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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'OMBRA DEL DIVO CAPITOLO 5
SCONTRI

Patrick aveva spesso sbalzi d'umore improvvisi e violenti. Di solito era triste, chiuso. A volte diventava teso, isterico, tremante come un cucciolo impaurito. Altre volte era capriccioso, scontroso, cattivo. Jean Luc a poco a poco si abituò a quei cambiamenti. Ma ne soffriva, perché sentiva tutta la sofferenza dell'altro.

Quando gli portavano in camera il ragazzo per i suoi sfoghi sessuali, Jean Luc doveva chiudersi nella sua cameretta per non farsi vedere. Li sentiva agitarsi nel grande letto, mugolare, fare l'amore. Una volta aveva sentito Patrick che gemeva: "più forte, più forte!" Jean Luc si eccitava e spesso si masturbava sentendo quei rumori inconfondibili. E sognava di esserci lui, col suo idolo...

Dopo, quando il ragazzo usciva per tornare nella cameretta che gli avevano assegnato in un'altra ala della villa, ogni volta Patrick lo chiamava. Lui, risistematasi la tuta con cui di solito dormiva, andava di là e sedeva sul bordo del letto. Patrick, dopo aver fatto l'amore, aveva sempre un'aria distesa ma triste.

Una volta Jean Luc gli chiese: "Ma ti piace far l'amore?"

"Sì. Sono sempre molto bravi, efficienti. Sanno farmi godere. Anche questo che è appena uscito."

"Ma perché non li scegli tu?"

"Loro li sanno scegliere. Conoscono i miei gusti. Tu... avevi la ragazza, prima?"

"No."

"Ma non hai voglia di scopare, qualche volta?"

"Beh, sì..."

"Dillo a loro. Ti procureranno una ragazza, se vuoi. Sono efficienti."

"No, non importa. E poi..." stava per dire che avrebbe preferito un ragazzo, anzi, lui... ma si trattenne.

Patrick sembrò non cogliere quella frase lasciata in sospeso e riprese: "Sì, sono bravi. Sanno farmi godere..."

"Ma non ti basta, vero?"

"Mi dai la tua mano, ombra?" chiese Patrick senza rispondere. Jean Luc gliela diede. L'altro la strinse appena: "Parlami di te, ombra."

"Che vuoi sapere?"

"Non lo so neanche io. Parla..." disse l'altro con un debole sorriso.

Jean Luc parlò... "Mi piace la pioggia. Il rumore della pioggia. L'odore, gli odori che la pioggia risveglia. Mi dà un senso di pulito, di vita che si rinnova. È molto bella la tua canzone sulla pioggia. È vera. Deve piacere anche a te, la pioggia, vero?"

"Sì..."

"E i temporali... Anche i temporali mi piacciono moltissimo. Mi piacerebbe star nudo sotto un temporale."

"Io dormo sempre nudo. Mi piace stare nudo, ci starei sempre, se potessi."

"Sì, ti capisco."

"Tu dormi con quella tuta?"

"Sì."

"Io non la sopporterei. Mi piace addormentarmi col lenzuolo che mi carezza la pelle. Le carezze che da piccolo non m'ha mai dato neanche mia madre. Mio patrigno sì... ma erano carezze... Non era affetto, era solo libidine... Voleva solo fottermi. Mi ha sverginato, avevo tredici anni..."

"Un brutto ricordo..." affermò Jean Luc a mezza voce.

"Brutto e bello. Lo odiavo e mi piaceva, perciò mi odiavo. Come quando mi faccio fottere da quei mercenari: li amo e li odio... e mi odio. Sono uno stronzo, vero?"

"Sì, un po'..." gli rispose sorridendo Jean Luc ma gli sfiorò una guancia con una lieve carezza. Patrick afferrò quella mano, l'avvicinò alle labbra e la baciò. Jean Luc fremette.

"Tu non mi disprezzi, vero?"

"Certo che no! Perché dovrei?"

"Il mio patrigno mi disprezzava. Prima m'inculava, poi mi disprezzava. Anche Pierre e Jules mi disprezzano. Charles, forse, meno degli altri. Anche quei ragazzi, mentre mi fottono, mi disprezzano. Il grande Patrick Dupuis montato come... una cagna in calore! Forse proprio perché li pago mi disprezzano."

"Forse sei tu che te lo immagini, Patrick"

"Tu, di là, senti tutto, vero?"

"Sì..."

"E non ti dà fastidio?"

"No, fastidio no."

