PREFAZIONE
Se avessi scritto questo libro usando il mio vero nome e dando le coordinate esatte dei fatti che racconto, sono certo che sarebbe diventato un best-seller. Ma non l'ho fatto per vari motivi: il primo è che troppe persone che nomino sono ancora vive e famose e probabilmente non gradirebbero affatto che cose che li riguardano da vicino siano messe in piazza; alcune oltretutto sono assai potenti, e potrebbero ancora farmela pagare per quanto dico.
Un secondo motivo è che non mi interessa scrivere un libro scandalistico: voglio solo raccontare la mia vita, i motivi per cui l'ho vissuta in un certo modo e, se questo libro deve diventare un best seller, non voglio che sia per motivi di curiosità morbosa su nomi famosi, quello della mia famiglia per primo, ma perché il contenuto è interessante e, spero, lo stile valido.
Il terzo motivo è che, molto probabilmente, al posto mio ci potrebbero essere chissà quanti altri rampolli di famiglie illustri che potrebbero raccontare cose analoghe; in altri termini ho forse la convinzione che, tolti i particolari secondari, quanto racconto sia in realtà qualcosa di universale, obiettivo e non particolare o soggettivo.
Un altro motivo è che voglio essere libero di dire tutto, senza temere letture diverse da quelle che intendo dare: se facessi nomi, tutto sarebbe letto con le lenti deformanti del pregiudizio, favorevole o contrario che sia, nei confronti sia miei che delle persone che nomino.
Quando ho fatto la prima stesura di questo testo, per mia comodità e semplicità, ho usato nomi veri. Poi, nella rilettura, li ho sostituiti tutti con nomi fittizi, e qui mi si è posto il problema di quali nomi usare. Non mi piacciono gli asterischi né i nomi di fantasia, ho perciò attinto a caso nomi e cognomi dalla guida del telefono: se qualcuno vi si riconoscesse è una pura coincidenza. Oltre ai nomi delle persone, ho dovuto cambiare anche tutti quegli altri particolari che avrebbero potuto far riconoscere certe persone, senza alterare il succo dei fatti, come ad esempio i nomi dei luoghi.
Non è stato affatto facile, ma penso di esservi riuscito abbastanza bene. Ho anche dovuto cambiare alcune date nonché altri particolari, ma l'ho fatto sempre in modo di non snaturare il senso del racconto della mia vita. A questo punto, potrebbe sorgere in te, mio paziente lettore, una domanda: perché hai voluto scrivere questo libro? Domanda forse legittima...
Perché non ho mai potuto raccontare a nessuno, no, mi correggo, quasi a nessuno, le cose contenute in questo libro. Ho dovuto vivere con un fardello di segreti sempre più pesante e sentivo la necessità di parlarne a qualcuno: così, ho scelto te, lettore. Non ti conosco, non mi conosci, perciò la confessione sincera di tanti particolari mi è più facile.
Non chiedo la tua simpatia, anche se mi piacerebbe averla, perché comunque non potrai mai dimostrarmela. O forse sì, un modo per dimostrarmela ce l'hai: se provi simpatia per me, fai in modo che i tuoi amici comprino questo libro. Non te lo chiedo per un motivo commerciale, per aumentare i miei guadagni: non ne ho bisogno. Semplicemente perché, in fondo mi smentisco è vero, ho bisogno della tua simpatia, sconosciuto lettore, e non ho altro modo per ottenerla che scoprendo che il mio libro ha successo.
In fondo sono stato sempre un essere solo, se pure, come leggerai, solitamente circondato da tanta gente; forse anche troppa. Non c'è solitudine peggiore di quella che si prova quando fisicamente non si è mai soli, o quasi. Chissà come sarebbe stata la mia vita se non fossi nato nella mia famiglia ma in un'altra? Già, domanda sciocca: non sarei più stato io, ma un altro, no?
Questa mia ultima domanda ti può far pensare che sia scontento della mia vita, eppure non è esattamente così. La tentazione dei "se" è forte, a volte: se fossi nato in un'altra famiglia, se fossi nato in un'altra nazione, se fossi nato in un'altra epoca... oppure: se non avessi incontrato quella persona, se non avessi scelto quella cosa, se avessi reagito in modo diverso in certe situazioni... se, se, se... Ma so perfettamente che sono domande oziose, del tutto inutili.
