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una storia originale di Andrej Koymasky


LA STRANA COPPIA CAPITOLO 5 - SCHERMAGLIE

La sera del sabato Stefano era stanco morto. Fece una doccia, si cambiò, guardò tutte le casse e gli scatoloni aperti e parzialmente svuotati. "Un po' per volta..." si disse mettendo la giacca. "Stasera vado a trovare Piggì al Taboo. Sarà pieno, di sabato..."

Quando arrivò al pub c'era poca gente.

"Oh, Steu! Sono felice di vederti..."

"Anch'io. Pensavo ci fosse più gente..."

"È presto. Cominciano ad arrivare verso le 10,30. Così possiamo fare due chiacchiere tranquilli. Come stai?"

"Meglio. Mi sto sistemando a casa, poco per volta..."

"Sì... stasera hai una faccia più bella di ieri, più... tua."

"Mia?"

"Ieri sera eri più spento, ecco."

"Sì, è vero. Qualcosa s'è rotto, stanotte, in me e sta tornando fuori lo Stefano di prima."

"Ma dimmi, che fai adesso che sei tornato? Insegni ancora?"

"Ti ricordi che facevo il professore!"

"Che domande! Mi ricordo tutto di voi due... oh, scusa."

"No," disse Stefano sorridendogli, "non hai niente da scusarti, anzi... Stanotte ho capito che non sono io ad essere morto con Carlo ma che è lui a continuare a vivere con me. In me. Questo mi ha consolato."

"Beh... sono contento, ma..." disse sorridendo incerto l'uomo.

"Ma?" l'incoraggiò l'altro.

"Ecco, puoi dirmi che non sono affari miei e avresti ragione, ma... non puoi smettere di vivere per conservare viva un'unione che..."

Stefano gli sorrise: "Vuoi dire che devo cercarmi un altro uomo?"

"Beh, per lo meno... non rifiutarti di vederlo se lo incontri."

"Sì, certo. Stai tranquillo. Non farò la vedova inconsolabile. È proprio questo che ho capito. Lo ero fino a ieri appunto perché mi sentivo morto con lui e allora non m'interessava più niente. Oggi è diverso. Certo, Carlo mi manca, mi mancherà sempre. Ma anche se trovassi un altro uomo, un giorno, ormai Carlo fa parte di me. Capisci cosa voglio dire?"

L'uomo annuì: "Bene, Steu. Ma non m'hai detto se ancora insegni..."

"No. Quando Carlo è morto volevo andarmene via da Bologna. Allora ho presentato domanda di prepensionamento. Sai che noi statali si può andare in pensione già dopo 19 anni 6 mesi e 1 giorno, no? Io ne avevo 23. Così ho terminato l'anno scolastico, ho venduto il nostro alloggio di Bologna e son tornato qui. La pensione è minima, ma con qualche cautela dovrei riuscire a viverci."

"Pensionato alla tua età! E che farai tutto il giorno? Non t'annoierai?"

"Non so, non credo. Probabilmente mi metterò a scrivere. Ho sempre spgnato di farlo ma non mi ci sono mai messo."

"Scrivere? Bella idea. Romanzi?"

"Sì... o racconti. Non so ancora. In fondo lo desidero ma non ho avuto mai il coraggio di provarci."

"Sia come sia, devi trovarti un'occupazione, un hobby. Sei giovane. Non puoi appiattirti, fare il... pensionato."

"Certo. vedremo. Per ora devo finire di sitemarmi. Carino qui da te, un bel locale."

"Sì, mi piace. L'ho risitemato un tre anni fa. Ho progettato tutto io e ho trovato buoni artigiani che me l'hanno sistemato così. Anche alla clientela è piaciuto, c'è più gente di prima."

"Dicevi che gestisci... non è tuo?"

"No no, è mio: proprietario e gestore, volevo dire."

"Non sei solo a gestire un locale così..."

"No certo. Adesso c'è con me Pino, quel ragazzo che sta parlando al telefono, e in cucina c'è Renzo. Più tardi viene Tony. E ti giuro che nelle ore di punta dobbiamo correre come trottole. Tutti assunti regolarmente. Qualche volta uno o due altri ragazzi mi danno una mano se c'è troppo affollamento e allora li pago a ora."

