

"Stai sempre sui libri tu? Ogni volta che passo sei sempre lì, immobile... pari una statua."

"Questo è il mio lavoro: studiare." rispose Martino guardandolo assorto.

Il ragazzo aveva fitti capelli ondulati che gli ricadevano, spettinati e qua e là sporchi di calce, fin quasi sugli occhi. Il T shirt teso metteva in risalto un petto muscoloso ed era sollevato in corrispondenza dei due piccoli capezzoli. Il braccio con cui si teneva alla scala era liscio, segnato dalle vene messe in risalto dai muscoli tesi, anche sul dorso della mano e sul polso.

"Ti ho disturbato?" chiese il ragazzo sempre sorridendogli.

"No no. Una piccola pausa mi fa anche bene..."

"Già. Però forse è meglio che adesso torniamo al lavoro. Ciao." e il ragazzo s'arrampicò svelto ed agile su per la scala senza far rumore.

Martino ne ammirò le piccole rotondità dei glutei fasciati dai jeans e pensò che quel ragazzo era proprio bello. Anche il suo sorriso aperto, amichevole, fresco erano belli. Non aveva bisogno delle sue perdute "capacità" per rivederlo...

Tornò a studiare. Due o tre ore più tardi, cogliendo un'ombra con la coda dell'occhio, si girò a guardare. Come sperava era di nuovo quel ragazzo. Gli fece un sorriso ed alzò la mano in un cenno di saluto. Quello si fermò davanti alla finestra.

"Stanco?" gli chiese Martino.

"Macché. Ancora tre ore di lavoro. Poi una bella doccia... Io mi chiamo Davide, e tu?"

Martino lo guardò sorpreso, poi disse il suo nome: "Martino."

"Un nome inconsueto, Martino, però suona bene. Un bel nome per un bel ragazzo." aggiunse sorridendo tranquillo.

Martino pensò che Davide era davvero un bel ragazzo, non lui.

Così replicò: "Un nome qualsiasi per un ragazzo qualsiasi, piuttosto."

L'altro, guardandolo serio, gli rispose: "No no. Io t'avevo notato in palestra, meno vestito di adesso. E hai un corpo ben fatto, bello. Avevo pensato che mi sarebbe piaciuto conoscerti e adesso ci siamo conosciuti. Buffa la vita, no?"

"In palestra? Non t'ho mai visto, io. Eppure tu non passeresti inosservato..."

"Ah. Io ci sono andato una volta solo, per lavoro, dieci giorni fa. Sai, a volte per arrotondare faccio qualche extra. Tu stavi uscendo dalle docce e... ti ho notato. Beh, devo andare, adesso. A dopo..." e di nuovo sgattaiolò via scendendo svelto per i ponteggi.

Martino, questa volta, faticò a concentrarsi sui libri. Davide. Era un caso, evidentemente, ma... dieci giorni prima, calcolò mentalmente, era esattamente il giorno dopo di quello in cui lui aveva frantumato il Davide... e la sera stessa Davide l'aveva visto uscire dalle docce... Una coincidenza, certamente, ma... Scosse la testa:

"Smettila di fantasticare, Martino!" si disse a mezza voce.

Ma questo Davide era veramente bello. Martino guardò la statuetta ed un particolare lo colpì: la mano destra del Davide di Michelangelo mostrava le vene visibili sulla mano e sul polso... proprio come quelle che aveva notato nel Davide in carne ed ossa. E i capezzoli sotto il T shirt...

Martino scosse di nuovo la testa e disse fra sé e sé, sorridendo di se stesso: "Fantasie, di nuovo fantasie..."

Ma il naso dritto e forte, gli occhi sotto le sopracciglia aggettanti...

"No no... smettila..." si disse e cercò di concentrarsi di nuovo sui libri.

Era quasi sera quando un lieve tambureggiare sui vetri aperti richiamò la sua attenzione. Davide era lì e gli sorrideva. Era lievemente appoggiato con le ginocchia al davanzale lì dall'esterno ed era quasi proteso verso l'interno.

Martino si alzò e gli si accostò: "Ciao. Finito il lavoro?" gli chiese arrivandogli di fronte.

"Sì. E tu di studiare?"

"Quasi."

"Chi troppo studia, matto diventa!" gli disse l'altro aggrottando le sopracciglia e facendo un'espressione seria.

"Tu non sei di qui, vero? Il tuo accento..."

"Sono fiorentino. Ma vivo qui da sei anni, ormai. Da quando ne avevo quindici, cioè."

"Ventuno come me, allora."

"Ah sì? Tu in che giorno sei nato?"

"Il ventitré settembre."

"Io l'otto settembre: ti batto per... quindici giorni!"

"Fai molto sport, tu, per essere così ben fatto?" gli chiese Martino che non cessava di ammirarne le belle forme.

"No, fatico tanto, semplicemente. Su e giù e porta pesi... mica ho bisogno di palestra, io. Oh, non è che sto criticando te, eh! E poi, se tu non fossi andato in palestra, manco t'avrei visto quel giorno che uscivi dalla doccia tutto nudo come mamma t'ha fatto. E t'ha fatto bene!" Martino lo guardò un po' imbarazzato e l'altro se ne rese conto: "Oh che, mica c'è da essere imbarazzati, a essere belli..."

