Nella casa degli uomini, la notte, spesso si faceva l'amore anche in tre o quattro assieme, ma anche a coppie, facendolo senza problemi di fianco ad un'altra coppia che si univa in amplesso. Infatti gli uomini erano in dodici e la grande capanna era suddivisa in soli quattro ambienti attorno al pilastro centrale. Ma nella piccola comunità non c'erano né falsi pudori né esibizionismi: fare l'amore era una cosa semplice e spontanea come mangiare.
L'atto sessuale a poco a poco s'era arricchito e variato ed ormai non c'erano più tabù: prendere il sodo membro dell'amico in bocca o essere penetrati dal più giovane era ormai accettato da tutti con naturalezza. Ognuno faceva quel che più gli piaceva come gli piaceva e con chi gli piaceva. L'unica regola era che nessuno poteva forzare un altro a fare qualcosa che non desiderava. Anche la nudità in casa, o alla cascata quando andavano a lavarsi, era diventata abbastanza comune e veniva mostrata senza alcuna vergogna e fuori casa gli spagnoli a poco a poco avevano abbandonato anche l'uso delle loro brache ed avevano adottato il corto, elegante e comodo pareo maschile.
Una notte Santiago andò a svegliare Celo. "Vieni?" gli disse.
"Dove?"
"Qui fuori, con me."
"Lo possiamo fare qui, no?" disse Celo eccitandosi.
"No, voglio parlarti. Vieni."
Lo condusse in riva alla baia, sul bagnasciuga, fra le piroghe.
"Celo," gli disse, "vuoi unirti con me? Fare coppia fissa?"
"Per sempre? Col rito?" gli chiese Celo.
"Sì certo." disse Santiago con voce bassa e calda.
Celo gli sorrise e gli sfiorò il petto con le dita: "Ti piaccio così tanto?"
"Mi piaci più di tutti. Da tanto sento di desiderarlo." gli rispose l'uomo prendendo a carezzarlo in modo sempre più intimo.
Il ragazzo fremette e lasciò scivolare a terra il proprio pareo in una muta offerta, quindi sciolse il pareo dell'uomo e gli carezzò la dura verga: "Tu mi piaci moltissimo, Santiago. E mi piace come fai l'amore, sto sempre molto bene e molto volentieri con te. Ma mi piace anche Josè, e anche Vilo... e non credo che sarei capace a non far più niente con loro."
Santiago annuì un po' deluso.
Celo gli sorrise dolce e, tirandolo giù sulla sabbia con sé, gli disse: "Per questo mi hanno chiamato Celo, perché sono sempre in calore. Io non mi stancherei mai di fare l'amore. Tu mi piaci molto, anche in questo momento ti desidero molto. Forse tu sei quello che desidero più di tutti, ma onestamente, un po' desidero anche gli altri. Mi è piaciuto molto, ieri notte, quando Josè mi penetrava e frattanto Gloton me lo succhiava e io lo succhiavo a Sancio..."
"Sì... ti ho visto... ed ero un po' geloso..." disse l'uomo stendendosi sul suo amico e sfregandoglisi contro e mentre gli palpava il membro turgido gli mordicchiò un capezzolo.
"Oh, Santiago! Mi dispiace farti star male... io... io verrò con te tutte le volte che lo desidererai, te lo prometto. Ma non ti posso promettere di non farlo più con gli altri, specialmente con Vilo e Josè... mi dispiace..."
Santiago carezzò il ragazzo fra le natiche allora l'altro allargò le gambe e se le piegò sul petto offrendosi all'uomo. Santiago scese con la lingua a leccare le sode natiche ed il buchetto del ragazzo, facendolo fremere forte e mugolare per il piacere.
"Oh... oh... mettimi la tua stanga, ti prego! Prendimi, prendimi con tutte le tue forze, uomo! Fai sentire a Celo quanto lo vuoi! Oooh... oooh, così. Oh, sei forte, Santiago!"
Juan e Muleto stavano facendo l'amore nella loro capanna.
"Che c'è? Qualcuno si lamenta qui fuori... qualcuno sta male..." chiese Juan togliendo per un momento la sua bocca dal bel palo dell'amante.
