logoMatt & Andrej Koymasky Home
una storia originale di Andrej Koymasky


pin POPOLO KEA CAPITOLO 5
VIVEVANO CON GLI INDIGENI...

Vivevano con gli indigeni da circa un mese. Un po' insegnando loro parole di spagnolo, un po' imparando termini della musicale lingua locale, pian piano riuscirono a comunicare. Seppero così che loro non erano i primi "kea" ad essere passati lì nell'isola Kaawai. Poco più di una generazione prima, quando il capo era giovanetto ed era capo ancora suo padre, era passata una "grandissima casa galleggiante" con grandissime "stuoie appese a cinque alti alberi senza foglie", piena di tanti "kea" come loro. Il capo mostrò fiero ad Hernando il dono ricevuto dal "capo kea": era un grosso bacile di rame sbalzato con una decorazione a rilievo di frutti e foglie e nel centro recava un cartiglio con incise le parole "H. M. Ship Victory - 1676".

Hernando allora si chiese che cosa potesse donare al suo ospite. Si sfilò la bandoliera con il fodero vuoto della spada, che aveva dovuto lasciare a bordo, e la donò al capo. Questi l'accettò con un ampio sorriso e ne ammirò la fibbia finemente cesellata, ne carezzò il velluto azzurro cielo quindi, aiutato da Hernando, la cinse con fierezza. Poi a sua volta fece un dono ad Hernando: gli donò un basso sgabello di legno finemente scolpito ed un telo da cingere ai fianchi, spiegandogli che i disegni dell'uno e dell'altro oggetto erano quelli riservati ad un capo.

Durante quel mese i marinai avevano dovuto resistere alle ripetute offerte sessuali delle ragazze, fatte con naturalezza davanti a tutti. Solo Felipe ed Àlvaro avevano accettato ed erano stati portati dalle ragazze fra la folta vegetazione nei dintorni del villaggio dove avevano fatto l'amore.

Dopo i compagni avevano celiato: "Allora, Àlvaro, ti sei convertito alle donne?"

"No, dio scampi! Mi sono solo sfogato. Chiudendo gli occhi e non pensandoci... anche se avrei preferito uno di quegli incantevoli ragazzi. Le mammelle mi davano fastidio, erano di troppo, e in mezzo alle gambe mancava qualcosa di essenziale..." rispose il ragazzo con aria buffa suscitando l'ilarità dei compagni.

In rare occasioni i marinai riuscivano ad appartarsi per unirsi fra di loro. Nonostante fossero più che attratti dalle bellezze maschili locali, sia Hernando che Esteban avevano detto e ordinato di non provarci con i maschi:

"Non sappiamo come reagirebbero. Forse anche peggio dei nostri puritani, anche se qui sembrano piuttosto liberi riguardo al sesso. Se non è un loro maschio a provarci in modo esplicito, noi dobbiamo assolutamente astenerci o rischiamo di finire sgozzati come i loro porcellini!"

Gli uomini avevano capito e, se pure a malincuore, avevano obbedito.

I marinai andavano a pesca con gli uomini del villaggio, avevano imparato a manovrare le esili ma stabili barchette, o andavano a raccogliere frutta sugli alberi o imparato a fare altri piccoli lavori. La comunità degli indigeni lavorava poco: la natura sembrava dare con abbondanza cibo senza bisogno di faticare. Le uniche attività erano catturare di tanto in tanto uno dei maialini selvatici o la pesca, riparare le capanne o costruire le barchette, intrecciare le stuoie, scolpire legni, fare ghirlande di fiori, cucinare, tessere, mangiare, cantare, danzare e fare continue feste. Era davvero un paradiso terrestre.


Erano appunto sull'isola da un mese circa quando Josè e Juan erano andati assieme in un punto appartato e non troppo vicino al villaggio per unirsi. Avevano trovato una piccola, deliziosa cala fra due alte rocce, lambita dal mare e circondata di fiori profumati. I due uomini, denudatisi, avevano fatto un bagno in mare poi erano tornati a riva. Stesi al sole avevano cominciato a palparsi, ad eccitarsi a vicenda. I loro membri fremevano ritti al sole alle reciproche carezze ed i due uomini si gustavano finalmente quella calda intimità, così difficile da avere nel villaggio e da tempo desiderata.

