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una storia originale di Andrej Koymasky


pin UNA FIABA? CAPITOLO 9
IL RACCONTO DI DAVIDE

La mattina dopo Martino si alzò di buon'ora. Fece una lunga doccia, si rasò con cura, si pettinò poi, finite le pulizie, andò a vestirsi. Ebbe per un attimo il dubbio se profumarsi o meno. Poi optò per una sola goccia di profumo dietro l'orecchio sinistro. Così, per civetteria. Aveva indossato il suo completo di jeans verde acqua: camicia, pantaloni e gilè. Prese il casco e scese in strada. Suo padre non aveva fatto storie quando gli aveva detto che andava a trovare un suo compagno di corso su in montagna e che ci si sarebbe fermato anche per cena.

"Non so, forse sarò a casa un po' dopo mezzanotte..." aveva arrischiato.

Il padre rispose tranquillamente: "Al ritorno sii prudente, Martino. Meglio un'ora dopo a casa che in ospedale."

Prese la moto che aveva lucidato la sera prima ed uscì in strada. Guardò l'orologio: sarebbe stato puntuale. Mise il casco, accese il motore e partì dolcemente. Non gli piacevano le sgommate di certi suoi compagni. La città iniziava pigramente ad animarsi. Il sole era già caldo. Arrivò al ponte di ferro e vide subito la moto ferma: doveva essere quella di Davide. Poi vide il giovane con la schiena appoggiata al tronco di un albero poco lontano. Avvicinandosi guardò il proprio orologio: le nove meno tre minuti. Davide lo salutò con un gesto ed un sorriso mentre, spento il motore, si avvicinava per forza d'inerzia.

Guardava Davide: indossava un paio di jeans blu praticamente nuovi ed una T shirt celeste con il disegno di un angelo in rosso e bianco e la scritta: Los Angeles Angels. I capelli soffici e puliti incorniciavano morbidi il suo viso bellissimo.

"Ciao." disse semplicemente il giovane quando Martino si fermò accanto a lui. Poi, indicando con un cenno del capo i bauletti in plastica sul retro della propria moto, disse: "Ho portato tutto."

"Bene. Anche io."

"Lo vedo." rispose Davide ridendo e guardandolo da capo a piedi più volte. "Ti sta bene quel completo. Ti s'intona perfettamente." Poi aggiunse con semplicità, senza malizia: "Ma stavi molto anche in doccia, senza nulla indosso."

In quel momento il suo orologio da polso fece una musichetta.

"Puntualissimi. Partiamo. Tu seguimi."

E, messo in moto, s'avviò. Andava sui sessanta, non c'era quasi traffico e Martino lo seguiva senza problemi. Il sole si rifletteva sul suo casco, bianco come la sua moto, perfetta. Dalla targa Martino capì che doveva averla comprata circa tre anni prima, ma era tenuta benissimo e pareva ancora nuova. Viaggiarono per circa tre quarti d'ora sulla nazionale, lungo il fiume. Poi Davide girò a destra verso la montagna. Presto si trovarono in una selva. Lasciata la strada asfaltata presero una strada di terra battuta ben tenuta, poi deviarono di nuovo imboccando un viottolo. Davide procedeva sicuro, alla giusta velocità per quel fondo ora un po' accidentato. Era evidente che doveva aver fatto quella strada tantissime volte. Gli alberi si fecero più fitti, e infine giunsero in un piccolo spiazzo dove Davide fermò.

"Lasciamo le moto qui. Le incateniamo assieme a questo albero." disse.

Staccò i bauletti di plastica, ne liberò le cinghie e ne porse una a Martino. Se le posero a spalla come zainetti. Davide imboccò un sentiero e Martino lo seguì. Camminarono per dieci minuti in silenzio, finché abbandonò anche il sentiero e si inoltrò fra gli alberi. Salirono ancora per cinque minuti ed arrivarono: era una piccola radura con il rudere di una baita senza tetto né porte né finestre. Davide entrò nella baita e, sul vano della porta, si girò facendo cenno a Martino di seguirlo. Salirono per una scala di pietra ancora agibile e giunsero al primo piano. Solo due pareti erano in piedi per tre quarti, verso monte. Verso valle il pavimento finiva sul vuoto. Il pavimento di pietra non era più visibile: era completamente coperto da un soffice strato di erbetta che faceva quasi pensare al prato di un giardino all'inglese. Sotto si stendeva la selva e, più giù, si snodava l'argenteo nastro del fiume. Era uno spettacolo da mozzare il fiato.

