Pochi giorni dopo Pierre comunicò a Jean Luc che l'uomo viveva ancora ad Autun, e che la madre di Patrick era in una casa di cura a Digione. Jean Luc, con la scusa di dover sistemare alcuni affari di famiglia, disse a Patrick che si sarebbe dovuto allontanare per una settimana dalla Corsica e partì per Marsiglia. Di qui prese il treno per Le Creuzot e quindi il pullman per Autun. Prima di partire aveva telefonato al patrigno (come Patrick) annunciando la sua visita.
Giunto ad Autun, stava cercando un taxi per farsi portare alla casa del patrigno, quando si sentì chiamare: "Patrick!"
Si girò. Un uomo sulla cinquantina, con una corta barbetta grigia, lo guardava sorridendo e gli andava incontro.
"Ciao..." disse Jean Luc con uno sguardo incerto.
"Oh, Patrick! Non sai che piacere m'ha fatto ricevere la tua telefonata. Dopo tanti anni. Ora che sei famoso, credevo che ti fossi dimenticato di noi..."
"No, come vedi. Come sta la mamma?"
"Al solito. Ora è in una casa di cura di Digione. Non le ho detto che arrivavi tu. Non sapevo se volevi vederla..."
"Certo che sì..."
"Bene, ti ci accompagnerò. Sai, ho preso qualche giorno di permesso, per stare con te... Ma vieni, ho qui l'auto. Andiamo a casa. Quant'è che manchi da Autun!"
"Sei, sette anni, mi pare."
"No, otto. La città è cambiata. Non la riconosceresti più, a parte il vecchio centro."
"Abiti sempre nella vecchia casa?"
"No. Da quando tua madre è in ospedale... ho preso un appartamento più piccolo."
"Vivi solo?"
L'uomo lo guardò come sorpreso, poi disse: "Sì, certo."
"M'hai prenotato l'albergo?"
"No. Se proprio vuoi ne troveremo uno, ma... puoi dormire da me, no?" rispose l'uomo studiando l'espressione di Jean Luc.
"Non sapevo se ti avrebbe fatto piacere..." rispose il ragazzo.
"Piacere? Certo che mi fa piacere..." c'era imbarazzo nel sorriso forzato dell'uomo, "Patrick, non ti sei mai fatto vivo in tutti questi anni..."
"La rincorsa della celebrità... assorbe completamente."
"Pensavo che ce l'avessi con me..."
"No. Ti ho pensato, più di una volta..."
"Te n'eri andato così... con freddezza."
"Ero un ragazzino. Le cose, col tempo e con la maturità, si ridimensionano."
"Mi avevi detto che finalmente... ti liberavi di me."
"Sì, ricordo. Ma quella è l'età in cui ci si vuole liberare di tutti. Specialmente della propria famiglia. Si vuole volare con le proprie ali." disse Jean Luc dando corda all'uomo.
Questi era teso, incerto.
Allora Jean Luc disse: "Sai... certe cose si capiscono solo molti anni dopo..."
"Già."
"... quando si riordinano i ricordi. E si rivalutano gli avvenimenti. Se oggi sono un cantante famoso, lo devo a te che hai educato la mia voce..."
L'uomo sembrò compiaciuto: "In te c'era stoffa. Io l'ho solo fatta venire fuori. Il resto l'hai fatto tu..."
"Ma se non c'eri tu, io oggi, forse, non sarei un cantante."
"Sei gentile."
Giunti in casa, l'uomo gli disse: "Ecco. Di là dormo io. Per te non c'è una vera camera degli ospiti, ma posso preparare il divano letto qui in soggiorno, se ti accontenti..."
"Come vuoi tu, Martin..."
"Mi chiamavi papà..."
"Beh... ti ho sempre pensato come Martin, in tutti questi anni..."
"Capisco."
Jean Luc voleva entrare nel discorso dei loro rapporti sessuali ma sperava che fosse l'uomo ad accennarvi per primo. Così aspettava...
"Martin, non ti trovo cambiato."
"Oh, gli anni pesano per tutti. Tu ti sei fatto un gran bel giovanotto. Eri bello già da ragazzo, d'altronde..."
"Ti piacevo, vero?"
"Molto, lo sai."
"Sì, lo so. Ci ripenso, a volte."
"Ci ripensi?"
"Mi pare logico, no?"
"E... come?"
"Un periodo strano della mia vita. Ma importante. E ricordo... alcuni momenti in particolare."