"No, ma a essere visti nudi..."

"Beh, e che, volevi far la doccia vestito? Ah, la doccia, gran bella invenzione. Tra poco ci vado anch'io sotto la doccia."

"Abiti lontano?"

"Con la moto arrivo in venti minuti giusti. Sto dietro la chiesa di Sant'Antonio. Sai dov'è?"

"Sì. Stai con la famiglia?"

"Due fratelli, il grande di venticinque e il piccolo di diciotto. Il grande lavora in fabbrica, il piccolo studia e perciò ci fa un po' le faccende di casa e da mangiare."

"Hai la ragazza?" domanda cruciale...

"Oh che, scherzi? Mica voglio farmi imbrigliare da una donna, io!" e risposta piena di possibilità... Poi l'altro continuò, guardandolo dritto negli occhi come se volesse penetrargli fin dentro l'anima: "È vero che tu sei un dottore e io un asino, però... mi piacerebbe se diventassimo amici..."

"Anche a me. Molto." rispose Martino emozionato.

Davide allungò una mano e la posò lieve sul petto di Martino e disse: "Allora, amici! Parola, da uomo a uomo!"

Martino provò un fremito a quel tocco delicato, un brivido di piacere inatteso e sentì che si stava eccitando. Premette una mano su quella mano sul proprio petto e disse: "Amici, certo. E forse anche, se sarà possibile, più che..." Il rumore della porta che sbatteva lo fece sobbalzare e lo interruppe: "Mio padre." disse Martino dispiaciuto.

Davide ritirò lentamente la mano: "A domani, amico!" e sgattaiolò lesto giù dal ponte.

Martino, ancora eccitato, dopo aver controllato che non si notasse, andò incontro al padre. Stava per dire a Davide: più che amici, amici intimi; ma era stato interrotto. Chiacchierò un po' col padre, cenarono. Poi tornò a studiare.

Ma poco dopo, guardando la statuetta del Davide, gli venne un'idea. Andò a cercare nel suo vecchio libro di storia dell'arte del liceo. Cercò la pagina in cui si parlava del Davide...

"Il 13 settembre 1501 Michelangelo iniziò a lavorare al Davide..."

Il mese coincideva ma non il giorno, pensò quasi con sollievo. Beh, che t'aspettavi? si chiese mentalmente dandosi dello sciocco. Ma il suo occhio scorreva automaticamente il testo, una riga dopo l'altra...

"La statua venne inaugurata l'8 settembre del 1504..."

Il cuore gli si fermò un attimo, poi disse alla statuetta sulla sua scrivania: "Che scherzi mi stai facendo?"

Chiuse il libro. Poi un nuovo pensiero lo fulminò: erano nati nel 1964, 460 anni esatti da... Beh, 460 è un numero tondo, ma con ciò... Sorrise di nuovo di se stesso e si disse, prendendosi in giro: e magari suo padre si chiama Michelangelo!

Comunque il ragazzo lo attraeva terribilmente. Gli era bastato essere sfiorato da lui per eccitarsi. Poi, mentre era a letto, ripensava alle parole che gli aveva detto: che l'aveva visto nudo e che l'aveva trovato bello, che aveva pensato che gli sarebbe piaciuto conoscerlo, che non voleva essere accalappiato da una donna, che voleva essergli amico... da uomo a uomo!

Beh, tutto questo non voleva ancora dire che volesse fare l'amore con lui, comunque, concluse razionalmente. Non doveva confondere i desideri con i fatti. Si addormentò pensando al bel sorriso aperto e schietto di quel ragazzo incredibile.

Il mattino seguente non lo vide, perché era andato presto all'università. Tornato a casa verso l'una, entrò in camera ed aprì la finestra.

E Davide s'alzò lesto in piedi e comparve: "Ah, sei arrivato! Stavo mangiando nella mia gavetta, qui sotto la tua finestra, aspettandoti. Oggi Matteo m'ha preparato le polpettine co' gli spinaci. Ne vuoi? Sono buone."

"No grazie, la donna di servizio deve avermi lasciato il pranzo."

"Oh che tu non ce l'hai, la mamma?"

"No. È morta quando avevo sette anni."

"Oh poverello. Anche la mia è morta, ma quando avevo quindici anni. E dato che il papà era già morto da prima, mio fratello, il grande, decise di cercar lavoro qui e ci siamo trasferiti, noi tre fratelli."

"Tuo padre... si chiamava Michelangelo, per caso?" chiese Martino e subito si diede mentalmente del cretino.

Davide lo guardò stupito e gli chiese: "E tu come fai a saperlo?"

Ora Martino era più stupito di Davide: "Io... non lo sapevo, ho tirato ad indovinare..."

"Allora sei proprio un indovino, tu!" esclamò il giovane sorridendogli convinto. Poi soggiunse: "Mica sai leggere nel pensiero, tu? A cosa sto pensando?" e chiuse gli occhi.