La mia vita è andata così, nel bene e nel male. Una vita che non so quanto ancora potrà durare: cinque secondi, cinque settimane, cinque anni o... Non so che cosa mi riserverà. In questo non sono diverso da te, paziente lettore. Ma non voglio profittare troppo della tua pazienza. Perciò inizio a raccontarti i momenti della mia vita che ricordo come importanti, almeno per me.
Spero di non annoiarti.
CAPITOLO 1 - DALLA NASCITA ALLA PUBERTÀ
Sono nato alla fine della guerra. Mio padre era un giovane ufficiale di complemento, mia madre un'insegnante di media superiore. Ero il quarto figlio e il terzo maschio. Mio padre e mia madre s'erano sposati molto giovani così, quando nacqui io, avevano rispettivamente ventisette e venticinque anni. Il mio fratello maggiore ha solo sette anni più di me.
Terminata la guerra, mio padre, invece di tornare al suo vecchio lavoro, profittando della sua notorietà (aveva avuto molte medaglie sul campo di battaglia) decise, convinto dagli amici, di darsi alla politica. Avevo tre anni quando fu eletto sindaco della nostra cittadina: un piccolo centro a soli quattro chilometri dal mare, con diciannovemila abitanti, per lo più impegnati in attività artigianali o di piccola industria.
Ho sempre amato la città in cui sono nato e dove ho vissuto solo fino all'età di sette anni, ma in cui sono tornato ogni estate con la mia famiglia fino alla mia maggiore età. Sorge su un ameno pendio dolcemente digradante, ben soleggiato, ventilato, in cui il clima è dolce in inverno e gradevole in estate. Il territorio del comune è delimitato a ovest da un fiume e ad est da un torrente. In riva al mare sorge una frazione della città abitata prevalentemente da pescatori. La spiaggia non è abbastanza bella per attirare turisti pur prestandosi ai bagni della gente del posto, specialmente nella piccola cala che c'è ad est.
Quando avevo quattro anni mi fidanzai con la figlia, di tre anni, del nostro vicino di casa: logicamente solo per scimmiottare i grandi, perché non avevo certo alcuna idea del vero rapporto di coppia, tanto meno sul piano sessuale. Ricordo anche che la portai con me ad esplorare le rocce che ci sono a nord della città e che le avevo promesso di trovare una grotta per noi due dove, secondo me, avremmo potuto vivere indisturbati.
La nostra "fuga" fu presto scoperta: mio padre mobilitò la polizia municipale e mia madre i suoi allievi per organizzare una battuta per ritrovarci. Ci rintracciarono a metà pomeriggio. I miei non mi sgridarono, erano piuttosto comprensivi: mi fecero solo capire con dolcezza ma con chiarezza quanto scompiglio il mio gesto avesse portato. Eppure quella non fu che la prima di una serie di "fughe", ma le altre le feci da solo.
Perché queste fughe? Non certo perché mi trovassi male nella mia famiglia, almeno allora: penso che fossero solo un forte desiderio di avventura, di una vita fuori dalla routine quotidiana. Ho sempre avuto una fantasia notevole, direi quasi sconfinata. Mia madre diceva che avevo troppa fantasia e che dovevo imparare a vivere più con i piedi per terra. In realtà vivevo, ho vissuto sempre con i piedi per terra, a mio parere anche troppo. La fantasia mi ha permesso semplicemente di non morire dentro, di non inaridire.
I miei erano quello che si suole definire una coppia modello: belli, intelligenti, uniti, impegnati socialmente. Il fatto che mio padre fosse diventato un protagonista nel mondo della politica aveva imposto alla mia famiglia di creare, proteggere e conservare un'immagine sociale ed anche noi figli dovevamo adeguarci a questa immagine. Mio padre aveva ambizioni politiche molto alte ed aveva, già dall'inizio della sua carriera, formato una staff di PR per curare appunto questa immagine... di cui tutti noi fummo schiavi.