Avevano cominciato a masturbarsi l'un l'altro in dolce abbandono quando un'ombra traversò i loro corpi. Guardarono sorpresi ed un po' intimoriti: non avevano sentito arrivare nessuno. Era un indigeno sui ventiquattro anni, bello come tutti gli altri, che li guardava con un sorriso divertito a fior di labbra:

"Giocare come bambini! Ma voi non bambini." disse il giovane tranquillo.

Si accoccolò accanto ai due ed allungò una mano a toccare prima l'uno poi l'altro membro. I due lasciavano fare un po' imbarazzati, un po' eccitati.

Il giovane chiese: "Come chiamare voi questo gioco?"

"Palpare." rispose Josè.

"Ah sì. Bello palpare. Anche io palpare, anche voi palpare." disse l'indigeno e si snodò il panno dai fianchi mostrando i propri genitali. "Palpare?" disse indicando il proprio membro non ancora eretto.

I due non si fecero pregare e dopo poco anche l'indigeno, che s'era seduto nudo fra i due nudi marinai, era in piena erezione.

"Mmmh, sì, palpare!" mormorò l'indigeno quando i due presero a toccarlo un po' per tutto il corpo.

Dopo poco il giovane raggiunse l'orgasmo con un'espressione di intenso piacere, mugolando a voce bassa: "Mmmh, molto bello palpare!"

"Ma tu non sei un bambino." gli disse malizioso Juan.

"No, io sposato, ma piacere gioco palpare con kea. Tutti voi kea fare questo palpare?"

"Sì, certo."

"Sì, bello palpare." ripeté il giovane alzandosi soddisfatto. Rimise ai fianchi il suo pareo e li lasciò salutandoli.

I due, di nuovo soli, ripresero a fare l'amore finché Josè penetrò Juan ed anche loro raggiunsero l'orgasmo.

Tornati al villaggio, raccontarono agli altri marinai della loro avventura indicando il giovane indigeno protagonista del fatto.

"Adesso capisco perché proprio quello, poco fa, m'è venuto vicino, m'ha portato nella sua capanna e, togliendosi il pareo ma detto: tu palpare?" disse Esteban, "e lui ha voluto... palpare me."

Quel giovane indigeno di tanto in tanto chiedeva ad un marinaio di "palpare" nonostante fosse sposato. Così quel ragazzo ebbe il soprannome Sobeo (palpeggio). Quello fu l'inizio di un rapido cambiamento dei rapporti fra i marinai ed i ragazzi del villaggio. Una notte infatti Sobeo, durante una festa, si accostò a Josè e gli sussurrò guardandolo con occhi brillanti:

"Josè venire con Sobeo?"

Josè immaginò il motivo di quella richiesta e lo seguì volentieri. Arrivati in una radura poco lontana, c'era ad attenderli un ragazzo sui diciassette anni, un cugino di Sobeo.

"Anche lui volere gioco palpare con Kea ma lui timido. Noi tre palpare. Bene?" chiese Sobeo.

Josè riconobbe nel ragazzo il figlio maggiore del capo del villaggio e fu un po' esitante.

"Ma... davvero lui vuole?" chiese incerto.

"Sì, lui volere palpare, lui piacere e lui sempre fare con amici ma lui volere fare con Kea. Tu non piacere lui?"

"Sì, mi piace molto."

"Allora tu fare palpare noi tre?"

"Certo, con piacere." rispose Josè cedendo al proprio desiderio per quello splendido giovinetto.

Lo abbracciò e lo attirò sull'erba. Si denudarono. Il ragazzo, dal corpo fresco e scattante, cominciò a sfregarsi con tutto il corpo contro quello di Josè ed era in preda ad un evidente piacere. Il marinaio istintivamente lo carezzò sul sodo culetto. Ad un certo punto il ragazzo disse qualcosa sottovoce a Sobeo, guardando Josè.