Anche questi si lasciò scivolare via dalle labbra l'asta lucida dell'uomo e si mise in ascolto:
"Ma no..." sussurrò sorridendo, "è qualche amico che sta godendo fra le barche!"
"Tu godi con me, amato?"
"Certo, anche se non gemo così forte. Con te conosco una felicità che non conoscevo prima del vostro arrivo. I giochi fra compagni... erano solo giochi. Ed anche quando a volte ci si univa con qualche amico, era sì piacevole ma mai come con te. E sono felice di essere tuo per sempre."
"Anch'io, Muleto, sono l'uomo più felice della terra, ora che sto con te."
"Prima lo facevi con Àlvaro, vero?"
"Sì, soprattutto con lui, ma anche con altri."
"Non ti manca, Àlvaro?"
"No, affatto. Tu Muleto hai la freschezza di un adolescente e la forza di un uomo maturo. Tu sei il mio amante perfetto!"
"Ti piace di più quando mi prendi o quando io prendo te?"
"Tutt'e due. Sei sempre un puledro pieno di vita e di calore e di energia, come dice il tuo nome."
"Allora prendimi ora, ti prego. Mi piace sentirti entrare in me, mi piace sentirlo duro e forte e caldo e grande quando me lo muovi dentro. Mi piace essere cavalcato da te, essere il tuo Muleto, e gusto l'idea che dopo sarò io a cavalcare te." disse il ragazzo preparandosi ad accogliere il suo uomo.
Pochi giorni dopo, un pomeriggio, Celo s'inoltrò, furtivamente, fra gli alberi, allontanandosi dal villaggio. Arrivato accanto ad un grande albero del pane si tolse il pareo e si appoggiò mollemente al tronco, mettendo le mani dietro alla testa e sostenendosi su una sola gamba, l'altra morbidamente appoggiata sopra. Il suo membro poggiava morbido sul sodo sacco dei testicoli ed era coronato da un foto trapezio di peli neri.
Silenziosamente pregava nella sua mente: "Dei del popolo Kea, ascoltatemi! Guidate da me un uomo. Se sarà Santiago capirò che è il vostro volere che sia solo suo, che mi unisca a lui con il rito. Se sarà un altro uomo capirò che non devo accettare la sua offerta. Resto qui in attesa del vostro consiglio."
Attese per molto tempo, ma non si sentiva stanco. Era fiducioso: gli dei gli avrebbero fatto capire il loro volere. Frattanto ripensò a tutti gli uomini con cui si era unito, ad uno ad uno. Josè che lo inforcava con i suoi colpi sapienti, facendolo arrivare al godimento anche senza che si toccasse; Gloton che gli succhiava anche l'anima e gli dava orgasmi fortissimi; Esteban che prima lo portava alle stelle leccandolo dappertutto, poi lo precipitava nel godimento facendogli scivolare dentro la sua verga poderosa ed esperta; Zaga che gli offriva il suo culetto voglioso e gli si agitava sotto con tanto calore da pensare che anche lui avrebbe dovuto chiamarsi Celo; Sancio che sapeva baciare con passione e il cui seme era dolce come latte di cocco; Vilo che godeva con lui come un maialino, nei suoi forti ed intensi orgasmi e che era pronto a ricominciare appena finito; Hito, che dopo essersi fatto succhiare, gli piantava il suo piolo fino in fondo ed i cui occhi brillavano come stelle mentre lo fotteva con piacere intenso. E poi Santiago... il forte e dolce Santiago, il suo petto ampio e forte, le sue braccia vigorose, le sue gambe piene di energia, il suo bel palo, dolce in bocca e forte nel culetto quando gli frugava dentro instancabile, mandandolo in estasi, e che lo colmava di tenerezza e di piacere...
Celo ora aveva il membro dritto, fremente, turgido ed il ragazzo fece fatica a non scendere con la mano per darsi sollievo. No, doveva attendere. Gli dei gli avrebbero mandato una risposta, lo sentiva. E riprese a pensare al dolce Duz, dolce sia nel prenderlo che nel darglisi, e, più indietro nel tempo, prima che si unissero, a Juan e Muleto, pieni di focosa energia, di gioiosa passione ed ora felicemente uniti.
