Patrick Dupuis aveva appena compiuto venticinque anni, ma si sentiva addosso tutta l'età dell'universo. Era stanco, fisicamente, psicologicamente, spiritualmente.
"Ti prego, Claude, non un'altra intervista!"
"Ragazzo mio, è il prezzo della fama. Ormai non possiamo più tirarci indietro... Viene in albergo fra meno di un'ora."
"Non gliela faccio proprio, davvero!"
"Dai, leggi le domande concordate e le risposte che devi dare. Ancora non le hai imparate bene. Siamo già fortunati che ha accettato di concordare le domande. Sta dalla nostra parte e sai che la TMC è importante, no?"
"Sono a terra... Guarda che aspetto ho..."
"Il truccatore conosce il suo mestiere e sul piccolo schermo non si noterà niente. Dai, rileggi..."
"No, io..."
Intervenne Pierre: "Bene, credo che Jules dovrebbe fargli un'iniezione per dargli un po' di verve..."
"No, l'niezione no... Poi dovete farmene un'altra per farmi dormire. I vostri eccitanti e calmanti mi stanno uccidendo..."
"Non essere sciocco. Jules è un medico e sa quello che fa."
"Ha solo fatto quattro anni di medicina..." protestò stancamente Patrick ma si preparò per l'iniezione.
Comunque, lo sapeva bene, erano quei tre a decidere per lui. L'ironia della cosa era che teoricamente erano suoi dipendenti, ma in realtà dipendeva lui completamente da loro.
Da cinque anni ormai. Sì, l'avevano portato alle vette del successo ma... quanto gli stava costando quella fama, quella ricchezza, quella vita? Solo quando cantava, lì sul palco sotto i riflettori, si sentiva vivo, forte, libero... Ma poi... solo stanchezza, incertezza, paura. Lui, l'idolo dei giovani, il simbolo della gioventù ribelle, forte, decisa ad affermare il proprio stile di vita, i propri valori, lui, il modello... si sentiva terribilmente vecchio, impaurito. Inerte nelle mani di quei tre che lo accendevano e lo spegnevano come un automa. Li odiava quei tre. Ma sapeva che senza di loro sarebbe piombato nel nulla. Non solo sul piano professionale, ma anche personale.
Erano loro che decidevano che cosa doveva mangiare, che cosa doveva dire, come doveva vestire... persino il ragazzo da pagare per farlo divertire a letto lo sceglievano loro. Solo le canzoni erano completamente opera sua. Le canzoni, il mondo segreto in cui si rifugiava, pieno di vita, di calore, di gioia, di amore... il solo che gli dava sollievo... Sì, anche quei ragazzi che gli portavano in camera gli davano un certo sollievo. Erano bravi, esperti, disponibili... Ma erano solo corpi di passaggio. Gli sembravano tutti uguali. Esperti professionisti del sesso fra uomini. Ben pagati, funzionavano bene. Ma erano solo pallidi fantasmi, vuote larve.
Patrick a tredici anni era stato quasi violentato dal patrigno. Dal patrigno che dirigeva il coro della cattedrale di cui lui era la più bella voce. Il patrigno che gli aveva sollevato la candida tunica bianca, gli aveva calato i calzoncini e l'aveva preso, lassù dietro l'organo antico, nella cattedrale deserta. Che gli aveva messo una mano sulla bocca per smorzare il gemito che aveva emesso nel momento in cui perse la sua verginità. Ma quel suo gemito breve era rimbalzato per le volte gotiche in mille eco sottili che avevano cantato il suo dolore misto a piacere, la sua cocente umiliazione, la sua resa completa. Molte altre volte in seguito il patrigno aveva allungato su di lui quelle mani giocando con i suoi genitali che stavano appena iniziando a maturare, eccitandolo, per poi prenderlo e godere in lui. E a lui era piaciuto. Provava piacere misto a vergogna, all'inizio, e la vergogna pareva aumentare il piacere.
Dopo quella prima volta lassù nella cattedrale, ogni volta che la madre non era in casa l'uomo profittava di lui. Patrick non si sottraeva, anche se sognava che invece dell'uomo ci fosse un bel giovane maschio più pieno di amore che di libidine, di tenerezza che di brama. Il suo professore di francese, per esempio, appena laureato, bello e gentile.