"Ti piace?"

"Meraviglioso."

"E guarda che erba. La curo io, tolgo le erbacce, le foglie secche che porta il vento. E lei viene su, dolce, soffice. Questo è il mio regno! E se vuoi, da oggi, anche il tuo."

Posarono gli zainetti.

"Mio?" chiese Martino pieno di stupore.

"Certo, se vuoi."

D'istinto Martino l'abbracciò e Davide lo strinse a sé. I loro occhi si guardarono luminosi, brillanti, limpidi. E si baciarono. E il loro bacio non fu casto, ma pieno del reciproco desiderio che finalmente si rivelavano. Fu un bacio lungo, appassionato. Martino sentiva contro il suo corpo il forte corpo dell'altro e pensò che era bellissimo.

Poi Davide si staccò dall'amico e guardò l'orologio: "Un'ora e cinque minuti. Potrei fare questa strada ad occhi chiusi."

"Davvero qui non ci hai mai portato nessuno?"

"No, mai. Tu sei il primo. Ho sentito che tu... potevi venirci."

"Neppure i tuoi fratelli?"

"Neppure. Proprio nessuno."

"Da quanto vieni qui?"

"Da due anni e... otto mesi. L'ho scoperto il giorno del mio diciannovesimo compleanno."

"E non ci passa mai gente, di qui?"

"Fino ad ora non ho visto mai nessuno."

"È davvero meraviglioso!" disse ancora Martino guardandosi attorno.

"Allora sistemiamoci." disse Davide.

Aprì un bauletto e ne trasse uno di quei sacchi a pelo sintetici che si aprono a coperta, azzurro, e lo stese sull'erba proprio al centro della stanza. Si sfilò le scarpe e vi salì sopra. Frugò nel bauletto e ne tirò fuori una radiolina che accese a volume bassissimo su una stazione di musica moderna, poi un treppiede, poi un cannocchiale che montò rapidamente. Martino lo guardava con un senso confuso di beatitudine.

"Di giorno puoi vederci gli uccelli del fiume, i nidi laggiù, i pescatori e tante altre cose. Di notte, aggiungendo questo pezzo, se si è fortunati anche gli anelli di Saturno. Ma non ho portato il manuale perché tanto adesso non si vedono." gli spiegò Davide, poi fece cenno all'amico di sedere e gli sedette a fianco.

"Adesso ci acclimatiamo un po'. Fra un'oretta comincerà a far caldo e allora ci alleggeriremo."

Martino gli posò una mano su una gamba e Davide vi posò sopra la propria mano, poi disse con dolce allegrezza: "Adesso raccontami di te: voglio sapere tutto!"

Martino cominciò a parlare. Gli raccontò cose che non aveva mai raccontato a nessuno. Della sua infanzia, lontani ricordi e sensazioni, del suo rapporto con il padre, attriti e problemi, delle sue fantasie e, senza la minima esitazione, della scoperta della sua sessualità, dello scatenarsi dei suoi desideri, del Davide, i sogni, i poteri, l'uso che ne aveva fatto... tutto fino all'incontro con lui, le strane coincidenze che aveva notato... tutto, anche il suo desiderio per lui.

Mentre raccontava l'ultima parte capiva che pareva una fiaba, frutto della sua fantasia, ma sentiva che doveva raccontarglielo. L'amico ascoltò in silenzio, tranquillo, attento.

Alla fine disse semplicemente: "E quella statuetta, tu, ce l'hai ancora?"

"Sì, eccola." disse Martino aprendo il marsupio, prendendola e tendendogliela. Davide la guardò rigirandola con interesse fra le mani. "E oltretutto... ti assomiglia." aggiunse Martino.

Davide non disse nulla, continuò a rigirarla guardandola con attenzione, poi la posò ritta sull'erba e disse: "Quella vera, a Firenze, è più bella, però."

"Anche tu sei molto più bello."

