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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'OMBRA DEL DIVO CAPITOLO 8
CRISI

Finita la tournée negli Stati Uniti, presero una settimana di riposo affittando una villa in California. Quindi andarono in Giappone.

Qui la tournée fu più intensa. Meno interviste (i giornali di solito si contentavano di testi scritti da Claude e delle foto allegate), molti party (ad un paio partecipò Patrick senza farsi sostituire e se la cavò benino) e quasi un concerto al giorno. Ma trovarono anche il tempo di fare un po' di turismo, con Jean Luc travestito e con la parrucca, sempre accanto a Patrick.

Il cantante stava migliorando, ma ancora con alti e bassi. Aveva però quasi del tutto sospeso sia le pillole che le iniezioni.

Erano in un ryokan di Nara. Era notte ed i due erano strettamente abbracciati nel letto alla giapponese.

"Come ti senti, amore?"

"Mi pare che va un po' meglio. Ho meno incubi la notte. Ma ancora paura della gente."

"Loro sembrano soddisfatti..."

"Dici? Pierre sembra che aspetti solo un mio peggioramento. E Jules... non mi piace come ci guarda. Credi che sia solo una mia paranoia?"

"Forse no. Ma che ci può fare, ormai, Jules?"

"A me fa paura."

"No, amore, non paura. Disagio, forse. Devi imparare a non aver più paura. Né odio. Sono questi che ti uccidono, credi a me..."

"Dio, Jean Luc, che sarei io senza di te?"

"E io senza di te, allora? Sto vivendo... cose incredibili. E la più grande è avere te fra le braccia! Quando guardavo le tue foto e le baciavo... non avrei mai pensato di poter baciare l'originale!"

"Davvero baciavi le mie foto?"

"Sì. Non te l'avevo mai detto?"

"No..."

"E... mica le baciavo solo..."

"Ah no? Che altro?"

"Non lo immagini?"

"Questo?" chiese Patrick con un risolino facendo il gesto con la mano.

"Sì, quello. Sognando di essere con te."

"Non mi lascerai mai, adesso che mi hai trovato?"

"No, mai."

"Quant'è che stiamo insieme?"

"Solo cinque mesi."

"Mi sembravano di più..."

"No. Anche meno se consideri tutto il periodo della mia preparazione, della mia trasformazione."

"Quanto vorrei vederti come eri..."

"Così, al buio, non cambia nulla."

"Non so. A volte mi sembra di riuscire a vederti come sei, a volte vedo me allo specchio."

"Ti disturba?"

"Sì e no. Piuttosto ho paura che ti pesi, essere me."

"No. Non ancora, per lo meno. E poi, se anche dovesse pesarmi, quando stiamo così mi passerebbe tutto. Sto bene, con te."

"Anche quando ti tratto male?"

"Capita sempre di meno, mi pare."

"Io ti amo. Anche se non sempre riesco a dimostrartelo..."

"Anch'io ti amo."

"Jules voleva trovarmi un ragazzo giapponese..."

"Non ti sarebbe piaciuto provarci?"

"Scherzi? Ora che ho te? No. Lui lo faceva proprio per staccarmi da te, ne sono sicuro. È perfido, quell'uomo."

"Ma no..."

"Sì, io lo sento. I suoi occhi sono cattivi."

"Non pensarci, amore. Claude mi sembra a posto."

"Può darsi. Ma mi fido solo di te, io."

"Grazie."

"Domani ci sarà l'intervista in TV, vero?"

"Sì, in diretta al primo canale NHK. Mi guarderai?"

"Certo."

"Dormiamo, ora?"

"No... dopo..."

"Dopo? Non capisco, signore..." scherzò Jean Luc.

"Non capisci? Allora adesso te lo faccio capire io, ombra!" rispose ridacchiando Patrick ed andandogli sopra col corpo.

"Signore! Io sono un ragazzo per bene!" continuò nello scherzo.

"Per questo ti voglio... mi piace adescare i ragazzini come te... purché si chiamino Jean Luc ed abbiano ventitré anni e siano innamorati di me..."

Il giorno seguente, mentre Patrick stava guardando nella sua stanza del ryokan la NHK aspettando l'inizio della sua intervista (a Jean Luc), arrivò in camera Jules. L'uomo sedette in silenzio su un cuscino accanto a Patrick. Questi si sentì subito teso.