"Davvero?"

"Posso dirti una cosa?"

"Cosa?"

"Anche io sono gay, come te."

Patrick lo guardò sorpreso, poi rise, rise, rise: "Sei proprio la mia ombra, tu..." disse calmandosi e gli baciò di nuovo lieve la mano.

"E sono felice di esserlo."

"Anche quando ti tratto male?"

"Anche quando stai male..."

"Sì, sto male. Spesso penso che vorrei morire. Ma non avrò mai il coraggio di farlo."

"Coraggio? No, per uccidersi non ci vuole coraggio, ma vigliaccheria. Per vivere ci vuole coraggio, molto, molto coraggio."

"Tu hai mai desiderato morire?"

"No, mai. Io mi voglio bene."

"Ti vuoi bene... Io no, mi faccio schifo."

"E perché? Sei un ragazzo splendido."

"Il corpo... che conta."

"No, non solo il tuo corpo. Le tue canzoni... sono l'eco della tua anima. E sono molto belle..."

"Sei più poeta di me, tu..." gli sussurrò Patrick. Poi chiese: "Mi dai la pasticca, ora?"

"Perché? Prova a dormire senza."

"Ho paura..."

"Non devi. O meglio, devi affrontare le tue paure..."

"Vuoi... stenderti vicino a me, stanotte? Così forse..."

"Come vuoi tu. Ma che diranno gli altri? Di notte passano due o tre volte a vederti..."

"Dicano quello che vogliono. Ti stendi accanto a me?"

"Volentieri."

"E mi tieni la mano?"

"Certo."

Per Jean Luc fu un piacere ed una sofferenza stare steso accanto a quel corpo che amava, che desiderava. Sì, il suo corpo ora era pressoché identico, ma lo sentiva come un abito che indossava. Quello vero è lì, accanto al suo, caldo, desiderabile... Lo sentì scivolare nel sonno e dopo poco si addormentò anche lui.

Fu svegliato più tardi da Patrick che si stava lamentando, si agitava e mormorava nel sonno: "No... no... non toccatemi... no..."

Jean Luc lo abbracciò appena e lo carezzò fra i capelli. "Ssst... ssst... va tutto bene. Stai tranquillo... Ci sono io..."

Patrick ebbe come un soprassalto convulso.

Jean Luc gli carezzò di nuovo lieve i capelli e gli sussurrò: "Calma, calma... va tutto bene, Patrick."

L'altro sembrò distendersi. Jean Luc gli depose un bacio lieve sulle labbra e fremette in preda ad un forte desiderio. Ma si stese cercando di controllarsi, di calmarsi. Patrick, dormendo, si girò su un fianco e una sua gamba ed un suo braccio si posarono sul corpo di Jean Luc in un inconscio mezzo abbraccio. Questi gli cinse le spalle con un braccio e gli carezzò lieve la schiena nuda. Patrick si strinse di più a lui.

La seconda volta fu svegliato dal rumore della porta. Il cameriere personale di Patrick era entrato e lo guardava:

"Che fa lei qui?" chiese a Jean Luc aggrottando la fronte.

"Aveva un incubo..."

"Non ha preso la pastiglia. Deve prenderla." disse vedendola ancora sul tavolinetto.

"Gliela darò io se si sveglia di nuovo." sussurrò il ragazzo.

"Il signor Jules non sarà contento..."

"Vedremo..." rispose il ragazzo facendo cenno con la mano all'uomo di uscire.

Questi si strinse nelle spalle ed uscì. Jean Luc guardò Patrick. Dormiva ma la sua espressione era corrucciata. Lo carezzò ancora lieve e si addormentò.

La terza volta si svegliò per un forte gemito di Patrick. Questi era tutto un tremito, sempre più violento. Jean Luc lo scosse lievemente, più volte. Infine Patrick aprì gli occhi ed incontrò lo sguardo intenso dell'altro.

"Ah... tu... sei ancora qui..."

"Te l'avevo promesso. Avevi un incubo..."

"Sì..."

"Ti va di parlarmene?"

"Il solito... i miei fan, le ragazze. Mi strappavano i vestiti, mi facevano cadere, mi sommergevano, mi strappavano la conchiglia, mi toccavano con le mani, con i seni, con le bocche affamate... affamate del mio sesso... e io ero senza forze, non potevo alzarmi, scappare, difendermi. Oh, quelle bocche... quelle mani..." disse in un singhiozzo.

