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una storia originale di Andrej Koymasky


LA STRANA COPPIA CAPITOLO 2 - SI DICE GHEI

"Attento allo spigolo!"

"Cazzo se è pesante! È un pezzo da museo, questo. A che piano siamo?"

"Terzo. Posa giù un attimo, prendiamo fiato." disse Maurizio.

L'altro gli disse: "Vieni stasera a ballare?"

"Certo, Renato. Alle dieci come sempre. Ci saranno anche Lena e Flavia?"

"Sì, mandrillo. E dopo ce le scopiamo, come al solito, bene?"

Maurizio sorrise a quel pensiero e gli chiese: "Ma a te, quale piace di più?"

"Tutt'e due. Lo sai che le sedicenni mi piacciono tutte, no? Hanno ancora la figa bella stretta!"

Maurizio ridacchiò ed annuì. Renato ci sapeva fare con le ragazzine. Le conquistava così, come schioccare le dita. E poi le passava a Maurizio. Renato aveva affittato un garage che aveva trasformato in una garçonnière. Stereo, materassi e tutto. E ci scopavano insieme, ognuno una ragazzina. E spesso se le scambiavano anche. Erano inseparabili, lui e Renato, da quando s'erano conosciuti al lavoro quattro anni prima. A volte si pagavano anche una puttanella, anzi, le pagava Maurizio quando andava buca, e se la scopavano in contemporanea.

Una volta Renato e lui se n'erano portata una con una faccia da porcona, ma quando s'era spogliata... era un maschio! Un travestito! Renato s'era incazzato e l'aveva pestato e sbattuto fuori dal garage seminudo e gli aveva tirato dietro i vestiti. Poi s'era fatto una sega per farsi passare l'arrapamento e Maurizio l'aveva imitato.

Maurizio ammirava Renato e il modo in cui si lavorava le ragazzine fino a farle gridare dal piacere. Sì, ci sapeva proprio fare il suo amico e lui cercava di imitarlo...


I due ripresero a portar su il pesante armadio. Lo depositarono in una delle stanze.

Renato si asciugò il sudore con una manica della camicia e disse: "Il fottuto aveva detto che era qui per le 5! Che cazzo ne so io dove li vuole 'sti mobili! Peggio per lui, s'arrangerà da solo. Dai, socio, ancora tre giri e abbiamo finito."

Scesero le scale. Restavano solo alcuni scatoloni e casse da portar su.

"Cristo, se almeno venisse prima che ce ne andiamo, si può scucirgli una bella mancia!" disse Renato.

"Sì, tu ci sai fare a chiedere le mance." sorrise Maurizio.

"Mica le ho mai chieste. Li ho sempre invogliati a darle. Speriamo che non sia spilorcio, questo, dopo 'sta faticata!"

"L'hai già visto? Hai già parlato con lui?"

"Sì, quando ha lasciato le chiavi... È un tizio raffinato, il classico frocio pieno di soldi."

"Frocio?" chiese Maurizio con una lieve smorfia, "Ci ha provato, con te?"

"Macché. Ci mancherebbe..."

"E allora, come fai a dirlo?"

"Occhio. Li punto subito, io, quei degenerati."

"Io non riesco mai a capirlo..."

"Sei un ingenuo, tu." rispose Renato.

Scesero e portarono su l'ultimo carico di scatoloni.

"Ecco fatto. Lo aspettiamo ancora mezz'ora. Speriamo che arrivi..."

"Che fai?" gli chiese Maurizio vedendo che l'amico s'apriva la camicia.

"Ai froci piace vedere un po' di muscoli. Così la mancia sarà più alta, se arriva. Togliti la maglietta, tu..."

"Fa un po' freddo e siamo sudati..." protestò l'altro.

"Dai, Maurizio! I tuoi pettorali gli faranno venire l'acquolina in bocca e sgancerà di più. Metà a testa, al solito. Togliti quella maglietta, su!"

Maurizio non era capace di dire di no e obbedì. Faceva sempre tutto quello che gli diceva il compagno. Ebbe un brivido e con la maglietta si deterse il sudore sotto le ascelle e sul ventre, poi ne infilò un lembo alla cintura lasciandosela pendere di fianco.


