Martino fece conoscere a Davide i suoi unici veri amici, Lino e Vincenzo. Davide trovò che i due formavano una gran bella coppia e presto divennero amici. Lino e Vincenzo erano contenti per la raggiunta felicità del loro amico.
"Dovremmo cercarci anche noi un appartamentino tutto per noi..." disse Lino.
"Come carabiniere, mi sarebbe difficile giustificare il fatto che prendo un appartamento assieme a te, Lino, lo sai... L'Arma non è tenera per quanto riguarda la nostra vita privata. Non siamo mai veramente liberi."
"L'appartamento lo puoi prendere solo a nome tuo, dire che ci vivi da solo... Mica verranno a controllare chi ci porti, no?" disse Davide.
"No, certo, ma se Lino vivesse con me, lo verrebbero a sapere e..."
"Ma anche ora Lino viene spesso a casa tua... Ci passa anche la notte, a volte." disse Martino.
"È diverso. Credi, anche a me piacerebbe vivere con te, Lino..."
"Mentre cercavamo casa, abbiamo visto in Corso Svizzera alcuni monolocali appena costruiti: alcuni erano comunicanti, in modo che potevano sia affittarli uniti sia separati. Se ne affittaste due contigui, che la porta interna sia aperta o chiusa, non lo saprebbe nessuno, no?" suggerì Martino.
"Sì... potrebbe funzionare, sarebbe bello... Avranno ancora due locali contigui liberi?" chiese con una luce di speranza negli occhi Vincenzo.
"Credo di sì: quando li abbiamo visti ne avevano affittati si e no la metà... potreste andare a vedere..."
Furono fortunati: affittarono due monolocali contigui e vi si trasferirono.
Quando Davide e Martino andarono a trovarli, Lino disse loro: "Abbiamo anche i doppi servizi, pensate! È proprio una casa di lusso! Per la porta di comunicazione non potevamo chiedere la chiave, capite. Ma Vincenzo è riuscito ad aprirla ugualmente: ho scoperto che il mio bel carabiniere, per fortuna, è anche un abile scassinatore!" concluse con umorismo.
Chiacchieravano seduti su due poltrone dalla "parte" di Lino, che era attrezzata a soggiorno: Lino seduto in braccio a Vincenzo e Davide in braccio a Martino. A volte le due coppie di amanti si davano un bacio, si scambiavano una tenera, intima carezza: il fatto di poter condividere senza problemi anche quella dolce intimità era un dono prezioso per entrambe le coppie. Dalla "parte" di Vincenzo avevano installato un letto matrimoniale e lo studio. Dalla parte di Lino, oltre il salotto, la cucina e l'angolo pranzo. La porta di comunicazione, dalla parte di Vincenzo, era abilmente dissimulata da un grande attaccapanni a cassapanca, con rotelle, così se doveva portare a casa sua un collega, nessuno sospettava che di lì si potesse passare nell'altro monolocale.
La vita in comune comportò un periodo di adattamento per Martino e Davide, ma i mille piccoli problemi di abitudini quotidiane da cambiare furono superati tutti senza particolari problemi grazie alla sincerità e all'amore con cui li affrontavano.
Per Martino fu facile, e piacevole, abituarsi a dormire nudo e a girare per casa semisvestito. Meno facile, ma altrettanto piacevole, essere interrotto di tanto in tanto dai suoi studi dalle carezze di Davide acceso di desiderio per lui. Meno facile e meno piacevole doversi occupare dei lavori domestici che non aveva mai fatto e che ora invece doveva condividere col suo amante.
Per Davide fu facile e piacevole abituarsi ad essere svegliato in piena notte dalle carezze e dai baci di Martino che voleva unirsi a lui. Meno facile ma altrettanto piacevole essere distratto, mentre guardava i suoi programmi preferiti alla TV, dalla visione di Martino, nudo ed eccitato, che gli si piazzava davanti con un sorriso tentatore. Poco facile e piacevole doversi abituare alla mania per l'ordine di Martino.
Ognuno aveva le sue piccole manie, idiosincrasie, e anche queste dovettero smussarle a poco a poco, adattandosi l'uno all'altro, a volte con sincero trasporto a volte con fatica. Ma vi si impegnarono.
Passavano anche una parte del loro tempo a chiacchierare, a parlare, a discutere. Martino si accorse che Davide non aveva una cultura umanistica, scolastica, ma era ricco di una cultura diversa, semplice, popolare, ma non meno affascinante e valida. Martino aveva molte cose da insegnare a Davide, ma altrettante da imparare da lui.
Con Lorenzo e Matteo erano sempre più affezionati e si vedevano spesso, a casa loro o dei due fratelli. Martino vedeva il padre di rado, una volta la mese circa, e sempre da solo: non poteva portare Davide e questo gli pesava, perciò andava poco a casa del padre. Avevano anche poco da dirsi, visto che non poteva parlare di Davide, della sua vita felice con lui.
