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una storia originale di Andrej Koymasky


pin POPOLO KEA NOTE DELL'EDITORE

Questo racconto, chiaramente romanzato, ha salde basi storiche. Ci è giunto in questa forma in un manoscritto in inglese compilato nel 1823 da un certo Tim Werner, ex secondo in una nave della marina militare degli Stati Uniti. Questo Tim Werner dovette lasciare, ancora piuttosto giovane, aveva trentanove anni, la marina in seguito ad un incidente e visse per molti anni in Polinesia. Qui, come si desume da alcune lettere ed appunti trovati assieme a questo manoscritto, si fece un amante polinesiano, un giovanotto di ventinove anni di nome Tialelo, che gli raccontò l'epopea del "popolo Kea" che egli scrisse in un quaderno.

Un pronipote, un certo Chris Werner di Boston, discendente di un fratello di Tim, ereditò queste carte nel 1896. Fortunatamente anche Chris era gay, così non solo non distrusse quelle carte ma le copiò accuratamente e decise di fare ricerche sul "popolo Kea". Disponendo di abbondanti risorse finanziarie, si recò in Spagna e qui consultò l'Archivio Storico Navale di Madrid. Dai suoi appunti sappiamo che nel plico di registri contrassegnato con la sigla MER-600/49 era segnalata l'esistenza di un brigantino, un tre alberi e palo di nome "Morisco" varato a Cadice nel 1643. Era anche segnalato che il veliero aveva fatto il suo ultimo viaggio nel 1699 partendo da Cadice per un viaggio nelle Indie Occidentali al comando del capitano don Alonso Gonzales Serrano de Garces. Nei registri non vi erano i nomi di altre persone ma questo era comunque un primo importante riscontro della storicità del racconto. Inoltre in quel periodo e fino al 1700 fu re di Spagna Carlos II, come risulta anche dal racconto. Il "Morisco" era dato per disperso nell'Oceano Pacifico e la nota conclusiva del fascicolo di questo brigantino riportava:

"nessuna notizia che qualche membro dell'equipaggio sia sopravvissuto."

In altri termini il vascello o aveva fatto naufragio, o era stato vittima dei pirati che infestavano le acque delle Indie Occidentali.

Chris Werner allora chiese il permesso di fare ricerche nell'Archivio Araldico della nobiltà di Spagna e qui trovò un secondo prezioso riscontro di questa storia: c'era l'albero genealogico dei duchi di Rivas. E c'era un don Hernando Arias Espartero de Aragon, e accanto al suo nome era scritto "nato il 6 dicembre 1671" e sotto la scritta "scomparso in mare dopo il 1699". Dal racconto risulta che don Hernando all'inizio della storia aveva ventotto anni!

Come risulta dalle note di Chris Werner, questi pensò che qualcuno, trovati o conosciuti in qualche modo gli stessi dati, avesse potuto costruirci sopra l'intera storia inventando un "popolo" mai esistito. Decise quindi di orientare le sue ricerche sul materiale riguardante le scoperte delle isole del Pacifico.
Trovò e copiò alcune relazioni di viaggio assai interessanti. La prima è la seguente:

"Dall'Archivio Storico dell'Ammiragliato di Sua Maestà Britannica. Londra.
Relazione Douglas Lord Finnegan sul suo quinto viaggio nel mare Pacifico eseguito negli anni 1765-1768.

Fascicolo 12, pagina 37.

(omissis) Giungemmo infine in vista di un gruppo di isole vulcaniche.

Gettammo l'ancora accanto a quella che ci parve la maggiore delle isole dove vedemmo un grosso villaggio. Calammo le scialuppe a mare e, scortati da armati, ci avviammo alla volta del villaggio. Incontrammo la popolazione qui residente. Erano uomini di forte complessione, alti ma snelli, di pelle del colore del bronzo chiaro e lisce chiome nere, volti ovali e tratti fini (omissis) e sia uomini che donne cingevano i fianchi di semplici panni annodati e si adornavano con ghirlande di fiori freschi. (omissis) Erano allegri, gentili, ospitali, ma molto dissoluti in quanto a morale: con disinvoltura le loro giovani donne sollecitavano i nostri uomini all'unione carnale, (omissis) specialmente durante la notte, sì che io stesso più di una volta dovetti allontanarle dal mio giaciglio e rifiutare i loro approcci tentatori.