Stefano entrò in casa. La luce accesa, senza lampadario, gettava ombre crude sulle pareti bianche. Guardò i facchini, senza troppo insistere con lo sguardo, ma aveva fotografato i due. Guardandosi attorno e parlando con loro, pensò che erano belli. Quello a torso nudo sui ventidue-ventiquattro anni, biondo scuro, alto, forte, bei muscoli, un'aria pulita e un po' ingenua. L'altro sui venticinque-trenta anni, scuro, il petto appena peloso, forte anche lui, più basso del compagno, un che di erotico nell'atteggiamento.

Stefano disse: "Mettiamo i mobili al loro posto?"

"Mi scusi, signore, ma noi l'aspettavamo per le cinque... ora è tardi, dobbiamo andare..."

"È vero, non m'ero accorto che fosse così tardi, mi dispiace... Ma da solo non riuscirei mai a spostare i mobili. Vi darò una buona mancia..."

"Devo riportare il camion al deposito, purtroppo. È stato faticoso, al quarto piano, le scale così strette e i mobili così pesanti... Dovevamo essere in tre ma uno s'è ammalato all'ultimo momento e così abbiamo dovuto lavorare per tre..."

Stefano capì l'antifona e tirò fuori alcuni biglietti di banca.

"Ecco, questi per ringraziarvi... e altrettanti se mi aiutate..."

Renato intascò i soldi e disse: "Mi dispiace, è tardi. Devo riportare il camion prima che chiudano..."

"Vi prego..."

"Chiudono il deposito..."

"Non potrebbe dare un colpo di telefono?"

"Mi dispiace, gli orari sono orari. Andiamo, Maurizio?"

"No, io resto. Porta tu il camion in ditta e bolla la cartolina per me."

"Ma... dobbiamo andare. Cambiarci, cenare... e poi quell'appuntamento. Non ci resta troppo tempo, lo sai..."

"Io resto." ripeté tranquillo ma deciso Maurizio.

"Fa come ti pare. Non far tardi, però...."

"Ci vediamo là alle dieci, c'è tutto il tempo..." rispose Maurizio e si rimise la maglietta. L'altro se ne andò. "Bene, cominciamo. Dovrà aiutarmi lei, però."

"Certo. Grazie. Mi tolgo la giacca e cominciamo." rispose sollevato Stefano.


Maurizio lo guardò. Dunque quello era un frocio. Non l'avrebbe detto, ma se Renato diceva così... Lui si fidava di Renato. Ma pareva un uomo, non era per niente una mezza femmina. Solido. E anche la voce era maschile, profonda. E il modo di muoversi, di gesticolare, da maschio... Cominciarono a spostare i mobili. Sì, il padrone di casa era forte. Meno di lui, ma forte.

Sistemarono i mobili della camera da letto. L'antico armadio a due ante e due cassetti in chiaro legno massiccio. Il letto da una piazza e mezzo con le due alte testiere in legno ricurvo e intarsiato. Un tavolinetto a tre zampe con una sedia. Un cassettone a baule. Un comodino.

"Antichi questi mobili. Cose di famiglia?"

"In un certo senso..." rispose Stefano.

"Devono valere tanti bei soldi..."

"Non ne ho idea."

"Penso di sì... Andiamo a mettere a posto le altre stanze? Cosa facciamo, ora?"

"Il soggiorno."

"Va bene."


Stefano osservava il ragazzo. Aveva un'aria semplice, pulita. E un bel corpo di cui sembrava inconscio: ne indossava la bellezza senza mostrarla, quasi senza rendersene conto, un po' come si indossa l'abito di tutti i giorni. Di solito i ragazzi così belli sono fieri del loro corpo, della loro bellezza, la esibiscono, più o meno consciamente. Il ragazzo no.

"Mi guarda." disse ad un certo punto Maurizio e non era una domanda.

"Sì, sei forte e molto ben fatto."

"Il mio lavoro." disse l'altro con semplicità.

"Fai anche sport?"

"Un po' di palestra, un paio di volte alla settimana."

"Pesi?"

"Nooo! Ne sollevo abbastanza al lavoro." rispose sorridendo il ragazzo. "Karate."

