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una storia originale di Andrej Koymasky


LA STRANA COPPIA CAPITOLO 11 - TENTATIVO

Stefano si chiedeva se avesse fatto bene a dirgli di sì. Certo, anche lui lo desiderava... una o due volte, che male poteva fare? Si sentiva abbastanza forte per non farsi coinvolgere in una relazione impossibile.

Trovarono la casa facilmente. Era una bassa costruzione di un piano in riva al lago, circondata da alberi. Semplice ma graziosa. C'erano due camere da letto, tutte e due con letti matrimoniali, una delle due verso il lago. Un ampio soggiorno dava anche verso il lago, con un caminetto, di fianco c'era un salotto col televisore, dietro una vasta cucina e il bagno con vasca doppia e una grande cabina doccia.

Piggì gli aveva spiegato come funzionava il riscaldamento centrale e Stefano armeggiò finché riuscì a farlo avviare.

"Dovrebbe scaldarsi in un paio d'ore. Per adesso è meglio che restiamo coperti." disse Stefano sedendo su una soffice poltrona del salotto.

"Sì certo." rispose Maurizio dalla cucina che stava ispezionando. Poi rientrò in salotto. "Dove porto la tua valigia? Nella camera del lago o nell'altra?"

"Nell'altra." disse pensando che a Maurizio avrebbe fatto piacere guardare il lago addormentandosi o svegliandosi.

"Bene, io allora prendo quella verso il lago."

A Stefano fece piacere che il ragazzo non intendesse installarsi nel suo letto: stava ai patti. Quella notte avrebbero condiviso il letto, certo, ma il ragazzo rispettava gli accordi.

Maurizio tornò, dopo aver sistemato le valigie. "Faccio un salto in paese a comprare i viveri e torno subito. Tu è meglio che non ti muovi di qui, che non prendi freddo."

"D'accordo." rispose Stefano.

Maurizio aveva un'aria protettiva nei suoi confronti che gli dava piacere. La mia guardia del corpo, pensò sentendo in sé un gradevole calore.


Maurizio tornò circa un'ora e mezzo dopo. Preparò subito il pranzo. Mangiarono in cucina.

Poi il ragazzo disse: "I piatti li lavo dopo cena, tutti assieme. Andiamo in soggiorno. Ho visto che fuori c'è la legna per il caminetto. Mi piacerebbe accenderlo ma non l'ho mai fatto. Tu sai come si fa?"

"Sì certo. Ti insegno io..."

Maurizio sorrise contento ed eccitato come un bambino che sta per fare un nuovo gioco e uscì a spaccare la legna. Dopo un po' tornò con un cesto pieno di pezzi. Stefano preparò il fuoco spiegandogli come si deve disporre la legna, accese la carta di giornale appallottolata e al primo tentativo il fuoco divampò nel caminetto. Il tiraggio era buono.

Maurizio sedette accanto all'uomo guardando affascinato le fiamme.

"Bello, vero?" chiese Stefano toccando il braccio al ragazzo.

"Cazzo, sì! È davvero bello! Tutte le case dovrebbero avere un caminetto..." esclamò Maurizio con voce sognante, gli occhi illuminati dal riflesso delle fiamme.

Poi si girò verso Stefano, gli pose le mani sulle spalle e lo guardò negli occhi con uno sguardo luminoso: "Io ti amo, Stefano. L'ho detto. Io ti amo Stefano. Sì, io ti amo davvero!" e lo baciò sulle labbra con l'entusiasmo di un ragazzino.

Stefano non obiettò. Ma si chiese: che cosa ami, Maurizio? Me o la tua felicità? E si rispose: la sua felicità di questo momento. Esperienze nuove, belle, che non ha avuto nella sua infanzia. Lasciamogliele godere e illudersi che mi ama. Capirà anche questo, prima o poi.

Maurizio stava di nuovo guardando affascinato le fiamme. "Quand'è buio deve essere ancora più bello..." mormorò dopo un po'.