"Anch'io, Patrick, anch'io. E con nostalgia."
"Ero strano allora, vero? Ero combattuto..."
"Amore - odio..." affermò l'uomo.
"No, non proprio. Non vedevo ancora chiaro in me stesso..."
"E ora?"
"Ora sì. Molto più di allora, per lo meno."
"Sei fidanzato? I giornali dicevano..."
"Oh, i giornali. È il mio P.R. man che monta quelle storie per i giornali. No, nessuna donna nella mia vita. Non mi interessano."
"Davvero?"
"Non dovrebbe stupirti, no?" rispose Jean Luc sorridendo all'uomo.
"Già. Ma sai... le prime esperienze di un ragazzo non sono poi determinanti come si pretende..."
"No, certo. Ma l'aiutano a capire come è fatto. Tu... m'hai aiutato anche in questo." suggerì Jean Luc con un sorriso appena malizioso.
L'uomo sembrò incerto e non raccolse la frase. Ma guardava Jean Luc negli occhi. Questi decise di non spingere troppo il discorso. Aveva abbastanza tempo.
L'uomo non era come l'aveva immaginato. Era distinto, un volto intelligente, colto. Passarono la giornata parlando del più e del meno, poi la sera e infine Martin gli preparò il letto in soggiorno. Jean Luc andò in bagno e ne uscì indossando solo il kimono di seta che aveva comprato in Giappone.
"Sarai stanco, Patrick. Vai subito a letto?"
"No, sono solo le 10. Ti va di parlare ancora un po'?"
"Certo, volentieri."
"Dirigi sempre il coro della cattedrale, vero?"
"Sì, certo."
"Ragazzi bravi? Belle voci?"
"Oh, mai più nessuna come la tua."
"E... ragazzi belli?" chiese tranquillo Jean Luc.
L'uomo ridacchiò imbarazzato: "Sì, quelli sì. Ma è diverso... Non posso espormi con loro... Tu... tu eri in casa."
"Già, certo. Ricordi la prima volta?"
"Come non ricordarla. Eri... spaventato, ma..."
"Ma mi piaceva, questo lo ricordo bene."
"Sì..."
"Solo che... non ricordo più dove è successo... ricordo solo che è successo. Ma non dove... È curioso, no?"
"A volte i ricordi sono così. A volte si ricordano i nomi ma non i volti. L'aspetto dei luoghi ma non i nomi... Io... di quella volta... ricordo tutto."
"Ti spiacerebbe... raccontarmelo?"
"Se ti fa piacere..."
"Certo."
"Eravamo in cantoria, su in cattedrale. Era finita la funzione solenne del pomeriggio. Tutti i cantori sciamarono via di corsa giù per la scaletta, come al solito. Restammo soli io e tu. Io riordinavo gli spartiti. Tu eri andato dietro l'organo: ti incuriosiva sempre vederne i meccanismi. Li avevi già visti chissà quante volte, ma tornavi sempre a guardarli. Indossavi ancora la tunica bianca con le due bande porpora... Ti venni a cercare e mi parevi un angelo. Eri così bello... Ti accarezzai, come altre volte. Ti toccai sotto la tunica, come altre volte. E a te piaceva essere toccato, carezzato da me, ricordi?"
"Sì... mi eccitava molto il modo in cui mi toccavi."
"Certo. E ti eccitasti anche quella volta. E mi eccitai terribilmente anch'io, e ti desiderai come mai t'avevo desiderato... Ti abbracciai da dietro, ti sollevai la tunica e ti abbassai i calzoncini e le mutandine... e ti toccai ancora. Tu eri tutto rosso in viso, ma eccitato. Ti desideravo moltissimo, ti volevo. Ti preparai il culetto con le dita insalivate. Tu capisti, credo, e cominciasti a sussurrare: no papà... non qui... no... ma non ti muovevi, non ti opponevi. E io finalmente ti presi, lì, nella cattedrale..."
"Mi faceva male, ma mi piaceva..." azzardò Jean Luc.
"Sì. Quando penetrai il tuo bel culetto vergine, emettesti un gemito e io dovetti chiuderti la bocca con una mano. Tu ti rilassasti completamente, ti eri arreso a me, ed io cominciai a muovermi in te. Era bellissimo. Ero pazzo di te, Patrick. Lo sono ancora..." disse l'uomo afferrando una mano di Jean Luc e baciandogliela.
"Volevo che tu smettessi, ma mi piaceva."