"Aspetti di vedere l'intervista?" chiese l'uomo in tono neutro.

"Sì." rispose asciutto Patrick.

"Tu hai perso la testa per quel cameriere."

"Puoi dirlo."

"Dopo tutto quello che ho fatto per te..."

"Sei pagato, no?"

"Anche lui è pagato." rispose aggressivo Jules. Patrick non rispose. "Io non volevo litigare con te. Solo che... non so che ci trovi, in quella tua brutta copia..."

Patrick era teso, nervoso, ma si dominò e non rispose. Guardava fisso allo schermo della TV senza capire una sola parola di quello che stavano dicendo i presentatori.

Jules riprese: "Quello non è neanche un vero uomo..."

"Dici?" chiese Patrick neutro senza girarsi.

"No. Io avrei potuto essere l'uomo per te."

Patrick si girò di scatto e lo guardò a bocca aperta.

"Sì, ti meraviglia? Io ti ho sempre desiderato..."

"A questo arrivi pur di togliermi a Jean Luc?"

"Ti ho sempre desiderato e ho sempre sofferto che tu non lo capissi..."

"Ma se sei sposato..."

"È solo... una copertura. Ma io ti voglio, Patrick!"

Il cantante tremava. Guardò di nuovo lo schermo della TV e rispose: "Troppo tardi, Jules. E comunque... non t'avrei voluto io."

"Soffrivo a vederti nelle braccia di quei mercenari che dovevo portarti proprio io..."

"Smettila."

"No, è vero, avrei voluto esserci io lì con te. Solo, come ora..."

"Smettila!"

"Farti mio... Penetrare questo tuo culetto delizioso..." disse l'uomo palpandoglielo ed accostandoglisi.

"Non mi toccare!" gli disse Patrick con voce strozzata.

"Vieni qui, dai... siamo soli... Io ti voglio, Patrick!"

"No, lasciami. Lasciami... lasciami!"

Jules gli fu sopra, cercò di baciarlo ma Patrick si divincolava terrorizzato:

"Non mi toccare..." gemeva, "... non mi toccare..."

Lo yukata si aprì e l'uomo gli afferrò il membro.

"Non mi toccare..." gemette di nuovo Patrick tremando violentemente.

Voleva sottrarsi, voleva urlare, voleva scappare, voleva fermarlo ma le forze lo stavano abbandonando rapidamente, era paralizzato.

Sullo schermo Jean Luc sorrideva e rispondeva alle domande tramite un interprete.

Jules si stava aprendo i calzoni, eccitato. Finì di spalancare lo yukata di Patrick che ora guaiva sommessamente, gli occhi sbarrati. L'uomo allargò le gambe del cantante, vi si inginocchiò in mezzo, le sollevò e se le fece passare sulle spalle.

"Non mi dici più di no, vero? Hai capito di chi devi essere! Vedrai che ti piacerà essere fottuto da un vero uomo. Oh, sì, ti piacerà!" disse l'uomo con gli occhi febbricitanti di libidine.

Si sputò sul palmo della mano e si lubrificò il palo duro. E penetrò di colpo Patrick, con violenza.

Il giovane chiuse gli occhi e rantolò: "No, papà, no, ti prego..."

Ma l'altro neppure lo sentì e cominciò a fotterlo con forza: "Sei mio, Patrick, mio! Tu mi appartieni! Io sono un maschio! Dillo che ti piace, dillo che ti piace... dillo... dillo... Tu sei la mia puttana... il mio schiavo..." gli diceva con gioia sadica continuando a battergli dentro con veemenza.

Una mano robusta si posò sulla spalla di Jules e lo allontanò con violenza dal corpo di Patrick.

Pierre, l'espressione furiosa, gli disse duro: "Vai via! Via di qui, porco! Via!"

"Ma gli piace. Lui mi voleva, gli piace!" disse Jules isterico.

"Via di qui, schifoso! Via! Via o ti ammazzo! Via!" gridò Pierre.