"Sei fra le mie mani. Che non ti faranno mai del male. Dormi tranquillo."

"Jean Luc?"

"Sì?"

"Tu mi desideri? Desideri il mio corpo?"

"Che importanza ha? Io ti sto vicino, e il mio corpo è il tuo, no? Sono la tua ombra."

"Tu... non vuoi profittare di me, vero?"

"No, certo, mai!"

"Tu... anche se mi desideri... saprai rispettarmi, vero?"

"È naturale."

"Anche se ti costasse?"

"Anche."

"Perché?"

"L'hai detto tu, no? Come potresti fare l'amore con te stesso... o con la tua ombra?"

"Jean Luc?"

"Sì?"

"Di te mi fido... anche se mi toccherai..."

"Non ti toccherò, comunque."

"Ma tu... tu mi desideri, vero?" chiese di nuovo il cantante a voce bassa.

"Sì, è vero. Da molti anni. Ma non solo il tuo corpo, credimi."

"Questo corpo... un cadavere putrefatto dentro."

"No, non ti credo. Il Patrick che sto imparando a conoscere è molto meglio di quello che sognavo."

"E com'è possibile?"

"Non lo so. Ma è così."

"Lo dici solo per... gentilezza."

"No no. Ma desso dormi, piccolo. Dormi tranquillo."

"Senza pillola?"

"È già passata metà della notte."

"Non ti lascio dormire..."

"Poco male."

"Perché sei così, tu?"

"Così? Così, come?"

"Così... non lo so..."

"Dormi..."

Patrick si assopì di nuovo. Il suo corpo era semiscoperto. Jean Luc cercò di mettergli sopra il lenzuolo, ma era incastrato sotto il corpo dell'altro e perciò non ci riusciva e non voleva farlo svegliare di nuovo.

La mattina il ragazzo si svegliò prima del cantante. Durante quella notte s'era svegliato cinque o sei volte, non lo ricordava. Patrick gli stava addossato e, attraverso la tela del lenzuolo e la tuta, ne sentiva l'erezione mattutina premergli contro l'anca. Guardò l'orologio: erano le nove. Scosse lievemente il cantante finché questi aprì gli occhi.

"Ben svegliato, Patrick. Come ti senti?"

"Terribilmente stanco. Ho dormito male... E non t'ho fatto dormire."

"Avresti preferito prendere la pillola?"

"Non lo so... forse."

"Molti incubi?"

"Sì. Ma mi svegliavo e vedevo te... e ero io che dormivo tranquillo, sereno. Un buffo effetto. Hanno fatto un buon lavoro. Ma tu sei la bella copia di me. Vorrei essere io tranquillo com te..."

"Potessi, ti darei metà della mia tranquillità e mi prenderei metà delle tue paure..."

"Uno scambio poco vantaggioso, per te..."

"Ma lo farei."

"Chi sono io, per te?"

"Un... amico?"

"Ci conosciamo appena. Però, sì. C'è qualcosa fra noi, a parte l'aspetto."

"Quello è stato creato artificialmente. Mi sento un po'... un cyborg."

"Perché hai accettato? I soldi?"

"Solo in piccola parte. Ho sempre sognato di conoscerti... di starti vicino. E non avrei mai creduto di poterci stare così. Questo m'ha convinto."

"Ci alziamo?"

"Sì. Vieni a fare la doccia?"

"Assieme?"

"Perché no?"

"Già, perché no? Non t'importa farti vedere nudo da me?"

"Io t'ho visto nudo... e poi mi conosci..."

Sotto la doccia, mentre si lavavano ognuno per conto suo, Patrick lo guardò fra le gambe: "Lì però siamo diversi. Non ti han fatto la chirurgia plastica, lì." disse con un sorriso divertito.

"Tanto nessuno ci vedrà lì." rispose Jean Luc allegro.

"Sono contento che lì simo diversi, però."

"Ah sì? E come mai?"

"Non lo so. Così. Avrei voluto conoscerti prima che ti trasformassero. Hai delle tue foto?"

"No, a parte quella del passaporto."

"Me la fai vedere, dopo?"

"Certo..."

"Il tuo è dritto quand'è duro... il mio invece va in su... Ma sembrano lunghi uguali... E poi i peli: a te fanno un trapezio, a me una losanga... Le palle... le mie sono un po' più grosse... ma le tue sono più belle! Ma dì un po'... non ti manca un ragazzo?"

"Per ora no."