"Certo. Anche in seguito, ogni volta che ti prendevo... Tu tremavi tutto per l'eccitazione e ti abbandonavi a me. E mi lasciavi fare. Anche nel letto matrimoniale, in seguito. Io avrei voluto che tu partecipassi, ma... tu, quando ti portavo nel letto, ti abbandonavi docile, mi lasciavi fare..."
"Non ti ho mai cercato io, vero?"
"No, ti vergognavi. Ma quando ti carezzavo fra le gambe ti eccitavi subito. Quando ti sbottonavo i calzoncini mi dicevi sempre: no, papà, ma io sapevo che il tuo no era un sì. Quando facevi la doccia e la mamma non era in casa, tu non chiudevi mai la porta. Io aspettavo che tu chiudessi l'acqua, venivo ad asciugarti... Tu ti abbandonavi fra le mie braccia. Ti portavo di peso sul letto... e ti facevo mio. Tu chiudevi gli occhi e fremevi tutto per l'eccitazione..."
"Sì, questo lo ricordo bene." mentì Jean Luc.
"Patrick... io ho ancora voglia di te..." mormorò l'uomo scendendo con la mano a frugare la patta di Jean Luc.
"Martin... Ma io sono cambiato. Non mi va più di essere preso..."
"Dio come sei cresciuto, anche qui... Posso... succhiartelo, almeno?"
"Sì... non me l'hai mai succhiato, allora, vero?"
"No. Ero pazzo per il tuo bel culetto stretto. E qui eri piccolo, allora. Non avevi ancora questa bella stanga..." disse scostando i lembi del kimono.
Jean Luc guidò la testa dell'uomo fra le sue gambe. Martin lo succhiò con golosa voracità, facendosi scivolare il membro del ragazzo fino in gola, muovendo su e giù il capo sulla bella asta ritta che credeva essere di Patrick, finché lo portò all'orgasmo e bevve con cura fino all'uitima goccia. L'uomo si rialzò con un sorriso soddisfatto e il ragazzo si risistemò il membro nei calzoni.
Jean Luc chiese: "Mi porti in cantoria, oggi?"
"Certo, Patrick."
"Vorrei rivedere dove... la prima volta..."
"Vuoi ricordare?"
"Sì. Colmare un vuoto."
"Dicono che la prima volta non si scorda mai. Ma anch'io non ricordo più la mia prima volta, sai? Deve essere stato un trentacinque anni fa..."
"Perché ti sei sposato con mia madre?"
"Perché... volevo te. Eri nel coro già da un anno e io morivo per te."
"Ti sono sempre piaciuti i ragazzini?"
"Più o meno. Tu sei il più giovane con cui... ma eri così bello! Sei così bello!"
"E adesso? Come mai sei solo?"
"Non proprio solo... A volte viene a trovarmi il figlio del sacrestano. Ha diciotto anni. È molto dolce."
"L'hai... introdotto tu a queste cose?"
"No. Era già esperto quando ci ho provato. Ed è tutto fuoco."
"Non come me..."
"Oh, tu... tu ti abbandonavi, completamente. E dopo... restavi lì, tremante, sopraffatto dal godimento."
"Restavo a lungo lì, dopo?"
"Mah... mezz'ora, un'ora. E io ti carezzavo. Ma era bellissimo il completo l'abbandono con cui mi accoglievi in te."
"Già." commentò amaro Jean Luc.
Salirono nella cantoria. Martin guidò Jean Luc dietro l'organo.
"È stato qui. Ricordi, ora?"
"Sì..." mentì Jean Luc.
Poi, all'improvviso, emise un "Oh!" con voce forte. E sentì l'eco di mille "oh" intrecciarsi nell'aria, rimbalzare fra le antiche volte, svanire a poco a poco. Come se mille bocche avessero emesso quel suono.
Ed immaginò il piccolo Patrick, paralizzato dalla paura per quell'atto che gli facevano subire in un luogo così sacro, e quell'eco che doveva avergli riempito l'animo turbato... E capì il terrore di essere toccato fra le mille voci che lo acclamavano, dopo... Quando cantava era diverso, era "durante" il rito. Ma dopo... Il grido dei suoi fan era il suo grido moltiplicato dalle volte. Le mani dei suoi fan erano le mani dell'uomo che lo stringevano, che lo imprigionavano.
"Che hai, Patrick?" chiese l'uomo guardando il volto di Jean Luc.
"Nulla. Pensieri."
"Sei impallidito..."