"Ti piace?"

"Dà agilità."

Ripresero a sistemare i mobili.

"Lei deve essere ricco, con tutti questi bei mobili. Come mai ha preso una casa così modesta? Andati male gli affari?"

"Ricco? No. Me li ha lasciati una persona cara, che è morta."

"Ricordi, allora. Belli. Era un suo amico?"

Stefano lo guardò studiandolo ma capì che la domanda non nascondeva nessuna malizia.

"Sì, un carissimo amico. È morto quest'estate."

"Ah. Era vecchio?"

"Cinquanta anni esatti."

"Beh, non vecchio. Un incidente?"

"Cancro."

"Brutta malattia. Mio padre è morto che aveva anche cinquanta anni. Ma lui cirrosi. Beveva troppo."

"Sei solo, ora?"

"No, sto con mammà. Eravamo quattro figli. Si sono sposati, tre."

"Sei il più giovane?"

"No, il più vecchio. Io ho ventitré anni. Tutti e quattro in fila: ventidue, ventuno e venti la piccola."

"E si sono sposati. Presto."

"Beh, i due fratelli subito dopo il militare. Mia sorella aveva diciassette anni, era incinta."

"E tu? Non ti sposi?"

"Finché campa mamma, no. Ha bisogno di me. È malata. E con le nuore, non è che leghi tanto. Ha bisogno di me."

"Ma tu, non hai bisogno di una donna?"

"Oh, quelle non mancano. Ma non mi faccio incastrare, uso sempre il guanto." rispose il ragazzo tranquillo.

Stefano era affascinato dalla semplicità con cui il ragazzo parlava di quegli argomenti.


"Le piace così?" chiese il ragazzo.

"Cosa?"

"Questa stanza. Non starebbe meglio là, questa credenza?"

"Forse hai ragione. Spostiamola, poi mettiamo a posto la cucina."

"Va bene."

Andarono in cucina. Anche i mobili della cucina erano antichi, solo il fornello, il frigo e il microonde erano quasi nuovi.

Il ragazzo chiese:

"Come si chiama, lei?"

Stefano lo guardò un po' stupito e rispose: "Genta..."

"No, il nome."

"Stefano."

"Posso chiamarla Stefano?"

"Beh, sì, se vuoi..."

"Io mi chiamo Maurizio. Come mio nonno. Mia madre voleva chiamarmi Giulio. Ha litigato con mio padre. Per fortuna ha vinto lui. Preferisco Maurizio a Giulio. Però assomiglio di più a mia madre... Questo dove va, Stefano?" chiese il ragazzo indicando un mobile.

"Andrebbe sopra a questo armadio, ma senza una scala, temo che non gliela faremo. Possiamo lasciarlo qui in terra, per ora. Nei prossimi giorni..."

"No, io dovrei riuscirci, sono abbastanza alto..."

"È alto, questo armadio."

"Non troppo. Devo solo prenderlo bene. No, si sposti, lasci fare a me, è più facile se faccio da solo."

Il ragazzo si mise in posizione, afferrò il mobiletto quasi cubico e lo sollevò, su su, fino a portarlo all'altezza del piano superiore dell'armadio e cercò di farvelo scivolare sopra.

"No, dall'altro lato... Lo sportello..." disse Stefano.

Il ragazzo guardò in su e si girò di fianco: "Così?"

"Sì, ma... così non ci riesci... aspetta che t'aiuto..."

"No..." rispose il ragazzo e spostò il pezzo appoggiandone uno spigolo sul ripiano.

Tolse la mano vicina allo spigolo e spinse il mobiletto dall'altro spigolo. Stava scivolando sopra, un po' sghembo, quando pivottò e scivolò indietro.

"Attento!" gridò Stefano.

"Via!" gridò in risposta Maurizio sentendoselo sfuggire dalle mani.

Cercò di bloccarlo, di non farlo cadere, poi di frenarne la caduta ma cadde indietro col mobiletto sul suo corpo. Il ragazzo lanciò un breve grido strozzato e bestemmiò due o tre volte mentre si toglieva di dosso il mobiletto, aiutato da Stefano preoccupato.