"Lo faremo bruciare fino all'ora di andare a letto." replicò Stefano condiscendente.

"Dio mio! Si sta bene qui. Il fuoco, te accanto... in vacanza. Dio, se si sta bene. Questa sì che è una vacanza! E stanotte... finalmente, ancora una volta con te... Renato neanche s'immagina che nella vita ci possono essere cose tanto belle!"

A Stefano dette fastidio sentire pronunciare quel nome. Si chiese se fosse gelosia... no, era solo disistima. Renato era la cattiva coscienza del ragazzo. Ma lui, era forse la sua buona coscienza? Scosse la testa come per mandar via quelle riflessioni.

"Starei qui per sempre, con te..." mormorò Maurizio sistemandosi meglio, rilassato e sereno.


Quando decisero di andare a letto, entrati in camera, Maurizio notò un filo elettrico uscire dal letto.

"Cos'è questo?" chiese tra il preoccupato e lo stupito.

"Il sottolenzuolo elettrico."

"Cosa? Elettrico? E che fa? Non è pericoloso?"

"No, tiene caldo il letto, dà tepore. È comodo, d'inverno."

"Cazzo, le pensano proprio tutte. Dev'essere bello..."

"Tra poco lo sentirai..." disse sorridendo Stefano.

Era davvero un bambino, Maurizio: era ancora capace di stupirsi delle cose semplici. E di nuovo Stefano sentì che stava camminando su un terreno infido, pericoloso... ma terribilmente affascinante. Era pazzo ad avventurarvisi, era incosciente. A cosa stava andando incontro? Ne sarebbe valsa la pena?

"Perché mi guardi così?" gli chiese Maurizio, che si stava togliendo le scarpe, fermandosi e guardandolo con aria interrogativa di sotto in su. "Cosa c'è che non va?"

"Niente, Maurizio." rispose Stefano cominciando a spogliarsi, "Come ti guardavo?"

"Non lo so. Mi hai fatto sentire... come se stessi facendo qualcosa di sbagliato..." rispose il ragazzo incerto.

"No, te lo sei immaginato, Maurizio. Va tutto bene."

"Preferisci che vado a dormire di là? Hai cambiato idea?"

"No." rispose l'uomo con una precipitazione che stupì lui stesso, "No... ti voglio qui con me, almeno per stanotte."

Maurizio sorrise sereno e riprese a spogliarsi.

Stefano ne guardava le belle forme rivelarglisi a poco a poco e sentì fremiti di anticipazione e di piacere elettrizzargli la pelle. Era davvero bello come una statua di atleta greco, quel ragazzo. Così maschio, virile, e così dolce. Tra poco ne avrebbe carezzato la pelle serica, i muscoli duri come acciaio e al tempo stesso morbidi e flessibili, guizzanti e teneri... Dio, quanto gli piaceva quel corpo!

Salirono quasi contemporaneamente sul letto e sedettero uno accanto all'altro.

"Sdraiati, Maurizio..." gli disse l'uomo sospingendolo lievemente per le spalle.

Il ragazzo si lasciò andare indietro ma lo afferrò per le braccia tirandolo su di sé, quindi gli prese il viso fra le mani e lo baciò in bocca a lungo. Poi, mentre Stefano, liberatosi dolcemente dalla sua presa, scendeva a baciargli e lecchettargli il collo, il petto, a suggergli i sodi capezzoli scuri sull'ampio e forte petto, Maurizio gli carezzò la schiena e i fianchi. Stefano scese lentamente, contento di sentire quel corpo stupendo fremere sotto di lui, rispondere a ogni suo stimolo. Contento di sentirlo gemere per il piacere intenso che lui gli stava procurando.

Sì, per una volta poteva anche rinunciare al proprio orgasmo per donarlo a quel corpo perfetto che gli si offriva, caldo e fremente.

