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una storia originale di Andrej Koymasky


LA STRANA COPPIA CAPITOLO 7 - TABOO

Il martedì sera, mentre Stefano metteva a posto le provviste lasciando fuori solo il cibo per la cena, suonarono alla porta. Stefano immaginò che fosse Maurizio e si sentì furioso. Possibile che non riuscisse a scrollarselo di dosso? Andò deciso alla porta e l'aprì con aria battagliera.

"Salve Steu!" lo salutò Piggì sorridente ma subito il suo sorriso si spense nel vedere l'espressione ostile dell'altro.

Ma Stefano subito gli sorrise: "Oh, Piggì, questa sì che è una bella sorpresa! Entra..."

"Disturbo?" chiese l'altro restando incerto sulla porta. "Sei in compagnia?"

"No no, entra. Stavo per prepararmi la cena. Ti va di mangiare qualcosa con me?"

"Grazie... certo... Ma hai fatto una faccia, quando m'hai aperto..." disse l'uomo seguendolo in cucina.

"No, niente. Temevo fosse Maurizio."

"La tua guardia del corpo?"

"Sì, lui..."

"Perché temevi? Magari suonasse da me, a qualsiasi ora. Lo accoglierei subito a braccia aperte... anzi, a gambe aperte!" disse ridacchiando malizioso, "È un ragazzo da sogno!"

"Sì, lo è, fisicamente."

"E si vede che ci tiene a te."

"In un certo senso. Gli piace come lo faccio godere."

"E ti ha difeso..."

"Certo ma.... come una proprietà?"

"Beh, da come ti guardava al pub... un po' più, forse."

"No, non credo proprio. È un ragazzo strano..."

"Strano?" chiese Piggì mentre l'altro apparecchiava per due.

Allora Stefano gli raccontò tutto, dalla prima notte passata assieme, alla notte appena trascorsa. Piggì gli sorrise annuendo.

"Sì, adesso capisco il tuo punto di vista. Forse hai ragione tu a volertene liberare. Anche se è un peccato..."

Stefano servì il cibo e si misero a mangiare.

Piggì gli disse: "Ma io ero venuto a chiederti una cosa. A farti una proposta: ti andrebbe di venire a lavorare al pub con me? Sei ore al giorno tutti i giorni dalle venti alle due. Lunedì e marterdì liberi con la possibilità di cambiare il lunedì con un'altra sera che ti può fare più comodo. Ventimila l'ora."

"Ma se prendo un lavoro, mi dimezzano la pensione..." obiettò Stefano.

"In nero, esentasse."

"Ma non è pericoloso, per te?"

"No. Non devi stare dietro il bancone né in cucina ma nelle sale, a parlare con la gente, proporre giochi, creare atmosfera. È quello che manca nel mio pub perché sia perfetto. Io un po' lo faccio, ma solo quando ci sono pochi clienti, perché devo badare alla cassa, vedere che cuoco e camerieri lavorino bene, servire ai tavoli... parlare con qualche cliente. E tu, facendo solo l'animatore di sala, anche se venisse un controllo, passeresti per un cliente allegro e buontempone... e nessuno, neanche gli altri clienti saprebbero che ti pago. No, nessun rischio."

"Ma come giustificheresti più di due milioni e mezzo di uscite al mese?"

"Fai in fretta i calcoli tu... battendo qualche scontrino in meno, o più basso ai clienti che conosco bene. Non è difficile. Accetti?"

"Beh, è allettante... Ma come mi inserirei?"

"All'inizio ti presento io ai clienti abituali. Devi solo avere un po' di facciatosta e attaccare bottone quando li rivedi la seconda, la terza volta. Ma vedrai che presto saranno loro a cercarti. Ti vedranno praticamente tutte le sere nel locale... e presto cominceranno a farti le loro confidenze. Il barista, specialmente se sa tenere la bocca chiusa, spesso diventa una specie di confessore laico. Credo che tu, come ex professore, saresti adatto. Accetti?"