"Accipicchia! Gli affari devono andarti bene davvero, allora."

"Sì, vanno bene."

"E la vita sentimentale?"

"Quella? Mah, libero come l'aria come t'ho detto. Anche se il mio letto non è sempre vuoto, anzi... Nonostante i miei quasi sessanta anni, e qualche chilo di troppo, trovo ancora qualche giovane che mi fa gli occhi dolci e a cui interessa fare un giro tutistico nel mio culone." disse l'uomo ridendo ed abbassando la voce.

Stava entrando altra gente. Il proprietario del pub tornò al bancone. Stefano li guardava entrare chiedendosi se ne avrebbe riconosciuto qualcuno. Ma, rifletté, i suoi amici di allora ora erano per forza tutti sopra la quarantina. La maggioranza degli avventori era invece sotto quell'età. Bella gioventù...

Dopo un po' vide entrare un ragazzo sui venticinque anni, piuttosto bello. Quando questi entrò si fermò un attimo sulla porta e scandagliò con lo sguardo i tavoli come se cercasse qualcuno. Gli occhi del giovane incontrarono quelli di Stefano e si soffermarono un attimo. Poi il cliente andò a sedere su uno degli alti sgabelli del bancone. Stefano lo seguì con lo sguardo.

Era vestito con eleganza sobria ma ricercata, aveva un corpo ed un portamento che facevano pensare ad un indossatore. Capelli castano chiari, voluminosi, pettinati con cura. La cosa che però più aveva colpito Stefano erano gli occhi del ragazzo: né freddi né caldi, eppure vivi. Gli occhi di un esaminatore imparziale, distaccato ma attento. Vide che il ragazzo parlava con Piggì e che l'amico guardava verso di lui. Poi Piggì uscì da dietro il bancone e si avvicinò al tavolo di Stefano, seguito dal ragazzo.

"Posso presentarvi? Lui è Luciano, è fotomodello e presentatore a una TV locale, e lui è Stefano, un mio carissimo amico appena tornato a Torino dopo una lunga assenza."

Stefano si alzò e i due si strinsero la mano dicendo contemporaneamente "Piacere." Piggì tornò al bancone.


"Le spiace se siedo qui con lei?" chiese l'altro e Stefano ne sentì la voce calda e bassa, sensuale.

"No, certo, siediti. Ma... potremmo darci del tu, no?"

"Grazie. Diceva Piggì che sei tornato da poco a Torino."

"Ieri. Da ieri. Sto ancora sistemando casa, un macello..."

"Dove sei stato?"

"A Bologna. Per vent'anni."

"Ma tu sei di qui?"

"Sì, la mia famiglia era di qui. Ma non ho più nessuno, qui. E tu?"

"Io sono lucano, d'origine, ma vivo qui da quasi vent'anni. Sono arrivato circa quando tu te ne sei andato. Ho la famiglia, ma da sei anni vivo per conto mio."

"Solo?" chiese Stefano.

"Sì, solo."

"Come mai? Un bel ragazzo come te..."

"Una storia finita male, due anni fa. Durata quattro anni. Uno crede di conoscere una persona e invece... Ma l'amore è come l'araba fenice."

"L'araba fenice?"

"Sì, sai, no? Che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa! Un modo di dire..."

Stefano era affascinato da quel giovanotto, ma al tempo stesso un po' perplesso. Non l'aveva ancora mai visto sorridere.

L'altro gli chiese: "Ma anche tu sei solo?"

"Sì, il mio uomo è morto poco più di un anno fa..."

"Oh, mi dispiace. Stavate da tanto assieme?"

"Ci eravamo messi assieme ventitré anni fa. Vissuti assieme, diciannove..."

"Accidenti! Un vero record. Come avete fatto?"

Stefano sorrise: "Evidentemente avevamo scoperto dove sta l'araba fenice..."

L'altro annuì, sempre senza sorridere. Stefano si sentiva disturbato da quell'assenza di sorriso. Parlarono ancora un po'.