Giunse finalmente al palo ritto e sodo del ragazzo, lo prese fra le mani come un'oggetto fragile e prezioso e si chinò a prenderlo fra le labbra. Mentre scendeva col capo e se lo faceva scivolare tutto, lentamente, fino in gola, roteando la lingua ad arte sull'asta imprigionata, palpandogli lieve i sodi testicoli, aspirandone con le narici il dolce odore muschiato del pube, Maurizio si alzò a sedere e con una mano prese a carezzare la schiena e i fianchi dell'uomo, con l'altra il petto, soffermandosi a stuzzicargli i capezzoli, poi scendendo fino al membro. Dapprima lo carezzò quasi timidamente, poi con più sicurezza, infine lo afferrò a piena mano e iniziò a masturbarlo. Il ragazzo si chinò sul corpo dell'uomo e le labbra si posarono sulla sua schiena, calde e dolci, e la baciarono.

Stefano fremette. Era la prima volta che il ragazzo non rimaneva quasi del tutto inerte a lasciarsi fare dall'uomo. Questi si dedicò al ragazzo con tutta la propria energia, la propria arte, la propria libidine. Finalmente Maurizio, raggiunto il punto del non ritorno, si tese tutto nello sforzo di non venire, per prolungare quegli attimi così intensi, così sconvolgentemente belli, ma invano. Il lungo periodo di astensione dal sesso l'aveva troppo caricato per contenersi ancora e si scaricò con un lungo mugolio di piacere, sussultando in preda a un forte orgasmo.

Anche Stefano, subito dopo, venne nella mano del ragazzo.

Quando si abbandonarono soddisfatti ed esausti sul tiepido materasso, Maurizio allungò una mano fino a raggiungere la propria canottiera dove si ripulì del seme dell'uomo. Poi portò la mano al viso e ne aspirò l'odore.

Stefano aveva osservato in silenzio le manovre del ragazzo.

Questi, abbassata la mano sulle coperte, si girò verso l'uomo: "È un odore curioso..."

"Buono? Cattivo?"

"No... particolare."

"Diverso da quello del tuo?"

"Non lo so. Non ci ho mai provato a sentirlo. Ma ogni corpo ha il suo odore, perciò..."

Stefano carezzò un braccio al ragazzo. Questi gli si accucciò contro.

"Buona notte, Maurizio."

"Posso dormire qui, per stanotte, vero?"

"Sì, va bene."

"Dopo... è brutto lasciarsi e rimanere soli. Come invece capitava con le ragazzine che si rivestivano e quasi scappavano... Mi piace sentire il tuo calore, anche dopo. A te no?"

"Anche a me. Ma ora dormi..."

"Sì..."

Lo sentì scivolare nel sonno in pochi minuti. Tranquillo, appagato, sereno. Stefano lo guardò con un misto di tenerezza e di distacco. Così vicino e così alieno. Così assurdo... Ma un pensiero sorse spontaneo in lui: chi ti credi di essere tu per giudicare questo ragazzo? Certo, non siete fatti l'uno per l'altro, è chiaro, ma è un gran caro ragazzo, in fondo. Oggi ti ha toccato, ha cercato di darti piacere, come sapeva, come poteva...


Il giorno seguente, dopo aver passato una giornata serena col ragazzo, quando questi gli dette la buonanotte guardandolo negli occhi con una luce di speranza, Stefano fece finta di non capire la muta richiesta dell'altro e, salutatolo con un lieve bacio, entrò nella propria camera e chiuse la porta. Si sentì al tempo stesso leggermente in colpa e sollevato...

Che strano, pensò, questo contrasto di sensazioni. S'infilò nel letto e pensò che era troppo grande, troppo vuoto... E pensò che forse, nell'altra stanza, il ragazzo stava provando le stesse sensazioni. Sì, perché quelle erano sensazioni quasi primordiali, non complicate. Maurizio viveva di sensazioni non complicate. Non era un uomo raffinato, civilizzato, dei nostri tempi come lui. Avrebbe potuto vivere esattamente nello stesso modo cento, duecento, cinquecento anni prima... o più.