Jules si alzò ed uscì precipitosamente dalla stanza richiudendosi i calzoni. Pierre si chinò su Patrick immoto sui tatami e lo scosse lievemente. Il giovane tremava violentemente, gli occhi chiusi e un rantolo sordo usciva dalle sue labbra socchiuse. Pierre cercò di scuoterlo, di farlo reagire, ma Patrick era in preda ad un tremito convulso. Pierre gli ricompose lo yukata, aprì l'armadio a muro e ne tirò fuori il piumino e glielo stese sopra. Gli mise un cuscino sotto la testa. Con voce bassa e calma, tenendogli una mano sulla fronte, gli parò a lungo.

"Patrick, è finita. Non c'è più, Patrick. Calmati, ora. Calmati... Su, Patrick, è finita. L'ho mandato via..." continuò a ripetere, finché il giovane a poco a poco si distese, continuando però a tremare, a tenere gli occhi chiusi.

Pierre guardò il televisore. Jean Luc stava ancora rispondendo alle domande dell'intervistatore. Prese il telefono interno e chiese in inglese che gli passassero la NHK. Chiese che gli chiamassero al più presto Claude.

Dopo un po' gli risposero: "Ci spiace, è in trasmissione."

"Appena finisce gli dica di tornare immediatamente nel suo albergo. Urgentemente. Molto urgentemente. Mi raccomando!"

"Certo, signore, non dubiti. Molto urgentemente." ripeté la voce dall'altra parte.

Pierre tornò accanto a Patrick. Questi ancora tremava violentemente. Tornò al telefono e compose il numero della stanza di Olivier.

"Vieni subito nella camera di Patrick. Immediatamente! No, non dire niente a nessuno. Di corsa."

Dopo pochi secondi arrivò Olivier: "Che c'è, che succede? Sta male? Chiamiamo un dottore?"

"No, non lo so... non ancora..."

"Ma che gli è successo? Una delle sue crisi? Non l'ho mai visto così..."

"Jules l'ha violentato."

"Eeeeehhh? Jules? Violentato? Non è possibile!"

"L'ho fermato io. Troppo tardi, temo. Io quello lo ammazzo! Tu resta qui e non fargli avvicinare nessuno. Ho telefonato in TV. Quando arrivano Claude e Jean Luc affidalo a loro. E non far parola con nessuno, chiaro?"

"Sì, certo."

Pierre uscì ed andò a cercare Jules. In camera sua non c'era e la moglie disse che non l'aveva visto.

Vedendo la faccia di Pierre, la donna gli chiese: "È successo qualcosa?"

"No, i soliti problemi. Ciao." rispose Pierre ed uscì.

Andò alla reception e chiese se avessero visto Jules.

"Uomo francese con baffi?"

"Sì e camicia e calzoni di jeans."

"Oh. è uscito in fretta pochi minuti fa. Sì, molto in fretta."

"Ah, capisco, grazie."

Pierre tornò nella camera di Patrick. Olivier era seduto sul tatami accanto al ragazzo e gli teneva una mano fra le sue e la carezzava in silenzio.

"Come va?" chiese Pierre teso.

"Come prima. Non smette di tremare. Bisognerebbe fargli un'iniezione, credo."

" E chi? Io? Tu? Jules? Quello non è più in albergo. Che ne so io delle sue iniezioni."

Guardò il televisore. Jean Luc non si vedeva più. La spense. "Speriamo che arrivino presto, almeno."

"Non è meglio far chiamare un dottore?"

"E che gli diciamo? Che mentre era in TV Patrick Dupuis è stato violentato in camera sua? No..."

"Forse è meglio non nominare quello... né quello che ha fatto. Non è incosciente..."

"Sì, hai ragione. Dio mio! Che... Resta con lui, io vado alla porta a vedere se arrivano. Ma quanto ci mettono?" disse Pierre nervoso ed uscì.

Olivier continuò a carezzare la mano di Patrick, in silenzio. Pensava di parlargli di Jean Luc ma temeva di peggiorare le cose. Il tremito del giovane continuava ininterrotto. Guardò l'orologio: 20 minuti da quando Pierre l'aveva chiamato. Se solo fosse riuscito a far cessare il tremito del ragazzo!