Poi Luciano gli disse: "Tu mi hai colpito appena sono entrato. Sei un bell'uomo e... c'è calore nei tuoi occhi."

"Grazie."

"Io... ecco, non vorrei metterti in imbarazzo, ma... tu mi piaci molto. Mi attrai molto..."

"Grazie. Anche tu hai del fascino. Mi sei tutt'altro che indifferente." rispose Stefano e per la prima volta sul volto dell'altro passò un rapido sorriso.

Luciano posò una mano sulla mano dell'altro, sul tavolo. "Posso offrirti qualcosa?" gli chiese con quella voce profonda e suadente.

"Grazie... una birra scura."

"Grande?"

"Media."

Luciano si alzò ed andò ad ordinare. Stefano sentì un lieve fremito di piacere qua e là per il corpo. Quell'abbozzo di sorriso aveva aperto un varco, per un attimo, nella maschera di impassibilità dell'altro. Chissà perché indossava quella maschera? Insicurezza, forse?

La serata trascorse piacevolmente. Verso mezzanotte il locale era veramente affollato e non c'erano più posti a sedere. Parecchi facevano crocchio in piedi. Il cicaleccio era forte. Ogni tanto squillava una risata o sorgeva una voce che scheccava e il tutto metteva allegria. Stefano trovava gradevole la conversazione con Luciano. Questi, sia pur di rado e per frazioni di secondo, a volte sorrideva.

Verso l'una Luciano gli disse: "Ho la macchina qui fuori. Posso accompagnarti a casa?"

"Grazie. Sei molto gentile."

"È un piacere stare con te." disse Luciano, poi soggiunse guardandolo dritto negli occhi: "Vorrei stare con te tutta la notte, da solo, per conoscerti più intimamente."

Stefano ebbe un brivido di piacere. "Casa mia è tutta in disordine. Ho appena traslocato."

"Non importa. Mi ospiti questa notte? nel tuo letto?"

"Volentieri." rispose Stefano sentendosi battere il cuore.


Luciano era conscio della propria bellezza e mentre si spogliava davanti a Stefano era evidente che si attendeva ammirazione. Il suo corpo era liscio, glabro, appena muscoloso ma dolce, perfetto. Abbronzatura lieve, uniforme, integrale. Il membro semieretto, di buone dimensioni, circonciso. Luciano, ritto davanti a Stefano accanto al letto, si fermò nudo, in una posa apparentemente naturale, plastica, le gambe appena divaricate, le mani appoggiate sul bacino lievi, la destra un po' più su la sinistra più giù quasi ad incorniciare il bel membro e negli occhi una luce particolare.

"Sei molto bello." disse Stefano sapendo che l'altro aspettava di sentirselo dire. Ed era vero.

Luciano ebbe un guizzo compiaciuto negli occhi: "Ti piaccio davvero?"

"Sì, certo. Sei bello davvero."

Il membro del giovanotto rispose a questo complimento iniziando lentamente a sollevarsi. Stefano gli si inginocchiò davanti, mise le sue mani su quelle dell'altro ed avvicinò il viso all'asta ormai eretta. Sentì un lieve profumo di colonia, fra il dolce e l'aspro, buono, ma si rammaricò di non sentire il profumo del sesso virile, che preferiva.

Avvicinò le labbra a quel membro turgido ed iniziò a baciarlo, a leccarlo nei punti e nel modo giusto, finché lo prese in bocca. Lo sentì fremere e lo succhiò con arte.

"Mmmh! Sei proprio bravo!" mormorò l'altro con voce arrochita per il piacere.

Sfilate le mani da sotto quelle di Stefano, con una lo carezzò sui capelli, con l'altra si carezzò il ventre ed il petto. Quando Stefano lo sentì fremere con maggiore intensità, si alzò e lo sospinse sul letto quindi vi salì lui pure.

Luciano si impadronì della sua erezione e la palpò: "Hai il corpo di un trentenne, tu... Mi farai passare una bellissima notte, lo sento..."