Un fruscio fra gli alberi gli fece capire che qualcuno si stava avvicinando ed il suo membro ritto ebbe un guizzo di anticipazione: chiunque fosse stato gli si sarebbe dato. Ed avrebbe deciso secondo il volere degli dei. Un secondo fruscio più vicino ed un secondo guizzo della sua asta gloriosa e il cuore che gli batteva più forte.
E si trovò di fronte Santiago. L'uomo lo guardò, dapprima sorpreso, poi con uno sguardo di intenso piacere e desiderio.
"Che fai qui, Celo?"
"Aspettavo. Aspettavo te." disse dolce Celo.
"Me?"
"Sì, te," ripeté felice il ragazzo.
"Ma io non sapevo dove fossi. Cercavo uno dei nostri maialini che è scappato dal recinto..."
"Gli dei t'hanno attirato dietro al maialino per portarti a me." disse con convinzione il ragazzo.
L'uomo gli si avvicinò e lo carezzò per tutto il corpo. Si soffermò a carezzargli il membro fremente. Celo gli carezzò l'ampia schiena segnata dalle cicatrici.
"Hai già sofferto tanto per un amore sfortunato, non voglio che tu debba soffrire ancora. Prendimi, Santiago, fammi tuo!"
"Sì, mio bel maschio. Sai quanto ti desidero."
Celo si lasciò andare fra le braccia del giovane uomo sentendosi avvolgere di un calore più forte del suo.
"Fammi tuo, Santiago." ripeté il ragazzo fremendo per l'intensità del proprio desiderio e del desiderio dell'altro
Si girò fra le braccia dell'uomo, poggiò le mani contro il forte tronco e sfregò con piacere il proprio culetto sodo e fremente contro la vigorosa erezione dell'amico.
"Fammi tuo!" implorò quasi, la voce rotta per l'emozione.
Santiago lo preparò, poi gli scivolò dentro con irruente passione: "Ora sei mio, lo senti?" disse l'uomo premendoglisi a fondo con vigore.
"Sì, riempimi del tuo latte! Dammi il tuo seme!" ansimò Celo in preda all'estasi.
Santiago gli muoveva dentro la sua mazza vigorosa in una serie di colpi cadenzati, stringendolo a sé, stuzzicandogli i capezzoli e il bel membro sodo, carezzandogli ed impastandogli i testicoli gonfi ed il bel ventre teso, baciandogli, leccandogli e mordicchiandogli il collo e le spalle. Celo, gli occhi chiusi, assaporava quell'unione con cui si stava silenziosamente e gioiosamente consacrando all'uomo. E vennero all'unisono, gemendo entrambi alto il loro piacere intenso e Santiago donò il suo seme al corpo di Celo e questi schizzò il proprio sul tronco dell'albero antico, muta e grata offerta alla decisione degli dei. Sì, quello era il suo uomo, il suo unico uomo, pensò Celo commosso.
Quando Santiago si sfilò lentamente da lui, si girò e gli disse: "Santiago... Voglio essere tuo, solo tuo, per sempre!"
L'uomo lo guardò sorpreso, poi i suoi occhi si illuminarono di gioia, di amore, carezzò e baciò l'amico, i loro corpi provarono di nuovo l'ebrezza del desiderio reciproco e, allacciati, scivolarono sulla soffice erba ai piedi dell'albero e ricominciarono, rapiti, a fare l'amore.
Era sera quando tornarono al villaggio tenendosi per mano.
"Santiago! Il maialino è tornato da solo!" gli disse Vilo.
"Sì, lo immaginavo." rispose l'uomo con occhi luminosi sorridendo a Celo.
Tutti capirono che a quei due era accaduto qualcosa di speciale, di bello: si leggeva nei loro sguardi, nei loro sorrisi. Li seguirono fino alla casa del capo.
"Hernando," disse Santiago, "io e Celo vi chiediamo di aiutarci a costruire una casa per noi e di fissare il rito all'aku marae per la nostra unione."
Tutti batterono le mani con gioia ed intonarono canti licenziosi in onore dei due. Poiché anche Luolani aveva deciso di unirsi ad una delle ragazze, fissarono un doppio rito e costruirono due nuove capanne. Ora il villaggio era formato di quattro case dalla parte degli uomini e da tre da quella delle donne.