Tra il mensile che riceveva dal padre e lo stipendio di Davide non avevano problemi ad andare avanti. Riuscivano persino a fare alcuni piccoli risparmi che impiegavano in brevi viaggi quando Davide aveva un ponte sul lavoro o poteva prendersi un paio di giorni liberi da unire al week end. Uno dei primi viaggi che fecero fu a Firenze a vedere l'originale del Davide.
"Allora? È stato bravo Michelangelo?" gli chiese Davide mettendosi accanto alla statua dove, di nascosto dei guardiani, Martino gli scattò una fotografia.
"Proprio bravo bravo, no. Bravino, diciamo." gli rispose Martino dolce.
"Preferisci ancora me?"
"L'originale non può mai essere superato da una copia. Sapevi che Michelangelo ha svelato al pubblico la sua statua proprio nel giorno del tuo compleanno, esattamente 460 anni prima della tua nascita?"
"No. 460 anni, dici? Che buffo."
"Buffo? Perché?"
"Perché... ho l'impressione che se moltiplichiamo la tua età per la mia quando ci si è conosciuti... dovrebbe proprio venire 460..." disse pensieroso Davide.
Martino lo guardò e una domanda che gli era sempre frullata per il cervello e che aveva sempre accantonato, gli affiorò finalmente spontanea alle labbra: "Tu, Davide, credi alla mia storia del Davide, dei sogni, dei poteri?"
L'altro lo guardò stupito: "Certo. Perché non dovrei?"
"E come la spieghi?"
"Non ci provo neanche. Succedono tante cose inspiegabili, nella vita. Che ne sappiamo, noi? Per esempio: come mai ci siamo conosciuti, proprio io e tu? Come mai ci siamo innamorati a prima vista, tutti e due? Come mai siamo qui ora a fare questi discorsi?"
"Tu credi nel caso?"
"Chiamiamo caso tutto quello che non riusciamo a spiegarci, non credi? O magia, o miracolo, o... Ma dobbiamo, possiamo solo arrenderci di fronte al fatto che ci sarà sempre qualcosa di inspiegabile, no? Che bisogno hai di sapere sempre il perché e il percome di tutto? Godiamoci le cose belle che ci offre la vita e sopportiamo quelle brutte..."
"Ma il progresso dell'uomo c'è proprio perché si è sempre posto vari perché, non ti pare?"
"Sì sì. Certo. E il progresso è una bella cosa, se ci aiuta a vivere meglio. Ma alla fine, quello che conta, è la gioia, il dolore, l'amore: quelli esistono al di fuori del capirne il perché... Non credo che, in fondo, siamo tanto diversi dai nostri antenati preistorici: anche gli uomini delle caverne avranno avuto il loro Martino e Davide, no? E il loro amore non credo fosse diverso dal nostro, no? Si saranno cercati una caverna per conto loro... e si saranno amati proprio come noi..."
Martino gli sorrise annuendo e pensò che in fondo, quando stavano nudi nella "loro" baita, immersi nella natura, erano proprio un Martino e un Davide primordiali, eterni.
Martino si laureò regolarmente, e festeggiò con Davide, Lorenzo e Matteo, Lino e Vincenzo. Il padre gli fece un bonifico "premio" nel suo conto, poi non gli mandò più una lira: come stabilito.
Doveva fare il servizio militare e il padre, senza che lui avesse chiesto nulla, glielo fece fare lì in città, come ufficiale medico di complemento all'Ospedale Militare. Martino ne fu contento, perché questo gli permetteva di non allontanarsi dal suo Davide.
Finita la naja, Martino trovò lavoro all'Ospedale Maggiore della città ed aprì il proprio ambulatorio. Ora guadagnava bene. Continuava a vedere di tanto in tanto il padre, non parlavano mai di Davide, solo del suo lavoro.
Il padre si risposò. A Martino piaceva poco la nuova moglie del padre che s'atteggiava a gran dama e che trovava vuota e superficiale, anche se non cattiva. Così pian piano diradò le visite. Si sentivano per telefono di tanto in tanto e si mandavano biglietti d'auguri per le ricorrenze.
Con Lorenzo e Matteo invece si vedevano spesso. Anche Lorenzo si sposò così Matteo restò in casa da solo. Questi aveva finito le scuole e ora lavorava come cuoco nel migliore albergo della città ed era soddisfatto. Aveva la ragazza, ora e la portò a conoscere a Davide e Martino. Sia la moglie di Lorenzo che la ragazza di Matteo sapevano di Davide e Martino ed avevano accettato la cosa senza il minimo problema.