"Beh... si potrebbe provare..." rispose Stefano incerto.

"Ti andrebbe di cominciare domani?"

"Volentieri, ma... ventimila l'ora non sono troppe?"

"Che vuoi, la riduzione invece che l'aumento?" rise l'uomo, "No. Se farai bene il tuo lavoro, altro che quella cifra mi farai guadagnare. La gente si fermerà più a lungo, chiacchiererà di più... consumerà molto di più. Per me sarebbe un ottimo investimento. E poi è un lavoro massacrante, quello che ti chiedo: parlare tutta la sera, ricordarsi tutti i nomi, trattare ognuno nel modo giusto... No, sta tranquillo, che te li guadagneresti davvero."

"A un patto, però: se ti accorgi che non ti serve veramente il mio lavoro, devi dirmelo."

"D'accordo. Ma anche tu, se non ti dovesse piacere qualcosa, devi parlare chiaro."

Si strinsero la mano e parlarono d'altro.


Poi, mentre erano in soggiorno che bevevano un amaro, Piggì gli mise una mano su una gamba e gli chiese a mezza voce: "Steu, ti ricordi della nostra breve relazione?"

"Certo, anche se sono passati trent'anni. Io ne avevo diciotto e tu ventinove, no?"

"Sì. È stata breve, ma piacevole, no?"

"Sì, piacevole nonostante tutto."

"Beh, io allora ero nel mio periodo schiavo-padrone. E a te non piaceva fare il padrone..."

"All'inizio mi divertiva ma poi... mi ha stancato."

"Già. Non l'avevo capito per tempo. Ma poi ho smesso, non divertiva più neanche a me. Ma a me... mi piaceva quando mi prendevi... Mi piacerebbe riprovarci anche solo una volta... solo una volta, con te..."

Stefano sorrise e scosse lieve il capo: "Non so, Piggì, sono passati tanti anni..."

"Certo, io mi sono un po' sfasciato, me ne rendo conto. Il mio corpo una volta era più piacevole... ti capisco."

"No, non è quello, credimi..."

"Non posso certo competere con certi bonazzi che si vedono in giro. E tu potresti averli quasi tutti, credo. Farai stragi, al pub..."

"Non è quello, ti dico. È che ti sento talmente amico che non credo che ci riuscirei... Sei l'unico amico che ho, ora."

Piggì annuì: "Hai ragione, scusami. Fantasie di un povero vecchio! Demenza senile..." disse ridacchiando.

"No, Piggì, non devi scusarti proprio di niente, anzi, ne sono lusingato. E tu non sei un povero vecchio. Credo che anche tu faccia le tue conquiste al pub, no?"

"È vero, non posso lamentarmi. Renzo, il cuoco, viene abbastanza spesso e volentieri nel mio letto e è un vero stallone. Altro che Sylvester. E ogni tanto anche qualche avventura extra. Un paio di volte o tre anche Pino s'è accucciato sotto il bancone a succhiarmelo, sai? Lì in sala, coi clienti che non sospettavano niente..."

Risero. Stefano gli chiese: "E Tony?"

"No, lui no. Lui, anche se a vederlo non lo diresti, è più checca di me a letto. A proposito, quella tua guardia del corpo, com'è a letto?"

"Chi, Maurizio? È il classico ragazzo etero che ti dice: succhiamelo, fammi godere e sta lì immobile a farsi fare il servizio."

"Eppure in qualche modo deve averti dato una cura ricostituente..."

"Sì, il suo seme. È buono, anche."

"A parte quello, che non guasta. La prima volta che t'ho visto eri piatto. Dopo la prima notte con lui, ho visto una luce nei tuoi occhi. Oggi, dopo la seconda, sembri veramente rinato... Deve avere qualcosa di speciale quel maschione etero..."