Stefano sorrise a quelle parole e pensò che in fondo Luciano non era molto dissimile dall'ingenuo Maurizio. Entrambi pensavano soprattutto al piacere che avrebbero potuto ricavare da lui. Ma che importa, concluse stendendosi su Luciano e baciandolo in bocca. L'altro rispose al suo bacio e gli carezzò lieve la schiena. Poi, tenendolo stretto, si girò in modo di far mettere Stefano con la schiena sul materasso e di stargli sopra. I loro sguardi erano fissi l'uno negli occhi dell'altro e quelli di Luciano lo scrutavano con intensità, fino in fondo. Il giovanotto si alzò in ginocchio e si mise a sedere sul bacino dell'uomo, sfregando il solco del proprio sedere sulla dura erezione dell'altro e il proprio membro sul suo ventre teso.

"Ti voglio sentire tutto dentro. Questo tuo bel palo mi deve far morire dal piacere." disse Luciano sollevando appena il bacino per permettere al membro del compagno di rizzarsi senza ostacoli.

Stefano allungò una mano per prendere la crema dal comodino e la porse all'altro. Questi, spostandosi appena, lubrificò accuratamente il palo dell'uomo e poi il proprio foro. Posò la crema, quindi, tenendo fermo con una mano l'oggetto del suo desiderio, vi si calò sopra facendosi penetrare. Stefano sentì il proprio turgore inguainarsi nel caldo ricettacolo accogliente, sempre più a fondo, finché Luciano fu ben seduto sul suo pube.

"Ah, così... Mi piace!" disse il giovanotto.

Stefano gli carezzò il membro e il ventre, gli titillò il glande scoperto e liscio come seta. Luciano cominciò a molleggiare su e giù su quel palo saldamente infisso in lui e frattanto si strofinava i capezzoli. Il suo volto si tese in una lieve smorfia di piacere.

"Mi piace, sì... mi piace sentirmi il tuo cazzo in culo! È proprio della misura giusta." mormorò compiaciuto il giovanotto.

Già, pensò Stefano, io per te sono solo un cazzo della taglia giusta. Cos'è il mio, una taglia diciotto? Mi farai godere, ma solo perché questo fa godere te.... Ma non disse nulla. In fondo era piacevole, almeno fisicamente.

L'altro aveva chiuso gli occhi e continuava a molleggiare su e giù a ritmo, con forza, quasi stesse cavalcando al trotto un puledro. Stefano si chiese se l'altro facesse equitazione, come sport, ma di nuovo tacque.

"Oh, è bello, mi piace!" mormorò il giovanotto rovesciando la testa all'indietro.

Stefano poggiò le mani sulle cosce dell'altro carezzandole e palpandole, sentendone i muscoli guizzare ad ogni colpo. Sentì l'orgasmo avvicinarsi, tenderlo. Anche il bel giovanotto se ne rese conto e, afferratosi l'uccello, iniziò a masturbarsi con forza, allo stesso ritmo della cavalcata. Stefano si tese tutto in un violento spasmo di piacere e si lasciò andare svuotandosi di colpo dentro l'altro in forti getti. Questi gli si premette con forza contro il pube agitandosi e sfregando; dopo poco anche Luciano, che aveva arcuato indietro il torso, schizzò alti getti di seme che irrorarono il proprio petto e ventre. Il giovanotto gemette con forza il proprio godimento, restando immobile, teso, premuto a fondo sul palo di Stefano, una mano ancora sul proprio membro e l'altra poggiata indietro sul letto, fra le gambe di Stefano, a sorreggere il peso del proprio corpo teso e chinato all'indietro. Ansimò per pochi secondi, poi si tirò di nuovo su ed aprì gli occhi a guardare Stefano.

"Ragazzi, che goduta! È stato molto bello, Stefano, grazie,"

Stefano lo guardò senza rispondere. "Sei bello, Luciano." gli disse poi.

Questi si sfilò lentamente da lui. "Vado un attimo in bagno a ripulirmi. Torno subito." disse e scese agile dal letto.

"Quella porta..." indicò Stefano mentre s'alzava a sedere.

Prese una sigaretta e se l'accese. Sentì l'acqua scorrere. Luciano aveva preso il proprio piacere da lui, Maurizio se l'era fatto dare da lui. Ognuno aveva pensato solo a se stesso. Lui era solo uno strumento di piacere. Chi dei due era meglio? si chiese Stefano facendo anelli di fumo e seguendoli nell'aria nel loro lento evolvere e dissolversi.