Il Re di una di queste isole mi mostrò una fruttiera di rame donata ad un suo antenato dal capitano della nave di Sua Maestà "Victory" e recante incisa la data 1676. (omissis) Nella vicina isola trovammo un popolo simile agli altri delle isole ma per certi aspetti diverso.

Questi si abbigliavano come tutti gli altri indigeni ed avevano simili danze e canti, ma avevano una carnagione più chiara e, cosa sorprendente ma degna di nota, mentre nelle altre isole, come ho scritto più sopra, ero rimasto disgustato per l'evidente promiscuità dei sessi, nell'unico villaggio di questa piccola isola uomini e donne vivevano rigidamente separati in due parti del villaggio fra le quali sorgeva il loro tempio. Durante il giorno lavoravano spesso mescolati, ma la notte ognuno andava a ritirarsi dalla sua parte. (omissis) Noi fummo ben accolti, ma, a differenza degli altri villaggi, non nelle loro case: rizzarono per noi alcune comode capanne provvisorie al di là di un promontorio su cui sorgeva un sacrario circolare, sì che eravamo alle porte del villaggio ma non in questo. Ciò ci evitò di dover essere sottoposti, come capitava in altri villaggi, ad imbarazzanti profferte notturne, anche se alcuni degli uomini della bassa forza se ne lamentarono.

Accanto al tempio del villaggio sorgevano tre case in cui tenevano i loro piccoli. In queste i padri e le madri li allevavano e li curavano, tutti assieme, senza riguardo per chi fosse loro figlio o no. Giunti i piccoli all'età dello sviluppo, venivano separati, poiché vi era una casa per i piccini ed una per gli adolescenti, in cui questi ultimi venivano istruiti. Giunti i loro figli all'età di circa tredici anni e reputati ormai adulti, i maschi venivano mandati a vivere nella parte del villaggio degli uomini e le femmine in quella delle donne. (omissis)

Avevano perciò, a differenza degli altri villaggi, sia un Re che governava gli uomini che una Regina che governava le donne (omissis) e il loro Re si chiamava Hey-nah-dou e la loro regina Lou-oh-lah-nee. (omissis)."


Questo brano che, anche se non ne dice il nome, si riferisce chiaramente al "popolo Kea" ed il nome dei due capi (o Re e Regina, come li definisce Lord Finnegan) sono chiaramente un tentativo di trascrizione dei nomi Hernando e Luolani come li aveva uditi pronunciare il Lord. Anche la descrizione del villaggio corrisponde con buona esattezza alla storia del manoscritto.

Altri documenti trovati da Chris Werner non aggiungono nulla di interessante a queste note, perciò non li riportiamo, a parte un ultimo estratto che riportiamo qui di seguito.

Si tratta di brani di un documento intitolato "Relazione sulle opere del Padre Mateo Pedra y Molas S. J. missionario nelle Indie" trovato nell'Archivio della Casa generalizia della Compagnia di Gesù (gesuiti) di Roma, che reca la data del 1784. A pagina 297 e seguenti del manoscritto compare questo resoconto:


"(omissis) Quanto alla tribù di nome Puerokea, ci fu impossibile portare loro la luce del Santo Evangelo o il dono della civiltà, poiché questo popolo, più degli altri, viveva nel peccato e a differenza degli altri delle circonvicine isole, era dedito ad abominevoli pratiche che non volle assolutamente abbandonare.

Fra di essi infatti (la parte che segue era scritta in latino e viene qui trascritta in traduzione) "l'uomo aveva rapporto carnale con l'uomo e la donna con la donna, convivendo a coppie dello stesso sesso come se fossero sposi, oppure in una casa di meretricio in cui compivano tutti assieme ogni infamia, copulando ed inserendo il pene sia nell'ano che nella bocca l'uno dell'altro. Ma ciò che supera ogni nefandezza è che nella loro scuola i maestri violentavano impunemente i loro studenti, bambini appena puberi, affermando che ciò faceva parte dell'educazione che ogni piccolo deve avere e li spingevano a compiere fra di loro le stesse infami pratiche." (Il testo qui ritorna ad essere in spagnolo) Solo una volta l'anno un uomo un uomo ed una donna tirati a sorte si univano carnalmente in una cella accanto al tempio dedicato ai loro dei, ma senza vedersi in volto, per procreare.