Non imputo a mio padre e neppure al fatto che sentisse l'esercizio del potere come un dovere, questa schiavitù: la imputo alla società, che pretende di valutare il valore di un uomo politico dall'immagine che non solo lui, ma la sua famiglia presenta. Ma a questa valutazione sono giunto solo nella maturità: allora mi pesava come una ingiusta condanna e, almeno dentro di me, mi ribellavo come potevo a questo condizionamento crudele.
Crudele perché non mi permetteva di essere me stesso, ma mi imponeva di recitare un copione accuratamente preparato dai consiglieri di mio padre, col consenso suo e di mia madre, almeno finché non giungemmo alla maggiore età, perché allora anche il nostro parere veniva preso (moderatamente) in considerazione. Una delle cose che facevano parte del "copione" fu che noi figli dovemmo frequentare rigorosamente le scuole pubbliche, dovemmo usare solo i mezzi pubblici di trasporto, dovevamo essere sempre diligenti, gentili, obbedienti, perfetti in tutto.
Il fatto di dover andare alle scuole pubbliche non mi dispiaceva né mi dispiace: penso che i compagni di scuola fossero molto più interessanti che non la media dei figli della gente "bene" che frequenta le scuole private. Comunque avevamo anche una specie di staff di "istitutori privati" che ci guidavano, consigliavano, che ci indirizzavano nelle nostre scelte con competenza ed abilità.
Dovetti imparare abbastanza presto a "comportarmi bene" come i miei fratelli prima di me. In complesso i nostri genitori erano soddisfatti di noi e questo ci ripagava, almeno quando eravamo piccoli, delle inevitabili rinunce che il comportarsi bene impone. Per lo meno ripagò i miei due fratelli e la mia sorella maggiori. E ripagò comunque mio padre che, quando avevo sette anni, fu eletto a livello regionale e diventò un membro del governo regionale. Così ci trasferimmo nel capoluogo.
Per me fu un piccolo trauma: dovetti abbandonare tutti gli amici di infanzia e mi trovai fra gente nuova, sconosciuta, aliena. Legai però abbastanza presto con i compagni di scuola e mi feci una nuova cerchia di amici. A dire il vero non ne ricordo nessuno in particolare, a parte un mio coetaneo, un ragazzetto esile e gentile a cui ero particolarmente legato, di nome Johnny, che morì quando avevamo dieci anni.
Quando seppi che era morto volli andarlo a vedere, ma, non so perché me lo impedirono. Piansi molto, lo sentivo come una cosa ingiusta: era il mio amico, avevo diritto di vederlo. Ma non mi fu possibile. Forse temevano che per me, a quell'età, potesse essere un trauma troppo forte vedere in volto la morte, non so. Ricordo solo che piansi sconsolatamente, non tanto per la morte di John, quanto per il fatto che mi negassero di vederlo. I grandi, nella loro pietà e saggezza, sanno essere crudeli con i piccoli. Sono convinto che il trauma sarebbe stato meno grande se mi avessero permesso di vederlo.
Un altro ricordo di quel periodo è che anche io dovetti iniziare a comparire in pubblico accanto ai miei genitori: i PR ci preparavano accuratamente sulle cose da fare o non fare, dire o non dire. Allora mi pareva quasi un gioco, come prepararmi alle recite scolastiche, ma con auditorio molto più vasto, e non mi pesava molto quella preparazione. Cominciò a pesarmi solo in seguito, quando entrai nell'adolescenza.
Comunque, almeno da piccolo, recitavo abbastanza bene la mia parte di figlio modello. E mi abituai a considerare i membri dello staff di PR quasi come membri effettivi della mia famiglia. Di fatto erano sempre presenti ed attivi con i loro consigli e dopo ogni comparizione pubblica di noi ragazzi con i nostri genitori, commentavano con noi il nostro comportamento distribuendo lodi o critiche. Mia sorella Mary Ann era la più lodata di tutti, era perfetta.
Solo molto più tardi mi resi conto di quanto le costasse in realtà controllare tutto quello che faceva e diceva in modo di apparire come una figlia a modo, secondo le indicazioni dei PR. Solo in seguito ho capito quanto in realtà lei fosse libera dentro, nonostante le apparenze di conformismo con cui agiva in pubblico ed in privato.