Sobeo annuì ridacchiando, poi, rivoltosi al marinaio, gli disse: "Lui prima di io sposare mia donna lui preso mio coso duro qui." e toccò il sedere del cugino, "Anche coso duro di altri amici. Lui palpare tuo coso duro, bello. Ma lui volere tuo coso duro qui. Tu volere mettere tuo coso duro qui?"

Josè guardò lievemente sorpreso prima Sobeo, poi il ragazzo che gli sorrise e, carezzandogli il membro si toccò il sedere e chiese a bassa voce: "Kea entrare me?"

"Sì... con gusto, ragazzo..." rispose il marinaio eccitato e accarezzò di nuovo il sedere del ragazzo.

Questi accentuò il sorriso, quando la carezza di Josè si fece più intima; quando un suo dito scese a frugare nella piega fra le natiche e tentò il suo caldo foro, sospirò e disse al cugino: "Kea entrare me!" e si mise a quattro zampe davanti al marinaio.

Josè gli si addossò e lo prese, senza incontrare la minima resistenza. Lo infilò mentre Sobeo, accanto a loro, li palpava tutti e due. Quando Josè iniziò a martellare nel ragazzo, questi spinse indietro il culetto per farsi penetrare meglio ed iniziò a sgroppare felice per sentire meglio quel sodo membro dentro di sé.

"Sei un puledro!" gli disse Josè godendosi quella imprevista, piacevole cavalcata.

"Io Muleto! (puledro)" ripeté il ragazzo senza sapere che cosa fosse (non c'erano cavalli sull'isola).

"Sì, tu sei un Muleto." gli disse il marinaio continuando a montarlo con crescente piacere.

"Tu Muleto, anche tu nome Kea." gli disse Sobeo ridendo allegro, "Io Sobeo, tu Muleto. Muleto contento. Anche Josè contento?"

"Sì, mi piace Muleto." ansimò il marinaio sentendo l'orgasmo giungere velocemente. Scostò la mano di Sobeo dal membro del ragazzo e prese a masturbarlo velocemente mentre continuava a cavalcarlo con vigore.

Muleto gli si agitava sotto felice, in preda ad un crescente piacere e mormorava nella sua lingua, in una cantilena incessante: "Forte Kea, bello Kea, forte forte, bello bello, oh Kea!" finché entrambi raggiunsero l'orgasmo in una serie di forti contrazioni.

E dopo risero tutti e tre, felici.


A poco a poco i marinai ebbero avventure erotiche con altri ragazzi, amici, cugini, fratelli l'uno dell'altro. Alcuni dei ragazzi indigeni provavano una volta per curiosità, altri tre o quattro volte ma poi smettevano, alcuni però divennero assidui. E vista l'estrema disponibilità e naturalezza dei ragazzi indigeni, anche i marinai iniziarono a fare le loro proposte ai ragazzi che più li attraevano. Anche perché Sobeo aveva spiegato che, prima del matrimonio, era normale che i ragazzi si masturbassero fra loro e anche che i più grandi, come aveva fatto lui con suo cugino Muleto, prendessero i più piccoli.

Sancio un giorno vide un ragazzo di sedici anni che si lavava nudo ad un ruscello. Il ragazzo era piuttosto ben fatto e Sancio se ne sentì subito attratto. Allora gli si avvicinò, si denudò e scese nel ruscello a lavarsi ad un passo dall'altro. Notò che il ragazzo guardava il suo membro semieretto così anche lui guardò tranquillamente fra le gambe del ragazzo e vide che questi si stava eccitando, il suo membro si stava rizzando rapidamente. Allora Sancio gli si inginocchiò davanti e lo prese fra le mani. Il ragazzo sorrise senza reagire. Sancio si chinò e glielo prese in bocca. L'altro fece un'espressione stupita ed un gesto istintivo come per sottrarsi, ma Sancio gli aveva messo le mani sulle natiche e lo tirò decisamente a sé. Il ragazzo, teso, emise un gemito, ma a poco a poco si rilassò e Sancio capì che stava provando piacere. Fino ad allora non avevano detto una parola.