Questi immondi schiavi del demonio, che erano belli, come tutti i figli del maligno, anche più degli indigeni delle altre isole, vivevano la loro condizione di abominio e di peccato dicendosi felici ed addirittura fieri. Ai nostri insegnamenti ridevano dicendo che eravamo pazzi ed alcuni giovani uomini giunsero persino ad invitarci a consumare con loro il peccato di Sodoma per convincerci! Non vollero credere che avevamo fatto promessa di castità, ed insinuavano che avessimo commercio carnale fra di noi. A nulla valsero i nostri insegnamenti né le nostre preghiere per la loro salvezza.

Eravamo nell'isola da sette mesi e a differenza delle altre isole ancora non avevamo nessun convertito. La casa di legno che avevamo costruito dove ci avevano permesso e la vicina chiesetta non furono mai visitate da nessuno degli indigeni. (omissis)

Pensammo allora di far venire dalle altre isole Barnaba e Gabriel, due dei nostri convertiti, per affiancare il nostro interprete e perché pensavamo che forse fra indigeni avrebbero saputo trovare argomenti più adatti per convertire quella gente. Ma un giorno Barnaba tornò dal villaggio in tutta fretta per avvertirci che Gabriel era stato irretito da quei figli del vizio ed aveva detto che voleva chiedere di essere accolto in quella infame tribù.

Immediatamente, con Padre Augustino e Padre Pablo, ci recammo al villaggio chiedendo di vedere Gabriel. Lo chiamarono e lo sventurato ci confermò di aver scelto la via del vizio immondo. Cercammo di convincerlo, gli prospettammo le pene dell'inferno che l'avrebbero atteso se persisteva nel suo errore, gli assicurammo il perdono e l'assoluzione se si fosse pentito, ma tutto inutilmente: lui rideva con scherno e giunse a baciare nella bocca un giovane indigeno che lo affiancava, davanti ai nostri occhi, affermando di avere trovato un paradiso migliore di quello che si predicava noi: evidentemente il Maligno si era impadronito di lui.

Tornammo alla nostra casa scossi e turbati. Dopo essere andati a pregare in chiesa per chiedere allo Spirito Santo di ispirarci, decidemmo che dovevamo tentare di rapire Gabriel per sottrarlo alla nefasta influenza degli abitanti di quel regno di Satana e farlo tornare in sé.

Ma purtroppo quando già eravamo riusciti a sorprenderlo e a legarlo, alle sue grida giunsero gli uomini del villaggio e dopo una breve colluttazione fummo sopraffatti e ci ripresero Gabriel portandolo con loro. Andammo a protestare dal Re, dicendo che volevamo indietro il nostro uomo ma questi non solo rifiutò ma ci disse che, consultatosi con la Regina e gli anziani, aveva deciso di cacciarci dall'isola e ci dava tempo entro il tramonto del sole per andarcene.

Il padre Augustino tentò di avvicinare di nuovo, in segreto e da solo, lo sciagurato Gabriel, ma fu sorpreso e malmenato, e rischiò di essere ucciso dallo stesso Gabriel. A sera quindi risalimmo sulle nostre due barche portando via tutte le sacre suppellettili e appiccando il fuoco alla casa e alla chiesa che dovevamo abbandonare, perché non potessero essere profanate da quei perversi esseri. (omissis)"


È interessante vedere il diverso apprezzamento che fanno il Lord inglese ed il gesuita spagnolo. Forse il primo aveva avuto meno tempo per approfondire la sessualità del popolo Kea e non si era reso conto del vero motivo della separazione dei due sessi.

Anche questa seconda relazione corrisponde quasi perfettamente al nostro racconto. Dove si discosta è quando parla di una unione per procreare una volta l'anno mentre nel racconto si dice che avveniva ad ogni luna nuova, cioè circa ogni ventotto giorni. Ma quasi sicuramente la spiegazione di questa discrepanza è semplice: ogni uomo e donna in media era estratto a sorte circa una volta in un anno.

Il nome della tribù secondo il padre gesuita è Puerokea. Kea corrisponde e si può inferire che la prima parte del nome, "puero" sia una deformazione del termine spagnolo "pueblo" entrato così nella lingua ibrida di Kea. Quindi, se l'ipotesi è giusta, esattamente "popolo Kea" come riporta il racconto.

Avendo ricavata dai documenti ritrovati abbastanza elementi per confermare la storicità del racconto e del popolo Kea, Chris Werner decise di tentare di identificare l'isola in cui questo doveva vivere, sperando di trovare i discendenti di quel popolo.