Quello che veniva ripreso più di frequente, almeno allora, era il nostro fratello maggiore, Ray Junior, che in casa chiamavamo semplicemente Junior. Eppure, guardandolo con gli occhi di oggi, è lui il più integrato di tutti noi fratelli. Non per nulla oggi è un senatore apprezzato e conosciuto. Credo che cambiò quando lo fecero fidanzare con la figlia di un ricco industriale: in parte perché era davvero innamorato di lei, in parte perché aveva capito che gli conveniva essere quello che gli chiedevano...
Essendo mio padre un esponente di spicco del partito democratico, tutta la nostra vita doveva essere improntata in modo profondamente "democratico": di qui la storia di scuole e mezzi pubblici, gli inviti a casa dei nostri amici, di qualunque estrazione sociale fossero, negri, ebrei, italiani o portoricani senza apparenti distinzioni. In realtà erano vagliati accuratamente dal servizio, ma questo lo scoprii molto più tardi.
E da qui anche uno stile di vita improntato alla più grande semplicità, senza ostentazioni di lusso o ricchezza, anche se i miei non erano certo poveri. Anche il personale di casa fu sempre ridotto al minimo e mia madre specialmente quando decise di smettere di insegnare, faceva davvero la maggior parte dei lavori di casa, almeno finché mio padre fu solo un senatore.
La carriera quasi fulminante di mio padre, per noi ragazzi divenne sinonimo di sempre maggiore controllo sul nostro comportamento, sulle nostre amicizie, sui più minuti dettagli della nostra vita non solo pubblica ma privata. Il fatto è che eravamo sempre più nel mirino non solo dei mass media, ma anche dello spionaggio degli avversari politici di mio padre, che se avessero trovato qualcosa di meno che "corretto" da denunciare, da rendere di dominio pubblico, l'avrebbero fatto senza scrupoli.
Così, quando mi facevo qualche amico a scuola, o la domenica in chiesa, o altrove, i PR controllavano e mi dicevano: questo sì, quello no... e il motivo per i no, più che non il ragazzo stesso, era la sua famiglia, le idee che professava, lo stile di vita che conduceva e così via. Molti no mi pesarono parecchio, specialmente quando cominciai a crescere. Ragazzi che a me sembravano splendidi, e che lo erano, non potevano essere miei amici solo perché, ad esempio, il padre era in galera per spaccio di droga, o la madre aveva una vita sessuale promiscua, o il fratello era stato un disertore alla leva e così via.
Neanche un granello di polvere doveva offuscare l'immagine della nostra "famiglia perfetta". Ricordo che impedirono a mia sorella di essere amica di una ragazza solo perché il fratello era un gay militante. Quella fu la prima volta che sentii parlare dei gay: avevo undici anni. Gli uomini di PR li dipinsero a tinte fosche come degenerati, corruttori di bambini, mezzi uomini senza nerbo, degni, se non di disprezzo, almeno di compassione, ma con cui non bisognava assolutamente avere nulla a che fare.
Anche in chiesa i gay godevano della stessa cattiva reputazione, sì che, almeno da piccolo, ero convinto che i gay fossero davvero una specie di sottoprodotto della società, da evitare accuratamente. Gay, drogati, giocatori d'azzardo, alcolisti, gente sessualmente promiscua, comunisti, razzisti e repubblicani erano, per noi, tutti outsider...
Junior avrebbe voluto diventare attore, ma i miei glielo impedirono e la giustificazione fu che nel mondo dello spettacolo c'era troppa depravazione: droga, sesso. Eppure a volte fra i nostri ospiti c'erano attori famosi. Non mi era facile capire, nonostante ci avessero spiegato che per gli attori famosi era diverso. Per diventare famosi, non avevano dovuto cominciare come desiderava fare mio fratello?
Ma Junior rinunciò al suo sogno, senza lottare. In realtà era difficile lottare contro quel muro di gomma che era la volontà dei miei genitori, corroborata dai pareri dei PR. Non ci hanno mai preso di punta, ci hanno sempre saputo "convincere" discutendo ragionevolmente, dandoci ragione per quel tanto che non impediva loro di proibirci qualcosa o portarci a fare qualcos'altro.