Ma Patrick aveva dovuto attendere i sedici anni per avere un rapporto con un maschio di sua scelta. Suonava la chitarra elettrica nel complesso della scuola, con i suoi compgni. Lui era il più giovane. Serge, il batterista, aveva due anni più di lui e Patrick se ne innamorò. Un giorno Serge gli spiegò il ruolo della batteria...
"Vedi, il ritmo è fondamentale. È quello che permette ad un pezzo di musica di penetrare dentro, di essere apprezzato non solo con le orecchie o col cervello ma con tutto il corpo. E sai qual è il segreto? Se lo sai è semplice. Ascolta questo ritmo... o questo... ti piace no? Certo. Ascolta... senti? È il ritmo del battito del cuore. Ecco perché ti entra dentro e entra in risonanza con tutte le fibre del tuo corpo. È il ritmo del cuore che batte ora piano, calmo, pacifico, ora forte, emozionato, eccitato. Vero? Lo senti col corpo, vero? E un altro ritmo base è questo, ascolta... Anche questo ti entra nel corpo, vero? Lo senti col corpo, no? Ascolta bene... non lo riconosci? Questo è il ritmo di quando si scopa... anche qui, ora con calma, ora con passione... ma è il ritmo del va e vieni, del su e giù... e poi... ascolta... il ritmo sincopato, asincrono dell'orgasmo... E allora, tu usi questi ritmi, soli o alternati o mixati e tutto il tuo corpo è preso da questa musica, qualunque sia la melodia. Non lo sa quasi nessuno in modo cosciente. Ma il subcosciente lo sa, lo coglie... e ne gode..."
Patrick ricordava bene quella "lezione" di Serge.
Perché ad un certo punto lui aveva mormorato: "Merde! mi hai fatto venir voglia di scopare..." e, al sorrisetto malizioso e provocante dell'altro che continuava a suonare la sua batteria con quel ritmo mixato, erotico, aggiunse con un filo di voce: "o di essere scopato..."
Il sorriso di Serge s'era accentuato e con voce calda questi aveva risposto: "Anche a me Patrick... di scopare... o di essere scopato... Anche a me..."
"Davvero?"
"Sì, e lo speravo. Perché noi due siamo simili, Patrick. Noi due ci possiamo capire. Noi due non siamo come gli altri, siamo speciali..."
"Io e te, Serge? Con questo ritmo?" aveva chiesto emozionato.
"Sì, io e te. L'ho desiderato tante volte..."
"Anch'io, Serge..."
Il batterista l'aveva portato a casa sua, nella sua camera, sul suo letto. Avevano fatto l'amore e per la prima volta Patrick aveva penetrato un maschio, dopo essere stato da lui penetrato. E si era sentito in paradiso, e si era innamorato di Serge. Ma questi aveva anche la ragazza e Patrick ne era geloso. Dopo alcuni litigi s'erano lasciati. E Patrick era entrato a far parte di un altro complesso, fuori dalla scuola.
All'inizio suonava e cantava. Poi aveva conosciuto Pierre che era diventato il suo manager. E Pierre gli aveva fatto ingaggiare Claude, poi anche Jules. Nessuno dei tre era gay e comunque Patrick non si sentiva attratto da nessuno dei tre. Era con Pierre e Claude da un anno, Jules ancora non c'era, quando Claude l'aveva sorpreso a letto, nella sua camera d'albergo, con un suo fan.
"Se si sa che sei gay, siamo fottuti!" gli aveva detto dopo aver mandato via il suo giovane ammiratore.
"Ma io sono gay! E non posso, non voglio rinunciare..." aveva risposto deciso Patrick.
Avevano discusso animatamente anche con Pierre e lui stava per mandarli al diavolo (allora aveva ancora l'energia per farlo) quando Pierre aveva proposto un compromesso. Gli avrebbero procurato loro "carne fresca" ma lui doveva assolutamente rinunciare a cercarsi altri da solo, ad accettare proposte da altri. Aveva ceduto. Era stato proprio quello il primo dei suoi cedimenti. Ed ora era completamente nelle mani di quei due, anzi di quei tre. Jules era comparso dopo la sua prima crisi. Dopo uno spettacolo, tornato in camerino, Patrick era scoppiato a piangere e tremava tutto come una foglia. Avevano dovuto portarlo in albergo quasi di peso, sottraendolo alle orde di fan urlanti che cercavano di toccarlo, di sommergerlo in un clima di isteria collettiva, di fagocitarlo con la loro adorazione. Quell'isteria che gli si appiccicava addosso, che lo sconvolgeva, che lo contagiava... e che lo lasciava spaventato, svuotato, impaurito, tremante come una preda idifesa e senza scampo, accerchiata da lupi famelici.