"Sì, ce l'ha," ammise Stefano, "Una parte di lui è solo un animale che vuole godere. Ma c'è un'altra parte che ne fa una delle persone più tenere e dolci che abbia mai conosciuto. Peccato che le due parti siano completamente separate. Il dottor Jekyll e Mister Hide."

"Te ne stai imbarcando?"

"No, penso di no, non ancora. Ma a volte sa essere così deliziosamente tenero... E così irresistibilmente sensuale..."

"Bimba, ascolata la tua vecchia sorella maggiore, allora. Fatti abbindolare da chi vuoi, qui intorno, ma non da quel ragazzo. Perché da quello che intuisco avendolo visto e da quello che mi dici tu, è il tipo di maschio che non ci possiamo permettere noi dive. È stupido, e gli stupidi sanno farti a pezzi il cuore molto più efficacemente di tutti i furbi messi assieme." Stefano lo guardò annuendo. "Ho ragione, Steu?"

L'altro annuì di nuovo e il suo sorriso si spense: "Ho paura che tu abbia più che ragione, Piggì. Ma non è stupido, è innocente. Semplice, ingenuo..."

"Già, peggio. È l'idiota di Dostojevski. Ancora più pericoloso. È l'elefante che schiaccia la formica: non se ne accorge nemmeno. Senza cattiveria: semplicemente non sa nemmeno che esistono le formiche. Mi fai una promessa?"

"Se posso..."

"Se dovessi ancora rivederlo, ogni volta che scopi con lui fallo subito dopo con almeno altre due persone. Anche se non sarò io. Prometti?"

Stefano rise: "D'accordo, Piggì. Ma io non ho intenzione di scopare di nuovo con lui..."

"Bene, Ma quante volte con lui fino ad oggi?"

Stefano sollevò quattro dita.

"Ok, e quante volte con altri?"

Stefano sollevò un dito.

"D'accordo. Allora prima di andarci ancora a letto assieme, devi farti almeno altre sette scopate con altri maschietti, intesi?"

Stefano, divertito, annuì.

"Guarda che parlo sul serio." disse Piggì.

"Lo so. E so anche che hai perfettamente ragione..."


Stefano stava seduto a un tavolo della saletta interna e parlava con Ugo e Gillo, quando notò gli sguardi di molti girarsi verso la porta con evidente interesse. Si girò anche lui e vide Maurizio che lo guardava con un'aria incerta, ben diversa dalla sicurezza che aveva mostrato nei suoi confronti quand'erano stati soli. Questo fece piacere a Stefano. Fece un cenno a Maurizio di avvicinarsi e il ragazzo gli si accostò indeciso, restando in piedi.

"È molto che sei arrivato?"

"Poco. Il tuo amico al bar m'ha detto che eri qui."

"Perché non m'hai chiamato subito? Sei restato lì sulla porta..."

"Aspettavo che fossi tu a vedermi..."

"Beh, ti voltavo le spalle..." si giustificò Stefano e si dette mentalmente dello stupido per essersi scusato: lui non doveva niente al ragazzo.

"Mi ha detto anche che tu sei qui tutte le sere, fino alle due... vero?" chiese con un lieve tono di rimprovero nella voce.

"Certo, sto bene qui, mi diverto e incontro un sacco di amici, come loro ad esempio..." rispose Stefano indicando col capo Ugo e Gillo.

"Già, devi trovarti bene qui con gente come loro... sono tutti... gay, no?" disse il ragazzo lievemente imbronciato.

"Come me. Almeno qui mi sento di giocare in casa..."

"Come con quello che t'ha pestato?" replicò il ragazzo con aria di sfida.

"Meno pericoloso di chi mi vuole mettere in gabbia. Gay io, gay loro. Parliamo la stessa lingua, almeno." rispose asciutto ma senza aggressività Stefano.

Allora Maurizio gli sedette vicino e gli prese una mano: "Ma tu non sei come... tutti gli altri, qui dentro. Tu vali un milione di tutti messi insieme, in tutti i sensi!"

