I giorni seguenti si rividero, ma senza poter far altro che scambiare sguardi e poche parole. Brevi passeggiate la sera dopo cena, senza un posto in cui potersi scambiare in intimità il reciproco desiderio. Ma anche questo li aiutò a conoscersi meglio. E la settimana trascorse e venne la domenica e poterono tornare nel loro paradiso e donarsi tutto l'amore e la passione e la carica di eros accumulata in quei giorni. Avevano lasciato una moto accanto al ponte di ferro ed erano saliti in due sulla moto di Davide: così Martino poteva tenersi a lui e potevano sentire il reciproco calore.
Prima di rientrare Davide iniziò a mostrargli e spiegargli le costellazioni, dicendogli i nomi delle principali stelle e facendoglieli ripetere perché li imparasse.
Ad un certo punto Martino chiese: "Qual è la nostra costellazione?"
"Il cigno."
"Perché?"
"Si vede tutto l'anno perché è vicina al Polo Nord celeste. E poi, vedi, vola nella Via Lattea."
"E Deneb, chi è di noi due?"
"Tutti e due: perché noi non possiamo essere due stelle separate."
"Io invece pensavo che fossi solo tu..."
"E perché?"
"Perché Deneb sono le iniziali di: Davide è nudo e bello!"
"Allora saresti solo tu!"
"Perché?"
"Perché quelle parole non potrei certo dirmele da solo, saresti tu a pronunciarle."
"Allora siamo tutti e due." disse Martino.
Davide sorrise con aria furbetta: "Come avevo detto, appunto!"
Passò un'altra settimana, uguale alla prima: piena di attesa per la successiva domenica. E giunse di nuovo l'agognato giorno dedicato alla loro intimità.
Mentre cenavano Davide annunciò, pieno di tristezza: "Dopodomani togliamo i ponteggi..."
"Di già? Oddio, neanche più quello?" replicò Martino provando una fitta al cuore.
"Purtroppo abbiamo finito i lavori... Stasera vorrei tornare a casa verso le nove..."
"Così presto? Mi lasci?"
"No, non ti lascio. Tu verrai con me. Ti voglio far conoscere i miei fratelli. Ti aspettano."
"Mi aspettano?"
"Sì. Vogliono conoscere chi ha acceso in me l'amore, chi mi sta dando tanta felicità, chi ha cambiato la mia vita. Ti dispiace?"
"No... no. Forse solo... un po' imbarazzato."
"Non c'è motivo: è gente semplice e buona e sono sicuro che vi piacerete. Ma per me è importante: è un po' rendere ufficiale la nostra unione. Ma solo se tu sei d'accordo, s'intende."
"Verrò."
Aveva ragione Davide: Martino, Lorenzo e Matteo si piacquero subito e non ci fu il minimo imbarazzo. Lorenzo era il capo indiscusso di casa, il fratello maggiore non solo di nome, eppure era vivace, semplice, profondamente rispettoso dei fratelli verso cui mostrava una tenerezza attenta. Martino pensò che Lorenzo mostrasse di possedere la quintessenza, il giusto equilibrio di maternità e paternità, pur rimanendo un amico. Era anche un bel giovanotto: cioè, non veramente bello, carino, ma trasudava bellezza interiore. Anche Matteo era meno bello di Davide ma carino. E questo, pensava Martino, non perché lui fosse innamorato di Davide e stravedesse per lui, ma obiettivamente. Matteo era posato, allegro, spiritoso ma al tempo stesso tranquillo. Affettuoso senza essere sdolcinato, mostrava di avere una grande ammirazione per Lorenzo e quasi un senso di protezione nei confronti di Davide, nonostante ne fosse il fratello minore.
Martino era incantato da quella famiglia. Pensò con un senso di gioia che, visto come l'avevano accolto, stava diventando la sua famiglia. Matteo aveva preparato un dolce, buonissimo e bello, per l'occasione e l'aveva decorato con due cuori intrecciati con dentro, scritte con fiori di zucchero le due iniziali: M e D.
Fu Lorenzo, quella sera, che disse ai due amanti: "Perché non vi cercate un alloggio tutto vostro? Magari piccolo, per cominciare, ma in cui possiate vivere assieme? Ogni coppia ha bisogno del suo nido, no?"
Così Davide e Martino cominciarono a pensarci, a cercarlo. E Martino iniziò a preparare il padre a quella sua decisione di andar via di casa.
"Hai una donna?" chiese il padre.
"No. Sto cercando casa con un amico."
"Un compagno di corso." replicò il padre.
"No, è un muratore. Si chiama Davide. Ha la mia età."
"Un muratore. Come hai fatto a conoscerlo? E perché vai a vivere con uno così diverso da te? Hai già una casa, tu..."