Davide sorrise ed annuì e commentò: "Tutto è bello per chi sa guardare. E poi... tu non m'hai ancora mai visto nudo come lui. Non hai più i poteri, tu." aggiunse con un sorriso birichino.

Martino provò il desiderio di dirgli: e allora spogliati. Ma nonostante l'intimo bacio di poco prima, non ne ebbe il coraggio.

Invece disse: "E tu, Davide? Non mi racconti niente di te? Anche io vorrei sapere tutto di te."

"Certo, è naturale..." disse l'amico guardandolo con occhi limpidi e raccontò.

"Sono nato a Firenze, come sai. Il babbo non era uno scalpellino, era un tessitore di broccati. La mamma faceva l'infermiera. Prima nacque Lorenzo, poi io, poi Matteo. Quand'ero un fanciullino il mio babbo a volte nelle notti limpide, ci portava tutti e tre a vedere le stelle dalle colline e con un libro ci spiegava tutte le costellazioni. Matteo di solito s'addormentava che poi il babbo doveva riportarlo giù in braccio. Lorenzo seguiva perché era un ragazzetto educato e rispettoso, ma non è che poi gli interessassero molto, le stelle. Io invece ne ero affascinato e bevevo tutte le spiegazioni del babbo e lo ammiravo tantissimo: il mio babbo sapeva leggere il cielo!

Ma io ammiravo il babbo anche per altre cose: per i broccati bellissimi che tesseva, che uscivano dalle sue mani. Tu parlavi della tua fantasia, ma anche io, a vedere quei broccati fantasticavo: che ero un principe del rinascimento, come Lorenzo De' Medici, vestito di broccati e circondato di artisti. E anche il mio letto era coperto di broccati ed avevo venti paggi pronti a servirmi, scelti fra i più bei figli di Firenze...

Il mio babbo morì quando avevo dieci anni. Lo trovarono riverso sul suo telaio, stava finendo di tessere un broccato bianco per alcuni paramenti che la città voleva regalare al Papa... Lo terminò un altro, e il Papa li indossò: ma al novanta per cento erano opera del mio babbo, anche il disegno. E allora mio fratello Lorenzo per me e per Matteo divenne un po' anche un babbo, anche perché la mamma ora, per tirare avanti la baracca, doveva lavorare tutto il giorno e anche la sera andava in giro a fare le punture ed era poco in casa.

Lorenzo era buono, giudizioso, attento, ma mi mancava il mio babbo. Quando comunque gli dissi che volevo continuare ad andare a guardare le stelle, lui ci si mise d'impegno, si studiò il libretto del babbo e mi portava a volte la notte a vederle. Ci si mise d'impegno, il poverello, anche se a volte si prendeva cantonate incredibili. Io, per non farlo restar male, facevo finta di non accorgermene...

Avevo tredici anni quando un mio compagno di classe m'insegnò a masturbarmi. Certo mi piaceva, ma più a farlo con lui che da solo. E così presto mi accorsi che a me piacevano i ragazzi e non le ragazze e che le ragazze erano buone solo per chiacchierare, come amiche, ma null'altro.

Allora una notte che stavamo a guardare le stelle e che Matteo era rimasto a casa a dormire che non si sentiva granché bene, chiesi a Lorenzo:

"Perché tutti, tu compreso, dicono sempre: le donne qua le donne là e invece io mi sento attratto solo dai maschi? Che devo fare io?"

Ed egli: "Mica tutti quelli che parlan di donne gl'interessa davvero. Parla tu pure di donne."

E io a lui: "Mica è solo il problema di parlare. È pure un problema di fare, prima o poi."

Ed egli a me: "Davide, ognuno è fatto com'è fatto. Se per davvero a te ti continueranno a attirare i maschi, trova chi sia fatto come te e vivi felice. Sta solo attento, perché la gente è meschina. Non dire mai a nessuno che ti tirano i maschi se non a quelli che gli daresti la tua vita in mano."

Poi, quando avevo quindici anni, anche la mamma morì: aveva preso un'infezione all'ospedale, per un taglietto da nulla che invece in pochi giorni gonfiò tutta e non riuscirono a salvarla e restammo soli.