Erano da tre mesi sull'isola, che avevano battezzato Islakea con una delle tante nuove parole del linguaggio misto che parlavano, quando da Kaawai giunsero due piroghe, una con due ragazzi ed una con due ragazze. I due ragazzi erano Mozuelo e Manso.
Approdati nella baia, dissero: "Abbiamo girato l'isola cercandovi, temevamo che foste andati nel grande mare. Ci accettate con voi? Vorremmo far parte del popolo Kea."
Li accettarono festosamente.
La sera del giorno dopo la capo Luolani mandò a dire ad Hernando che desiderava incontrarlo. Come al solito i loro periodici incontri avvenivano all'aku marae.
"Hernando, l'arrivo delle due nuove ragazze ha fatto nascere una discussione fra le donne."
"Ci sono problemi ad accettarle?"
"Oh no, al contrario. Ma le donne sono preoccupate."
"E di che cosa?" chiese l'uomo.
"Vedi, su quest'isola... il nostro popolo... noi siamo ancora giovani, forse di tanto in tanto verrà qualche giovane come oggi ad unirsi a noi. Però parecchie delle donne... vorrebbero avere dei bambini da allevare."
"Lo sai che i miei uomini non sono attratti dalle donne, Luolani. Per questo abbiamo lasciato Kaawai. Se volete potete tornarci... sareste accettate, voi."
"No, non vogliono vivere con un uomo, non vogliono un marito. Stiamo bene qui e fra di noi. Vogliamo solo avere dei bambini. Questo, oltre a riempire le nostre giornate, ci garantisce un futuro. Invecchieremo e allora che faremo da soli? Moriremo uno dopo l'altro e questo, senza nuove generazioni, sarà molto triste. Se invece ci saranno bambini..."
"Questo potrebbe però creare altri problemi. Il padre e la madre, ognuno vorrà tenere i figli, forse. E potrebbero nascere litigi. E i figli, crescendo, alcuni vorranno fare l'amore come noi, ma altri certamente vorranno farlo come si faceva a Kaawai, cioè un maschio con una femmina..."
"Non è un problema. Ne abbiamo discusso, noi donne. Noi siamo dodici e voi diciotto. Costruiamo qui, accanto all'aku marae due capanne: una per concepire i figli, l'altra per allevarli. Ad ogni luna nuova, nel buio della notte, una maschio ed una femmina a turno, tirati a sorte, si accoppieranno senza vedersi, senza riconoscersi. E quando nasceranno i figli due o più uomini e due o più donne, a turno, li alleveranno nella capanna dei figli, restandoci una luna ciascuno, forse non il padre che non si sa chi sia e non necessariamente la madre. Saranno semplicemente i figli del popolo Kea, tutti gli uomini saranno il loro padre e tutte le donne la loro madre. Resteranno nella capanna fino alla loro maturità ed allora si insegnerà loro a fare l'amore con l'uno e con l'altro sesso e sceglieranno: i maschi se restare con voi e le femmine con noi, o se invece vorranno fare l'amore nell'altro modo, li porteremo a Kaawai e li affideremo a loro."
Hernando, che aveva ascoltato la donna in silenzio, alla fine chiese: "Questo è il desiderio di voi donne? Siete tutte d'accordo?"
"Sì, tutte."
"Bene. Dammi il tempo di parlarne ai miei uomini, poi ti darò una risposta."
"Ma a te sembra possibile quanto ti ho chiesto?"
"Sì, ma devono essere d'accordo tutti gli uomini, non si può obbligare nessuno ad andare contro la propria natura."
"Credi che sia tanto difficile unirsi a noi una sola volta in un anno, forse meno per voi uomini?"
"Non credo. Ma non posso parlare per gli altri."
"È giusto."
Si salutarono e ciascuno tornò alle proprie case.