Luciano tornò e salì di nuovo sul letto, accanto all'altro.

"Sigaretta?" offrì Stefano.

"No, grazie. Non fumo."

Stefano carezzò lieve il corpo del giovanotto.

"Ti piaccio?" gli chiese questo.

"Sì, hai un gran bel corpo." rispose Stefano e si chiese mentalmente: che gli dico se mi chiede di rivederci? È bello ma... lui non sa dove sia l'araba fenice, è evidente.

"Dormiamo, ora?" chiese Luciano quando l'altro spense la sigaretta nel portacenere.

"Certo, buonanotte." rispose Strefano sistemando le coperte sui loro corpi, spegnendo la luce e stendendosi accanto all'altro.

Questi si girò su un fianco, girandogli la schiena, e poco dopo respirava profondo, immerso nel sonno.

"Bel ragazzo... e basta." pensò Stefano rilassandosi.

Comunque era stato tutt'altro che spiacevole. Solo sesso, certo. Gradevole ma nient'altro che sesso. E neanche del migliore.


Stefano si svegliò sentendosi toccare.

"Ehi, dormiglione. Sono già le nove. Ti va di prepararmi una bella colazione? La scopata di stanotte m'ha messo appetito!" gli disse Luciano.

"Eh... sì certo..." rispose Stefano un po' intontito, "È molto che sei sveglio?"

"No, due minuti, tre. Ma mi annoiavo a star sveglio da solo. E ho fame."

Stefano si alzò ed andò in bagno. Si lavò. Si rivestì.

Luciano, restato a letto, gli chiese: "Ti rivesti? Io, dopo colazione, volevo fare il bis."

"No, ho molto da fare. Devo mettere a posto. Non vedi che casino?"

"Beh... una scopata veloce. Dai!"

"No, davvero." rispose Stefano contrariato, cercando di non darlo a vedere.

"Va bene." disse l'altro. "Vuol dire che ti darò una mano a mettere in ordine." e scese dal letto con aria condiscendente.

"Non è necessario, grazie."

"Ma sì, almeno, se finiamo in fretta, non mi negherai un altro giro su quel tuo bel cazzo, no?"

Stefano si sentì disturbato da quella frase ma di nuovo non reagì.


Dopo colazione cominciarono a mettere in ordine. E Luciano cominciò a decantare le sue conquiste. Parla solo di sé, esiste solo lui, pensò Stefano senza sentirsi neanche più irritato.

Interruppero per scendere a pranzo e volle offrire Luciano. Quindi risalirono e continuarono il riordino.

E Luciano a raccontare: "... e allora io dico a quel ragazzo: se vuoi che ti faccia assumere in TV, io che ci guadagno? E lui: quanto vuole? Cosa vuole, dovresti chiedermi piuttosto, gli dico. E lui: cosa vuole, allora? Io ci tengo a quel posto, sa? E io: che mi fai divertire. E lui, subito, pronto: preferisce di bocca o di culo? o tutt'e due? Capisci? Io l'avevo immaginato che avrebbe ceduto, ma mica così. Io comunque mi sfodero il cazzo e gli dico: vediamo cosa sai fare, per cominciare..."

Stefano quasi non lo ascoltava.

Furono interrotti dallo squillo del campanello.

"Aspetti qualcuno?" chiese Luciano.

"Sì, amici..." mentì Stefano andando ad aprire.

E si trovò di fronte Maurizio, con una busta da panetteria in mano.


Notò che il ragazzo s'era rasato, pettinato con cura e che indossava un completo grigio perla con camicia bianca e cravatta: chiaramente l'abito della domenica. Anche le scarpe nere erano lucide e scintillanti.

Maurizio gli porse il sacchetto: "Mi hai detto che potevo venire da te due o tre volte l'anno... e poi mamma mi ha detto di portarti questi, li ha fatti lei con le sue mani." Si interruppe perché Stefano non aveva né parlato né preso il sacchetto. "Li ha fatti per te... sono ancora tiepidi, ho dovuto aspettare che li sfornasse. Sono biscottini di meliga, spero che ti piacciono." disse incerto.