"Patrick! Patrick. Sono Olivier. Mi senti? Ti sto io vicino. Non hai più nulla da temere. Patrick. Io ti sono amico, Patrick, lo sai..." gli diceva sottovoce con tono caldo e calmo, "Rilassati, Patrick, ti prego. Rilassati ora... Rilassati Patrick." continuò a ripetere. Gli sembrò che il tremito si attenuasse ma non ne era sicuro. Il tempo sembrava non passare mai.

Finalmente arrivarono Claude e Jean Luc con un taxi. Tutti e due con espressione preoccupata.

Appena vide Pierre all'ingresso del ryokan Jean Luc chiese: "Patrick? Gli è successo qualcosa?"

"Sì, Jean Luc. Se mi prometti di star calmo..."

"Dov'è? Cos'è successo?"

"Devi promettermi di star calmo, se gli vuoi essere utile..."

"Ma dov'è?"

"In camera sua. Con Olivier. No, aspetta. Prima devo dirti cos'è successo."

"Parla! Sbrigati!"

"Ecco... Jules ha tentato di violentarlo..."

"Eeeehhh?" gridò quasi, gli occhi fuori dalle orbite.

"E Patrick è piombato in una delle sue peggiori crisi di panico. Devi andare da lui e fare del tuo meglio per calmarlo. Ma devi essere calmo tu, mi raccomando, se no..."

A Jean Luc si riempirono gli occhi di lacrime ma fece un profondo respiro ed emise il fiato tremando: "Sì, certo. Cercherò di essere calmo... sono calmo. Vado da lui..."

"Mi raccomando..." ripeté Pierre.

Appena il ragazzo si fu allontanato, Claude chiese: "Dov'è Jules, adesso?"

"Non lo so. Non è più in albergo. Non ho detto tutta la verità a Jean Luc. Jules lo stava già violentando, quando sono arrivato io, non solo provandoci..."

"Oh Cristo! Ma gli ha dato di volta il cervello? Hai fatto bene a non dirlo a Jean Luc. Non ora, per lo meno, perché bisognerà dirglielo... Oh Cristo! Che facciamo, adesso?"

"Jules deve andarsene, subito. Deve scomparire. E dobbiamo trovare un altro medico, adesso."

"Un medico, vorrai dire. Avresti dovuto pensarci prima, credo."

"Ma chi poteva pensare che... Lo ammazzerei, merde!"

Jean Luc, arrivato fuori dalla loro stanza, si asciugò gli occhi, fece un altro profondo respiro, fece scivolare di lato la porta ed entrò. Olivier si alzò.

Jean Luc gli fece col capo il cenno di uscire, poi lo fermò: "Ti dispiace restare qui fuori? Non deve entrare nessuno finché non lo dico io. Queste maledette porte non si possono chiudere a chiave!"

"D'accordo, Jean Luc."

"Nessuno, chiaro? Grazie."

Uscito Olivier il ragazzo s'accoccolò accanto a Patrick.

"Amore... amore mio. Ci sono qui io, ora... Adesso mi spoglio e vengo da te, ad abbracciarti. Subito..."

Jean Luc si spogliò rapidamente, poi aprì l'armadio e tirò fuori il basso materasso giapponese e lo srotolò. Con delicatezza vi fece scivolare sopra Patrick e gli risistemò cuscino e piumino. Si infilò sotto, accanto a lui e lo abbracciò tirandolo a sé e prese a cullarlo piano, teneramente.

"Sono qui, amore. Non sei più solo... mi senti? Sono qui io, amore mio dolce. Amore... amore mio..." gli ripeté sussurrando.

Dopo parecchi minuti sentì il tremito calmarsi a poco a poco. Lo carezzò, gli diede lievi baci, sussurrandogli dolci parole d'amore. A lungo, molto a lungo, per più di un'ora. Si sentiva tutto indolenzito, ma continuava.

Udì bisbigliare fuori dalla porta. Dopo poco la porta si scostò appena e Claude guardò dentro.

"Come sta?" chiese in un sussurro.

Jean Luc fece "così così" con la mano.

"Hai bisogno di qualcosa?"

Jean Luc fece di no con la mano.

"Resto io qui fuori." bisbiglio Claude e richiuse la porta.

Jean Luc cambiò lentamente posizione per far circolare il sangue nel braccio destro addormentato e riprese a sussurrare al suo amante parole piene di tenerezza e a carezzarlo.