Martino e Davide erano sempre più uniti: stavano molto bene assieme. E, come tutte le coppie affiatate, fece loro notare un giorno Matteo con tenerezza, si assomigliavano sempre più. Era vero, infatti gli estranei li prendevano spesso per fratelli.
Davide aveva cambiato lavoro: era entrato come socio in una piccola ditta di ristrutturazioni di interni. Il proprietario era un anziano gay, amico di Lino che li aveva fatti incontrare. Sandro, il proprietario, conviveva col suo amante Giovanni, di cinque anni più giovane di lui, da trentasette anni. Si erano conosciuti quando Giovanni aveva ventisei anni e Sandro trentuno. Sandro era sposato, ma non era felice con la moglie. La sera andava spesso all'osteria a bere e giocare a biliardo. Aveva conosciuto qui Giovanni ed erano diventati amici. La freschezza e quieta gioia di vivere del giovane l'avevano affascinato ed i loro incontri, le loro partite, erano diventati per Sandro come un'oasi. Giovanni era gay, e s'era innamorato dell'uomo, ma sapendolo sposato, non gli aveva mai rivelato il suo vero sentimento. Sandro non era gay, nel senso che non aveva mai pensato, desiderato, immaginato di poter aver un rapporto sessuale con un uomo, tanto meno di potersene innamorare. Ma i due erano sempre più affiatati, intimi. E una sera, tornando a casa dopo la solita partita a biliardo, forse un po' brilli tutti e due, al momento di separarsi sotto casa di Sandro, Giovanni l'aveva sospinto nell'ombra complice dell'androne, gli si era addossato e l'aveva baciato. Sandro aveva risposto al bacio senza farsi problemi. S'erano staccati, salutati.
Giovanni, dopo, pensando a quello che aveva fatto, si era pentito: pensava che Sandro, tornato sobrio, si sarebbe arrabbiato con lui, l'avrebbe allontanato da sé, perciò non si fece più vedere. Ma Sandro aveva ripensato a quell'imprevisto bacio tutta la notte, mentre giaceva accanto alla moglie non amata. Ed aveva capito di provare desiderio per il suo amico, e l'aveva accettato, perché aveva intuito finalmente l'amore di Giovanni: lui aveva bisogno di amore e se Giovanni fosse stato pronto a darglielo... perché no? La loro amicizia era profonda, il piacere di stare assieme grande... non sarebbe stato bello vivere accanto all'amico piuttosto che con l'odiosa moglie litigiosa, egoista, bella ma oca? Non vedendo più Giovanni all'osteria, dopo pochi giorni di riflessione in cui aveva maturato questi pensieri, andò a cercarlo. E divennero amanti con reciproca gioia. Sandro divorziò dalla moglie ed i due si misero a vivere assieme. Ma Giovanni aveva il suo lavoro e non gli andava di cambiarlo. Così Sandro mandò avanti la sua attività da solo, con una piccola squadra di lavoranti.
Ma ora pensava di ritirarsi e voleva lasciare la sua prospera attività in buone mani: i suoi lavoranti erano bravi, ma nessuno aveva la grinta necessaria per dirigere la piccola impresa. Quando, grazie a Lino, conobbe Davide, fu affascinato dalla sua personalità. Inoltre il giovane aveva ottima preparazione proprio nel campo del suo lavoro: come muratore, idraulico ed elettricista. Così dapprima gli propose solo di andare a lavorare per lui e lo studiò meglio. Gli fece conoscere Giovanni, divennero amici. Ed un giorno gli propose di prepararsi per subentrare a lui quando si fosse ritirato, di rilevare l'attività. Davide accettò felice: la prospettiva di lavorare in proprio lo affascinava ed anche Martino era d'accordo.
Ora che guadagnavano bene tutti e due, i due giovani stavano accumulando rapidamente risparmi, ma decisero di non cambiare appartamento, di non spendere i loro soldi in quel modo, per il momento: avevano un progetto più bello, più urgente: comprarsi il rudere della baita. Misero da parte abbastanza soldi e frattanto fecero le ricerche catastali per trovarne il proprietario: baita e un vasto tratto di foresta circostante appartenevano ad una istituzione religiosa di suore, che l'avevano ricevuta in eredità da una loro benefattrice una decina d'anni prima, a cui non rendeva nulla e che perciò l'avrebbe venduta volentieri.
Quando ebbero accumulato la somma necessaria, comprarono tutto il terreno con il rudere. Quindi Davide iniziò a restaurare tutto il pianterreno ricavandovi una cucina, un bagno ed una camera da letto, ma lasciarono il primo piano così com'era, col folto tappeto d'erba ben curato, il Davide fra le pietre del muro.
E spesso, col bel tempo, vi rinnovavano i riti del loro amore, i loro corpi nudi, ora maturi ma non meno belli, offerti al sole, alla natura e all'immutato desiderio dell'amante.