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una storia originale di Andrej Koymasky


pin POPOLO KEA CAPITOLO 9
LA CAPO LUOLANI NON POTÉ...

La capo Luolani non poté vedere, purtroppo, quanto aveva sognato. Tre anni dopo quella sera infatti, fu colta da una forte febbre e nonostante tutti si prodigassero per lei, in pochi giorni spirò. Tutta la comunità le fece funerali solenni, fu bruciato il suo corpo sulla pira e le sue ceneri furono messe assieme a quelle dei piccoli morti prematuramente sotto il cippo dietro l'aku marae. Ma la comunità, proprio in quella occasione, decise di trasportare il cippo in un luogo più vasto e più bello. Fu scelto un prato sul promontorio, fu costruito un muro circolare con un varco ad ovest, verso il mare ed il cippo fu messo al centro. Nel prato circolare furono trapiantate piantine di fiori ed attorno al muretto furono piantati sedici alberelli che, crescendo, avrebbero tenuto in ombra quel sacrario.

Sul cippo fu scolpito in caratteri latini e nella lingua ibrida del popolo Kea: "Capo Luolani, di anni 35, morta nell'anno 17 di Kea."

Le donne scelsero una nuova capo che fu chiamata Luolani II. Aveva trentuno anni. Chiesero ad Hernando di consegnare alla nuova Luolani le insegne di capo. Nacque così una nuova tradizione.

La Luolani I non aveva sbagliato nei suoi calcoli: ogni anno entravano nella comunità tre o quattro nuovi membri e le partenze ogni anno erano di due o tre ragazzi. A volte, anche se raramente, arrivavano anche ragazzi o ragazze da Kaawai, in genere sui quindici, diciassette anni, perché preferivano lo stile di vita dei Kea. Al massimo ne arrivano un paio l'anno. Erano sempre accolti, dopo averli istruiti sulle regole del popolo Kea ed aver fatto anche per loro un rito d'ammissione.

Josè cominciò a trovarsi la casa dei celibi piena, anche perché fu fissato che non si poteva chiedere un unione prima dei diciotto anni. Vilo ed Àlvaro in particolare furono felici di avere tanti nuovi giovani nella casa, pieni di voglia di fare l'amore, freschi, esuberanti e più che disponibili.

Dusango, che aveva ormai raggiunto questa età, pur essendo molto attratto da Àlvaro, decise di non unirsi ancora. Chi invece chiese di celebrare l'unione, furono Gloton e Macizo. Il primo, dopo molte insistenze di Machizo, quando questi gli aveva promesso che l'avrebbe preso "come un maestro prende un novizio" alla fine aveva ceduto. S'erano appartati una mattina fra gli alberi, su verso la montagna, molto lontani dal villaggio. Avevano portato da mangiare e da bere.

Gloton non era affatto nuovo alle penetrazioni, che alternava volentieri ai suoi golosi rapporti orali, Ma nessuno nella casa l'aveva così grosso, neppure Àlvaro che pure era stato ben fornito da madre natura. Machizo, eccitatissimo per questa sua prima esperienza nonostante avesse trentatré anni, aveva preparato a lungo l'amico, lubrificandogli abbondantemente l'ano e massaggiandoglielo a lungo. Quando gli sembrò che l'amico fosse sufficientemente rilassato, prese in mano il proprio poderoso pilastro di carne, già lucido di unguento e lo accostò alle natiche cercandone l'entrata ed appoggiandovi il glande gonfio. Gloton ebbe un brivido ma con le mani si divaricò le natiche. Lo sentì iniziare a spingere e mormorò:

"Non ci riuscirai mai senza farmi male, non è possibile." ma inarcò le reni e spinse il sedere contro il fremente, maestoso palo.

Machizo, sempre più eccitato per quel primo, caldo, piacevole contatto, non riuscì più a controllarsi e d'istinto dette una forte spinta, sostenendosi con una mano il massiccio e temibile ariete e cingendo con l'altra il grembo di Gloton e tirandolo con vigore a sé. Gloton gettò un urlo nel sentire il dolore acuto che lo percosse come una frustata. Ma quel membro enorme era entrato, era riuscito ad incunearsi nel foro per pochi centimetri, tutto il glande era penetrato nel caldissimo canale. Machizo a quell'urlo s'era bloccato, fremente, cercando di riprendere il controllo di sé.