Ma poi il ragazzo disse: "Anche io fare così a Kea..." e fece alzare Sancio, gli si inginocchiò davanti e cominciò a succhiarglielo con gusto. Si alternarono così due o tre volte, finché il ragazzo venne e Sancio ingollò tutto.

"Tu bere?" chiese il ragazzo stupito.

"Sì, è buono." rispose Sancio alzandosi in piedi.

"Buono? Anche io bere!" disse l'altro e scese a succhiarglielo ancora finché anche il mozzo raggiunse il piacere e gli si scaricò dentro. Il ragazzo bevve tutto, poi si alzò e disse con aria soddisfatta:

"Sì, buono bere. Bello bere. Noi non sapere che bere buono, ma ora io sapere!"

Il ragazzo, lasciato Sancio, in seguito volle provare anche con altri marinai e lo faceva con tale gusto che Juan lo soprannominò Gloton (golosone), nome di cui il ragazzo fu fiero.

I ragazzi indigeni si erano passata la voce delle cose che facevano con i Kea e un giorno, mentre Felipe stava tranquillamente seduto, solitario, fra le rocce a godersi il sole che stava calando all'orizzonte nel mare, gli si avvicinò un ragazzotto di diciannove anni. Si fermò a due passi dall'uomo e si appoggiò contro una roccia.

Lo guardò sorridente e gli disse: "Io seguito Kea."

"Sì..." rispose l'uomo guardandolo.

Il ragazzo aveva un corpo più esile di quello dei coetanei, glabro come tutti gli indigeni, ma con gambe sode e forti.

"Io... io molto caldo per te." disse il ragazzo sorridendogli maliziosamente.

"Ah sì?" chiese Felipe con un sorriso incoraggiante.

"Sì, molto, molto caldo. Guarda..." rispose l'altro lasciandosi scivolar via dai fianchi il piccolo pareo.

Aveva fra le gambe un folto ciuffo di neri peli da cui sorgeva, ritto e duro, un bel membro non grande ma molto ben fatto.

"Io molto caldo. Palpare!" offrì il ragazzo con un sorriso invitante.

L'uomo si alzò, si accostò al ragazzo e gli toccò l'erezione. Lo sentì fremere. Gli passò una mano sulle natiche piccole e sode ed il ragazzo fremette più intensamente. Insinuò un dito nella piega e saggiò il caldo foro.

Il ragazzo si aprì in un ampio sorriso e premette il sedere contro quel dito inquisitore poi disse: "Io caldo, vero?"

"Sì, sei un ragazzo in fregola, tu." gli disse Felipe spingendo un po' di più il dito nel caldo ricettacolo.

"Allora io Celo?" disse l'altro cogliendo l'ultima parola.

"Sì, Celo (fregola)." rispose Felipe agitandogli la punta del dito nell'ano fremente, pieno di desiderio.

"Altri amici avere nome da voi Kea. Ora anche io, no? Io Celo. Tu prendere Celo? Mettere questo dentro?"

"Certo, vieni..." disse Felipe e, denudatosi a sua volta, prese fra le braccia quel corpo che aveva acceso in lui fortissimo il desiderio. "Vieni, Celo, dammi il tuo bel culetto." disse l'uomo.

Lo fece girare fra le sue braccia, lì in piedi, e gli infilò il membro duro fra le natiche cercando il caldo foro. Celo con una mano guidò l'asta dell'uomo.

"Qui..." disse semplicemente e Felipe iniziò ad affondare in lui. "Oh, sì, vero! Voi Kea molto bravi in queste cose." mormorò compiaciuto Celo dimenando il culetto, ben infilato, contro il pube del forte marinaio, accompagnando con spinte indietro gli affondo dell'uomo, finché questi raggiunse l'orgasmo dentro il bel ragazzo.

Dopo, Felipe chiese a Celo: "Ma tu, Celo, non sei sposato?"

"Certo, dopo diciotto volte sole basso tutti qui sposato. Ma io piacere molto coso duro in mio... culetto?"

"Sì, culetto."