"Non avresti dovuto farlo qui... proprio nella cattedrale... quando indossavo la tunica bianca... Hai profanato la mia innocenza, la mia purezza, la mia anima. E non te ne sei neppure accorto. Oh, Martin... Tu non immagini il male che mi hai fatto quel pomeriggio, qui. E il mio abbandono, che ti piaceva tanto... era puro terrore..."
"Ma... ma io..." balbettò, l'uomo confuso.
"Non posso neppure odiarti. Non sei cattivo. Sei solo... Non so. Non sta a me giudicarti."
L'uomo era completamente confuso. Lo guardava a bocca aperta.
Jean Luc lo prese lieve per un braccio: "Torniamo a casa. Ora possiamo andar via. Ora so."
"Tu mi... odi, Patrick? Tu mi disprezzi?"
"No. Ti compiango. Lascia stare i ragazzini, Martin. Se ne hai bisogno, come ne ho bisogno io, cerca qualcuno di più grande, adulto. Non gli adolescenti."
"Io..."
"Non devi giustificarti con me. Quel che c'è stato fra noi due... c'è stato. Non te ne faccio una colpa. Spero soltanto di saperne venir fuori. Andiamo, ora!"
Jean Luc tornò in Corsica, prima del previsto. Si stava chiedendo come fare a superarlo, ora che aveva capito di dove venisse il trauma di Patrick. Pensava che l'ideale sarebbe stato riportarlo là, proprio ad Autun, nella cantoria... Ma capiva che quasi certamente Patrick avrebbe rifiutato di andarvi. Come creare quell'ambiente, quell'impressione? Come riprodurre quella situazione? In parte Jules l'aveva ricreata, ma nel senso deteriore.
Jean Luc pensò di andare fino a Bastia, con la vaga speranza che ci fosse una chiesa adatta, simile in qualche modo alla cattedrale di Autun. Prese la due cavalli e disse che scendeva in città a fare alcuni acquisti. Travestito da "Jean Luc". Visitò le chiese, ma nessuna lo ispirò, nessuna gli parve adatta.
Alcuni giorni dopo, era di nuovo a Bastia per fare alcune compere (voleva fare un regalino al suo Patrick) ed era andato a sedersi nel dehors di un bar. Stava bevendo la sua spremuta di arance quando notò un giovanotto che lo guardava un po' più che casualmente. Jean Luc aveva messo la parrucca e gli occhiali scuri, quindi dubitava che l'altro potesse prenderlo per Patrick. Dopo un po' il giovanotto, che non aveva cessato di guardarlo, si alzò dal proprio tavolo con il bicchiere in mano e gli si avvicinò.
"Posso sedere qui, con te?" gli chiese con un sorriso.
"Prego." rispose Jean Luc guardandolo.
L'altro sedette e disse: "Io mi chiamo Alain..."
"Piacere. Io sono Jean Luc."
"Turista?"
"Sì, e tu?"
"Metà. Sono originario di qui. Ho qui alcuni parenti, ma vivo a Rouen. Ti guardavo, prima. Sei un gran bel ragazzo..."
"Grazie."
"Sei solo, qui?"
"No, ospite di amici."
"Ti fermi molto?"
"Un po'... ma non qui a Bastia. Tu abiti qui?"
"Sì, in albergo. Non con i miei. Eri pensieroso. Ti ho disturbato?"
"No..."
"Mi piacerebbe fare la tua conoscenza..."
"La stiamo facendo."
"Che fai tu nella vita?"
"Il... segretario."
"In una ditta?"
"No, privato. E tu?"
"Sono psicologo. Perché quello sguardo? Ti pare un lavoro strano?"
"No, anzi... poco fa stavo proprio pensando che dovevo trovare uno psicologo..."
"Ah. Hai problemi?"
"Sì. Ma non per me. Per un amico."
"Un... caro amico?"
"Molto caro."
"Vuoi provare a parlarmene?"
Jean Luc sorrise: "Quant'è la tua parcella?"
Sorrise anche Alain: "Siamo in ferie. Consulenza gratuita. Soprattutto perché tu mi piaci."
Jean Luc gli sorrise e gli chiese: "È la seconda volta che me lo dici. È una... proposta?"
"Perché no. Mi piaci davvero."
"Il fatto è che... sono con questo amico. Intimo amico, voglio dire. Non sono libero."
"Anch'io sto con un amico. Ora non c'è ma arriverà domenica a far le ferie con me. Ma lui non è geloso. Mi concede qualche scappatella se non esagero. Il tuo è geloso?"