Stefano tolse la mano da quelle del ragazzo e guardò attentamente il volto dall'espressione intensa del ragazzo, studiandolo e cercando di carpirne i pensieri.

Poi gli disse con tono quasi dolce: "Maurizio... tu hai la tua vita, io ho la mia. Quello che fai col tuo amico non mi piace, è sbagliato secondo me, ma cerco di non pensarci. Perché se ci pensassi non riuscirei neanche a sopportarti, a trovare bello il tuo corpo. La tua vita col tuo amico è... perversa, amorale, sporca... per me. Ma cerco di non pensarci e sai perché? Perché quando sei con me diventi uno degli uomini più dolci, gentili, teneri, deliziosi che io abbia mai incontrato. Ti chiedo troppo se chiedo che tu mi lasci vivere la mia vita visto che non stiamo assieme? Non ti pare giusto?"

Maurizio lo guardò serio negli occhi: "Ma io non ho più neanche visto una sola di quelle pollastrelle da quando conosco te. E poi, se tu stai qui tutte le notti, quando ci si può vedere io e te? Se stai qui anche venerdì e sabato..."

"Beh, se non puoi vedere me, tornerai col tuo amico dalle... pollastrelle."

"No, credo di no. Renato dice che il prossimo sabato e domenica deve andare fuori coi suoi..."

Stefano fece un gesto di resa con le mani di fronte alla reazione del ragazzo: "Non si tratta del prossimo weekend o di quello dopo. Il fatto è che prima o poi tornerai col tuo amico nel suo garage e continuerai a fare quello che hai sempre fatto."

"Perché?"

"Perché è la vita che hai scelto, perché non puoi cambiare, cambiarti..."

"E chi te l'ha detto?"

Ugo e Gillo ascoltavano in silenzio ma attenti questo dialogo che i due facevano come fossero ignari della loro presenza.

Stefano si strinse nelle spalle ma continuò a guardare Maurizio negli occhi: "Che stai cercando di dirmi? Quello che m'hai detto l'altra volta, che se io continuo a farti godere come piace a te non vai più con quelle ragazzine? È questo, Maurizio?"

Il ragazzo sembrò rischiarasi: "Penso di sì, credo che sarebbe proprio così..."

Stefano s'accese una sigaretta osservando il fumo sollevarsi da essa. Per quanto assurdo, si sentiva intenerito dall'ingenuità del ragazzo.

"Non funzionerebbe, Maurizio."

"Ma perché?" insisté il ragazzo incapace di darsi una ragione della sicurezza dell'altro.

"Primo, Renato non te lo lascerebbe fare."

"Renato non mi dice quello che devo fare."

"Ah no? Proprio tu m'hai detto che aver conosciuto Renato è stata la tua più grossa fortuna: prima ti facevi sì e no una ragazzina in un mese se ti andava bene, con lui te ne fai anche quattro per settimana, no?"

"E allora?"

"Saresti capace di perdere tutto questo? Renato ti lascerebbe fare?"

"Se voglio io, certo."

"Ma Renato ha bisogno di te per mandare avanti il giro, no?"

"Cioè?"

"Chi ha pagato per mettere su il garage? Chi paga l'affitto? Chi paga ingressi e consumazioni per voi due e per le ragazzine in discoteca? Chi compra i liquori e i preservativi e tutto il resto? Tu o Renato?"

"Beh... noi..."

"La verità. Maurizio. Avevi detto che tu dici sempre la verità."

"Beh... Renato ha qualche problema... Lui ha tre fratelli e..."

"Chi paga, isomma, tu o lui?"

"Beh, ma lui sa come agganciarle, come parlare, e balla bene... io non ci saprei mai fare... io non le avrei mai..." disse Maurizio quasi disperato.

"Tu o lui?"

