Patrick Dupuis arrivò in albergo con tutto il suo corteo di assistenti, i membri della band, il personale. In tutto erano ventuno persone. Si installarono al piano loro riservato. Jean Luc, emozionato, lo vide passare nel corridoio. Il cantante era vestito con una casacca e pantaloni ampi che ne nascondevano le forme, occhialoni scuri, un berretto di tela bianca calzato sui capelli. Era praticamente circondato dai suoi collaboratori, guardie del corpo, assistenti sì che Jean Luc riuscì appena ad intravederlo.
Ebbe l'impressione che il suo idolo fosse stanco. Lo guardò scomparire nella suite Victor Hugo. Il cuore gli batteva forte. Poiché il cantante si sarebbe fermato in albergo per undici giorni, avrebbe avuto altre occasioni per vederlo, forse addirittura per parlargli...
La suite Victor Hugo era la più bella e la più grande. Era composta di tre camere da letto, due bagni, un salone, due salotti ed un ufficio. A parte le due porte del salone e dell'ufficio, tutte le altre che davano sul corridoio erano state chiuse. Jean Luc sapeva che Patrick avrebbe alloggiato nella camera da letto in fondo a destra, quella che chiamavano dei "glicini", perché era la più bella e perché lì la direzione aveva fatto mettere il bouquet, il cesto di frutta ed il vassoio di cioccolatini riservati ai VIP quattro stelle. Nella vicina camera dei "cigni" avrebbe dormito l'assistente personale del cantante e, dall'altra parte del salone, accanto all'ufficio, il manager e il P.R. man, assieme nella camera dei "fiordalisi"
Jean Luc, prima dell'arrivo degli ospiti, aveva controllato almeno tre volte che tutte le stanze ed i bagni fossero in perfetto ordine. Aveva indugiato più a lungo nella camera dei glicini cercando di immaginare il suo idolo lì dentro, magari abbandonato nudo sul grande letto bianco con il copriletto di seta cruda color glicine. Chissà se il cantante dormiva nudo?
Il personale aveva portato i bauli dei quattro che avrebbero usato la suite. Tutti gli altri occupavano le altre suite e le stanze del piano. Suonò il campanello dall'ufficio della suite. Jean Luc bussò alla porta ed entrò.
L'uomo seduto dietro alla scrivania, un tipo distinto sui quarantacinque anni, senza guardarlo gli chiese: "È possibile avere una caraffa di frullato di mele verdi fresche, ogni due ore?"
"Certamente, signore, provvedo subito. La devo far portare qui?"
"No, nel salotto, l'altro, non questo qui accanto. Per il signor Dupuis. Fresco, mi raccomando."
"Certamente, signore, non dubiti, signore."
"Anche la notte, s'intende. Ogni due ore. In ghiaccio, logicamente."
"Certo, signore. Desidera altro?"
"Per ora no. Sei tu il cameriere al piano?"
"Sì, signore, per un turno. Siamo tre camerieri, otto ore a testa."
"Tu che orario fai?"
"Dalle 17 all'1, signore."
"Qual è il tuo nome? Di battesimo."
"Jean Luc, signore."
L'uomo prese nota. Poi chiese: "E gli altri due?"
"Dall'1 alle 9 ci sarà Vincent e dalle 9 alle 17 Robert, signore."
L'uomo annotò anche quei due nomi. "Bene, Jean Luc. Logicamente m'attendo che nessuno entri nella suite se non sono io ad ordinarlo, a parte voi tre quando siete chiamati e quando dovete portare la caraffa ogni due ore. Nessuno, chiaro? Neanche l'altro personale dell'albergo."
"Forse sarebbe bene che avvertiste voi la direzione..."
"D'accordo."
"E... mi scusi, signore, il personale che deve rifare le camere?"
"Solo se non c'è nessuno di noi, e sotto la supervisione di uno di voi tre."
"Molto bene, signore. La cena va bene per le 20?"
"Sì, certo. La porterai tu personalmente, da solo, nel salone."
"Molto bene, signore."
"Puoi andare, ora. Porta al più presto il frullato. Fresco, mi raccomando."
"Non dubiti, signore. Con permesso, signore."