Si era appisolato da poco, dopo parecchie ore di veglia, quando Claude fece capolino di nuovo. Jean Luc gli fece cenno di avvicinarsi. Claude entrò senza far rumore.

"Credo che dorma, ora."

"Vuoi il cambio?"

"No. Deve trovarmi qui se si sveglia."

"Trema ancora? Olivier dice che..."

"Ora non più. A volte piccoli tremiti, ma cessano subito."

"Hai bisogno di qualcosa?"

"No. Forse m'addormento anch'io. Ma mi sveglio subito se si muove. Che or'è adesso?"

"Le cinque del mattino."

"Bene. Lasciateci stare fin verso le dieci. Quali erano i programmi per domani?"

"Non ti preoccupare. Io e Pierre stiamo sistemando tutto."

"E... quel..."

"Non è rientrato."

"Non lo voglio più vedere, chiaro?"

"Certo. Non c'è pericolo."

"Grazie."

Claude annuì ed uscì di nuovo silenziosamente.

Jean Luc dormicchiò poco e male, svegliandosi al minimo movimento di Patrick. Alle 10 tornò Claude.

"Come sta?"

"Dorme."

"Si è ripreso?"

"No. Ma è disteso, ora."

"E tu?"

"A pezzi ma... resisto ancora."

"Perché non ti alzi, ti muovi un po', fai un bagno, colazione... Sto io qui..."

"No. Se si sveglia deve trovare me."

"Ma potrebbe... durare a lungo. Potessimo fargli un'iniezione..."

"No, basta iniezioni!" replicò deciso Jean Luc.

"Chiamiamo un dottore, allora, un vero dottore."

"No, almeno per ora."

"Beh, noi siamo di là... se hai bisogno di qualcosa..."

"Grazie."

"Non strafare, però..."

"Ok."

Restato di nuovo solo con Patrick, Jean Luc lo guardò. Il volto era contratto. Jean Luc lo baciò. Lo baciò lievemente ma a lungo, carezzandolo. Lo baciò sulle labbra e ne sentì il respiro lieve. Carezzò il petto del suo amante. Poi gli si stese a fianco tenendolo lievemente abbracciato. Un lungo brivido scosse il corpo di Patrick. Jean Luc accentuò il suo abbraccio. Patrick emise un gemito lieve.

"Patrick?" chiamò sottovoce il ragazzo. "Patrick, amore mio..."

Un altro gemito.

"Amore, sono il tuo Jean Luc. Sono qui, amore..." ripeté sollevandosi su un gomito e guardandolo in viso.

Con la mano libera cercò una mano dell'amante e la strinse lieve. La mano rispose appena. Poi un po' più forte e Patrick emise un nuovo gemito.

Poi mormorò: "No... basta..."

"Certo, basta. È finita, amore mio. Ci sono io, adesso..."

Patrick di nuovo gemette e la sua mano strinse quella di Jean Luc.

"Amore... amore mio.... sono Jean Luc... amore.... Il tuo Jean Luc..."

"Luc..." mormorò Patrick.

"Sì, amore, il tuo Jean Luc." disse e baciò l'amante sulle labbra.

Patrick spalancò gli occhi e l'amico vi lesse un lampo di terrore immenso che gli trafisse l'anima.

"Amore! Amore! Sono io, Jean Luc!"

"Oh... Jean..." mormorò Patrick con un lieve sorriso triste. Poi ripeté più forte: "Oh, Jean!" e gli si aggrappò. lo strinse, scoppiò in singhiozzi: "Oh Jean... Jean... Jean Luc!" gemette riprendendo a tremare.

"Sssstt... sono qui. Sono qui, amore mio. Sono qui..."

"Oh Jean Luc..."

"Sì... non tremare, amore. Ci sono io, ora..."

"Non... mi... lasci, vero?"

"No, amore."

"Io... io..."

"Stai tranquillo. Ci sono io, ora."

"Lui... lui mi ha..."

"Lo so amore. Ma è finita. Non c'è più. Più. Non lo vedremo mai più. È finita."

"Finita?"

"Certo."

"Lui... come il mio... come il mio patrigno... lui..."