"Ti sei fatto molto male?" chiese l'uomo.

Maurizio cercò di alzarsi a sedere e fece una smorfia di dolore.

"No. Ho irrigidito tutti i muscoli... karate...."

"Sarà meglio che chiamo un medico..."

"No, niente di grave. Stai tranquillo."

Il ragazzo era passato al tu senza rendersene conto e Stefano non disse niente.

"Dove ti ha colpito? Dove ti fa male?"

"Qui... e qui..." rispose il ragazzo toccandosi il costato a destra e la coscia a sinistra.

"Prova a muoverti lentamente... Ti fa male?"

"Sì, ma resisto..." disse Maurizio appoggiandosi al braccio dell'uomo e tirandosi su lentamente.

Stefano sentì la mano forte del ragazzo sul suo braccio e provò un lieve brivido.

"Vieni di là, sul materasso. Vediamo come ti sei conciato."

Maurizio, appoggiandosi a lui, zoppicando lievemente e un po' curvo in avanti, arrivò al letto e si lasciò andare pesantemente sul materasso.

"Togliti maglietta e calzoni..." gli disse Stefano, poi soggiunse: "Vuoi che ti aiuti io? Ti fa male muoverti?"

"Un po'... grazie..."

L'uomo gli sfilò la maglietta. Un'area più grossa di una mano, triangolare, si stava arrossando sul costato del ragazzo sotto la mammella destra.

"T'ha preso con uno spigolo, qui..."

"Sì, pare."

"Sta arrossando, ma la pelle è intatta. Vediamo ora la gamba."

Maurizio si sbottonò la patta e, sollevando il bacino, si fece scivolare i calzoni sulle anche. Stefano glieli calò fino alle ginocchia. Non poté fare a meno di lanciare una rapida occhiata al pacco contenuto nelle bianche mutande, ma guardò subito la coscia.

"Qui c'è uno sfregamento e sta anche arrossando. Una lieve escoriazione, ma non è ferito. Non ho neppure del ghiaccio, purtroppo. Aspetta, bagno un paio di asciugamani e ce li mettiamo sopra per non far gonfiare troppo. Meglio di niente, credo."

"Mi dispiace darti tanti problemi..."

"No... in fondo è un po' colpa mia... Aspetta che cerco gli asciugamani. Mi pare che la roba del bagno è nello scatolone numero 7..." Aprì lo scatolone e vi frugò dentro. "Sì, eccoli... ah e c'è pure la crema per i massaggi. Forse ti farà bene..."

Andò in bagno ad inumidire i due asciugamani, li ripiegò e tornò applicandoli sui due punti colpiti.

"Adesso li lasciamo lì per un po', poi ti faccio un massaggio."

"Sei un massaggiatore, tu?"

"No, lo era il mio amico. Era molto bravo. Mi ha insegnato lui."

"Il tuo amico che è morto di cancro?"

"Sì, lui."

"Eravate molto amici?"

"Vivevamo assieme."

"Vi volevate bene?"

"Certo."

Stefano era stupito per la semplicità con cui il ragazzo aveva fatto quelle domande, senza alcuna malizia.

Maurizio continuò: "Anche io e Renato, il mio collega di prima, siamo molto amici. Ci dividiamo sempre tutte le ragazze."

"Vi... dividete le ragazze?"

"Sì. Lui è un drago con le sedicenni. Gli cascano tutte fra le braccia come pere cotte. Se le fa, poi me le passa. Io non riesco mai a rimorchiarne una. Sono troppo timido."

"Sedicenni? Non sono troppo giovani?"

"No, sanno fare bene l'amore."

"Ma sono minorenni. Potreste avere dei problemi con le famiglie... con la legge..."

"Usiamo sempre il guanto. E non ne abbiamo trovata ancora una vergine. E sono loro che a volte lo chiedono... Almeno a Renato."

"Resta sempre pericoloso, no?"

"Sono carne fresca, come dice Renato. Quelle più vecchie saranno magari più esperte, ma sono larghe come portoni. E poi cercano di fregarti, vogliono un marito, quelle." ribatté Maurizio con la sua solita tranquillità.