"Non lo so. Non se ne è mai parlato. Non ce n'è motivo."
"È molto che state assieme?"
"Ci siamo conosciuti a metà maggio. Stiamo assieme da metà luglio, circa."
"Oh, non molto."
"Voi due?"
"Da quattro anni. Allora, mi vuoi parlare del problema del tuo amico?"
"No pretendi poi un pagamento... in natura, no?"
"Non mi dispiacerebbe affatto, ma... gratis ti ho detto e gratis sarà."
Jean Luc provò simpatia per Alain, perciò gli raccontò il problema di Patrick, pur senza nominarlo mai e cercando di non fargli capire di chi stesse parlando.
"La tua analisi mi sembra accurata. È molto probabile che sia come pensi tu. La chiesa e la sala concerti, la funzione sacra e lo spettacolo, l'eco e le mani dell'uomo con le grida e le mani dei fan... La sua reazione quand'era violentato dal patrigno e la sua reazione quand'è, per così dire, violentato dal pubblico... Sì, credo proprio che tu abbia visto giusto. Per sbloccarlo, però, non credo che sia necessario riportarlo dove tutto è cominciato. Potrebbe essere utile, certo... Ma lui ha compiuto una trasposizione di elementi. Perciò..."
Parlarono ancora e in Jean Luc pian piano prese forma un'idea, un piano che discusse con Alain. Questi gli suggerì alcune varianti, discussero ancora.
Alla fine Alain gli chiese: "Posso farti una domanda?"
"Di che si tratta?"
"Premetto che logicamente, se tu dovessi confermarmi ciò che penso, rimarrebbe un segreto. Noi psicologi siamo tenuti al segreto professionale, comunque. E questa, anche se gratuita, è una regolare seduta..."
"Bene. Chiedi."
"Il tuo amico, il cantante, è per caso Patrick Dupuis?"
Jean Luc lo guardò lievemente stupito, ma annuì: "Come hai fatto a capirlo?"
"So che ha una villa non lontano da qui. E so che è gay, perciò..."
"E come fai a sapere che è gay?"
"Il mio attuale ragazzo ama moltissimo le canzoni di Patrick. Quando facciamo l'amore le tiene sempre come sottofondo. Prima di conoscere me, avuto una breve relazione, per qualche mese, con un ragazzo che faceva il gigolo di lusso... E questo ragazzo è stato pagato un paio di volte per fare l'amore con Patrick, perciò..."
"Già, vedo. Il mondo è piccolo. Sì, il mio amante è Patrick. Ma vorrei che tu non ne parlassi neppure col tuo ragazzo, di queste cose."
"Si capisce. Non dirò nulla neppure a René. Posso dirgli soltanto che ho conosciuto l'amante di Patrick?"
"Per ora neppure quello, ti prego. Ma io... io ho da chiederti invece un favore: posso avere il tuo telefono? Vorrei poterti sentire, se avessi altri problemi con Patrick. E, comunque, ti farò avere un assegno per le tue consulenze."
"Certo. Ecco, questo è il mio biglietto da visita. E qui ti scrivo il telefono dell'albergo, finché sto qui."
Jean Luc lo ringraziò e tornò in villa. Doveva parlare con qualcuno del suo progetto. Non sapeva se, e fino a che punto, avrebbe trovato in Pierre un alleato. L'uomo s'era comportato bene in occasione del fatto con Jules, ma a Jean Luc pareva troppo freddo, calcolatore. A Pierre interessava soprattutto che finanziariamente andasse tutto bene e gli interessava solo di riflesso lo stato di salute psichica di Patrick. Jean Luc non si fidava completamente dell'uomo. Chi invece gli piaceva abbastanza era Claude. Il P.R. Man era molto più umano, sensibile ed aveva preso più volte le loro parti. Così decise di parlare con lui.
Non gli parlò di Alain, ma gli espose le proprie considerazioni ed il proprio progetto. Come immaginava, Claude si mostrò subito interessato alla cosa. Decisero di parlarne anche al suo assistente, Olivier. Assieme misero a punto i dettagli del progetto. Anche Claude pensava che non fosse necessario mettere a parte della cosa Pierre.
"Non è cattivo, né disonesto, ma... hai ragione tu. A lui interessano soprattutto i soldi. E lui era d'accordo nel mandare avanti Patrick con tutte quelle medicine, anche contro il mio parere." commentò Claude.