"Vuoi che mi tolga?" chiese con tono contrito.

"Ormai! Visto che m'hai già spalancato, prova ad entrare... Ma fai piano, me l'avevi promesso!"

"Sì... Perdonami Gloton, ma è la mia prima volta, lo sai, e è così bello... almeno per me."

"Dai, provaci. Ma piano..."

Machizo iniziò a spingere, delicatamente questa volta, ed a poco a poco affondò nel canale dell'amico, molto lentamente. Questi si sentiva divaricare tutto e prese a tremare per il dolore che cercava di sopportare. Ma il suo corpo ad un tratto cominciò a diventare molle molle, tutti i muscoli si stavano rilassando e sentì che quell'enorme palo che sembrava di fuoco, gli scivolava dentro, gli scivolava dentro divaricandolo tutto, ma che ora premeva in punti che davano anche piacere. Gloton sentì che lo strano ed involontario rilassamento che stava subendo rendeva più facile quell'incredibile penetrazione e che il dolore diminuiva e si trasformava in un intenso calore, un calore sempre più dolce e in una sensazione diffusa di benessere.

Si rilassò ancora e lo sentì premergli tutto attorno, riempirlo completamente ed infine sentì che il pesante sacco dei testicoli dell'amico era saldamente premuto fra le cosce di questi e le sue natiche. Machizo, che spiava preoccupato il volto sofferente dell'amico chiedendosi se non avrebbe dovuto ritirarsi, ma incapace di farlo, quando vide il viso di Gloton distendersi a poco a poco e persino abbozzare un mezzo sorriso, restandogli premuto contro, fermo, gli chiese, pieno di trepida speranza: "Non devo togliermi, vero?"

"No. Ormai che ci sei... ti voglio godere tutto fino in fondo."

"Ti sono in fondo." mormorò confuso Macizo premendo un po' di più per farglielo sentire.

"Sì, lo sento. Carezzami il corpo e comincia a muoverti, ora. Ma piano!"

Machizo gli sorrise contento, grato ed iniziò un lento e lungo andirivieni: fuori per metà, poi di nuovo dentro. La verga enorme scivolava incredibilmente liscia nel retto, con facilità, e Gloton sentì l'eccitazione risvegliarsi di nuovo in lui. E il suo membro, che per il dolore s'era fatto piccolo e moscio, riprese a pulsare, a crescere, ad inturgidirsi ad ogni va e vieni dentro di lui. Machizo se ne accorse e lo prese nella sua mano, iniziando con incredibile dolcezza unita a vigore a masturbarlo. Gloton emise una specie di sommesso e prolungato rantolo ma l'amico capì che era di piacere e questo lo riempì di gioia e mentre continuava a masturbare il membro ora durissimo di Gloton, prese ad andare e venire nel suo ano ondeggiando le anche più disinvolto e veloce. Ora Gloton se lo stava godendo veramente, agitava la testa, si leccava le labbra, si pizzicava da solo i capezzoli e ad ogni colpo gemeva con voce roca.

"Sì... sì... sì..."

L'amico accelerò i colpi di reni e, con lo stesso ritmo, i movimenti della mano sull'asta infocata di Gloton. Questi spalancò la bocca come in un grido silenzioso, ma i suoi occhi erano torbidi per l'intenso piacere ed il suo membro nella mano di Machizo pulsò forte ed iniziò a proiettare violenti schizzi di seme ed allora anche Machizo esplose in un orgasmo furioso, lanciando ondate su ondate del suo seme nelle profondità delle viscere roventi dell'amico.

Restarono immobili a lungo, il membro ancora palpitante di Gloton nella mano di Macizo, l'ariete di questi, svuotato ma ancora duro come roccia, premuto a fondo dentro l'amico. Ansavano tutti e due. Lentamente i loro respiri tornarono alla normalità, i loro cuori pian piano presero a battere meno violentemente, i muscoli di Machizo, tesi e gonfi, a rilassarsi. E Gloton sentì il palo dell'amico tornare a più accettabili dimensioni, anche se sempre cospicue, e ritirarsi pian piano da lui. Sgusciò via lentamente, per diversi secondi, e mentre Macizo si rilassava completamente, fu fuori di lui. Gloton sentì ritornare le proprie forze.