Martino pensò che non lo sapeva, ma che sapeva bene che cosa avrebbe voluto fare lui: baciare quelle labbra così perfette... Davide aspettava ancora, gli occhi chiusi.

Martino allora stese una mano e gli sfiorò un braccio: "Non so..." cominciò.

Davide riaprì gli occhi ridenti e gli disse: "Allora te lo dico io: stavo pensando che tu mi piaci molto e che mi piace stare con te. E che è un peccato che io debba star qui fuori e tu lì dentro. Ma che domani è domenica e io e te siamo liberi e che la si potrebbe passare assieme."

Martino si sentì emozionato. La sua mano sul braccio dell'altro tremò lievemente: "Io e tu, soli?" chiese quasi in un soffio.

"Ma certo. E dove nessuno ci possa dar noia. Ho in mente un luogo molto bello, a meno di un'ora da qui con la motocicletta. Un luogo che amo, in cui mi ritiro quando ho voglia di stare solo. Non ci ho mai portato nessuno, ma tu ci puoi venire. Ti va, Martino?"

Questi annuì e sussurrò: "Ne sarò lieto..."

"Bene. Ora però vai a mangiare. Tanto ci vedremo tra poco e combiniamo meglio per domani. Sarà una bella giornata."

Martino annuì di nuovo e Davide lasciò la finestra. Andò a mangiare. Non sapeva se essere più stupito per sapere che il padre del ragazzo si chiamava davvero Michelangelo o per l'invito che aveva ricevuto, e il modo, soprattutto. Un posto che amava, in cui star soli, in cui non aveva mai portato nessuno...

Rivide Davide verso le tre: "Allora, domattina alle nove ti va bene?"

"Sì, certo. Dove?"

"Io ho la moto. Posso passare a prenderti."

"Anch'io ho la moto..."

"Meglio! Allora alle nove al ponte di ferro. Sai dov'è, no?"

"Quale, quello del fiume o quello della ferrovia?"

"Ah già, non ci pensavo. Quello del fiume."

"Bene. Devo portare qualcosa?"

"No no, penso a tutto io. Anche al mangiare. Stasera me lo faccio preparare da Matteo. Sempre meglio della tua donna di servizio. Matteo è bravo in cucina: fa l'alberghiero."

"Posso portare del vino. Ne bevi tu?"

"Pochino. E poi per quand'è ora si scalda. No, penso a tutto io." ripeté Davide.

"Mio padre mi chiederà sicuramente fino a che ora starò fuori..."

"Pensi che farà storie?"

"No no. Solo... a che ora saremo di ritorno?"

"Il più tardi possibile." rispose Davide con un sorriso.

"Dopo cena?"

"Beh, sicuro!"

"Alle... dieci?"

"Non puoi dire a mezzanotte?"

"Ma... credo di sì. Che progetti hai?"

"Ti fidi di me?"

"Beh... certo."

"Allora digli solo a mezzanotte."

"D'accordo. Ma davvero non devo portar nulla?"

"Tu porta te stesso, che sei la cosa più importante. Alle piccolezze ci penso io." scandì il giovane sorridendogli. Poi aggiunse allegro: "Ed ora al lavoro! Prima che i compagni mi chiedano perché faccio tante soste al quarto piano!" e al suo solito andò via agile e veloce.

Martino si sentì travolto dagli eventi. Felicemente travolto. Verso le quattro suonò il telefono ed andò a rispondere. Era Vincenzo che l'invitava con loro per l'indomani.

"Mi spiace, non posso. Passerò tutta la giornata con un ragazzo..."

"Un ragazzo? Tutta la giornata? Cos'è, una tua conquista?"

"A dir la verità sono io una sua conquista: sto perdendo la testa."

"Lo conosciamo, noi?"

"E come no. È il Davide di Michelangelo."

Vincenzo rise: "Ah, ma allora vai a Firenze, domani."

"No, solo qui fuori città."

"Non capisco..." disse la voce nella cornetta, perplessa.

"Vi racconterò poi."

"Ma... vai con un ragazzo di carne ed ossa, no?"

"Certo, non è di marmo, anzi..."

"Beh, allora auguri!"

Martino, tornato in camera, guardò la statuetta del Davide sulla scrivania.

"Mi sa che domani ti porto con me... In fondo te lo sei meritato."

Davide passò a salutarlo alla fine del lavoro e ripeté l'appuntamento per il giorno dopo.

"Conterò le ore..." gli disse Martino.

Gli occhi di Davide brillarono: "E io invece i secondi!" rispose e gli mostrò l'orologio, premette un pulsante e al posto dell'ora vide comparire una cifra che cambiava rapidamente.

Guardò meglio: segnava 14 ore 53 minuti ed i secondi decrescevano rapidamente fino a segnare 14 ore e 52 minuti. Martino sorrise ed annuì. Davide abbassò il braccio ma Martino gli prese la mano e lo fece sollevare di nuovo.

Guardò l'orologio di Davide e disse: "Allora... fra 14 ore, 51 minuti e una manciata di secondi."

Si strinsero la mano con calore e Martino si sentì in fiamme.

"A domani, amico." disse Davide e scese svelto giù per l'impalcatura.


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