Allora Lorenzo si cercò un lavoro e lo trovò qui e decidemmo di trasferirci tutti: non volevamo essere divisi, Matteo da una zia, io da un o zio e Lorenzo lontano. Anche io mi cercai un lavoro per far studiare Matteo che si sentiva portato per gli studi. Io no, non mi andava di rompermi la testa sui libri, preferivo lavorare.

Abbiamo trovato un alloggetto. Si dorme in tre nella stessa stanza, perché almeno la sera ci si può raccontare quel che c'è capitato durante la giornata e sentire quel che ne pensano i fratelli e rifletter meglio. A letto, al buio, anche i discorsi più difficili, più intimi, più delicati vengon fuori senza patire, senza vergognarsi, senza paure. Il buio caldo del calore di due fratelli che ti vogliono bene è una gran cosa.

A sedici anni lavoravo da idraulico. Fui mandato con un compagno più grande e più esperto a far riparazioni in una villa: la doccia perdeva, il lavello di cucina doveva essere cambiato ed altre cose. Il mio compagno mi dice di occuparmi della doccia mentre lui lavora in cucina. Doveva solo trattarsi di cambiare una guarnizione, potevo anche cavarmela da solo e lui, per il momento, non aveva bisogno del mio aiuto.

Io salgo su uno sgabello dentro il box della doccia e smonto il doccione. Quindi tolgo la vecchia guarnizione tutta mangiata e cerco in tasca quella giusta. S'apre la porta del bagno, entra qualcuno e sento che chiude a chiave la porta. Per avvertire che ci sono io scendo dallo sgabello ed esco dalla doccia, solo che con le scarpe da tennis non devo aver fatto rumore e chi era entrato non m'aveva sentito. E mi trovo davanti un bel ragazzo di diciannove anni che s'era appena fatto scivolar via di dosso l'accappatoio e che stava lì, tutto nudo e con un bel membro eretto fra le gambe... Io lo guardo, un po' imbarazzato ma un po' anche affascinato.

Quello non si scompone per nulla e mi dice: "Ah, ci sei tu? Credevo foste in cucina."

"In cucina c'è il mio capo..."

"E tu invece sei qui."

"Cambiavo le guarnizioni alla doccia."

Lui nota come lo sto guardando e mi dice: "Mai visto un maschio nudo?"

"Sì... ma tu sei bellissimo..." dico io.

"Grazie." dice lui e mi si avvicina senza coprirsi, il membro ritto che ondeggia appena.

Io non riesco a togliere gli occhi da quella verga eretta. L'altro mi mette una mano fra le gambe e sente che io sono già in tiro. Rapido mi tira giù la cerniera della tuta (sotto sono nudo, perché faceva caldo) e me lo tira fuori, mi guarda. Io lo lascio fare, sorpreso, imbarazzato ma eccitato. Lui mi lascia, prende il suo accappatoio da terra, lo infila e lo chiude. Io ci resto male e, rimessomelo dentro, mi richiudo la cerniera fino al petto. Lui mi torna accanto e mi dice:

"Mi piaci, ma adesso sarebbe pericoloso e avremmo poco tempo. Torna stasera, quando smonti. Suona e di' che sei un amico di Aldo, che sono io. D'accordo?"

Io gli dico di sì, lui riapre la porta ed esce. È stato tutto così rapido e imprevisto che io per un attimo resto lì come un baccalà. Ma poi finisco il mio lavoro e torno ad aiutare il capo. Andiamo via. In bottega mi cambio e torno di corsa in quella villa. Suono.

Mi apre la madre: "Ah sì" dice "Aldo ti aspetta."

Arriva Aldo. "Vieni." mi dice tranquillo.

Lo seguo per una scala a chiocciola che scricchiola penosamente e si sale in una specie di sottotetto della parte più bassa della villa.

"Questa è la vecchia stanza dei giochi di quando eravamo piccoli. Qui staremo tranquilli." dice lui cominciando subito a denudarmi. Io sono eccitato ma teso e lui lo sente: "Stai tranquillo, non vengono mai su. E poi li sentiremmo, hai notato quanto scricchiola la scaletta, no? Faremmo a tempo a rivestirci. Spogliami adesso, dai!"