"Macizo, amico, ce l'abbiamo fatta! Non lo credevo possibile. T'è piaciuta, la tua prima volta?"

"Terribilmente! Non ho mai goduto tanto in vita mia. Mai! Ma tu?" chiese poi lasciando spegnere il suo sorriso radioso e facendo affiorare un'espressione preoccupata.

"Credo che forse camminerò un po' strano tanto m'hai allargato, ma... anch'io ho goduto... come se fosse la prima volta. Ne è valsa la pena."

Gloton e Macizo si ripulirono, poi il primo cinse il proprio pareo e carezzò il membro, ora a riposo, ma sempre notevole, dell'amico, quindi gli cinse il pareo in un gesto affettuoso.

"Sai che ti dico, Macizo?"

"Che cosa?"

"Che fra qualche giorno voglio provarci di nuovo."

Machizo si illuminò in un sorriso.

L'amico continuò: "E poi di nuovo in modo di abituarmi a questo tuo grosso pesce."

Macizo si sentì felice ed abbracciò l'amico stringendolo a sé e baciandolo con passione.

Quando Gloton riuscì a riprendere fiato, aggiunse: "E se, come penso, abituandomi non mi farà più male e mi piacerà sempre di più, chi ti lascia più, Machizo? Voglio unirmi a te per sempre. Se anche tu lo vuoi."

La gioia incontenibile dell'amico rispose senza bisogno di parole.

E così avvenne, i due si fecero una capanna e si unirono con un bel rito.


Nella casa degli uomini Josè aveva dovuto far aggiungere due stanze perché tutti potessero avere un posto. Quindi fu abbattuta la casa di Hernando e gli fu costruita una nuova casa più bella di quella di prima, veramente degna di un capo.

Ci fu anche la prima coppia che si separò e Hernando con la Luolani dovettero stabilire un rito anche per sciogliere una coppia. I due giovani, che s'erano sposati diciottenni e si erano separati dopo solo undici lune, Himanal e Esmuhi, tornarono nella casa comune e la loro casa restò vuota in attesa della prima coppia che si sarebbe formata.

Josè notò che i due giovani separati non solo erano restati buoni amici, ma che spesso facevano l'amore assieme e con evidente passione. Un po' stupito un giorno chiese ad Himanal:

"Ma a te, Esmuhi piace o no?"

"Sì. Molto."

"Allora è stato lui a volersi separare?"

"No io, perché?"

"Vi vedo spesso fare l'amore fra voi due... e con molto piacere..."

"Sì, ci piace molto."

"Ma allora perché vi siete separati?"

"Semplicemente perché ci mancavano gli altri e stava diventando difficile restare fedeli. E cominciavamo ad essere tesi anche fra noi due. Così invece stiamo bene e possiamo continuare a fare l'amore. Perché ci vogliamo bene. Ti sembra tanto strano?"

"No... no... Forse avete fatto la cosa giusta."

"Sì, penso anche io."


Nel ventiquattresimo anno di Kea, Felipe morì. Cadde da un albero su cui era salito per raccogliere frutta e batté il capo su una roccia. I nomi sul cippo erano già parecchi. Dopo il funerale, Manso tornò nella casa dei celibi. Per parecchi mesi restò chiuso nel suo dolore e non si unì mai ai compagni. Dusango suggerì che si aggiungessero alla casa comune stanzette per i vedovi che volessero dormire da soli e la sua idea venne accolta. Manso lo ringraziò.

"Mi è sembrato giusto: non deve essere facile per te vedere noi che ci uniamo allegramente. Devi sentire più forte la mancanza del tuo uomo."

"È naturale che voi giovani diate libero sfogo al vostro desiderio. Naturale e bello. Però, hai ragione. Ma dovrò abituarmi all'idea che nessuno mi sveglierà più la notte pieno di desiderio per me."

"Eppure, c'è chi ti desidera fra noi, e verrebbe volentieri a svegliarti la notte, se solo sapesse che ti fa piacere."

"Non ancora forse. Ma chi vuoi che mi desideri? Sono un vecchio, ormai."

"Vecchio tu? No, sei uno splendido uomo maturo e la maturità ha un suo fascino speciale."