"Ssst. Non c'è più. Né lui né nessuno... Ci sono solo io."

"Tu, Jean Luc. Il mio Jean Luc..." ripeté Patrick piangendo ora silenziosamente.

"Ti amo, Patrick. Lo sai, vero?"

L'altro annuì e lo strinse a sé: "Jean Luc..."

"Sì, amore."

"Sono... tuo."

"Certo, amore. Solo mio."

"Mi ha... lui mi ha..."

"Non esiste più, lui. Solo io e te."

"Sono stanco."

"Sì, amore. Vuoi dormire?"

"Sì... non mi lasci, vero?"

"No che non ti lascio."

Patrick si addormentò quasi di colpo, ma questa volta il suo volto era più sereno. Jean Luc lo carezzò a lungo. Poi lo lasciò pian piano, guardandolo per esser sicuro che non si svegliasse. Gli rimboccò il piumino. Prese uno yukata e lo indossò. Andò alla porta. Fuori c'era seduto Olivier che si alzò subito in piedi.

"Come sta?"

"Si è svegliato e riaddormentato. Mi porti qualcosa da mangiare, per favore?"

"Certo, subito. Ha parlato?"

"Poche parole."

"Claude ti deve parlare..."

"Digli se vuole di venire qui. Io non mi muovo."

"D'accordo."

Dopo poco arrivò Claude.

"Che c'è?"

"Jules... Pierre l'ha mandato via. Gli ha detto di sparire..."

"Bene."

"Ma... c'è una cosa che devi sapere..."

"Cosa?"

"Ecco, è difficile da dire. Il fatto è che Jules... non ha tentato di violentarlo..."

"No? Come?"

"Jules... l'ha fatto."

Jean Luc spalancò gli occhi e cominciò a tremare.

"Mi spiace, Jean Luc, ma dovevi saperlo... Pierre l'ha sorpreso, l'ha bloccato. Ma lui lo stava già facendo."

"Oh dio, dio, dio! Ma... e lui?" chiese indicando verso la stanza.

"Pierre, se vuoi, ti spiegherà. Ma... dice che lui era... come paralizzato... partito. In stato di shock."

"E quello... continuava?"

"Pare di sì."

"Oh dio, che orrore! Che schifo! Povero amore mio..."

"Dovrai... fare miracoli, per lui."

"Dio mio!"

"Dovrai essere forte, per tutti e due."

"Certo."

"Ascolta, capisco che tu non voglia lasciarlo. Ora mangia qualcosa, poi ti metti a dormire accanto a lui. Se si svegliasse e tu non te ne accorgessi, ti chiamiamo noi. Ma tu devi dormire, adesso. Per te, per lui."

"Sì, grazie. Così va bene."

Jean Luc mangiò, poi si stese a dormire accanto a Patrick. Si svegliò verso le due. C'era Pierre, seduto lì accanto.

"Non s'è mai svegliato. Tu come stai?"

"Non lo so. Se n'è andato, vero?"

"Certo."

"Meno male. Se no l'avrei ucciso."

"L'avrei ammazzato io." rispose serio Pierre.

"Puoi andare, adesso. Lo veglio io. Ho dormito abbastanza. Hai sistemato per i programmi?"

"Sì, ho detto che s'è sentito male. Dovremo far fare un certificato medico, per l'assicurazione. Se no ci rimettiamo la camicia..."

"Fai quello che ti pare. A me interessa solo lui. Non me ne frega niente dei soldi. Lasciaci soli, adesso. Ah, aspetta. Fammi una cortesia: porta qui uno stereo con i CD delle sue canzoni."

"Credi che..."

"Sì. È la parte che più ama della sua vita, del suo passato."

Mise le canzoni a volume basso e prese a carezzare Patrick, lieve lieve, per tutto il corpo. Era finito il primo CD e stava iniziando il secondo quando Jean Luc si rese conto che il corpo di Patrick cominciava a reagire alle sue carezze. Le sue carezze si fecero allora più dolci, più intime. Patrick fremette, ma di piacere. Due, tre volte.

Poi aprì gli occhi e Jean Luc smise. "No, ti prego... continua." disse con voce flebile.

"Ti piace?"

"Lo chiedi?"

"Vuoi proprio che continui?"