A terra ci sono due vecchi materassi impilati. Quando siamo nudi tutti e due, ci saliamo e lui allora mi chiede: "Che ti piace fare?-"

"Mah... non saprei... è la prima volta..." dico io emozionato.

"Non l'hai mai fatto, tu?" chiede lui quasi stupito.

"Solo masturbato con un amico, fino a un anno fa."

"Allora dovrò proprio insegnarti tutto." dice con un sorriso e mi abbraccia, mi carezza, mi spinge giù e mi viene sopra.

Mi piace molto. Poi lui mi bacia: che bacio, per me novellino! La sua mano sulla mia asta ritta me ne fa scivolar giù giù la pelle lentamente. Io chiudo gli occhi rilassandomi, senza pensare a niente. Poi sento le sue labbra sul mio glande poi tutta la sua bocca calda ingolfarlo tutto e si mette a muovere la testa su e giù. Frattanto una sua mano frugava fra le mie natiche e l'altra sui miei capezzoli. Ero eccitatissimo. Le mie gambe presero a tremare, il mio corpo s'inarcava, mi sentii teso come un arco e poi, di colpo, mi sono scaricato nella sua bocca e capii confusamente che lui si stava bevendo tutto.

Alla fine lui mi disse: "Sei venuto in fretta!"

"Mi dispiace," mormorai io, "era troppo bello!"

"Beh, ora lo fai tu a me."

Obbedii di buon grado, sentivo che era il minimo per ripagarlo del piacere che m'aveva donato. Lui ci mise più di me a venire, ma alla fine lo feci godere e fu contento.

Dopo ci carezzammo ancora un po' poi lui mi disse: "Se torni qui domani sera, io ti insegno altro."

"Sì, volentieri."

"Ah, ma... come ti chiami?" mi chiese mentre scendevamo le scale.

Quella notte, a letto, dissi ai miei fratelli che avevo fatto l'amore con Aldo.

"La tua prima esperienza?" mi chiese Matteo.

"Sì."

"Io ancora non l'ho mai fatto, né con un ragazzo né con una ragazza..." disse Matteo.

"Hai appena tredici anni. Troppo presto, aspetta di essere più grande, è meglio." gli rispose Lorenzo, poi mi chiese: "È stato bello, Davide?"

"Sì."

"Molto bene, allora." commentò Lorenzo.

Aldo, a poco a poco, mi insegnò tutto. Fu anche molto delicato nel prendermi e non mi fece male, forse anche perché l'aveva meno grosso del mio. Poi lui si fece prendere da me. Aldo mi piaceva, ma in fondo mi mancava qualcosa, non ero del tutto soddisfatto. Ne parlai, al solito, la notte nel buio della nostra stanza con Lorenzo.

Lui mi fece alcune domande, poi concluse: "Credo che quello che ti manca, è l'amore. Con Aldo vi divertite e basta. Il sesso è veramente molto bello solo quando oltre al piacere fisico, c'è l'amore. Ma quello verrà poi, non ti preoccupare, forse con un altro, quando sarai pronto, quando sarà ora. Adesso cerca di vivere questa storia con onestà verso te stesso e lui, non ti preoccupare d'altro. Anche questa storia, o altre che potrai avere, ti saranno preziose quando arriverà l'amore."

Con Aldo abbiamo continuato a vederci per quindici mesi, poi ci si è persi di vista a poco a poco. Né a me né a lui interessava più molto vederci: s'era esaurita la novità e visto che non c'era altro fra noi, tutto è finito tranquillamente. E così, fino a diciotto anni, più nulla.

A diciotto anni dovetti andare in treno fino a Venezia perché la ditta in cui lavoro doveva fare alcune installazioni là. A sera vado in stazione per prendere il treno. Avevo appuntamento con un compagno di lavoro ma non lo vedo. Quando il treno parte passo su e giù tutte le carrozze, guardo in tutti gli scompartimenti me lui non c'è. Il treno non è affollato. Andando su e giù avevo visto un paio di scompartimenti vuoti, così vado in uno, spengo le luci e mi stendo su una fila di sedili. Ma alla prima fermata aprono la porta. Entrano due ragazzi che si siedono di fronte a me.