"E chi sarebbe questo giovane che mi desidera?"

"Mi ha fatto promettere di non dirtelo, mi dispiace." rispose Dusango con un sorriso lieve.

"Quanti anni hai, Dusango?"

"Venticinque."

"Sei cresciuto bene. Non hai intenzione di accasarti?"

"Non so ancora. Bisogna essere in due per accasarsi, Manso. Tu stavi bene, con Felipe?"

"Bene. Era un uomo forte. Non dico fisicamente, che pure lo era. Voglio dire che non lo piegava niente. Ed era così forte da riconoscere perfettamente le sue debolezze."

"Vi amavate."

"Altrimenti non saremmo rimasti assieme tanti anni nonostante tutti i nostri difetti."

"Ti manca."

"Mi manca. È come se m'avessero tagliato una gamba. Imparerò a saltare su una gamba sola, finché ne avrò la forza."

"Magari puoi trovare un bastone a cui appoggiarti. Sempre meglio che saltellare, no?"

"Magari, chi sa. Sempre meglio che saltellare, è vero."

Dusango lo salutò e lo lasciò. Manso lo affascinava. Sentiva che era come un'ostrica: all'esterno ben poco interessante, ma se riesci ad aprirla, è madreperla pura, brillante, luminosa. E se sei fortunato, magari vi scopri anche una perla di incomparabile bellezza. Avrebbe voluto sapere dove far leva, come aprirla, per restarne ammirato. Gli altri giovani, pur avendo del rispetto per lui, lo sentivano come un vecchio, come tutti quelli non nati sull'isola. Dusango aveva l'impressione che fosse un giudizio affrettato, sbagliato. Guardavano l'esterno dell'ostrica. Non sapevano neanche che poteva forse contenere una perla, e che comunque, perla o no, è bellissima.

Manso andò in riva al mare e guardò la distesa. Ripensò a Dusango. Sentiva affetto da parte del ragazzo. Eppure non avevano mai avuto particolari rapporti, Manso non era neppure mai stato il suo maestro. Gli aveva fatto piacere parlare con lui e domande che di solito lo infastidivano, fatte da lui gli avevano dato piacere. Gli altri chiedevano spesso: ti manca Felipe? E lo compiangevano. Il ragazzo non glielo aveva chiesto, l'aveva affermato. E non l'aveva compianto, non l'aveva consolato. L'aveva affermato e in quel semplice modo gli aveva fatto capire che condivideva i suoi sentimenti. Senza dire altro. Gli era grato.

Iniziarono a parlare spesso, trascorrevano ore assieme, a volte, senza nemmeno accorgersi del passare del tempo. Si aprirono l'uno all'altro, a poco a poco, svelando i propri pensieri e sentimenti più intimi. Con semplice fiducia.

"A volte ho provato la tentazione di tradire Felipe, sai?"

"Penso che capiti a tutti."

"E a volte stavo quasi per farlo."

"Eppure non hai rimpianti." disse Dusango.

"Vero, nessuno. Ma forse, se l'avessi fatto, non avrei neppure rimorsi."

"Forse."

"Prima di capire che era lui la persona giusta, mi sono guardato a lungo attorno, lo facevo con un po' tutti."

"Come me. Per quello poi hai fatto la scelta giusta. Perché continuavi a guardare, a cercare."

"Senza rendermene conto, forse."

"Almeno all'inizio."

"Per un bel po'."

"Per il tempo necessario."

"Che prima non si può sapere. E neanche dopo, in fondo. Non sai mai se è la scelta giusta."

"Eppure lo sai sempre, no?" disse Dusango con un sorriso.

"Sì, sempre, proprio appena ne hai dubitato. Felipe era diverso, lui era sicuro."

"Almeno mostrava di esserlo."

"Certo, era forte."

"Anche tu sei forte."

"Ci provo."

"Anche io ci provo."

"Per questo mi piaci."

Era la prima volta che Manso diceva esplicitamente al giovane amico che gli piaceva. Dusango fece un sorriso ed un lieve cenno di ringraziamento col capo. Che piacque a Manso.

Un giorno Manso gli disse: "Tempo fa mi dicesti che qualcuno che conosci mi verrebbe anche a svegliare la notte..."