"Sono cannibali, sono cannibali... M'hanno toccato!" gemeva mentre lo mettevano a letto e Jules gli faceva un'iniezione calmante.
Pian piano s'era sdoppiato in due personalità: quella adorata, forte, sensuale, scatenata, erotica travolgente sotto i riflettori e quella isterica, impaurita, accasciata, terrorizzata degli altri momenti.
Era diventato famoso, ricco, ambito, adulato, corteggiato e man mano era diventato anche fragile, debole, spaventato. Ma era la gallina dalle uova d'oro e Pierre, Claude e Jules lo facevano rendere. Lo innalzarono passo dopo passo fino alle vette della fama e lo riempirono di prodotti chimici per calmarlo o per farlo esplodere sul palcoscenico. Per sua fortuna non avevano mai usato droghe. Lui era l'immagine pubblica del ragazzo ribelle ma pulito. Del ragazzo forte che ama il sesso ma disprezza la droga. Gli avevano inventato alcune fidanzate e assieme gli avevano fatto fare spot contro la droga, spot contro l'Aids.
Patrick che pestava una siringa e stracciava una bustina di polverina bianca disperdendola nel vento e diceva, guardando la sua fidanzata del momento:
"Non ho bisogno di queste per andar su di giri, io: io ho lei! Non voglio bruciare la mia vita con queste porcherie, io voglio bruciare di passione! Ehi, tu! Non ti lasciare ingannare da false promesse: il paradiso te lo puoi fare da solo, come me. Non li credere, loro ti vendono solo l'inferno!" concludeva in quello spot.
"Fate un regalo alla vostra ragazza e fatevi un regalo: la sicurezza di un amplesso sicuro!" ed apriva una bustina di preservativi e con la sua voce calda, col suo sorriso sensuale diceva: "Tutto il sesso che volete ma con la certezza di non dar spazio al terzo incomodo. Bloccate l'Aids con pochi franchi... Tu e lei... e nessun altro!"
Patrick avrebbe voluto dire: tu, lui e nessun altro...
Cominciò a sentirsi stanco dei ragazzotti scelti dal suo trio. Avrebbe voluto scegliere lui, avrebbe voluto innamorarsi e, soprattutto, sentirsi amato. Chi mai l'aveva amato? Ecco, questo forse era il suo vero terrore nascosto: chi mai l'avrebbe amato? Era chiuso in una gabbia d'oro, dalle sbarre sempre più robuste. Nessuno lo aveva amato, nessuno lo amava, nessuno l'avrebbe mai amato.
Nei periodi di riposo, brevi, fra una tournée e l'altra, si ritirava nella sua villa in Corsica. Assieme ai tre, alle loro famiglie. E a un ragazzo pagato per scaldargli il letto, per addolcirgli le notti. Una volta s'era mezzo innamorato di uno di quei ragazzi. Era uno spagnolo pieno di vitalità. Aveva chiesto a Pierre di assumerlo fisso. Lo voleva con sé anche in tournée... I tre non avevano voluto saperne:
"Un legame affettivo non si riuscirebbe a tenere segreto, no, troppo pericoloso..." avevano sentenziato.
Li odiò. Ma cedette.
Non ricordava neanche i nomi di quelle decine di ragazzi con cui aveva fatto l'amore. Neanche dello spagnolo che gli era piaciuto tanto. Li confondeva. Gli parevano quasi tutti uguali. Gli davano piena soddisfazione fisica, sì... ma solo fisica.