"Potremmo fare a cambio. Io potrei venire di là da te, dopo e tu vai dal ragazzo... Sono bravi..."

"No, grazie, E poi potrebbe notare che lì siamo diversi..."

"È vero..."

"E poi, se ne avrò bisogno, lo dirò... Per me va bene così."

"Ti sarebbe piaciuto farlo con me?"

"Prima sì, lo confesso. L'ho sognato tante volte..."

"Ma io mi sentirei strano, ora. Forse prima, se ci fossimo conosciuti prima..."

"Certo, lo capisco."

"Essermi così vicino e... è una bella fregatura per te, no?"

"No."

"Ma lì... sei diverso. Posso toccarti?"

"Forse è meglio di no, non credi? Restiamo solo amici. È meglio, credo."

"Forse."

Ma Patrick non era sempre così dolce con Jean Luc. Una sera, Jean Luc l'aveva contraddetto su una cosa di nessuna importanza, il cantante lo mandò via dalla sua stanza.

"Ti odio! Ti odio! Chi credi di essere tu? Tu sei solo un'ombra! Tu come tutti gli altri, vuoi solo sfruttarmi, mungermi, controllarmi! Va' via, vai via!" gli gridò col volto rosso, alterato, gli occhi duri e cattivi.

"Sì, certo, vado. Ma io ti sono amico..."

"Amico! Non ho amici io. Ho solo parassiti, come te! Vai via! Non voglio vederti!" gridò alterato.

L'odio e l'ira nel volto dell'altro l'avevano scosso. Avrebbe voluto saper fare qualcosa per placarlo, ma sentiva che la cosa migliore era andarsene. Jean Luc scese dal letto e tornò nella sua cameretta. Chiuse la porta. Sentì accorrere qualcuno alle grida del cantantte. Riconobbe la voce di Jules. Poi il silenzio. Jules entrò nella sua camera.

"Ho dovuto fargli un'iniezione di calmante. Che cosa è successo?"

"Non so. All'improvviso mi ha gridato che mi odia. Forse gli dà fastidio vedermi così... così uguale a lui?"

"Non capisco. A volte sembra così contento di averti vicino. Sembra che tu abbia il potere di calmarlo, e poi... Bah. Stai attento a quello che fai. Non possiamo permetterci di... perderlo."

"Sta male. Avrebbe forse bisogno di cure..." disse addolorato Jean Luc.

"Ci penso io a curarlo." rispose asciutto l'altro.

"A togliere i sintomi, forse, ma non le cause..."

"Vuoi fargli tu da medico? Sei presuntuoso..."

"No, ma mi fa male vederlo star male."

"E allora cerca di non essere tu a farlo star male." rispose l'uomo con durezza, lasciandolo.

La mattina seguente Jean Luc s'era già vestito quando sentì l'altro muoversi.

Dopo poco Patrick aprì la porta della sua camera. "Ah, sei già vestito?"

"Sì..."

"Speravo che tu venissi a fare una doccia con me..."

"L'ho già fatta."

"Già... Hai già mangiato, tu?"

"Non ancora."

"Allora facciamo colazione assieme." disse il cantante ed andò in doccia.

Jean Luc capì che l'altro gli voleva chiedere scusa per la sera prima me che non ne aveva la forza.

Il cameriere portò loro la colazione. Patrick aveva indossato la sua vestaglia di seta azzurra. Gli stava bene. Mangiarono in silenzio.

"Jean Luc?"

"Sì?"

"È brutto... vivermi vicino, vero?"

"Non lo so ancora. Sono solo quindici giorni che viviamo assieme."

"Una risposta diplomatica."

"No, sincera."

"Tu sei sincero sempre?"

"Cerco di esserlo."

"Ma così... sei disarmato."

"Che ci si guadagna ad essere... armati?"

"Si evitano le ferite... forse."

"O forse ci si ferisce da soli, no?"

"Sono tutto una piaga, io."

"Sì, lo sento..."

"Ti ho... ferito, ieri sera?"

"Sì. Ma passa."

"Non sei arrabbiato con me?"

"No... ho..."

"Pena, vero? Ti faccio pena?"

"No. Compassione."

"E non è la stessa cosa?"

"No. Sul dizionario ho letto che compassione significa patire assieme."

"Tu patisci per causa mia."

"No, patisco assieme a te. Per il tuo patire."

"Non riesco a capire. Non puoi essere così tanto... me stesso."

"Non è questione di chiururgia plastica, questo. Ma di simpatia. Anche questa parola vuol dire patire assieme."