"Me piacere, ma qui difficile, dopo sposato, solo facile prima e giovane, poi no. Voi Kea invece piace, vero?"

"Sì, ci piace molto. Noi Kea non ci sposiamo con le donne. Noi Kea preferiamo gli uomini."

"Sì, capito. Allora io seguire te. Molto bene, no?"

"Certo, Celo."

E Celo portò il fratello di quindici anni, che fu chiamato Macizo (sodo) per le sue chiappette sode ed accoglienti, poi anche un cugino di ventitré anni, a cui fu dato il nome di Chupon (succhione) perché gli piaceva da matti succhiare i membri dei marinai. Anche fra di loro i ragazzi iniziarono a chiamarsi con i nomignoli affibbiati loro dai marinai, con fierezza. Così ci fu Duz (dolce) uno splendido e dolce giovane di ventidue anni e Manso (mansueto) che aveva diciotto anni ed altri. Divennero amici di Mimo (bimbo viziato) di sedici anni che ci provava con tutti continuamente e di Vilo (orgasmo) così chiamato perché godeva in modo intensissimo, poi di Zaga (culetto) di quattordici anni che si offriva a tutti, sia ai Kea che ai compagni, e di Hincado (conficcato) di sedici, che avevano soprannominato così perché, quando si faceva penetrare o quando prendeva il culetto di un compagno chiedeva sempre: "È ben conficcato?"

Ci fu anche un Balano (glande) perché nonostante avesse solo quattordici anni aveva una verga ed un glande che parevano più quelli di un uomo adulto che di un adolescente. Poi divenne loro affezionato ed assiduo amico Hito (piolo), un bellissimo giovane ventiduenne che aveva fra le gambe un arnese degno di ammirazione e che aveva sempre desiderato più avere un maschio che non la propria moglie. E infine il più giovane dei ragazzi, Mozuelo (ragazzino) che aveva solo tredici anni.

I Kea ormai non avevano tempo di annoiarsi, anzi a volte dovevano respingere le offerte dei loro nuovi amici. Solo Hernando e Manuel continuavano a respingere sempre tutte le offerte, rimanendo fedeli l'uno all'altro.

Santiago aveva ricominciato a fare l'amore e presto fece coppia quasi fissa con Celo, nella cui casa era ospite e che, per certi versi, gli ricordava Lope. Un'altra coppia fissa si formò fra Juan e Muleto, il figlio del capo.

Ma proprio a causa di Muleto, anche se non per colpa sua, iniziarono seri problemi fra i Kea ed il villaggio.


Muleto stava per compiere i diciotto anni ed il padre gli aveva scelto una sposa e voleva fissare le nozze, per dare continuità alla famiglia e per fare del suo primogenito il futuro capo del villaggio.

Ma Muleto disse deciso al padre: "Io voglio restare con il mio Kea, non mi interessa sposarmi."

"Finché eri un ragazzo e ti divertivi con i compagni, o anche con i Kea... beh, l'abbiamo fatto tutti. Ma ora diventi un uomo ed è ora di smettere questi giochi. Devi dimenticare i divertimenti e fare il tuo dovere. Avrai una moglie, poi altre come si addice a un capo. Dimentica i Kea ed i giochi da ragazzo! Gli uomini si sposano!"

"Ma i Kea sono uomini e non si sposano. Io voglio fare come loro. E voglio restare con il mio Kea!" ripeté testardo il ragazzo.

Discussero, il padre si adirò, ma Muleto era irremovibile. La discussione si trascinò per diversi giorni, ma nonostante le pressioni del padre, le sue ire, le sue minacce Muleto non cedeva. Alla fine il padre decise di ripudiare Muleto e di nominare erede il suo secondo maschio.

Ma era scosso dalla vicenda. Così, radunati gli anziani, decisero di cacciare dal villaggio i Kea che, ora lo capivano, con la loro presenza ed il loro strano costume di unirsi solo ai maschi, minacciavano le tradizioni del villaggio. Gli anziani infatti dissero che già da un po' le mogli di Sobeo, Duz, Hito e Chupon si erano lamentate di essere trascurate dai loro mariti che sembravano preferire i Kea.