"Molto gentile da parte sua," disse Stefano prendendo finalmente il sacchetto, "ringraziala."

"È lei che ti ringrazia per i fiori e per i dolci."

"Ah, bene. Vuoi entrare? Ti presento un amico..."

Maurizio entrò ma il suo sorriso si spense quando vide Luciano.

"Luciano, questo è Maurizio." disse e sospinse il ragazzo verso l'altro che gli tendeva la mano.

"Ciao." disse Maurizio senza tendere la propria.

"Stavamo mettendo in ordine le mie cose. Luciano si è offerto di aiutarmi."

Maurizio guardò corrucciato Stefano: "T'avevo detto che t'avrei aiutato io..."

"Sì, certo." rispose nervosamente Stefano.

Avrebbe voluto liberarsi di tutti e due ma ora, vedendoli assieme, soprattutto di Luciano.

"Faccio un tè, vi va?"

"No grazie." rispose il ragazzo serio.

"Sì, ottima idea!" disse contemporaneamente Luciano.

"Sedetevi. Vuoi qualcos'altro, invece del tè, Maurizio? Un caffè?"

"Sì, un caffé, forse..."

"Bene, mentre vado a preparare chiacchierate un po' fra voi, ragazzi." disse Stefano andando in cucina e pensando che quasi certamente i due si sarebbero scontrati ed almeno uno dei due se ne sarebbe andato.

Poi toccava a lui dire di no all'altro... Anzi, no, li avrebbe mandati via tutti e due assieme, sarebbe stato più facile.


"Da quanto conosci il mio amico Stefano?" chiese Luciano con aria indifferente.

"E tu?" ribatté subito il ragazzo.

"Da ieri sera..."

"Allora da molto più tempo io." disse Maurizio guardandolo dritto negli occhi con aria di sfida.

"Beh, mica poi tanto. È arrivato solo l'altro ieri..." disse gelido l'altro.

Maurizio non si scompose e gli chiese: "In meno di ventiquattrore ti consideri già suo amico?"

"Intimo, oserei dire. Non so se capisci che cosa voglio dire."

Il ragazzo rispose asciutto: "Come la biancheria."

"Quale biancheria?"

"Quella intima. Sai, quella che quando è usata, si cambia."

Stefano, dalla cucina seguiva lo scontro e ridacchiava silenziosamente.

Luciano, con voce aggressiva, gli chiese: "Te ne intendi tu di mutande sporche?"

"No, perché non mi piacciono le cose che puzzano."

"Chi puzzerebbe?" chiese l'altro alzando di tono la voce.

"Le mutande sporche, no?" disse calmo il ragazzo.

Stefano si affacciò alla porta della cucina: "Tra poco è pronto. Bella giornata oggi, vero?"

"Sì, calda per essere inverno." rispose Luciano indifferente.

"No, era più bella venerdì." disse deciso Maurizio.

"Oh! Io odio i venerdì." disse quasi in falsetto Luciano.

"Perché?" chiese Stefano.

"Perché venerdì... niente carne!" ridacchiò l'altro.

"Sei così cattolico praticante tu?" chiese Maurizio tranquillo.

"Ah, lascia perdere, non puoi capire certi giochi di parole, certe battute, tu." disse con aria di superiorità Luciano.

Al che Maurizio rispose: "Hai ragione. Non sono andato mai a battere, io."

Stefano rise e disse: "Uno pari, palla al centro. Sta uscendo il caffè. Torno subito."

I due attesero in silenzio guardandosi per storto. Stefano tornò con le tazze fumanti. Poi, mentre le sorbivano, disse: "Bene, ragazzi, adesso vi prego di lasciarmi solo. Ho bisogno di rilassarmi un po'."

"Vengo più tardi ad aiutarti." propose Maurizio con una luce di speranza negli occhi.

"No, grazie. Stasera vado al Taboo."

Finito di bere, li accompagnò alla porta e li salutò. Richiuse e tirò un sospiro di sollievo. E riprese a mettere in ordine casa.


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