"Beh, forse hai ragione, quasi sempre io, ma io aiuto lui in un modo e lui me in un altro, è un prestito, tiene i conti, era giusto... Era..."

"E tu t'illudi che Renato rinunci a te? Ai tuoi soldi? Che si lasci sfuggire quello che paga per il suo divertimento sessuale? Qualcuno che gli presta i soldi e lui può permettersi di non restituirteli, perché scommetto che succede anche questo?"

"Se io voglio, finisce tutto, comunque."

"Ma tu lo vuoi? Renato farà salti mortali perché tu non smetta. Ti lascerebbe divertire con me finché tu sganci i soldi che gli hai sempre allungato, non lo capisci?"

"Io starò con te finché vorrò io, non lui." ripeté testardo il ragazzo.

"Bene, ammettiamolo. Ma c'è un altro punto..."

"Cioè?"

"Lasciamo perdere per un momento il problema Renato. Ma che ne ottengo io nel continuare a vederti?"

"Quello che ne hai ottenuto finora, no?" rispose il ragazzo con semplicità, quasi sorpreso che Stefano potesse fargli una simile domanda. "A te piace farmi godere almeno quanto piace a me che tu mi fai godere. È così semplice..."

"Per una, due, tre volte, forse, ma poi? La prossima settimana, o il prossimo mese? Quanto credi che io resista a vederti godere, a farti godere quando io non posso godere neanche un decimo di quanto faccio godere te? Anch'io sono un essere umano, Maurizio. Anch'io ho piacere che l'altro si occupi di me, che l'altro mi faccia godere. Perché se per godere devo farmi una sega, me la posso fare anche da solo. Per quanto pensi che che io possa continuare a dare, dare, dare senza mai ricevere?"

Maurizio lo guardava stupito: "Ma cazzo, te l'ho detto, io non ho mai avuto sesso in vita mia con un maschio. Mai. Tu sei il primo."

"Ma comunque, tu saresti capace di fare a me, per me, almeno una piccola parte di quello che faccio io per te? Tu saresti capace di portarmi a godere e non solo con una sega? Eh?"

"Te l'ho detto, amico," rispose Maurizio scuotendo il capo, "non ho neanche mai sfiorato il cazzo di un altro in tutta la mia vita."

"Ma se io te lo chiedessi? Se io insistessi? Se io ne avessi bisogno?"

"Non lo farei... no." ammise a mezza voce il ragazzo.

"Appunto!" disse Stefano schiacciando la sigaretta nel portacenere, "Questo taglia la testa al toro, mi pare."

"Senti, amico..." iniziò Maurizio.

Stefano lo interruppe duro: "Ho un nome. Ti chiedo troppo se voglio che lo usi? Non mi pare che hai dei problemi a pronunciare quello di Renato!"

"No senti..." disse il ragazzo con tono paziente, "lo so che voi froci siete tutti un po' strambi. Siete più come le donne che come gli uomini e io... Io voglio continuare con te finché tu non tiri fuori discorsi strani come la gelosia per Renato. Io sono stato a sentire, adesso stammi a sentire tu. Io sono un maschio, no?"

"Sì, certo. È pittosto evidente." rispose Stefano incuriosito di vedere dove volesse andare a parare l'altro con la sua logica.

"Bene. E voi fr... gay vi piacciono i maschi, esatto?"

Stefano esitò ma ammise: "Sì, d'accordo. Ma certi tipi di maschi, non qualsiasi maschio."

"Qualunque tipo sia." continuò il ragazzo ignorando quella precisazione e col tono paziente di un maestro che spiega a un allievo un po' tardo di comprendonio, "È semplice. Io ti piaccio, ti piace come sono fatto, ti piace quello che ho sotto i vestiti. E a me piace dartelo. E allora dov'è il problema? Io vengo da te e tu ti prendi cura di quello che ho e che ti piace. Dov'è che non funziona? Mica ti chiedo di fare cose che non ti pacciono, no? Cazzo, amico, qui è pieno di gente come te che mi spoglia cogli occhi e che farebbe la fila per farmi tutto quello che chiedo se offrissi a loro quello che offro a te...."