Fra noi fratelli siamo abbastanza uniti, eppure non c'è mai stata fra noi una vera e profonda comunicazione, se non in rari momenti. Forse un'eccezione, almeno in parte, è stato il rapporto fra me e Martin, eppure anche con lui non è mai capitato che ci si parlasse completamente a cuore aperto. Ci vogliamo bene, si capisce, ma fra noi non c'è mai stata quella complicità che a volte si forma fra fratelli.
Quante volte avrei voluto potermi confidare con uno di loro, chiedere un consiglio, confrontarmi... ma non è quasi mai accaduto, forse perché li sentivo troppo "conformisti", cioè troppo acquiescenti a quanto i nostri genitori volevano da noi. Oggi penso che anche loro debbano essersi sentiti molto soli, a volte.
Ricordo una volta in cui i miei mi avevano negato qualcosa (oggi non ricordo neppure più che cosa fosse) e io ero andato in camera mia e m'ero messo a piangere. Dopo poco arrivò Martin. Mi venne accanto, mi dette una mezza carezza sul capo e mi disse: "Non te la prendere, adesso ti dispiace che ti hanno detto di no, ma poi capirai che l'hanno fatto per il tuo bene." "Per il mio bene!" ribattei io scontroso: mi pareva di sentire in lui l'eco delle parole di mio padre, di mia madre, di quelli delle PR e ne fui deluso. Eppure lui voleva davvero consolarmi.
Ricacciai indietro le lacrime e gli dissi che non me ne importava niente: stavo imparando ad essere un "bravo ragazzo" e cioè a mentire sui miei veri sentimenti. Forse se Martin m'avesse detto: è ingiusto, ti capisco anche se non posso farci niente, io mi sarei sentito meglio, mi sarei sentito capito, spalleggiato. Forse avrei rinunciato ugualmente al mio desiderio ma mi sarei sentito meno solo. Ma allora il tentativo di mio fratello di consolarmi mi parve assurdo, inutile, e forse anche questo mi impedì in seguito, di confidarmi con lui a cuore aperto. Lo sentii come "uno di loro".
Forse anche il fatto che noi ragazzi avevamo ognuno la nostra camera impedì che si formasse quella "complicità" che mi sarebbe piaciuto avere con loro, non so. O forse semplicemente il fatto che eravamo tutti così controllati da "loro" che dovemmo presto imparare a controllarci da noi stessi.
Ricordo bene che fin da ragazzino spesso mi capitava di chiedermi: "se faccio così, loro saranno contenti? mi lasceranno in pace?" Non mi interessava neppure che fossero contenti di me, in realtà, ma solo che mi lasciassero in pace, che non mi criticassero, che non cominciassero con quelle parole terribili (dette sempre con un sorriso): "sei un gran bravo ragazzo, ma..."
Ricordo anche che ero ancora un ragazzino quando un giorno in cui forse ero più triste del solito, nel segreto del mio cuore, decisi che era meglio non avere figli, se dovevano soffrire quanto stavo soffrendo io. Decisi che non mi sarei mai sposato e che perciò non avrei mai fatto un figlio: "i grandi non capiscono quanto noi piccoli soffriamo, e anche io quando sarò grande forse non lo capirò più, perciò giuro che non avrò mai figli!" mi ripromisi con la più grande solennità.
In realtà è andata così, ma per altri motivi.
Quando avevo dodici anni ci trasferimmo per la terza volta e sempre a causa della carriera di mio padre. Mia madre aveva smesso di insegnare ed ora si occupava, a fianco di mio padre, di problemi sociali e di beneficenza. Lo staff di PR di mio padre curava con attenzione decine di particolari che possono sembrare incredibili e, fra gli altri, anche il nostro modo di vestirci.
Ricordo il mio primo scontro proprio su questo argomento: io volevo che i miei mi comprassero certi abiti che andavano allora di moda fra i ragazzetti della mia età, ma "loro" avevano decretato che non era opportuno e perciò...
Mia madre cercò di convincermi che era per il mio bene: "Mica vorrai essere ridicolo e mettere in ridicolo papà solo per seguire una moda passeggera, no?" concluse.