Hernando radunò gli uomini ed espose loro la richiesta e le proposte delle donne. Feliz, Duz, Sancio, Celo, Manuel e Manso dissero che anche per loro sarebbe stato bello avere dei figli da crescere, poi ragazzi per aumentare la loro comunità. Muleto, Esteban, Josè ed Àlvaro dissero che una notte con una donna una volta ogni tante lune, non era un gran sacrificio. Hernando, Esteban, Hito , Juan e Felipe sottolinearono la validità di non trovarsi un giorno in un villaggio di soli vecchi in attesa della morte. Manso, Hito e Àlvaro dissero che con bambini e ragazzi fra i piedi le giornate sarebbero state più piacevoli e che l'idea di lasciare le case a qualcuno era un motivo in più per farle più belle e confortevoli. Solo Santiago, Zaga, Gloton, Vilo e Mozuelo dissero che a loro non andava di unirsi con le donne, ma che avrebbero accettato la nuova legge del popolo Kea e che se fossero stati estratti a sorte, avrebbero fatto il loro dovere. Ma chiesero che chi era stato tirato a sorte una volta non fosse più sorteggiato fino a quando due terzi degli uomini si fossero dovuti accoppiare con le donne. Così alla fine accettarono tutti la proposta.
Le due comunità iniziarono quindi a costruire le due capanne alle spalle dell'aku marae, fra questo e la cascata, ai lati della polla. Una capanna più piccola per gli accoppiamenti ed una più grande per i bambini.
La seconda restò vuota per quasi un anno e la finirono a poco a poco, facendola molto bella, con tutti i pilastri e gli stipiti finemente scolpiti. La capanna degli accoppiamenti, invece, fu inaugurata alla seguente luna nuova.
Avevano anche stabilito un rito per l'accoppiamento: Le due comunità, quando la notte fosse stata buia, avrebbero fatto due feste, ognuna fra le proprie case. Ad un segnale ogni comunità avrebbe estratto a sorte il prescelto e la prescelta. I due, seguendo una corda che aveva sia lo scopo di guidarli al buio della notte senza luna sia lo scopo di farli entrare dalle parti opposte della capanna, che aveva due porte, senza vedersi, si sarebbero recati alla capanna dell'accoppiamento, si sarebbero denudati prima di entrare e sarebbero entrati al buio. Mentre le due comunità in attesa avrebbero cantato e danzato restando fra le rispettive capanne, i due avrebbero compiuto il loro dovere. Durante tutto il tempo i due dovevano evitare qualsiasi cosa li avrebbe potuti far riconoscere: non dovevano parlare, toccarsi in volto, lasciarsi segni sul corpo. Poi sarebbero tornati ciascuno alla propria comunità sempre seguendo le corde.
Il primo estratto a sorte fu Juan. Con aria buffamente rassegnata, quando fu dato il secondo segnale, seguì la corda allontanandosi dai compagni in festa mentre questi continuavano a cantare e danzare. Di lontano il vento portava i canti delle donne. Juan scomparve nel buio fitto della notte.
Dopo non molto tempo Muleto disse: "Eccolo che torna! Ha fatto in fretta!"
Appena tornato Juan sedette al suo posto e Duz, che gli sedeva accanto, gli chiese: "Allora, com'è stato? Racconta!"
Tutti ripeterono la richiesta ridendo e Juan cominciò:
"Ero un po' nervoso avvicinandomi alla capanna. Mi chiedevo se la donna fosse già lì o se stesse per arrivare. Esitai. Mi sono tolto il pareo e sono entrato, col cazzo moscio (risate dei compagni) chiedendomi se sarebbe mai diventato duro. E quasi inciampavo su lei che era già stesa (altre risate). Allora mi sono steso e ci siamo cercati con le mani anche per capire dove era il punto essenziale e non sbagliare buco (risate). Lei me l'ha toccato e ritoccato e lui pareva che non ne volesse sapere, ma poi, pian piano, ha cominciato a rizzarsi ed è diventato duro. Non duro duro come quando mi tocchi tu, Muleto, ma duro (risate). Allora mi sono steso su di lei e lei mi ha guidato con le sue mani in modo che non sbagliassi buco (risate) finché le sono entrato dentro. Beh, il più era fatto, così mi sono messo a fotterla, anche se con poca convinzione. Non è che fosse male, era un buco caldo, ma un culetto è tutta un'altra cosa! (risate e gomitate a Muleto). E poi, quelle due cose grosse e rotonde come noci di cocco sul petto di lei, mi davano fastidio, erano ingombranti. Meno male che tu non le hai, Muleto! (altre gomitate e risate). Ma comunque, sfrega sfrega, alla fine sono venuto. Ero quasi sorpreso di esserci riuscito! (risate). Allora ci siamo alzati e ognuno è uscito dalla sua parte. E eccomi qua. Spero di essere riuscito a fare un figlio se no, tanta fatica per niente!" concluse Juan con una mossa buffa e tutti l'applaudirono ridendo.