Sono dei militari in licenza che tornano a casa. Sono allegri, chiacchierano. Io rinuncio all'idea di dormire. Uno ha una faccia un po' squadrata, lineamenti massicci, aria di so tutto io. Non è brutto ma non mi interessa. L'altro invece ha un volto regolare, comune, ma due occhi vigili, mobili, vivaci. Parlano di caserma, parlano di donne, poi di nuovo di caserma. Ridono. Pigramente, per passare il tempo, li ascolto. Mario, quello meno bello, è più loquace. Condisce i suoi discorsi di parolacce. L'altro, Benedetto, annuisce, parla poco, ma ha un senso dell'humour che mi piace.

"... e allora dico al caporale: cazzo, mica mi dai una punizione per colpa di quel facciadicazzo rottinculo del Bianchi, no? E lui a muso duro: Sì che te la do e doppia se non chiudi quel cesso..."

"Ma chi, il Tuttodunpezzo?" chiede Benedetto.

"Già proprio quella troia culobasso!" e così via.

Dopo un po' quei discorsi mi vengono a noia e chiudo gli occhi cercando di dormire. Non ci riesco. Ma sono fortunato: alla seconda stazione Mario scende e resto solo con Benedetto. E mi si rizza. Invece di coprirlo, allargo le gambe e scivolo un po' in avanti così il rigonfio nei miei calzoni è evidente. Benedetto si accende una sigaretta, mi guarda e non dice niente. Ma mi guarda, un po' in faccia un po' fra le gambe. Io lo faccio guizzare un paio di volte mentre lui lo sta guardando. Quello spegne la sigaretta con cura, si alza, tira le tende accuratamente, spegne la luce e resta solo la luce azzurra di notte, poi si siede davanti a me al posto di prima e anche lui allarga le gambe e mi guarda. E dopo poco anche i suoi pantaloni lasciano indovinare il volume del suo membro turgido. Vedo i suoi occhi brillare intenti. Gli faccio un sorriso. Lui si passa una mano sul rigonfio e mi guarda. Io allungo le gambe e le incrocio con le sue e le tocco. Allora Benedetto si china in avanti, mi posa una mano su una coscia e mi sorride. Io fremo e premo le mie gambe contro le sue. Lui spinge la mano più su verso il mio rigonfio, guardandomi negli occhi. Gli sorrido. La sua mano mi sfiora il rigonfio, lo tasta. Fremo. Lui scivola in ginocchio fra le mie gambe larghe, mi apre la patta, me lo tira fuori e me lo prende tutto in bocca. Le sue mani mi palpano i testicoli, scivolano sotto le mutande e mi carezzano le natiche, salgono sul mio ventre, s'infilano sotto camicia e maglietta e mi carezzano il ventre, si attardano sui miei capezzoli.

Allora anche le mie mani cercano il suo corpo: gli slaccio due bottoni della camicia, sul collo e le mie mani lo carezzano, una sul petto e una sulla schiena arcuata sul mio grembo. Gli sfrego uno, poi l'altro capezzolo e lui freme forte. Allora si alza in piedi e s'apre i calzoni. Io gli forzo giù l'elastico delle mutande e scopro un bell'uccello grosso e duro poi due testicoli gonfi. Mi chino e gli lecco le palle, poi gliele succhio una alla volta come m'aveva insegnato a fare Aldo, poi gli scopro il ventre e salgo a leccarglielo, poi gli scappello la mazza e gli stuzzico con la lingua il fungo violaceo, poi glielo succhio mentre gli faccio calare calzoni e mutande sulle anche e le mie mani giocano con le sue chiappe, cercano il suo buchetto. Lo sento fremere tutto e mi carezza i capelli.

Poi sentiamo il controllore chiedere i biglietti due o tre scompartimenti più in su. Ci ricomponiamo in fretta, lui riaccende la luce, siede di nuovo di fronte a me e mi sorride furbetto. Dopo poco mostriamo i biglietti. Il controllore se ne va. Lui svelto spegne di nuovo la luce e torna da me. Mi spinge a stendermi sui sedili, mi riapre i calzoni e s'impadronisce di nuovo del mio membro ancora eretto. S'inginocchia di nuovo e me lo succhia con ardore. Io mi tiro su camicia e maglietta scoprendomi il petto, poi mi spingo giù calzoni e mutande fino alle ginocchia.