Questo pensò Stefano mentre si addormentava nel tiepido letto, il cui tepore non era dato da un corpo desiderato ma da una semplice resistenza elettrica... E scivolando nel sonno pensò che era strano che lui paragonasse il civilizzato tepore di un meccanismo moderno al primitivo calore di un corpo... Animale o macchina? si chiese confuso, e dormì.


Il mattino dopo si svegliò un po' intontito. Istintivamente cercò il corpo accanto a sé poi si ricordò che proprio lui non l'aveva voluto. Ma come avrebbe potuto accettare un corpo così perfetto con un'anima così... Così, come? si chiese. Che ne sapeva lui dell'anima di quel ragazzo? Era confuso, molto confuso. Andò in bagno.

Stava chiudendo la porta quando sentì la voce di Maurizio dire forte: "Aspetta!"

La riaprì. Il ragazzo, scarmigliato, gli occhi ancora assonnati, radioso nella sua nudità, gli chiese: "Ti va di fare il bagno insieme? In quella vasca enorme?"

"Ma solo il bagno, intesi?" gli disse Stefano con l'aria di chi ammonisce un bambino chiedendogli di comportarsi bene.

Al che l'altro rispose sorridendo con un sincero accenno di stupore ma con dolcezza: "Ma pensi sempre a quello, tu?"

Stefano si sentì spiazzato e rispose: "No... credo che sia tu a pensarlo, piuttosto."

"Se l'avessi pensato, te l'avrei detto." disse Maurizio con tono ovvio mentre entrava in bagno dietro a Stefano.

"Cosa m'avresti detto?"

"Ti chiedevo se volevi fare sesso con me nella vasca da bagno, no?"

Stefano annuì e si disse che se l'era meritato. S'immersero nella grande vasca colma d'acqua. Maurizio era felice come un bambino.

Stefano quasi si vergognò dell'altro quando s'accorse che era lui ad avere un'erezione e non il ragazzo. Ma questi, anche se se n'accorse, non fece commenti né lanciò occhiate maliziose. Ma pensi sempre a quello... aveva chiesto. Che avesse ragione? Nella sua semplicità il ragazzo era più trasparente che non lui nella sua raffinata complessità. Il mito del buon selvaggio di Rousseau? si chiese Stefano. No, il buon selvaggio non profittava delle ragazzine...


Quel giorno, dopo che Maurizio si fu assicurato che lui fosse ben coperto e caldo, a metà pomeriggio andarono a fare una breve passeggiata nel bosco gelato lungo il lago. Un sole non forte ma luminoso stava facendo sgelare i ghiaccioli che infestonavano gli alberi. Maurizio si guardava attorno affascinato. Aveva staccato un ghiacciolo e lo leccava quasi fosse un gelato. E commentava felice, ad alta voce, i mille piccoli particolari che notava. Stefano aveva portato la macchina fotografica e si fecero foto l'un l'altro.

"Se almeno incontrassimo qualcuno! Almeno potremmo farci fare una foto assieme." disse il ragazzo a un tratto. Ma non videro anima viva.

Tornarono a casa e Maurizio accese il caminetto. Stefano si stese di fronte al focolare sulla pelle d'orso, mentre il ragazzo cominciava a preparare la cena.

Dopo cena guardarono un po' la televisione. A un certo punto, mentre guardavano assorti le evoluzioni di due ballerini su ghiaccio, Maurizio si girò verso l'uomo: "Stefano?"

"Sì?" disse questi girandosi a guardarlo a sua volta.

"Posso dirtelo di nuovo? Ti amo, Stefano."

L'uomo non rispose, perché non si fidava del tono della propria voce e fece un gesto come di rassegnazione.

"Vuoi venire di là con me?" gli chiese il ragazzo con un tono di speranza nella voce.