In un momento di silenzio sentirono le donne dall'altra parte della baia ridere e di nuovo risero anche gli uomini.
"Sarai senza forze, ora, Juan..." disse Muleto malizioso.
"No no, oh no! Dovrai anzi darmi un premio, più tardi in casa, per ricompensarmi del mio sacrificio!" disse Juan.
Risero e ripresero a cantare e danzare, mangiarono, poi si ritirarono nelle capanne.
Quando furono soli, Muleto gli chiese: "Davvero preferisci me?"
"Certo. Senti qui, m'è venuto duro senza neppure toccarlo!"
Muleto gli sciolse il pareo e gli carezzò il bel palo eretto: "E allora vieni, amore mio, mio bel maschione. Ti farò dimenticare tutto!" e mantenne la promessa.
Il secondo estratto fu Gloton, il terzo Felipe e il quarto Zaga.
E finalmente dalle case delle ragazze si alzarono prima una poi due strisce di tela che sventolavano dalla sommità di un palo: era il segnale che due ragazze erano già incinta.
Hito si unì con il rito con Zaga e Felipe con Manso e si costruirono due nuove case. Le ragazze ne costruirono tre. Gli uomini e le donne, pur vivendo separati, non si evitavano, anzi, spesso pescavano assieme e sempre assieme costruivano le nuove case. Avevano fra di loro il rapporto come fra fratelli e sorelle ed anzi presto iniziarono a chiamarsi o per nome o con questi due termini. Fra i due gruppi c'era amicizia, ma non promiscuità.
Nella casa comune degli uomini erano restati in otto ma non dormivano mai separati nelle quattro stanze. Ne usavano sempre un paio, al massimo tre. Esteban era un po' considerato il capo della casa comune, essendo il più anziano.
Le due comunità festeggiarono il secondo anno della loro vita nell'isola e per la prima volta Hernando e Luolani indossarono i magnifici manti ed i copricapi di piume: erano splendidi e tutti ne furono molto contenti. Erano nati tre piccoli, un maschio e due femmine.
Pochi mesi dopo Esteban e Duz fecero il rito dell'unione e costruirono una nuova capanna.
Esteban raccontò a Manuel: "Duz, con la sua dolcezza, è riuscito a conquistarmi a poco a poco, finché ho sentito che non potevo più condividerlo con gli altri amici. Certo, mi mancano un po' Sancio, e Vilo... e Mozuelo. Ma non troppo. Duz sa appagarmi completamente. È davvero un ragazzo molto dolce e farlo felice mi fa felice."
"Anche tu sei dolce, Esteban. E poi, secondo me, Duz è il più bello fra tutti noi."
"Sì, forse è vero, è molto bello. Mi piace guardarlo quando è il nostro turno di guardare i piccoli: è così tenero e felice con loro. È stata una buona idea avere figli. Un'ottima idea."
"Sì, anche Hernando ci sa fare coi piccoli. Sai che sta per nascere l'ottavo? Se sarà un maschio, saranno quattro e quattro, pari. Se no, cinque a tre."
"Credi che saranno in molti i piccoli che decideranno di fermarsi con noi?"
"Non lo so. Credo che in realtà, senza regole e tante pressioni per quanto riguarda il sesso, circa la metà preferirà il proprio sesso e la metà l'altro sesso. Ma vedremo."
Nella casa comune erano restati Josè, Vilo, Sancio, Àlvaro, Gloton e Mozuelo. Quest'ultimo, che aveva ormai quindici anni, oltre ad essere diventato bravissimo a fare l'amore, stava diventando un gran bel ragazzo, molto sensuale e ben fatto. Sancio si stava avvicinando sempre più a Mozuelo, ma nessuno dei due, pur preferendosi evidentemente agli altri, pareva pensare ad un'unione stabile.