Jean Luc uscì ed andò subito ad ordinare il frullato. Quando salì il cameriere col carrello Jean Luc lo fece fermare in corridoio, prese il carrello e lo portò nel salotto verde. Dietro quella porta c'era Patrick, pensò emozionato. Chissà se stava riposando... Sistemò la vasca di cristallo piena di ghiaccio sul tavolinetto, drizzò la caraffa con il frullato ed uscì con il carrello che riconsegnò al cameriere.
Gli disse: "Un'altra caraffa e nuovo ghiaccio per le 19,30, mi raccomando."
"Certo, Jean Luc."
Alle 20 meno cinque minuti arrivarono i carrelli con le cene. Tutto il resto del seguito scendeva a mangiare in ristorante. Jean Luc li portò nel salone dove aveva già apparecchiato. Entrò un uomo poco più che trentenne.
Jean Luc gli chiese pieno di speranza: "Devo servire io a tavola, signore?"
"No, facciamo da soli. Puoi andare, ora."
"Bene, signore."
Jean Luc aveva sperato di sì, almeno avrebbe visto da vicino e con calma il suo idolo... Da quando era entrato nella suite, infatti, non l'aveva più visto. Ma si rassegnò: avrebbe avuto altre occasioni.
Ogni due ore entrava nel salotto verde a cambiare il ghiaccio ed il frullato di mele. Ne mancava sempre poco.
Passarono due giorni e continuava a vedere il cantante solo quando entrava o usciva dalla suite. E sempre circondato dai suoi uomini. La seconda sera, verso le 22, arrivò uno dei tre uomini che abitava nella suite con Patrick, assieme ad un ragazzo sui venti anni.
L'uomo che l'aveva introdotto dopo poco uscì e si avvicinò a Jean Luc: "Quel giovanotto che ho fatto entrare poco fa... Tornerà spesso verso quest'ora. Quando arriva, lui può entrare."
"Certo, signore." rispose Jean Luc.
Il giovane uscì verso mezzanotte.
Anche lui si avvicinò a Jean Luc: "Domani sera tornerò verso le 23. Io posso entrare, te l'hanno detto?"
"Sì, signore, lei può entrare."
"Ci sarai sempre tu?"
"Sì, signore."
"Bene, così non ci saranno problemi." rispose quello e se ne andò.
Jean Luc lo guardò andar via. Era ben vestito, elegante. Sembrava un fotomodello o un indossatore. Chissà chi era? Che andava a fare lì dentro a quell'ora, tutte le sere? Non aveva una borsa, nulla. Troppo giovane per essere un tecnico, un medico, un... cosa? Forse era un massaggiatore, ma avrebbe dovuto avere la valigetta con le lozioni. Altre volte i clienti avevano chiesto i servizi di un massaggiatore o di una massaggiatrice... magari per scopare. Ma arrivavano sempre con la valigetta se non altro per salvare le apparenze. E poi era vestito con troppa eleganza, quel ragazzo. Pareva più un play boy che un professionista. Che fosse semplicemente un amico o un parente del cantante? Ma perché sarebbe sempre arrivato a quell'ora tarda? Jean Luc era incuriosito ma non capiva. Non immaginava che quel ragazzo era sì un professionista e che aveva sempre addosso tutta l'attrezzatura necessaria: era uno dei ragazzi dell'agenzia "Rent a Boy". Ma Jean Luc non sapeva neppure che a Parigi esistesse una simile agenzia.
La quarta sera, dopo che il ragazzo era uscito verso le 23,30, Jean Luc entrò nel salotto verde per cambiare la caraffa di frullato. La stava sistemando quando vide che la porta che dava nella camera dei glicini era semiaperta. Di là proveniva una soffice luce ed il suono sommesso di un brano di musica classica. Col cuore che gli batteva in gola, Jean Luc si accostò alla porta e sbirciò dentro. Intravide un angolo del grande letto ed una gamba nuda, immobile. Si affacciò un po' e restò a bocca aperta: Patrick giaceva sul letto, completamente nudo, addormentato.