"Bene, accomodati, Maurizio. Offriti a loro. E non rompermi più le scatole. Io non sono uno di quelli che farebbero la fila per farti tutto quello che chiedi per farti godere ogni volta che ti tira! Lo capisci questo o devo scrivertelo lì sul muro? Io non sono la tua macchinetta per farti godere! Io non sono un buco in cui scaricarti! Sono un uomo! Un uomo, capisci?"

Stefano si interruppe vedendo come una scintilla di comprensione accendersi negli occhi spalancati del ragazzo.

"Io... io non volevo dire..."

Ma Stefano lo interruppe e continuò: "Io sono un essere umano. Arrabbiato, ferito, amareggiato, che si è appena sollevato da una tomba, Maurizio, e tu lo sai. Ma sono un essere umano vivo, con emozioni, con sentimenti, con desideri, con voglia di amare e di essere amato e non solo di scopare. E magari anche solo di scopare, ma alla pari, non di essere usato. Alla pari, da uomini, con onestà e coscienza. Tutte cose che né tu né tanto meno il tuo Renato o quelli del vostro genere sembrano avere o sospettare che si possano avere. Né io né tu siamo perfetti. Ma almeno io so dove ho sbagliato e come ho sbagliato e perché ho sbagliato e perciò ho speranza. Non sono un fallito. Lo capisci questo? E comunque non sono la tua puttanella! Non sono il tuo schiavo! Né tu né quelli come te mi metteranno mai i piedi sul collo. È chiaro?"

E dal profondo dell'anima Stefano gli disse, nuovamente calmo ma gelido: "E ti giuro, io disprezzo chiunque profitti di un minorenne, etero come te o gay che sia! Non mi interessano le etichette. È uno schifo!"

Stefano si accese un'altra sigaretta. Fece un profondo sopiro e riprese con un tono più neutro: "E adesso, fuori dalla mia vita. Stammi lontano. Via da questo tavolo. Da me ormai non puoi avere che disprezzo e rifiuto."

Maurizio si alzò in piedi, si fermò indeciso, poi disse: "Io volevo solo dirti..."

"Non hai più niente da dirmi."

"Volevo solo dirti che mi dispiace di averti ferito. E grazie per... per quello che hai fatto... e detto per me."

E uscì.


Stefano lo guardò allontanarsi e provò una pena profonda. Dio, quant'era bello quel ragazzo, così innocente nel suo desiderio di piacergli.

Appena Maurizio fu fuori dalla stanza, Stefano si coprì il volto con le mani. Gillo gli posò una mano su un braccio. Qualcuno degli altri nella stanza, che aveva ascoltato attonito ed attento quel dialogo, lanciò un "bravo!" e un accenno di applauso.

Ugo disse secco: "Piantatela!"

"Come stai, Stefano?" gli chiese sottovoce Gillo mentre nella sala ricominciava il solito brusio.

"Vuoto. Svuotato. Ma vivo. Passerà anche questa."

In quel momento Piggì arrivò nella sala e si chinò su Stefano, mettendogli una mano sulla spalla: "Come stai, Steu?"

"Bene. Perché?"

"La tua guardia del corpo è passata al bar e mi ha detto che sei incazzato per qualcosa che lui ti ha detto e che gli hai dato il benservito. Poi m'ha detto che facevo bene a starti vicino dato che lui non può più... Non m'ha voluto spiegare, è uscito come un razzo..."

"Oh cazzo!" gemette Stefano, "possibile che uno non possa neppure più incazzarsi in santa pace?"

"Beh, è stato carino da parte sua preoccuparsi per te dopo che l'hai preso a calci nel culo. Che sia rimorso?" chiese Ugo.

"E che ne so io!"


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