Aveva cominciato ad odiare persino la sua bella villa... lo splendido panorama selvaggio... la servitù ossequiente e lontana. Ma soprattutto i suoi tre carcerieri, le loro insulse famiglie, i loro figli così per benino, così borghesi, così alieni. Non era mai solo, se non quando dormiva o quando scopava. E anche in quelle occasioni, loro erano di là... attenti, pronti... Una volta aveva provato a scappare. Aveva saltato il muro del giardino ed era sceso verso il mare, là sotto. Per un'oretta aveva provato l'ebrezza della libertà. Per un'ora aveva sentito le sue paure abbandonarlo, la cappa di desolazione sciogliersi al sole che gli sembrava più dolce che mai, dell'aria che gli sembrava più pura che mai. Aveva respirato a pieni polmoni. Era arrivato in riva al mare sulla stretta spiaggia. Aveva cominciato a spogliarsi pregustando l'abbraccio delle onde. E gli era nata in cuore quella canzone:
"... di fronte al mare che ci attende,
per cullarci per sempre..."
Ma erano arrivati loro, con le auto, con i radiotelefoni... in una grande battuta di caccia di cui lui era la preda. L'avevano scovato, braccato, preso.
"Voglio fare un bagno... solo un bagno..."
"Certo, su in villa, nella piscina."
In 25 metri quadrati d'acqua o 30, resa azzurra dalle piastrelle del fondo e non dalle profondità tranquille del mistero...
Aveva odiato anche la piscina.
C'era ancora qualcosa che amasse oltre comporre e cantare? Sì, la pioggia. Quella, almeno, non poteva essere programmata. Stava componendo una nuova canzone;
"Piove... lo senti,
piove sui nostri corpi nudi.
Mille carezze piene di promesse.
Piove, lo senti?
Piove sui nostri cuori vivi.
Mille canzoni piene di tenerezze.
E la violenza degli altri,
le ferite, le ingiurie
son lavate via...
Grida ragazzo, grida.
Grida amico la tua sete d'amore,
di sesso reso bello
dalle carezze della pioggia,
di forza pura, di pura forza..."
Sì. Doveva limarla, perfezionarla, metterla a punto. Ma quella sarebbe stata la sua nuova canzone.
Scribacchiò le note della melodia, scrisse le parole e le passò a Pierre. Questi pagava un musicista per fargli gli spartiti per la banda che poi Patrick rivedeva e spesso modificava, correggeva. Sì, sarebbe stato un successo, lo sentiva. "Enfin la pluie". Finalmente la pioggia. Che ruscella sul tuo sesso fremente. Aveva dovuto impuntarsi su quelle parole. L'unico che l'aveva sostenuto era stato Claude. Ma l'aveva spuntata.
Claude che aveva plasmato la sua immagine pubblica, il suo look, la sua personalità ufficiale. Claude che sapeva che cosa le platee si aspettavano da lui. Claude che sapeva fiutare i trend a livello mondiale ed anticiparli. Claude che gli diceva che cosa dire ai mass media... Claude l'artista. Il Public Relations Man. Claude che amoreggiava con la sua compagna là sotto, ai bordi della piscina.
"Patrick. il ragazzo è pronto in camera tua. Se vuoi andare..." lo interruppe Pierre.
Il ragazzo dell'agenzia. È pronto. Era andata a prenderlo la moglie di Jules, all'aereoporto. Entrò in camera. Il ragazzo gli sorrise. Pierre chiuse la porta alle sue spalle e furono soli.
"Mi spoglio?" chiese il ragazzo.
"Sì, certo..." disse Patrick accostandosi al letto. Si lasciò scivolare di dosso il kimono di seta con un fruscio. Stava per togliersi gli slip.
"No... te li tolgo io..." disse il ragazzo già seminudo.
"Lascia perdere." rispose scontroso Patrick.
L'altro non perse il suo sorriso. Era un bel maschio, sì. Erano sempre bei maschi. E sarebbe stato bravo, sì. Erano sempre esperti.
"Fai tutto?" chiese Patrick stendendosi sul grande letto e conoscendo già la risposta dell'altro.
"Naturalmente." rispose il ragazzo.
Facevano sempre tutto. Naturalmente. Mai un ragazzo che gli dicesse: no, mi dispiace, questo (o quello) no... Se ne assicuravano prima. All'agenzia "Rent-a-Boy".
"Quanti anni hai?"
"Ventuno."
"Hai un bel cazzo."
"È tuo..." rispose il ragazzo salendo sul letto accanto a lui.
"Sì, lo so. Per questa settimana è mio." rispose stancamente, ma cominciando ad eccitarsi alle esperte carezze dell'altro.
Chissà quanti ne ha carezzati così? si chiese Patrick cominciando a rilassarsi.
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