Dio, quant'è bello! pensò emozionato il ragazzo ammirandolo da capo a piedi. Il suo sguardo tornò nel centro del corpo del cantante. Il bel membro, morbido ma di buone dimensioni, giaceva rivolto in su, adagiato sul ventre. I bei testicoli sodi pendevano nel loro sacchetto fra le cosce semidivaricate. Il corpo era bello, proporzionato, completamente glabro e solo le gambe, dalle ginocchia alle caviglie, erano coperte da una lieve pelurie.
Jean Luc, senza rendersene conto, fece due passi verso il letto, affascinato. Dio, che voglia di toccarlo! pensò confusamente mentre si sentiva il sangue pulsare alle tempie. Il lenzuolo era scivolato a terra, stropicciato. Jean Luc pensò che avrebbe dovuto coprire quel corpo meraviglioso... L'avrebbe coperto di baci... ma si chinò e prese il lenzuolo stendendolo. Ma non aveva la forza di coprirlo, non ancora. La visione aveva superato ogni sua aspettativa, ogni sua speranza, ogni sua fantasia. Poter ammirare il suo idolo completamente nudo! Era troppo bello! Il cuore gli batteva in petto con violenza, si sentiva come un calore guizzarli per tutto il corpo. E una forte erezione gli tendeva ora gli attillati calzoni dell'uniforme. Stava lì, il lenzuolo steso fra le mani. Fece un altro passo fino a sfiorare il letto.
La testa di Patrick era abbandonata sui cuscini, il volto dolce ma lievemente contratto in un'espressione non del tutto serena... ma quelle labbra che sembravano aspettare solo di essere baciate...
Stava per decidersi infine a ricoprire il corpo del suo idolo col lenzuolo quando una mano forte lo afferrò per un braccio allontanandolo dal letto. Jean Luc ebbe un sussulto e lasciò cadere il lenzuolo girandosi. Uno dei tre uomini lo teneva con vigore e lo guardava minaccioso negli occhi.
Con voce sommessa ma dura gli chiese: "Che ci fai tu, qui?"
"Stavo per coprirlo col lenzuolo..."
"O non l'avevi per caso tolto tu? L'avevo coperto io pochi minuti fa."
"No, signore. Era scivolato a terra..." rispose Jean Luc tremando leggermente.
"Tu non avresti dovuto neppure entrare qui."
"Avevo portato il frullato... c'era la porta aperta..." si giustificò il ragazzo.
La stretta dell'uomo non si allentava. Entrarono nella stanza gli altri due.
"Che succede, Jules?"
"Niente, Pierre. Questo cameriere è entrato qui dentro e io l'ho sorpreso..."
Stavano discutendo a mezza voce ed ora Jean Luc era tenuto da una parte da quello che si chiamava Jules e dall'altra da Charles mentre Pierre lo interrogava in tono chiaramente contrariato, quando Patrick si sollevò a metà sul letto e mormorò:
"Lasciatemi... lasciatemi... non voglio..."
Pierre si girò verso il cantante e gli disse con voce suadente, come parlasse ad un bambino: "Nessuno ti tocca, Patrick. Dormi ora, stai tranquillo. Non succede niente..."
Il cantante aveva gli occhi sgranati e, guardando Jean Luc mormorò con un senso di urgenza: "Scappa Patrick, non ti far prendere... quello sono io... lasciatemi..." e ricadde sul letto.
Pierre chiese a Jules: "Ma non gli hai fatto l'iniezione?"
"Sì, certo..."
"Bene, andiamo di là, qui lo disturbiamo..."
Trascinarono quasi Jean Luc fino al salone.
Pierre cominciò a dirgli in tono irato: "Credevo di aver chiarito che nessun estraneo deve entrare di là. Anche tu. Dovevi solo cambiare la caraffa nel salotto ed andartene."
"Chiedo scusa, signore, ha perfettamente ragione. Solo che la porta era aperta e il signor Dupuis era scoperto e..."
Claude li interruppe: "Girati un po', ragazzo..."
Jean Luc lo guardò stupito, preoccupato e chiese: "Io? Girarmi? Non capisco..."
"Sì, fai un giro su te stesso."
Il ragazzo obbedì, senza capire. Che gli volevano fare?