"Sei un ragazzo complesso, tu. Devo ancora imparare a conoscerti. Tu ci credi all'amore, scommetto."

"Certo. Tu no?"

"Nooo! L'amore è solo una forma mascherata di egoismo."

"Eppure tu lo canti, nelle tue canzoni."

"Vende bene."

"Non ci credo. Non può essere solo quello..."

"Forse no. Forse vorrei crederci anch'io. Ma poi... tutto si riduce ad un cazzo che s'infila in un buco, a una lingua che ti fruga, a un godere dell'altro che è solo uno strumento per il tuo godimento..."

"No. Può essere anche così, cioè, ma... anche il sesso può essere un modo per donarsi e non per prendere."

"Donarsi? No. Tutti vogliamo solo prendere, anche io. Ho preso anche la tua vita... finché mi fa comodo."

"No. Se non fossi stato io a volerla dare."

"I soldi. Potermi stare vicino. Hai preso anche tu. Non ti credere migliore degli altri."

"No, migliore degli altri no. I soldi? Ci rinuncerei anche. Starti vicino... mi piace, certo. Ma se sapessi che la mia vicinanza ti fa male, me ne andrei subito. Tu sei davvero importante per me."

"Sarà... mi è difficile crederti. Voglio dire che tu puoi anche esserne convinto, questo te lo concedo. Ma ti illudi. Tutti ci illudiamo."

"E tu, come ti illudi?"

"Se lo sapessi, forse non mi illuderei."

Alti e bassi. Jean Luc ci si abituò, anche se a volte erano pesanti. Soprattutto per la rapidità con cui avvenivano.

Una notte, dopo essere stato di nuovo trattato male, mentre Jean Luc stava per addormentarsi Patrick arrivò nella sua cameretta.

"Dormi?"

"Non ancora."

"Mi odii?"

"Dovrei?"

"Sì, penso di sì."

"Io penso di no, invece."

"Allora non mi odii!? Posso venire nel tuo letto?"

"Sì... staremo un po' stretti, però."

"Meglio se è stretto. Ho bisogno di essere abbracciato. Da te."

"Non prendi la pastiglia, stanotte?"

"Non lo so. Spostati." Patrick si stese accanto a Jean Luc che lo abbracciò. "Quando mi abbracci, ti ecciti, vero? Lo sento..."

"È inevitabile..."

"Ti dà fastidio? Ti pesa, voglio dire?"

"No."

"Anch'io a volte mi eccito, vicino a te."

"Sì, me ne sono accorto..."

"Ma non ne hai mai approfittato."

"Fino ad ora... no."

"Mi vuoi baciare?"

"Forse è meglio di no..."

"Quel ragazzo... bacia bene, eppure... Stanotte ho voluto prenderlo io... È bravo anche a prenderlo nel culo..."

"T'è piaciuto?"

"Sì, lì per lì. Ma poi sento un gran vuoto."

"Già."

"Ti dà fastidio che ti parlo di queste cose?"

"No..."

"Stringimi di più. Fammi sentire il tuo corpo..."

"Così?"

"Sì... Perché non ti togli questa tuta?"

"Meglio di no..."

"Quanta pazienza hai con me..." mormorò Patrick.

Jean Luc gli carezzò i capelli, la nuca. Patrick gli affondò il viso fra la spalla e l'orecchia e gli baciò il collo.

Jean Luc fremette: "No, Patrick, non così..."

"Perché? Mi piace..."

"Mi stai facendo eccitare e potrei... non riuscire più a tenermi. E dopo... può essere un problema, per te, per me."

"In certi momenti, come adesso, sento di volerti, Jean Luc."

"Ma in altri mi cacci, mi detesti..."

"Ma adesso ho voglia di te." mormorò roco il cantante e gli leccò il collo.

"Ti prego... no, Patrick, ti prego..."

"Il tuo corpo non è il mio. Io ti desidero. Tu mi desideri..."

"No, ti prego... Non voglio, dopo, essere disprezzato da te, odiato. Mi pagano, ma... non per questo."

"Appunto. Con te sarebbe diverso. Non sei un mercenario, tu..." disse Patrick ed infilataglia una mano sotto la tuta gli carezzò il petto. Jean Luc lo strinse con forza a sé impedendogli così di muovere la mano sul suo petto.

"Patrick, ti prego, non spingere la cosa oltre..."

"Ma io ti voglio."

"Vorrei essere un tuo amico, non un tuo oggetto..."