"Di là? A letto?"

"No, sul tappeto, davanti al fuoco. Metto giù i cuscini del sofà così stiamo comodi. Ho una sorpresa da farti. Vieni?" chiese in un sussurro cingendo la vita dell'uomo con un braccio.

Stefano annuì e si alzarono. Ma mentre andavano in soggiorno, improvvisamente Stefano iniziò a sospettare che cosa Maurizio potesse avere in mente: un breve lampo di timore, non più di una scintilla, come una favilla del focolare, sorse nella mente dell'uomo e un vago sentore d'incertezza si diffuse in lui. Ma non fece nulla.

"Ecco, non ci sono altri cuscini... spogliamoci, adesso..."

Maurizio, nudo, restò in ginocchio al centro della pelle d'orso mentre attendeva che l'altro finisse di spogliarsi. Lo fece stendere davanti a sé, quindi gli si accoccolò accanto e i suoi occhi brillavano.

Sussurrò: "Stanotte, mio Stefano, ti darò tutto quello che tu hai dato a me tutte le altre volte. Va bene?"

"Maurizio..." rispose Stefano cercando di dominare il senso di paura che lo stava agitando, "... che ne è della tua affermazione che non l'avresti mai fatto in vita tua? Cos'è cambiato, ora?"

Sapeva che avrebbe dovuto evitare quel che stava per accadere, ma la curiosità e il desiderio, assieme, lo bloccavano del tutto.

"Voglio che tu sei felice quanto mi ci sento io, stanotte..." rispose con dolcezza il ragazzone, "...e penso che è questo il modo..."

"È questa l'unica ragione?" chiese Stefano sperando in una risposta che sapeva non sarebbe venuta, non poteva venire.

"Mi pare di sì." rispose Maurizio con onestà, "Ti farò felice così, vero Stefano?"

"Sì..." mentì questi odiandosi per quello che stava per permettere a Maurizio di fare.

E se questo fosse stato l'inizio dell'omosessualità per il ragazzo? No, assurdo! Omosessuali non si diventa e Maurizio era un etero di sicuro, Kinsey l'avrebbe messo assai vicino al 100% nel suo schema, pensò cercando di rilassarsi.

Maurizio iniziò a carezzargli il corpo e gli disse con voce incerta: "Può darsi che non sia granché, la prima volta..."

Stefano udì la propria voce rispondere con leggerezza: "Dagli apprendisti non si può pretendere che siano esperti, Maurizio..."

"Cazzo, ma lo sai che sei veramente qualcosa di speciale, tu!" gli sussurrò il ragazzo mentre lo abbracciava con tenero vigore e lo baciava.


Ma non vi fu felicità per Stefano nell'atto che Maurizio s'era imposto di compiere. Prima di tutto perché nella propria coscienza si stava giudicando con severità e disprezzo: Stefano infatti s'era sempre gloriato di non aver mai iniziato nessuno, spinto nessuno verso la sessualità gay; era sempre stato un suo punto d'orgoglio, di autostima nel suo mondo di valori il fatto che quando dava o riceveva piacere da un uomo il desiderio dell'altro fosse almeno pari al proprio. Per Stefano il desiderio di deflorare una verginità o di profittare della mancanza di esperienza sessuale del partner, che aveva notato in altri gay, era un segno di egoismo, di immaturità, di fame di dominio che aveva sempre disprezzato. Per Stefano il buon sesso era come il buon cibo: entrambi dovevano essere creati da artisti e goduti da buongustai che avessero l'intelligente devozione di un epicureo, sia nella creazione che nel godimento.

Stefano non era amante di vinelli da poco, di carni mal cotte, di frutta acerba, di partners riluttanti... Eppure ciò che stava permettendo di fare a Maurizio, lasciare che si sforzasse di compiacerlo, era proprio ciò che condannava negli altri, e lo sapeva.