"Sì. Credevo che l'avessi dimenticato."

"No. Ci ho pensato spesso."

"L'hai desiderato?"

"Anche."

"Ma stai ancora imparando a saltellare su una gamba sola, non sai se davvero vuoi un bastone."

"Non lo so. E non lo saprò finché non avrò provato."

Gli amici passarono a chiamare Dusango per andare a pesca. Manso gli disse di andare. Era giusto che i giovani stessero con i giovani.

A sera Dusango tornò. Aveva una foglia ripiegata in mano. Gliela porse. Manso la prese, la scartò e dentro c'era un'ostrica.

"Per me?"

"Per te."

"Bisognerebbe aprirla."

"Esatto."

"Ci vuole un coltello."

"E saperlo manovrare."

"Perché mi hai portato un'ostrica? Se fosse stato per mangiare, me ne avresti portate alcune, non una sola."

"Tu sei l'ostrica."

"Che andrebbe aperta."

"Che vorrei aprire."

"Bisogna saperlo fare."

"Vorrei provarci."

"Ci stai riuscendo, ragazzo."

"E..."

"Di' a quel tuo amico che lo sto aspettando. Ma che non so come andrà. Per tentare di aprire un'ostrica ci si può anche far male."

"Il mio amico non ha paura."

"Lo so."

"E non credo che sia incosciente."

"Neanch'io lo credo."

"Deve solo trovare il punto giusto in cui azionare la lama."

"Non può che tentare, Dusango."

"Andiamo a mangiare con gli altri?"

"Sì."

Quella notte Dusango non dormì nelle stanze comuni. Attese seduto in riva al mare che la luna si alzasse. Quando sorse, tutto il villaggio dormiva profondamente.

Allora rientrò nella casa degli uomini, scivolò nella terza celletta dei vedovi, si stese accanto a Manso togliendosi il pareo e carezzò il corpo addormentato. Dopo poco sentì il braccio di Manso cingerlo alla vita, tirarlo a sé. In silenzio, le loro bocche si cercarono, si unirono. Il giovane sciolse il pareo dell'altro che lo tirò sopra di sé. Si baciarono di nuovo mentre Manso lo cingeva con le braccia e con le gambe. Si eccitarono a poco a poco, senza fretta, con tenero desiderio.

Dusango scese ad esplorare con le mani, le labbra la lingua il corpo maturo dell'uomo. Si soffermò sui capezzoli a leccarli, suggerli, baciarli, mordicchiarli finché li sentì indurirsi, scese sul petto, sul ventre e giocò lieve nell'ombelico con la lingua, scese ancora e la sua guancia sfiorò il membro che s'era rizzato fiero, ne sentì il tepore. Girò il capo e vi posò le labbra e ne percorse tutta la lunghezza su su fino a catturarne la punta fremente e gioì nel sentire che l'uomo inarcava la schiena.

Manso, che fino ad allora era rimasto immobile, lo prese con dolcezza per il bacino attirandolo a sé, finché Dusango fu steso. Le mani dell'uomo si chiusero calde e dolci sui suoi genitali, imprigionandoli, carezzandoli mentre il giovane iniziava a muovere il capo su e giù sull'asta fremente dell'uomo spingendosela ogni volta fino in gola poi risalendo fino a serrare le labbra sul glande gonfio.

Manso schiuse le mani e con la lingua stuzzicò lieve la punta del membro del giovane amico, fino a sentirlo fremere. Allora lo serrò fra le labbra e se lo fece scivolare pian piano nella calda bocca. Poi portò le mani sulle natiche di Dusango e mosse anche lui la testa a ritmo.

Dopo poco Dusango si staccò da lui, si girò e, offrendoglisi, mormorò: "Prendimi!"

"Non ancora. Non stasera. Calma, ragazzo..."

Dusango non insistette, carezzò l'uomo, sorrise, poi disse con dolce autoironia: "Abbiamo sempre troppa fretta, noi giovani. Devo imparare. Vorrei che fossi tu ad insegnarmi."

"Con vero piacere, amico. Ma avrai ben poco da imparare: stai usando il coltello nel modo giusto."

"E troverò la perla?"

"Questo, amico mio, lo saprai solo quando avrai aperto l'ostrica completamente, in modo che non possa più richiudersi."


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