A me non importava affatto essere ridicolo, tanto più che in quel modo di vestire non trovavo assolutamente nulla di ridicolo, anzi, mi pareva affascinante. Ma, al solito, cedetti.
A dire il vero cedetti a metà: un compagno di scuola mi regalò una sua camicia a fiori ed un paio di jeans dipinti a colori vivaci e io, quando andavamo assieme a giocare al laghetto, dove nessuno ci vedeva, mi cambiavo e mi godevo la piacevole sensazione della trasgressione. Prima di tornare in città logicamente mi dovevo cambiare: nascondevo quei due preziosi capi in fondo alla sacca da ginnastica e tornavo ad essere il figlio "perfetto ed obbediente" che i miei genitori si aspettavano fossi. Questo mio compagno si chiamava George ed era un ragazzo negro molto simpatico. Fu lui che mi insegnò anche un'altra cosa trasgressiva.
Eravamo appunto andati al laghetto. Io avevo tirato fuori dalla sacca gli abiti che lui mi aveva regalato e mi ero tolto i miei che stavo ripiegando accuratamente e mettendo nella sacca. Avevo indosso solo le mutande. George mi guardava.
Mi chiese: "Sei già maturato, tu?"
Lo guardai senza capire. Lui allora mi chiese: "Ti stanno spuntando i peli attorno all'uccello?"
"No." risposi un po' confuso.
Sapevo a che cosa si riferisse, sapevo che quando si diventa grandi spuntano i peli sotto le ascelle, attorno al "coso" (come lo chiamavo io, pur conoscendo un'altra mezza dozzina di nomi sentiti dai compagni) e poi sulle gambe, sulle guance.
"A me sì." disse lui con una certa fierezza.
"Ah sì?" replicai io non sapendo che dire a quella notizia.
Lui forse la prese per incredulità, fatto sta che senza pensarci due volte, si aprì i calzoni e se li calò assieme alle mutande, abbastanza per farmi vedere. Era vero. Mentre lo guardavo, notai anche un'altra cosa: gli si stava ingrossando, palpitante.
Lui sorrise, per nulla imbarazzato, e mi chiese: "Non ti fai mai seghe, tu?"
Questa parola era la prima volta che la sentivo, perciò gli chiesi che cosa volesse dire. Allora lui, dopo essersi fatto promettere che non ne avrei mai assolutamente parlato con nessuno, specialmente coi grandi, me lo spiegò facendomi vedere praticamente come si faceva. Per quel giorno la cosa finì lì, quando il suo "coso", decisamente più sviluppato del mio, eruttò con suo evidente piacere una collana di gocce perlacee che volteggiarono brillando nell'aria. Quello era dunque il seme di cui avevo sentito parlare, quello che fa nascere i bambini se va nel posto giusto...
Io avevo un'infarinatura di educazione sessuale come tutti i bambini della mia età, perché a scuola spiegavano i "misteri della vita" ma vedere per la prima volta quel fenomeno, mi affascinò e mi incuriosì molto. Soprattutto perché, per il fatto che il mio amico George si fosse fatto promettere solennemente che avrei mantenuto il segreto, capivo che quella cosa era ancor più trasgressiva che non indossare gli abiti proibiti.
Così quando la volta seguente George propose di divertirci insieme in quel modo, accettai senza problemi. Il mio era ancora piccolo, ma quando lo manipolavo diventava duro; anche se ancora non ne usciva niente mi dava un vago senso di piacere, e comunque mentre mi masturbavo guardavo affascinato quello grosso e color cioccolato di George, aspettando con una certa ansia che anche il mio potesse crescere e reagire nello stesso modo come m'aveva detto George.
Non credo che George fosse gay, anche se non posso saperlo perché allora non sapevo ancora niente di quelle cose. Fatto sta che con George non ce lo facemmo mai l'uno all'altro, semplicemente lo facevamo insieme e quando cominciai anche io a schizzare seme, si faceva a gara a chi lo riusciva a mandare più lontano, oppure a chi ne emetteva di più, o a chi riusciva a venire per primo, o per ultimo.