In secondo luogo, Stefano conosceva bene l'arte di far l'amore fra due uomini, specialmente il piacere orale. Era una delle cose più difficili da imparare a fare bene. Ci voleva una perfetta conoscenza dell'organo maschile e dei suoi punti magici, che si acquista in anni. Richiedeva un notevole controllo della respirazione, delle labbra, della lingua, della pressione e del ritmo che solo l'istinto e l'esperienza possono far acquisire. Ma soprattutto, e Stefano lo sapeva, bisognava amare l'atto in se stesso per compierlo ad arte. E Maurizio non aveva nessuno di questi elementi. Come avrebbe potuto non fallire, il ragazzo? Stefano capiva che era assurdo lasciarglielo fare.

Eppure sentiva che non sarebbe riuscito a spiegare tutto questo a Maurizio. Se anche l'avesse tentato, il ragazzo l'avrebbe preso per matto, o buffo, o... Il cervello di Maurizio era troppo semplice per afferrare cose non semplici. Stefano gli aveva detto una volta che sarebbe stato bello se l'altro fosse stato capace di dare quanto riceveva e ora il ragazzo voleva farlo. Maurizio voleva che Stefano lo accettasse e stava facendo del suo meglio per riuscirci.

Il corpo di Stefano, benché cominciasse a risvegliarsi e a rispondere a quegli stimoli come era inevitabile, restava freddo, inerte, analizzando i gesti che Maurizio compieva in una meccanica ripetizione di quello che il ragazzo aveva ricevuto le altre volte dall'uomo. Solo il bacio iniziale nella bocca contenenva un po' di passione, di desiderio. Ma già quando iniziò a scendere giù giù per il corpo dell'uomo, divennero gesti inadeguati. La lingua leccava in modo meccanico, senza desiderio, senza partecipazione, con la fredda determinazione di chi ripete una lezione imparata a memoria senza capirne il significato, il contenuto. Il corpo di un maschio, per Maurizio, era evidentemente del tutto alieno. Mosse maldestre, non dettate dal desiderio ma forzate. Senza partecipazione, senza il giusto ritmo, la giusta pressione o leggerezza che porta a scatenare le sensazioni nel corpo dell'altro... Senza né l'abbandono né il controllo che nella giusta miscela fanno sentire all'altro di essere desiderato, amato anche fisicamente. Maurizio non amava il suo corpo, non amava la sua sessualità: cercava solo di ripetere gesti nell'illusione che fosse il gesto in sé ad avere un valore.

Infine Stefano, senza sapere neppure lui perché, forse per pietà, forse per tenerezza, forse per abbreviare i tempi di quell'assurdo rapporto, cambiò posizione per dare a sua volta, con arte e partecipazione, quel che il ragazzo s'illudeva di dare a lui. E quando il dare e il ricevere si sovrapposero, Maurizio si rilassò un poco e la situazione divenne meno pesante per Stefano che riuscì ad abbreviare quell'unione strana portando se stesso e il ragazzo a liberarsi nello stesso momento, l'uno nella bocca dell'altro in uno stranamente freddo orgasmo.

Ma anche questo non fu un'acme di piacere, anche questo non dette soddisfazione. Il povero stomaco di Maurizio non era più preparato all'evento del resto del suo corpo e il ragazzo ebbe un conato di vomito e dovette correre verso il bagno, premendosi le mani sulla bocca, rosso in viso, gli occhi fuori dalle orbite, quasi piegato in due.

Stefano lo sentì vomitare più volte, finché sentì l'acqua dello sciacquone scorrere, poi quella del lavandino. Aveva provato l'impulso di andare ad assisterlo, ma si disse che era meglio lasciarlo da solo...

Lo vide tornare quasi afflosciato, pallido, le gote rigate di lacrime, abbattuto, vergognoso. Il ragazzo si accoccolò sui talloni accanto all'uomo, si guardarono muti, gli sguardi vuoti, per alcuni istanti.