Stefano era stupito. Maurizio non ne parlava con disprezzo, né con morbosità, né con pudore o vergogna: era evidente che per lui era un qualcosa di giusto, di naturale, di logico...


Stefano guardò quel corpo seminudo steso sul suo materasso. Era come cesellato, i muscoli ben sviluppati ma non gonfi, una lieve peluria sotto l'ombelico spariva sotto l'elastico delle mutande piene, le gambe sode lievemente pelose che la peluria bionda rendeva dorate. La pelle chiara ma leggermente abbronzata. Era bello da far male agli occhi...

"Siamo in novembre e sei abbronzato. Fai le lampade?" chiese Stefano.

"No, sta andando via. Tutta l'estate s'andava al fiume con Renato e si prendeva il sole nudi. Abbronzatura integrale. Alle ragazzine le fa andare in pallone non vedere la striscia bianca del costume. Renato lo dice alle ragazzine mentre ci balla: noi non siamo culi pallidi, prendiamo il sole nudi. E quelle dicono che gli piacerebbe controllare..."

Anche questo lo raccontò senza malizia. E anche il membro del ragazzo rimaneva, voluminoso ma morbido, immobile nelle mutande.

"Adesso ti faccio un bel massaggio. Questa crema è molto buona, la usano nelle palestre per tonificare la pelle e facilitare la circolazione. E fa anche bene sulle contusioni."

"Brucia?" chiese Maurizio con un velo di preoccupazione nella voce.

"No, per nulla. Ti farà un po' male quando passerò con le dita sulle parti contuse..."

"Non fa niente." rispose il ragazzo.

Stefano si spalmò la crema sulle mani scaldandola e cominciò a massaggiare il petto ed il fianco del ragazzo torno torno alla contusione. La pelle di Maurizio era soffice come seta, la carne soda. Stava per passare le mani sulla parte dolorante, perciò cercò di distrarlo.

"Così fai karate. Autodifesa, no?"

"Sì, ma non è per quello. È per l'agilità e la prontezza di riflessi. Anche se prima non è che sia stato tanto pronto..." ridacchiò Maurizio.

All'uomo dava piacere sentire sotto le mani il corpo fresco del ragazzo.

"Quant'è che fai karate?"

"Due anni, quasi tre."

"Lo fa anche il tuo amico?"

"Chi, Renato? Nooo, lui no. Lui va a scuola di ballo, per attirare meglio le ragazze. Balla proprio da dio!"

"Pensa solo alle ragazze, lui?"

"Beh, un maschio giovane e sano... e poi anch'io. E dà piacere."

"Non ti sei mai innamorato, tu?"

"No, non ancora, per fortuna."

"Per fortuna? Perché?"

"Perché se no uno è fregato e smette di divertirsi. Uno deve lavorare tutto il giorno, deve anche divertirsi un po', no? Va be' che adesso non devo più mantenere anche i miei fratelli ma solo mia madre. Adesso non faccio quasi mai straordinari, non è più necessario..."

"Li hai mantenuti tutti tu?"

"E chi sennò, dopo che è morto il mio vecchio?"

"Quanti anni avevi?"

"Quando è morto? Quattordici. Ho lasciato la scuola e mi son messo a lavorare. In nero si capisce, i primi due anni. Mica mi è dispiaciuto. Non è che mi piacesse studiare."

"Ti capisco." disse sorridendo Stefano pensando ai suoi ex allievi. "E gliela facevi con la tua paga a mantenere cinque persone?"

"Beh, è stata dura ma mi davo da fare. Non ho mai lavorato tanto come in quegli anni! Adesso, questo lavoro, mi pare riposante." sorrise il ragazzo.

Parlava con l'ingenuità e la semplicità di un ragazzino, ma aveva un corpo da uomo.

Stefano ora gli massaggiava tutto il petto, i fianchi, le spalle, le braccia muscolose, tornando di tanto in tanto sulla parte contusa. Scese a massaggiargli la coscia destra. Il ragazzo era a suo agio, completamente rilassato. Stefano era un po' eccitato.

"Sei bravo a fare massaggi, tu. Potresti guadagnare un sacco di soldi..."

"Pensi?"