Persi di vista George quando lui, non ricordo per quale motivo, cambiò scuola. Avevo quattordici anni ed i peli mi stavano crescendo nel modo giusto nei posti giusti: ne ero piuttosto fiero. Facevo molta ginnastica e sport e crescevo armonicamente e forte. A scuola andavo piuttosto bene. Avevo diversi amici, non proprio intimi, ma di piacevole compagnia.
I PR avevano deciso che dovevo entrare nei boy scout e così ci ero entrato. Tutto sommato era abbastanza divertente ed era comunque un modo accettabile per vivere l'avventura che mi aveva sempre affascinato pur restando negli schemi permessi. Le mie giornate erano così piuttosto piene: scuola, sport, studio a casa, scout. Non avevo certo tempo per annoiarmi.
La domenica, con tutta la famiglia, andavo alle funzioni religiose quando non ero in uscita con gli scout. Facevo parte del coro: mi piaceva abbastanza cantare ma mi piaceva soprattutto la tunica bianca e azzurra che si indossava in quell'occasione. Aveva un che di medievale che alimentava le mie fantasie segrete; nella mia testa, mescolando quell'abito con le attività scout, immaginavo di essere una specie di cavaliere errante, un principe in incognito, o altre cose del genere.
Continuavo anche a masturbarmi, ma lo facevo senza particolari fantasie. Semplicemente lo trovavo piacevole e perciò lo facevo. Sapevo che la religione lo considerava un peccato, ma questo non mi sconvolgeva affatto, anzi mi dava il piacere di trasgredire senza che nessuno potesse minimamente sospettarlo e mi faceva sentire più libero, più padrone di me stesso, più adulto. Specialmente quando avevo scoperto che lo faceva anche mio fratello Martin, il secondo, che allora aveva diciannove anni. Non l'avevo realmente visto farlo, avevo solo trovato più di una volta le sue mutande umide nel cesto della biancheria da lavare e dall'odore avevo capito perché fossero umide.
Non avevo mai provato il desiderio di masturbarmi con qualcuno, anche se quando mi capitava di poter vedere il membro di qualche compagno, quando ci si cambiava per ginnastica o alle docce, di sottecchi lo guardavo con un certo piacere, specialmente se era più sviluppato di me. Ma, almeno a livello conscio, non c'era ancora nulla di sessuale in quei miei sguardi: credo che semplicemente li guardavo perché mi stavo sviluppando e speravo che mi diventasse come quello di certi miei compagni che la natura aveva dotato con una certa generosità.
Penso che non ci fosse ancora nulla di sessuale anche perché non ho mai provato, in quel periodo, il desiderio anche solo di toccare, di sfiorare quei bei membri che vedevo ed ammiravo. Benché mi ricordo che se per caso erano in erezione, anche parziale, mi piacevano anche di più... mah, non lo so. Tutto sommato ero ancora un ragazzino, tranquillo. Anche se altri, a quell'età, sono già più che svezzati.
Io, anche quando mi masturbavo, non avevo ancora nessuna fantasia sessuale. Anche i membri che avevo ammirato, magari solo poche ore prima, non mi venivano mai in mente mentre mi masturbavo. Non pensavo nulla, mi godevo semplicemente le piacevoli sensazioni che quell'esercizio mi procurava, spiavo il crescere del piacere in me e stavo attento a raccogliere tutto il mio seme in un fazzoletto che avevo sempre a portata di mano per lo scopo in modo di non lasciare tracce sulle lenzuola o sul pigiama.
La mattina, poi, nascondevo accuratamente il fazzoletto asciutto per la volta dopo. E ogni tanto, quando vedevo la lavatrice in funzione, ve lo infilavo di nascosto, così ero sicuro che nessuno poteva sospettare di me come io avevo fatto con Martin a causa delle sue mutande umide di seme.
A volte i compagni accennavano alla masturbazione con battute, al che io sorridevo ma non davo mai corda a nessuno su quell'argomento. E nessuno mai mi propose di nuovo, dopo George, di farlo assieme. I compagni facevano anche battute sulle ragazze, a volte battute assai spinte, esplicite. Anche in questo caso io mi limitavo a sorridere e basta.
Le ragazzine a me non suscitavano nessun senso particolare né di attrazione né di repulsa: esistevano e basta. Alcune erano simpatiche altre no. Tutto qui.
|