"Cristo, Stefano... Ho rovinato tutto... tutto... Mi dispiace... mi dispiace..."

"Non poteva funzionare, Maurizio..." rispose Stefano, ora addolorato, triste, senza capire neppure lui se più per se stesso o per l'altro.

"Doveva funzionare, invece! Volevo farti felice..."

"Ci hai provato. Non funziona, è logico."

"Ma perché?"

"Perché tu non sei gay."

"Che c'entra..." mormorò il ragazzo, poi soggiunse con voce incerta e un tono di speranza: "Magari la prossima volta andrà meglio..."

"Non ci sarà un prossima volta, Maurizio." disse Stefano prendendo con dolcezza una mano del ragazzo, tirandola a sé e baciandola sul dorso.

"Perché no?"

"Perché tu odii farlo, è evidente."

"Ma tu vuoi che anche io ti do piacere a te, e io te lo darò!" affermò Murizio con determinazione, con solenne serietà. "Non sarà poi così brutto per me, se tu lo desideri da me."

"Grazie, Maurizio, sei molto caro a dire così. Credo che comincio a capire che tu mi ami davvero..."

"Farei qualsiasi cosa per te, lo sai?"

"Sì, ora lo so. Ecco perché non posso chiederti, permetterti di fare una cosa che ti disgusta tanto. Tu non mi chiederesti mai di fare per te una cosa che io odio fare, no?"

"Ma tu... tu hai bisogno di qualcuno che ti da piacere, no?" chiese Maurizio perplesso e Stefano si sentì il cuore pieno di tenerezza per quel ragazzo che gli stava accanto, ancora sconvolto per il suo fallimento.

"In qualche modo me la caverò... come ho sempre fatto." rispose Stefano.

"Ma..."

"Ma, cosa, Maurizio?"

"A me non mi piace per niente quando ti porti su da te uno di quelli del pub. Mi fa male quando lo fai. Voglio che sia solo con me, tu e io..." mormorò Maurizio e nuove lacrime solcarono le sue gote.

"Oh, Maurizio!" disse Stefano con tristezza, "Chiedi troppo. Chiedi troppo sia a me che a te stesso."

"Non ti basto io, vero? Non ti merito io, vero? Non valgo niente io per te, vero?" gemette il ragazzo.

"Ehi ehi ehi!" gli sussurrò Stefano, "Non è così, è solo che..."

"Non ci credi che io ti amo? Dici che io non saprò mai amare, vero?" disse disperato il ragazzo, gli occhi pieni di dolore.

"Sì, Maurizio, sì che ti credo. Solo che tu ami il mio modo di darti piacere, e magari anche la mia compagnia, ma non il mio corpo, il mio corpo di maschio. Ami quello che ti dà la mia bocca, le mie mani, ma non tutto il resto di me. Non il mio sesso. Tu non sei gay come me, Maurizio, mio dolce Maurizio. Se vuoi la mia amicizia, non te la nego, anzi... Ma è necessario che non ci sia più sesso fra noi, renditi conto."

Maurizio esalò un breve e profondo singhiozzo. Stefano lo tirò a sé, lo abbracciò e lo avvolse, cullandolo, come il ragazzo aveva fatto una volta con lui.


Finirono i giorni della convalescenza. Maurizio era quieto, calmo, pieno di premure come al solito, ma non c'era più allegria nei suoi occhi. Stefano ne era dispiaciuto ma si disse che al ragazzo sarebbe passata. Sarebbe tornato con le donne (e non con le ragazzine, ne era sicuro) e avrebbe ritrovato la sua consueta vitalità.

"Posso salire da te?" gli chiese esitante Maurizio sotto casa, "passare la notte con te?"

"No, Maurizio. Domattina devi andare a lavorare. Torna a casa, ora."

"Posso venirti a trovare, qualche volta?"

"Al pub sì, quando vuoi. Ti vedrò sempre con molto piacere. Al pub."


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