"Già, proprio così... vuoi spogliarti, ora?"
"Ma... signore! Io non..."
"Ascolta ragazzo: o fai quello che ti chiedo o dovremo protestare per l'accaduto con la direzione e chiedere provvedimenti nei tuoi confronti." rispose Claude con una certa durezza.
Pierre gli chiese senza capire: "Che hai in mente, Claude? Perché dovrebbe spogliarsi?"
Mentre il cameriere, tremando leggermente, iniziava a sbottonarsi la giacchetta, Claude rispose lievemente concitato: "Patrick... m'ha dato lui l'idea."
"Che? Quando? Che idea?"
"Poco fa. Ha detto: quello sono io, lasciatemi. Non lo vedete? Ha ragione Patrick, questo ragazzo è quasi il suo sosia perfetto."
Jean Luc si fermò e lo guardò stupito.
"Spogliati, tu!" ordinò Claude.
"Ma Patrick è castano scuro e ondulato, lui chiaro e liscio. Anche il colore degli occhi, il naso..."
"Jules, quelle cose si correggono. Ma guarda la forma del volto, le labbra, il mento, persino la forma delle orecchie... E se anche il corpo..."
"Ma se anche fosse il sosia perfetto..."
Jean Luc ascoltava confuso: lui somigliare a Patrick? Non gli era mai passato per il capo, né nessuno mai gli aveva fatto notare una somiglianza... Ora era a torso nudo.
"Togliti tutto, ragazzo." gli disse Claude visibilmente eccitato dalla sua idea. Poi disse agli altri: "Ma riflettete! Qual è il nostro problema? Patrick è perfetto in scena ma fuori scena è nel panico completo. Coi giornalisti, nei pranzi, con i suoi fan. Capite a cosa ci servirebbe un sosia?"
Jean Luc, ora solo in mutande, ascoltava frastornato.
"Tutto, ragazzo, tutto." insisté Claude.
Jean Luc arrossì ma si sfilò anche le mutande.
"Sì... dovrebbe solo dimagrire un po', fare ginnastica..."
"E tingendogli i capelli e con una permanente..."
"E lenti a contatto colorate..."
"Ma il naso?"
"Chirurgia plastica..."
Jean Luc li interruppe con voce incerta: "Ma io... io..."
"Siediti lì e parliamone, Jean Luc." disse Pierre.
Parlarono. Pierre gli propose una bozza di contratto: lui avrebbe dovuto accettare di lasciarsi trasformare in una copia perfetta del cantante, imparare a muoversi come lui, a parlare come lui e, istruito dai tre uomini, sostituirsi a Patrick per le feste, le interviste, le apparizioni fuori dagli spettacoli. Avrebbe ricevuto un'ottima paga. Ma in cambio avrebbe dovuto vivere sempre all'ombra di Patrick. Nessuno, neanche gli amici o i parenti avrebbero mai dovuto avere sentore del suo lavoro. Lui doveva scomparire, letteralmente. Misero a punto diversi particolari per la stesura definitiva del contratto da farsi e Pierre prendeva appunti.
Jean Luc all'inizio era frastornato. Il fatto stesso di essere lì, ancora nudo fra quei tre uomini decisi, lo faceva sentire in stato di inferiorità, indifeso, inerme. Ma alla fine accettò. Non per i soldi (tanti, comunque) né per le pressioni e le velate minacce. Ma perché così avrebbe potuto, anzi dovuto, vivere a stretto contatto col suo idolo.
"Logicamente dovrai rinunciare ad avere una vita tua. Almeno finché Patrick sarà sulla cresta dell'onda. Cioè per anni. Ma alla fine sarai ricco. Il tuo stipendio sarà depositato in un conto in banca, vincolato. Potrai avere tutti i tuoi soldi solo quando scioglieremo il tuo contratto che preparerò domani stesso. Logicamente se tu dovessi in qualsiasi modo tradire questo segreto, perderai tutto, è chiaro?"
"Sì, ma... il signor Dupuis sarà d'accordo? Mi vorrà?"
"Certo. Patrick farà tutto quello che gli diremo noi. Tanto più che tu gli eviterai le apparizioni in pubblico che lo gettano nel panico."