"Io invece voglio il tuo corpo. Voglio usarti. Voglio che tu mi faccia godere. Voglio godere. Non puoi dirmi di no!"

Jean Luc lo lasciò, lo respinse e gli disse con durezza: "Vai di là! Vai via! Fatti una sega, se vuoi godere! Davanti allo specchio, magari! O fatti mandar su quel ragazzo, se vuoi usare qualcuno!"

"Ehi, la mia ombra che si ribella!? Ma chi credi di essere, tu, per dire di no a me?"

"Un essere umano! E se non ti va bene, mi licenzio subito!"

"Non ti daranno un soldo!"

"E sai che me ne frega a me! Non vorrei neanche un soldo da te se il prezzo è essere un oggetto. Vattene! Vai via!"

"Tu cacci me? In casa mia?" chiese sarcastico Patrick.

Jean Luc si alzò da letto, senza parlare ed aprì un cassetto.

"Che fai adesso?" gli chiese l'altro alzandosi a sedere sul letto.

"Cerco il mio vestito, quello con cui sono arrivato."

"E perché?"

"Perché me ne vado. Subito!"

"No!" gridò subito Patrick con un'espressione spaventata sul volto.

Jean Luc tirò fuori il suo vestito. Patrick scese dal letto e gli si avvicinò. Lo prese per un braccio:

"No, aspetta..." chiese.

Il ragazzo si divincolò e si tolse la parte alta della tuta.

"Jean Luc, ti prego... aspetta..." implorò l'altro.

Il ragazzo infilò la canottiera, fremendo per l'ira.

Patrick gli sfiorò un braccio: "Ti prego... non abbandonarmi... non tu... non tu..." disse accorato.

Jean Luc si infilò la camicia.

"Non tu... per favore..." gemette Patrick.

Jean Luc si girò e lesse la disperazione negli occhi dell'altro e questo gli fece sbollire subito l'ira.

"Jean Luc... lo so che non valgo niente, ma..."

"Tu vali moltisimo. Ma ti stai buttando via."

"Io... io ho bisogno di te. Tu sei l'unica cosa pulita della mia vita... Ho sbagliato, lo so... Ti chiedo perdono..."

"Va bene... Resto, per ora... Torna a letto."

"Nel... mio?"

"Anche nel mio, se vuoi. Mi rimetto la tuta."

"No... sì, come vuoi tu."

"Non rovinare tutto, ti prego, Patrick..."

"Aiutami tu... Io... io mi sento perso."

Jean Luc s'era rimesso la casacca della tuta. Sospinse sul letto il cantante, gli si stese a fianco e lo abbracciò:

"Cerca di dormire, ora. Calmati."

"Non mi abbandoni, vero?"

"Se non sei tu a costringermi..."

Seguirono alcuni giorni più calmi. Patrick prese a far l'amore con il ragazzo dell'agenzia un paio di volte al giorno. Jean Luc intuì che faceva così per placare il desiderio che il cantante provava per lui. Andò a parlare con Claude, che gli pareva il più trattabile dei tre:

"Perché non gli trovate un ragazzo fisso? Uno con cui possa instaurare un po' più di un rapporto fisico?"

"No, sarebbe peggio. Lo squilibrerebbe più di quello che è già."

"Io credo che al contrario potrebbe dargli più stabilità..."

"Sei psichiatra tu? Lo psichiatra ha detto così e così si fa. Mai troppe volte lo stesso ragazzo. Nessun coinvolgimento affettivo. È la tensione emotiva che gli permette di comporre, di cantare."

"A me pare che la tensione sia eccessiva. Lo sta uccidendo..."

"No, sappiamo quello che stiamo facendo. Non corre nessun pericolo. Lo dimostra il successo crescente che ha. In settembre si comincerà una tournée importante: Stati Uniti, Giappone..."

"Sì, me l'ha detto Pierre. Spero che non tiriate troppo la corda."

"Tu fai il tuo lavoro che noi facciamo il nostro. E stai di meno a letto con lui."

"Non facciamo niente, a letto. Gli do solo un po' di calore umano, di cui ha bisogno."

"Lo so che non fate niente a letto."

"E come fai a saperlo?"

"La sua camera da letto è monitorata."

"Che?"

"Certo, per il suo bene."

"Ah... Spero che non lo sappia, almeno..."

"Certo che no. E non sarai certo tu a dirglielo, no?"

"No, certo." rispose Jean Luc rabbrividendo per il disgusto.


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