Così il capo convocò Hernando e gli disse che doveva andarsene portando via tutti i suoi uomini.

Hernando annuì e chiese: "Ci sono altre isole abitate, qui vicino?"

"Sì." rispose il capo, "Ma ho fatto avvertire gli altri capi di quello che sta capitando qui al mio villaggio per causa vostra e sono sicuro che non vi vorranno."

"Ci permettete di andare a vivere nell'isola laggiù, almeno? Con la nostra barca non potremmo andare più lontano..." chiese indicando l'isola da cui erano venuti.

"Sì, quell'isola è del nostro villaggio e non vi abita nessuno. Potete andarci. Però, vi avverto: se uno di voi proverà a tornare a Kaawai, o se proverà ad andare su un'altra isola, saremo costretti a dimenticare le regole dell'ospitalità. Voi non siete uomini cattivi, ma siete troppo diversi da noi. La vostra presenza è diventata una minaccia."

"Sì, ti capisco, capo. Anche io forse, al posto tuo avrei preso la stessa decisione."

"Tu sei un buon capo. Non ho rancore nei tuoi confronti." disse l'uomo ammansito dalla pronta accettazione dell'altro.

Il capo fu magnanimo. Fece portare loro cibo, alcuni maialini vivi, attrezzi. Ma quando gli uomini stavano per imbarcarsi, Muleto con altri sei ragazzi dissero al capo che volevano seguire i Kea nel loro esilio. Il capo, corrucciato, iniziò una animata discussione ma i sette ragazzi si mostrarono decisi ed alla fine, a denti stretti, accondiscese. Allora le mogli di Celo, Duz e Hito, che facevano parte del gruppo degli esuli volontari, dichiararono che loro avrebbero seguito i loro uomini.

Duz allora disse a sua moglie: "Perché volete venire con noi? Io voglio stare con Esteban, non sarei più un buon marito per te, lo capisci?"

"Che importa? Che farei io qui nel villaggio senza un uomo? Ormai sono tua moglie, non mi prenderebbe nessun uomo, lo sai. Preferisco venire con voi, perciò. E così loro due. Non mi vuoi più come moglie, va bene, ma almeno non sarò derisa dalle altre donne."

"La donna ha ragione." disse il capo.

"Sì, ha ragione. Vengano con noi." disse Hernando.

A quel punto accadde qualcosa che nessuno s'aspettava: un gruppo di sette ragazze, tutte in età da marito, avanzò compatto, gli occhi bassi, ed una di loro dichiarò che loro sette volevano seguire gli esiliati. Sia il capo che i Kea le guardarono stupiti.

Hernando tentò di dissuaderle: "Con noi rischiate di non avere mai un uomo, mentre qui..."

Ma le ragazze, pur non dando spiegazioni, furono irremovibili: volevano andare con i Kea.

Alla fine il capo, visibilmente scosso e irritato, tuonò: "Nessun altro vuole seguire i Kea?"

Nessuno parlò.

"Bene!" disse l'uomo ancora accigliato ma tirando un sospiro di sollievo. Poi aggiunse: "Voi Kea non siete più i benvenuti in nessuna delle altre isole. Restate là o andate più lontano, se volete. Quanto a voi, figli di Kaawai... se un giorno volete tornare nessuno manderà via il sangue del suo sangue."

Il gruppo degli esuli, formato ora dai nove Kea, da sette maschi e da dieci femmine, salito sulla scialuppa e su nove piroghe che il capo assegnò loro, si allontanò vogando verso l'esilio. I marinai erano arrivati pochi mesi prima fra canti, danze e festa, ora ripartivano dall'isola nel silenzio generale della gente del villaggio schierata sulla riva.


Pagina precedente
back
Copertina e indice
INDICE
2oScaffale
shelf 2
Pagina seguente
next


navigation map
recommend
corner
corner
If you can't use the map, use these links.
HALL Lounge Livingroom Memorial
Our Bedroom Guestroom Library Workshop
Links Awards Map
corner
corner


© Matt & Andrej Koymasky, 1997 - 2008