"Ti prego... sì..."

Jean Luc scese a baciarlo e Patrick rispose al bacio, assetato. A poco a poco, impercettibilmente, cominciarono a fare l'amore.

"Prendimi, Jean Luc."

"Vuoi?"

"Sì, ti prego. Ne ho bisogno. Ne ho tanto bisogno. Ti prego..."

"Certo, amore. Ti amo."

"Fammelo sentire."

"Sì, amore..."

"Aiutami..."

"Certo, amore."

Con infinita dolcezza, Jean Luc entrò in lui, poi si chinò a baciarlo: "Va bene, così?"

"Oh sì... Stammi dentro tanto. Non venire subito."

"Certo."

"Sono solo tuo, vero?"

"Solo mio, il mio Patrick!"

"Muoviti, amore. Fammelo sentire tutto... Non aver paura, voglio sentirti... Voglio essere tutto tuo..."

"Così, amore?"

"Sì, oh sì! Tu sei il mio maschio!"

"E tu il mio. E, dopo, mi prenderai tu, vero?"

"Sì..."

"Mi farai sentire che anche tu sei il mio maschio?"

"Sì..."

Jean Luc, muovendoglisi dentro in un profondo e lento va e vieni, scese a mordicchiargli i capezzoli.

"Oh sì..." mugolò Patrick arcuandosi tutto, "sono tuo!"

"Ti amo, Patrick!"

Il cantante ci mise due giorni per rimettersi in modo sufficiente per riprendere i suoi concerti. Ma le sue reazioni di panico s'erano accentuate. Ciò nonostante Jean Luc riuscì a convincere Pierre a non far prendere medicinali a Patrick. Finì anche la tournée in Giappone e il mese di novembre lo passarono in villa in Corsica.

Il tempo era grigio e piovoso ma i due amanti potevano passare lunghe ore assieme, a volte anche passeggiando tranquilli nei boschi. Jean Luc raccontava a Patrick i suoi pensieri, le sue idee, brani della sua vita. Ma soprattutto ascoltava il suo amante. E pian piano si rese conto che questi girava sempre attorno al periodo fra i tredici e i quindici anni, cioè al periodo in cui aveva dovuto subire le attenzioni sessuali del patrigno, senza mai parlarne. Così in Jean Luc si fece strada un'intuizione; la paura di essere toccato forse veniva da un trauma apparentemente rimosso: il suo dover soggiacere alle voglie dell'uomo.

Aveva ricostruito alcuni dati, aveva inferito alcuni elementi e con accorte domande si stava facendo un quadro abbastanza completo dell'accaduto. Jean Luc non era uno psicologo, ma il profondo amore che nutriva per Patrick gli forniva la sensibilità e l'intelligenza necessarie per capire.

Un pomeriggio parlò con Pierre: "Sai esattamente che cosa è successo a Patrick col patrigno?"

"Mah, sì... è lui che l'ha introdotto alla sessualità. Che ne ha risvegliato la sessualità."

"Sì, ma come, e quando... e dove, soprattutto. Sento che lì c'è la chiave. Ma ancora mi sfugge qualche elemento. Non riesco a farlo parlare di quel periodo se non per vaghi accenni e non credo sia opportuno fargli domande dirette."

"Non so. Anche a me non ha mai detto molto. Il patrigno è quello che gli ha insegnato a cantare..."

"Sì, lo so. Patrick era la prima voce, il solista del coro della cattedrale di Autun..."

"Sì, esatto."

"È ancora vivo, il patrigno?"

"Credo di sì. Ma lui ha rotto con la famiglia."

"Si può scoprire dove vive?"

"Credo di sì. Ma perché? Che hai in mente?"

"Forse, se andassi a parlargli..."

"Non ti dirà niente... Negherà tutto."

"Non può, se mi crede Patrick..."

Pierre lo guardò interessato: "Potrebbe anche funzionare... dopo tanti anni... ci potrebbe cadere. Ma credi che ne valga la pena?"

"Credo di sì. Credo che lì stia la chiave delle paure profonde di Patrick. Puoi vedere di sapere dove vive l'uomo? Senza far sapere niente a Patrick. E poi trovare una scusa per farmi andare ad incontrarlo?"

"Posso provarci..."


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