Lui allora, per la prima volta, mi parla: "Aspetta un attimo..." dice e tira fuori qualcosa dalla tasca e traffica sulla porta. Sento uno scatto. "Ecco fatto." dice soddisfatto intascando quello che ha usato e, avvicinatosi a me, si apre e si cala i calzoni.

"Che hai fatto?" chiedo io prendendogli i genitali ancora bene in tiro fra le mani.

"Ho bloccato la porta così stiamo tranquilli." dice aprendosi la camicia e scoprendo un bel petto liscio e forte.

"Ma se qualcuno prova a entrare?"

"Se è un passeggero pensa che l'hanno chiusa i ferrovieri e passa oltre. Se è un ferroviere apre, ma facciamo a tempo a rivestirci." dice lui che frattanto ha tirato giù la sacca della retina e ne ha tirato fuori alcuni abiti.

"Che fai, ora?" chiedo io stupito.

"Per i ferrovieri. Dico che abbiamo chiuso per cambiarci. Quella è la prova. Funziona. L'ho fatto altre volte e non è mai successo niente."

"Ingegnoso. Lo fai spesso i treno?"

"Abbastanza spesso." mi dice lui con un sorrisetto furbo, mi si stende sopra e sfregando il suo corpo contro il mio mi bacia. Le nostre erezioni premono palpitanti una contro l'altra. "Cosa ti piace fare?" mi chiede.

"Tutto."

"Ottimo, allora prima tu, poi io."

Ci alziamo e lui si mette in piedi girato verso i sedili, si afferra con le mani al ferro della retina e mi si offre. Mi piace molto, sono eccitato. Lo prendo per la vita e faccio per penetrarlo.

"Hai la crema?" chiede lui.

"No..."

"Allora aspetta..." dice e fruga di nuovo nelle tasche dei calzoni, tira fuori un tubetto e prima lubrifica a lungo il mio membro (che sensazioni!) poi il suo foro e finalmente lo prendo.

Gli entro dentro liscio liscio ed è molto bello. Mi afferro a lui e comincio a pompargli dentro. Vengo abbastanza presto. Lui si gira, mi carezza, mi bacia in bocca, mi mordicchia i capezzoli, poi ci scambiamo le posizioni. Lui ce l'ha grosso e all'inizio mi fa un po' male, ma le carezze che mi prodiga sui punti più sensibili mi fanno dimenticare il lieve dolore e mi fanno provare un forte piacere. La sua penetrazione dura più della mia ma me la godo tutta.

Dopo, rimesso tutto ha posto, riaperta la porta, si è seduto di nuovo di fronte a me. Abbiamo parlato. Io gli dissi che mi era piaciuto molto e che avrei voluto rivederlo. Anche lui, ma era chiaro che sarebbe stato molto difficile se non impossibile rivederci. Ci scambiammo gli indirizzi, comunque. Mi scrisse una decina di giorni dopo. Mi diceva che qui in città viveva un suo caro amico gay come lui e diceva che secondo lui io potevo piacere al suo amico e questo a me. Mi chiedeva se poteva dare il mio indirizzo all'altro e il suo a me. La cosa mi incuriosì così gli risposi di sì.

Così conobbi Claudio. Claudio è l'ultimo ragazzo con cui sono stato prima di conoscere te. Ha tre anni più di me. Fa il disegnatore di moda, non di quelli che inventano ma quelli che sviluppano i modelli. È bravo, nel suo lavoro. Ma la nostra storia è stata scialba, né bella né brutta. Non so come spiegarti, ma era quasi come se... come se per lui fare sesso fosse una specie di dovere, qualcosa che andava fatto... non so. Lo faceva meccanicamente, senza entusiasmo, voglio dire. Non che non fosse piacevole con lui, ma... era quasi più piacevole parlare con lui che starci a letto. Anzi, senza quasi. Così dopo due anni è finita per... mancanza di interesse da parte di tutti e due. Tra me e Claudio non è mai scoccata nessuna scintilla. Poteva forse scoccare con Benedetto, non lo so. Claudio era un po' come Aldo. A letto, beh, era anche piacevole non dico di no. Un corpo ben fatto... ma sentivo, più che mai, che mancava qualcosa di importante al nostro rapporto..."


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