"Capisco. Posso... rivestirmi, ora?"
"Sì, certo. Per prima cosa ora mi firmerai una carta in cui ti impegni al segreto. E domani stesso ti licenzierai."
"Sì, ma... devo dare il preavviso contrattuale..."
"No. Senza preavviso ci rimetti sulla liquidazione, ma non sarà un problema per te, ti daremo noi anche quei soldi. Avrai tutto quello che ti serve. Inventa che t'hanno offerto un buon lavoro... che so io... in Australia... o altrove, lontano. Che devi andar via subito. Che non hai ancora il tuo nuovo indirizzo. Dai la stessa versione a tutti, qui al lavoro, con gli amici... Pensi di aver problemi con la tua famiglia?"
"No, credo di no... dovrò forse far loro una telefonata di tanto in tanto per farli star tranquilli, ma..."
"Si può fare. Vieni di là in ufficio, cominciamo subito a stabilire alcuni punti, a mettere nero su bianco. Vieni." disse Pierre.
Jean Luc si sentiva ancora frastornato, ma anche eccitato.
Seguirono giorni febbrili. Si licenziò. Andò a salutare Houari. Telefonò a casa. Fece le valigie e lasciò la stanzetta nel seminterrato. Charles lo portò in una clinica privata alle porte di Parigi dove gli modificarono il naso. Mentre il naso si cicatrizzava, iniziò una dieta e passò ore in palestra a fare esercizi. Fu affidato ad Olivier, un giovanotto di ventinove anni, assistente di Claude. Questi gli faceva udire e vedere registrazioni delle interviste di Patrick. Con l'aiuto di un insegnante di dizione Jean Luc imparò a parlare con l'accento, la cadenza di Patrick. Le voci non erano veramente uguali, ma di solito la gente nota più cadenza e accento che non timbro e tono.
Fu un allenamento che durò quasi due mesi durante i quali Jean Luc visse nella villa di Patrick in Corsica. A fine luglio gli furono applicate le lenti a contatto colorate, gli furono tinti i capelli e le sopracciglia, ondulati e tagliati con lo stesso taglio di Patrick. La trasformazione aveva dell'incredibile! Lo stesso Jean Luc ne era affascinato: si guardava allo specchio e vedeva Patrick!
In quei due mesi il ragazzo non aveva più rivisto il cantante che era in tournée. Ma a fine luglio seppe che stava per arrivare in villa. Era emozionatissimo.
"Olivier?"
"Dimmi..."
"Come la prenderà Patrick?"
"Bene. È già stato informato. Ti vuole conoscere."
"Ha reagito bene, quando gliel'hanno detto?"
"Sì, sembrava divertito, dice Claude. E soprattutto sollevato all'idea che così dovrà solo scrivere canzoni e cantarle."
"Non dovranno mai vederci assieme, però."
"Certo, ma sarà facile, vedrai. Uno di voi due indosserà sempre un travestimento quando sarà con l'altro. E ve lo scambierete quando necessario. Quando si andrà in teatro, tu arriverai come Patrick. Rilascerai autografi eccetera. Lui arriverà con parrucca e trucco che non lo fanno riconoscere e andrà in camerino. Lo raggiungerai lì. Lui farà lo spettacolo, poi di nuovo si travestirà e noi lo portiamo via. Tu uscirai come Patrick ad affrontare la folla, i giornalisti..."
"Ma se qualcuno vorrà venire in camerino?"
"Pierre ha pensato anche a questo. Patrick ha sempre un camerino doppio come tutte le grandi star e lo scambio avverrà in quello interno in cui potremo entrare esclusivamente noi cinque. È tutto previsto. Non ci saranno problemi, vedrai."
"Siete in molti a sapere di questo scambio?"
"No, siamo in otto, dieci con Patrick e te. E tutti fidati. Io, Claude, Pierre, Jules, la truccatrice, il cameriere personale, le due guardie del corpo. Neanche le mogli di Jules e Pierre sanno nulla. E neppure il personale qui in villa."
"Ma... mi hanno visto..."
"Poco e prima della trasformazione finale. Per questo l'abbiamo fatta solo ora. Sarà un po' una vita da recluso la tua, da ora in poi."