Martino era combattuto. Da una parte non voleva mentire al padre, non era abituato a mentire e non amava mentire. Ma dall'altra parte temeva le ire del padre se avesse capito, se avesse saputo. Il padre, anche se ultimamente lo trattava da adulto, non era certo una persona aperta e comprensiva... tutto quello che non entrava nei suoi schemi mentali era, per definizione, sbagliato, assurdo, inaccettabile.
Il padre insisté: "Che senso ha questa tua idea, questo tuo progetto?"
"Non è solo un'idea, papà. È una decisione."
"Una decisione, d'accordo. Solo che vorrei capirne il senso, il motivo. Fosse un compagno di corso lo capirei: studiereste insieme. Fosse una ragazza, pure: voi giovani d'oggi volete fare... le prove prima d'impegnarvi seriamente... Non è che sia affatto d'accordo, io, ma posso anche capirlo. Ma con un muratore? Non vedo proprio..."
Il padre si bloccò. Aveva intuito, probabilmente, aveva capito.
Martino lo lesse nello sguardo dapprima attonito, poi duro. Sostenne lo sguardo, serio. Vide un muscolo fremere sul volto severo. Il cuore gli batteva forte, ma continuò a sostenere quello sguardo affilato come una baionetta. Se il padre s'aspettava che abbassasse lo sguardo, doveva capire che si sbagliava: lui era fiero della sua scelta. Lui aveva smesso di dire obbediente: sì papà, a tutto quello che il padre decideva per lui. Il silenzio stava diventando pesante, i due sguardi si stavano affrontando, specchio dello scontro di due volontà.
Poi Martino lesse nello sguardo del padre una specie di rassegnazione colma di dolore e ora, quello sguardo, gli fece male, ma continuò a sostenerlo.
Il padre ebbe un mezzo sospiro rotto e breve, quasi un singulto: "Sei maggiorenne, Martino. Spero che tu sia cosciente delle tue scelte. Spero che tu non abbia a pentirtene, un giorno."
"Papà... lascia che ti spieghi..."
"No. Non voglio sapere. Sono affari tuoi, solo tuoi... e di... quell'altro."
Sì, aveva capito. Non cercava di fermarlo ma non lo approvava. E non voleva capire. Povero papà...
"Io..." iniziò Martino incerto.
Il padre lo bloccò di nuovo: "Cerca solo di finire gli studi. Almeno quello."
"Certo. Porterò via tutti i miei libri appena avrò trovato l'alloggio."
"Porta via tutto ciò che vuoi, che ti può servire. La casa, qui, è grande e piena di mobili e di suppellettili. Non fare spese inutili, qui c'è troppa roba. E... se aprirai un conto in banca, ti ci verserò un mensile per... tre anni, fino al giorno in cui dovresti laurearti se non perderai tempo. Dopo ti arrangerai da solo."
"Non vuoi più vedermi?"
"Non essere sciocco. Sei sempre mio figlio..."
"... nonostante tutto." concluse per lui Martino con tono triste.
"Sì, nonostante tutto."
"Ma papà, se tu cercassi di capire..."
"No! Non cercare di coinvolgermi nelle tue... scelte. Otterresti l'effetto opposto. Dovrei escluderti dalla mia vita, per sempre. Sei tutto quello che mi resta, tu. Non dire niente. Fai la tua vita. Ma deve restare solo tua."
Il padre si alzò da tavola ed andò in salotto a fumare la pipa e leggere il giornale. Martino si chiese se seguirlo, se insistere... ma conosceva il padre: finché "non sapeva" andava tutto bene. La tecnica dello struzzo, pensò amaro Martino. Che differenza con i fratelli di Davide! Quanto erano più aperti, più umani, quelli, pur se d'umile estrazione, pur se non importanti e riveriti come il padre.
Sentì ancora con più forza che ora Lorenzo e Matteo erano la sua vera famiglia. Suo padre gli aveva dato la vita, le cure per farlo crescere, protezione anche, denaro e cibo e... ma non affetto, non comprensione, non tenerezza. Probabilmente ne era incapace. Povero papà.
I giorni seguenti quel loro dialogo, se dialogo lo si poteva definire, il padre non mutò minimamente il suo atteggiamento nei confronti di Martino. Sembrava che non si fossero mai detti nulla, che tutto fosse esattamente come prima.
I due amanti trovarono un appartamentino a due isolati di distanza dall'alloggio dei fratelli di Davide: era solo camera, cucina, ingresso e bagno, ma per cominciare andava bene. Era una casa popolare, modesta, semplice, senza verde, ma era il loro nido. L'arredarono in parte con quello che Martino aveva portato da casa sua, in parte con i risparmi di Davide e con l'aiuto di Lorenzo e vi si installarono.