"Certo. Una volta in palestra ho fatto una brutta caduta e hanno chiamato un massaggiatore. Era bravo, eppure non valeva manco la metà di te. E costava! Hai massaggiato tanta gente, tu?"

"No, solo Carlo."

"Il tuo amico?"

"Sì, lui."

"E gli piaceva, scommetto." disse Maurizio ma di nuovo senza sottintesi.

Stefano era deliziato dall'innocenza del ragazzo.

"Lui era un vero massaggiatore."

"Me l'hai detto. E lui massaggiava te." affermò il ragazzo.

"Certo."

"Bello. Doveva essere bello."

"Lo era."

"Avete vissuto molto assieme?"

"Venti anni..."

"Cazzo! Un matrimonio!" disse Maurizio prendendo atto.

"Sì, molto simile."

"Chi di voi due faceva la femmina?" chiese tranquillo. Stefano si bloccò e lo guardò negli occhi. Il ragazzo lo guardò con aria perplessa e gli chiese: "Ho detto qualcosa che non va? Fra due uomini, non c'è uno che fa il maschio e l'altro la femmina?"

"Credo che siano cose personali, no?"

"Beh, sì... hai ragione. Era solo curiosità la mia. Sei il primo frocio che conosco..."

"Non mi piace quella parola."

"Frocio, vuoi dire? Perché? Non sei frocio tu?"

"È una parola che dice disprezzo. Preferisco gay."

"Ghei? Va bene. Mica volevo disprezzare nessuno, io. Vi ho sempre sentito chiamare così. Ma se preferisci... ghei. Sei il primo che conosco..."

"Mai incontrato uno in vita tua?"

"Che io sappia, no. Almeno non mi sono mai accorto."

"E come hai capito che sono gay, allora?"

"Mica l'ho capito io. No. Me l'ha detto Renato. Lui le capisce queste cose, anche se non so come fa. Per quello m'ha fatto togliere la maglietta, così dice che ci davi una mancia più alta..."

"In gamba, questo Renato." disse con sarcasmo Stefano.

"Sì." rispose il ragazzo senza cogliere l'ironia nella voce dell'altro.

"È lui che t'ha detto che i gay sono femmine?"

"No, ha detto che quando scopano uno fa la femmina e uno fa il maschio."

"Cioè uno lo prende in culo e l'altro lo mette..." disse Stefano.

"Sì, così. E quello che lo prende è femmina."

"E se uno prima lo prende e poi lo mette, che cos'è?"

"Mah, non so... funziona così?"

"Spesso."

"Non lo sapevo."

Stefano aveva finito di massaggiare anche l'altra gamba.

"Ecco fatto. Come ti senti?" chiese sollevandosi.

Maurizio si alzò a sedere e gli prese le mani per i polsi: "No, non smettere, per favore. Massaggiami ancora. È molto bello come lo fai tu." disse portandosi le mani di Stefano sul petto, "Vuoi?" chiese poi.

"Se ne hai ancora bisogno... volentieri." rispose Stefano fingendo indifferenza.

Maurizio si stese e chiuse gli occhi. Lasciò i polsi di Stefano e mentre questi riprendeva a massaggiarlo sul petto, gli diede una lieve carezza sulle mani. L'uomo fu stupito da questo gesto.

Dopo avergli massaggiato i pettorali, le mani di Stefano scesero sul ventre e sui fianchi del ragazzo.

"Sì, bravo..." sussurrò questi, "Scendi un po' più giù... ancora un po'... sai dove, no?"

Stefano si sentì il sangue martellare nelle tempie: non aveva neppure sognato una cosa del genere...

"Sì, lo so, lo so, ragazzo." sussurrò a sua volta.


Maurizio sollevò appena le anche e si fece scivolare le mutande fino alle ginocchia assieme ai calzoni, sempre gli occhi chiusi.

Stefano tremò appena di anticipazione e di desiderio e guardò, ammirò il più bello spettacolo di virilità giovane e maschia che avesse mai visto. Un membro perfetto in forma, dimensioni, aspetto, colore. Perfettamente proporzionato al bel corpo che adornava.