Ma la sua ricerca fu vana, infatti trovò documenti che riportavano come, nel 1807, nelle isole del gruppo delle Hawaii, vi fu un'eruzione vulcanica che unì due isole formando l'attuale isola Kauai. Non pare assolutamente casuale il fatto che la pronuncia dell'attuale isola Kauai sia molto vicino a quello dell'isola Kaawai del racconto, né può essere casuale che la scomparsa o meglio lo sconvolgimento ed unione delle due precedenti isole abbia avuto luogo nel 1807 e cioè esattamente sedici anni prima della stesura del racconto di Tim Werner (scritto nel 1823) e che l'amante polinesiano di Tim Werner fosse originario dell'isola di Ohau, contigua a Kauai. Il polinesiano nel 1823 aveva ventinove anni, quindi al momento dell'eruzione vulcanica aveva tredici anni.

Che cosa poteva essere accaduto, quindi?

La nascita del nuovo vulcano sorto nel mare che cambiò così radicalmente le due precedenti isole unendole in una, doveva aver sì distrutto i due villaggi di Kaawai e di Islakea, ma almeno alcuni dei membri del popolo Kea doveva essersi salvato ed aveva trovato rifugio nella non lontana isola di Ohau. L'amante di Tim Werner era quasi sicuramente uno di questi sopravvissuti.

Un fatto che corrobora questa tesi è il nome del giovane polinesiano: Tialelo, nome non esistente fra le popolazioni delle Hawaii, ma formato da tre sillabe ricavate dai nomi dei "padri fondatori" del popolo Kea nominati dal racconto, e cioè Santiago, Muleto e Celo o Vilo o Mozuelo. Infatti dal racconto vediamo che quando un novizio della "nuova generazione" diventava adulto e si sceglieva un nome, lo formava prendendo una sillaba dai nomi dei tre adulti che più ammirava e se anche all'inizio dell'800 tutti i padri fondatori erano certamente morti, le sillabe dei loro nomi sopravvivevano intatte nei nomi dei loro discendenti.

Può essere curioso che Tialelo non abbia narrato della fine del suo popolo, ma forse piuttosto fu una scelta di Tim Werner chiudere il racconto in bellezza e non con una tragedia che qualche detrattore dell'amore gay avrebbe potuto facilmente accostare alla distruzione di Sodoma. Anche se qui il "Lot" che si salva è Tialelo, un gay.

Questo è quanto risulta dalle note e dagli appunti di Chris Werner sulle ricerche da lui effettuate fra il 1888 ed il 1906.


Chris Werner morì a New York il 23 marzo del 1927. Il cofanetto contenente sia le carte di Tim Werner che il frutto delle ricerche di Chris Werner passò nelle mani del suo amante, Kevin Ladd, che morì nel 1941. Alla sua morte il cofanetto fu ereditato dalla nipote di questi, Melissa Williams Ladd che lo conservò, per nostra fortuna, e nel 1957 lo vendette a Michael Grant, il ricco industriale gay di Seattle, famoso per la sua preziosa collezione di antichi documenti sull'omosessualità maschile. Come Michael Grant venne a conoscenza dell'esistenza del cofanetto e come lo poté acquistare non ci è dato saperlo. L'unica sua annotazione che riguarda questo acquisto recita:


"Settembre 14, 1957. Concluso acquisto carteggio Werner. Pagati 106 $ in contanti dopo verificato il materiale."
e seguono le notizie dei passaggi di mano precedenti, probabilmente avuti direttamente da Melissa Williams Ladd.

Michael Grant lasciò per testamento tutta la sua preziosa collezione all'associazione "American Gay Task Force" di New York, che ne entrò in possesso nel 1972, cioè tre anni dopo la morte di Michael Grant. Negli archivi della "AGTF" esiste tuttora l'originale di questo racconto e dei manoscritti di Chris Werner. Tutto il materiale documentario nel 1986 fu trasferito in microfilm per renderlo accessibile a ricercatori e fu pubblicato un catalogo dei microfilm.

Noi abbiamo chiesto copie di alcuni microfilm che ci parevano interessanti, fra cui quelle del "cofanetto Werner" e decidemmo di pubblicare questo testo.

Ringraziamo l'AGTF di New York per averci concesso l'autorizzazione a pubblicarlo ed Andrej Koymasky per avere eseguito, con pazienza e perizia, la trascrizione dei manoscritti e le traduzioni dall'inglese, spagnolo e latino.

L'editore.


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