"Anche quella di Patrick, mi pare..."
"Lui c'è abituato."
"Povero Patrick."
"C'è abituato. Ed è troppo impaurito dalla gente per non essere contento."
"Ma com'è successo? Sembra sempre così sicuro di sé, così..."
"A poco a poco. Era sicuro di sé, prima di ottenere il successo. Ormai va avanti solo a forza di eccitanti e di calmanti. La tua presenza gli sarà di sollievo, penso. Dovrete passare molte ore assieme. Ti servirà anche per imitarlo meglio, anche se già te la cavi benino. Cerca di diventargli simpatico, è meglio per tutti e due. Bene. Scendiamo in palestra per i tuoi esercizi. Vieni."
Arrivò Patrick. Quando furono di fronte il cantante lo guardò a lungo. Jean Luc si sentiva tremare tutto.
"Ciao, ombra! Ti chiami Jean Luc, vero?"
"Sì..."
"Sei proprio una copia perfetta. Jean Luc - Patrick. E io potrò essere Patrick - Jean Luc... e riposare. Ehi, ombra, che effetto ti fa essere me?"
"Mi sembra un sogno. Io sono un suo ammiratore da sempre e... questo è straordinario, incredibile!"
"Dammi del tu, ombra. Io non mi do mai del lei da solo. Quanti anni hai?"
"Ventitré, quasi ventiquattro..."
"Due meno di me. Ma non si nota, logicamente. Ci pensi che d'ora in poi avremo tutto in comune? Dieta, vestiti, camera, fama..."
"La fama sarà sempre e solo tua, tutta tua. Sei tu il cantante, io sono solo... la tua ombra, appunto."
Patrick annuì, gli si avivcinò e gli tese la mano: "Felice di conoscer...mi." disse con un sorriso stanco. Poi aggiunse pensieroso: "Spero che si andrà d'accordo, visto che staremo sempre appiccicati. Quasi sempre."
Jean Luc a quella stretta decisa, calda, fremette di piacere e la rese con la stessa forza.
A sera andarono a dormire. La cameretta di Jean Luc comunicava con quella di Patrick. Questi aveva voluto così.
"Lascia la porta aperta, stanotte, ombra."
"Sì, come vuoi."
"Prima che prenda la pastiglia per dormire, stai un po' di qua a parlare con me."
"Volentieri."
Patrick era steso nel suo grande letto, solo le braccia e le spalle nude fuori dal lenzuolo. Fece cenno al ragazzo di sedere sul bordo del letto.
"Prendi sempre la pastiglia per dormire?"
"No. Quando sono sotto stress, mi fanno un'iniezione."
"Non riesci a farne a meno?"
"No. Avrei incubi orribili... Tu sai tutto di me?"
"Mi hanno fatto leggere e rileggere le tue biografie. Le sto imparando a memoria. Sai, per le interviste."
"Già. Ma lì c'é solo una parte della mia vita... quella che si può e si deve sapere. T'han detto per esempio che io sono gay?"
Jean Luc spalancò gli occhi: "No... no davvero..."
Patrick fece un risolino amaro: "Ma lo sono. Anche se non si deve sapere. Comunque sta tranquillo, non è che devi sostituirmi quando scopo con un ragazzo, quello posso farlo da solo. E non ci proverò con te, mi sembrerebbe di farlo da solo..."
Jean Luc sorrise. Stava per dirgli che anche lui era gay ma pensò che sarebbe venuto il momento. Invece gli chiese: "Hai un ragazzo?"
"Uno? No, mille. Me li procurano loro. Tra poco ne arriverà uno qui in villa. Sempre dalla stessa agenzia: sanno i miei gusti, ormai."
"Cioè... a pagamento?"
"Certo."
"E sempre lo stesso?"
"No, non mi pare... non lo so... non m'importa. È solo per godere, non per... Ma io non so niente di te..."
"Che importa? Io sono solo la tua ombra, no?"
"Già. Ti piacciono le mie canzoni?"
"Da morire! Le so tutte a memoria, tutte."
"Ah. Sai cantare?"
"No, assolutamente!"