Durante il terzo anno arrivò da Kaawai anche Machizo, che aveva ormai diciotto anni e che, al momento di doversi sposare, non se l'era sentita. Con lui erano arrivate anche due ragazze. Gloton, quando vide Machizo nudo nella capanna comune degli uomini, sembrò impazzire per la gioia: il ragazzo infatti sfoderò un bastone liscio, vellutato ma corposo che a riposo era lungo circa una spanna e mezzo e quando Gloton scese a succhiarglielo, oltre a dover tenere la bocca ben spalancata, riusciva a contenerne in bocca appena un terzo, così continuando a succhiarglielo, masturbava i due terzi che restavano fuori. Anche il corpo di Machizo, sviluppandosi, s'era fatto più sodo e solido ed era un piacere sia vederlo che toccarlo.
Gloton, sebbene avesse a disposizione sei membri dei compiacenti compagni, di cui uno grosso e succoso come quello di Machizo, non si sentiva appagato e cominciò, quando si trovava solo con uno dei compagni uniti in coppia col rito, a tentare di convincerlo di lasciarsi succhiare. Ma tutti, chi con le buone chi con le cattive, lo scoraggiavano e lo allontanavano, ma il ragazzo era un piccolo satiro assetato e non desisteva.
Un giorno Gloton sorprese Esteban addormentato fra gli alberi, le gambe deliziosamente divaricate. Si accese di desiderio. Si accoccolò a spiare sotto il pareo e intravide l'oggetto delle sue brame. Visto che non c'era nessun altro nei dintorni, si infilò con cautela fra le gambe dell'uomo, scostò il pareo, e prese lesto il membro in bocca iniziando a succhiarlo golosamente e carezzando le cosce ed il ventre dell'uomo. Il membro s'indurì subito e contemporaneamente Esteban si svegliò. Lì per lì, stando steso e non vedendo l'altro, logicamente pensò che fosse il suo amante, e allora, compiaciuto per quella bella sorpresa, spinse in su il bacino per godere meglio di quel piacevolissimo risveglio e mormorò eccitato:
"Oh, Duz, che foga, oggi!"
Si godette per un po' quelle attenzioni appassionate, poi, sentendosi pericolosamente vicino all'orgasmo, disse: "Vieni qui, amore, ti voglio prendere..." e si sollevò a sedere ed allora riconobbe l'altro: "Gloton! Che fai! Io sto con Duz, lo sai..."
Ma l'altro continuava focoso a succhiare quel manganello fremente che si spingeva fino in gola.
"No, Gloton, smetti! Non voglio!" protestò Esteban ma l'imminente orgasmo gli stava togliendo tutte le forze e l'altro non si dava per inteso, non lo mollava.
Esteban fremette e non poté impedirsi di scaricare il suo seme nell'avida bocca del ragazzo che deglutì rumorosamente i poderosi schizzi di tiepido succo che aveva carpito all'uomo.
Quando questi si fu scaricato e ritrovò le proprie forze, scostò violentemente dal proprio grembo l'altro, l'afferrò per un braccio e si alzò facendolo alzare, furioso: "Adesso, per prima cosa, verrai con me da Duz e gli chiederai perdono per quello che hai fatto. Poi andremo da Hernando e gli chiederò di punirti!" disse l'uomo con durezza e determinazione.
Gloton abbassò il capo e non disse nulla. Esteban trascinò il ragazzo fino alle case, cercò Duz e fece inginocchiare Gloton davanti al giovane e gli confessare quello che aveva fatto e come e gli fece chiedere perdono. Quindi Esteban e Duz portarono Gloton da Hernando. Questi allora radunò tutta la comunità e chiese quale punizione meritava il ragazzo. Decisero che Gloton, per una luna, non avrebbe potuto entrare nelle case né fare l'amore con nessuno. E che se avesse provato di nuovo, la punizione sarebbe stata di due lune. Gloton, pieno di vergogna, capì di aver sbagliato e chiese perdono a tutti e si rassegnò a restare isolato per una luna come meritava.
Era nata una nuova legge del popolo Kea.