Appena vi portò le mani lo sentì rispondere, fremere, iniziare ad inturgidirsi sotto i suoi tocchi sapienti, al suo massaggio erotico. E presto svettò ritto, duro, puntato fiero verso l'alto, come un soldato sull'attenti, una colonna di carne fremente, l'albero della vita nell'Eden. I testicoli tondi e sodi si muovevano lentamente nel sacco teso, di loro volontà. Stefano era come ipnotizzato: vi passò i polpastrelli in muta adorazione, facendolo fremere forte e sentendo quel fremito contagiarlo attraverso le dita e disperdersi in piacevoli brividi per tutto il suo corpo.

Affascinato, chinò il capo fino a coglierne l'odore muschiato e maschio che inalò profondamente, quindi schiuse le labbra e se lo fece scivolare tutto in bocca.

Il corpo del ragazzo ebbe un guizzo verso l'alto, quasi a penetrare meglio quella bocca tanto accogliente, ed emise un basso mugolio come di un animale ferito e rabbrividì con forza. Stefano lo succhiò con amore, con passione, con abilità, con dedizione, carezzando frattanto il ragazzo nelle zone erogene, fino a farlo tendere come la corda di un violino, vibrare come la corda di un arco e finalmente l'arco scattò e il ragazzo si liberò del suo carico di seme, lanciandolo nelle profondità della bocca dell'uomo in una serie di intensi spasimi.

Maurizio di colpo si rilassò e giacque, gli occhi chiusi, ansimante.

Stefano, bevuto l'elisir, riprese a massaggiarlo lievemente dal collo alle ginocchia poi di nuovo su verso il collo, con dolcezza, ammirando quel corpo maschio davvero perfetto, provocandogli ancora brevi fremiti di estasi.

Infine Stefano tolse le mani e con voce bassa e calda per l'emozione, disse: "È tardi. Hai fame?"

"Sì."

"Scendo un attimo al bar qui sotto e prendo panini e birra. Tu rilassati..."

"Bene."

"Faccio in fretta. È meglio che ti ricopri, frattanto, fa fresco."

"Sto bene, così."

"Vado."

"No, aspetta..."

"Che c'è?"

"Volevo dirti... grazie. È stato fortissimo. Mai provato niente di così bello. Sei meglio di tutte le ragazzine che ho avuto... Sei bravissimo. Dove hai imparato quei trucchi?" gli chiese il ragazzo guardandolo con evidente ammirazione, semisollevato sul materasso.

"Anni fa, prima di conoscere Carlo. Da un marinaio americano."

"Sei eccezionale davvero."

"Grazie."

"Dopo mangiato... ti va di farlo di nuovo, massaggi e tutto? Il dolce dopo la cena?" chiese sorridendo accattivante.

"Non hai un appuntamento col tuo amico... e le ragazze?"

"Ormai è tardi. E preferisco te. Me lo fai di nuovo, più tardi?"

"Come vuoi tu, Maurizio. Adesso vado, e torno."

"Ottimo." disse il ragazzo stendendosi di nuovo sul letto.


Stefano prese otto panini imbottiti e quattro birre e risalì in casa. Il ragazzo era ancora steso sul letto, ora completamente nudo. S'era anche sfilate scarpe e calze e liberato di calzoni e mutande e s'era steso languidamente. Aveva gli occhi chiusi.

"Dormi?" chiese sottovoce Stefano.

Il ragazzo aprì gli occhi e lo guardò sorridente: "No, ti aspettavo."

Stefano sedette sul letto e il ragazzo si alzò a sedere. Mangiarono. Maurizio mangiò cinque panini, Stefano tre. Bevvero una birra a testa.

"Grazie, Stefano. Sono contento di averti incontrato... e anche... di essermi fatto male."

"Davvero? Anche se sono frocio?"

"Non si deve dire frocio, no? Si deve dire ghei..." disse Maurizio guardandolo stupito. Poi gli disse: "Ma adesso, basta parlare. Vuoi ricominciare a... a massagiarmi e... e tutto? Va bene?"

"Va bene, Maurizio. Stenditi comodo."

"E vacci calmo, stavolta. Non c'è fretta. E non pensare a cose tristi. Pensa a me e vedrai che starai meglio anche tu. D'accordo?" disse il ragazzo con un tono dolce nella voce.


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