Patrick fece un mezzo sorriso: "Meno male. Se non mi butterebbero via e farebbero cantare te."
"No, tu sei insostituibile."
"Già, col mio lavoro mantengo decine di persone..."
"Anche me, ora."
"Beh, logico: tu sei la mia ombra, no?"
Jean Luc annuì con un sorriso.
L'altro gli chiese: "Ti dà fastidio che ti chiamo ombra?"
"No. Lo sono."
"Ma tu sei Jean Luc, nonostante tutto."
"Certo. Ma prima la mia qualifica era cameriere d'alberego, ora è... ombra di Patrick Dupuis."
"Quale preferisci?"
"Questa, è chiaro."
"Avremo una vita difficile. Tutta la mia vita è difficile, da un sei anni a questa parte. No, non è difficile, è orribile."
"Perché orribile? Sei ricco, ammirato, canti splendide canzoni..."
"Canto. L'unica cosa che mi permette di non morire. Ma il resto... Vedrai, quando vorranno toccare te, fagocitarti... è orribile. E i giornalisti... altro che inquisizione. Ti sezionano, ti denudano, ti espongono... come un quarto di bue in una macelleria..."
"Dio, sembra davvero orribile, come lo dipingi."
"No, è peggio. E quelle mani, quei volti isterici che gridano il tuo nome! Quelle mani che ti strappano gli abiti di dosso, che ti toccano... che ti frugano prepotenti... Devo mettere la conchiglia come i ballerini per proteggermi cazzo e palle! Ci provano sempre, specialmente le femmine. E stringono come se volesselo strapparmelo. La conchiglia mi ripara un po', ma lo sento e sono terrorizzato... Vedrai anche tu, sarà un'esperienza oscena... oscena..."
"Non pensarci, Patrick, mi hanno assunto per questo, no? Ci sarò io, d'ora in poi e almeno tu potrai stare più tranquillo..."
"Povera ombra mia... Ne riparleremo dopo il mio primo concerto. Vuoi andare a dormire, ora? Io prendo la mia pastiglia."
"Se vuoi. Ma posso ancora restare, non ho ancora sonno..."
"Grazie. Mi farebbe paicere."
"Prova a non prendere la pastiglia, questa volta."
"Se mi addormento... Senza pastiglia forse mi sentirai gridare..."
"Verrò da te. E la prenderai dopo, se mai..."
"Ho paura, sai?"
"No, Patrick. Ricordati della tua canzone: ragazzo solo, non temere, vedi, ti tendo la mano..."
"Già. È quello che avrei voluto sentirmi dire molte volte. Che nessuno m'ha mai detto."
"Ma sei circondato da gente che ti protegge, no? Non sei solo..."
"No. Che s'assicura che io funzioni, in un modo o nell'altro. Tu..."
"Io?"
"Niente. Adesso cerco di addormentarmi. Sono stanco... tanto stanco..." disse Patrick e chiuse gli occhi.
Jean Luc restò seduto sul bordo del letto e lo guardò. E pensò che quel ragazzo fragile, solo, impaurito gli faceva una gran tenerezza. Quant'era diverso dal Patrick dei rotocalchi! Povero, povero Patrick. Avrebbe voluto abbracciarlo, coccolarlo. Ma capì che il cantante era terrorizzato dal contatto fisico. Lo viveva come aggressione. Eppure con i ragazzi ad ore, doveva pur avere un contatto fisico... Che gran mistero è l'essere umano, pensò il ragazzo.
Stava per alzarsi e tornare nella sua cameretta quando Patrick riaprì gli occhi: "Dammi la pillola, lì sul tavolino da notte. Ho troppa paura ad addormentarmi senza..."
Jean Luc gliela porse, col bicchiere d'acqua. Patrick la prese e gli porse il bicchiere vuoto.
"Un sonno senza sogni... Sì, ti hanno reso uguale a me, ombra. Ma tu sei diverso da me, lo leggo nei tuoi occhi. Tu esisti... io sono solo una voce che canta... forse sono io la tua ombra..."
Jean Luc lo vide assopirsi. Allora gli sfiorò il petto in una lieve carezza, si alzò ed andò a dormire.