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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IO, IL FIGLIO DEL PRESIDENTE CAPITOLO 2
KEN, IL MIO PRIMO UOMO

Avevo quindici anni quando accadde un fatto che mi aprì gli occhi sulla mia vera sessualità. Stavo tornando a casa dalla palestra, come al solito con i mezzi pubblici. Era affollato, eravamo stretti l'uno contro l'altro. Io ero riuscito a mettere la sacca sulla retina e stavo in piedi vicino ad una delle porte. Gente saliva, gente scendeva ad ogni fermata, ma si stava sempre pigiati.

Ad un certo punto sentii qualcosa che mi sfiorava fra le gambe, proprio lì. Pensai ad un contatto casuale e non ci feci caso, ma lo sfregamento continuava con crescente insistenza. Di colpo ebbi la percezione netta, chiara di che cosa stesse accadendo: quella che mi stava toccando era una mano e lo stava facendo evidentemente di proposito. Mi sentii terribilmente imbarazzato, avevo la sensazione che tutti potessero vedere che cosa stava accadendo, anche se in realtà non era possibile.

Sogguardai meravigliato e vergognoso chi mi stava toccando così: era un giovanotto sui venticinque-trenta anni, vestito in modo elegante anche se sportivo, poco più alto di me.

Pensai di sottrarmi a quella mano sempre più ardita, che ora mi carezzava sfacciatamente, ma ero come paralizzato e non riuscivo a muovere neppure un dito. Quasi non riuscivo neppure a respirare. Quando mi resi conto che essere toccato lì da quel tale mi stava procurando un'erezione, mi sentii letteralmente morire dalla vergogna. Non volevo che l'altro se ne rendesse conto. Avrei voluto scappare, scomparire, sprofondare, eppure ero sempre più incapace di muovermi.

Lui si accorse del mio stato ed ora la sua mano mi muoveva decisa, sicura: attraverso la tela leggera dei miei calzoni aveva afferrato il mio membro e lo palpava tranquillo. Lo guardai per un attimo con occhi spaventati, imploranti, ma lui ricambiò il mio sguardo con una specie di sorriso che mi fece pensare al gatto che gioca col topo. Mi sentii perso. Distolsi gli occhi ancor più pieno di vergogna.

Dopo alcune fermate, lui scese. Sulla piattaforma si girò a guardarmi e lessi chiaramente nei suoi occhi che s'aspettava che lo seguissi. La porta si chiuse e ripartimmo. Non riuscii a provare subito sollievo per la fine di quella imbarazzante situazione: ero ancora troppo sconvolto. Non tanto, forse, per essere stato palpato in quel modo, quanto per essermi eccitato a quel contatto.

A poco a poco mi calmai, mi sentii meglio, ma non ancora del tutto bene. Ero profondamente scosso. Tornai a casa e salii in camera mia. Mi misi a studiare ma non ci riuscivo, la mia testa era confusa per quell'esperienza del tutto inattesa. Non è che io ci ripensassi, avevo la testa come vuota, o meglio, come una stanza vuota in cui ogni minimo rumore rimbomba. Come se una voce lontana mi ripetesse in una litania senza fine: quell'uomo ti ha toccato, ti piaceva... ti ha toccato... ti piaceva...

A cena i miei non si accorsero che ero più taciturno del solito. Guardai la TV per un po', poi, data la buona notte, salii di nuovo in camera mia. Mi spogliai e mi misi a letto. Quasi subito mi venne un'erezione. Inconsciamente mi carezzai fra le gambe, come facevo spesso a letto in quel caso prima di masturbarmi. Ma questa volta fu diverso: il contatto della mia mano attraverso la lieve tela del pigiama mi ricordò il contatto avuto nel pomeriggio e così, automaticamente, ripetei le manovre di quella mano, immaginai che fosse quell'uomo a farlo e mi eccitai più del solito.

Immaginavo che, oltre a toccarmi come aveva fatto, mi aprisse anche la patta, me lo prendesse nudo nella mano nuda, mi masturbasse, guardandomi con quel suo sorriso tranquillo, sicuro, pieno di lascivia... Quando venni, provai emozioni molto più intense del solito ed il fazzoletto raccolse a stento i forti getti di seme che quella volta parevano non dover mai terminare.

Tutto il mio corpo era teso e scosso da tremiti fortissimi e feci fatica a non gemere ad alta voce il piacere intenso che mi stava sconvolgendo. Ebbi appena il tempo di ricompormi che piombai in un sonno profondo. Quando la mattina mi svegliai avevo un lieve mal di testa. Mi preparai per andare a scuola senza pensare a quanto mi era accaduto il giorno prima, almeno finché non presi i mezzi pubblici. Appena salito mi sentii come diviso da una doppia, opposta speranza: temevo di rincontrare quell'uomo e nello stesso tempo speravo di incontrarlo di nuovo.

Non lo rividi mai più. Però, da allora, non riuscii più a togliermelo dal capo. Lo cercavo con lo sguardo ogni volta che salivo su un mezzo affollato, ma soprattutto lo sognavo ogni volta che mi masturbavo. A poco a poco la paura di incontrarlo svanì: ora volevo incontrarlo, volevo essere toccato di nuovo in quel modo. Poi iniziai a pensare che forse anche ad altri poteva piacere toccare in quel modo profittando della calca. E cominciai a cercare con lo sguardo chi potesse essere.

Per la prima volta guardavo la gente che incontravo con occhi completamente diversi: valutavo gli uomini su un nuovo metro, chiedendomi da chi mi sarebbe piaciuto essere toccato in quel modo. Di qui a passare ad una nuova fase, passò poco tempo. Quando mi trovavo nella calca dell'ora di punta, mi mettevo in modo che il mio pube, se possibile, sfiorasse la mano di un tipo che mi piaceva, nella speranza che quello la muovesse, che mi toccasse.

Però non avveniva e io lo desideravo con sempre maggiore forza. Allora cominciai a premere il mio pube contro le mani che si trovavano nella giusta posizione e subito mi veniva un'erezione. Ma l'altro, quando capiva con cosa era entrato in contatto, si spostava di quel tanto da interrompere il contatto. Le prime volte la mia reazione più che di delusione era di vergogna all'idea che l'altro potesse aver capito che quel contatto era stato intenzionale, ma poi vedendo che non c'erano reazioni di nessun genere, presi sempre più confidenza in quel gioco erotico che mi eccitava in modo incredibile.

Finalmente un pomeriggio la mano non si tolse, anzi iniziò a premere in modo sempre più deciso, finché si girò e mi carezzò a lungo sottolineando con le dita la forma del mio membro turgido e palpitante. Era un ragazzo sui vent'anni, e quando vide che lo guardavo di sottecchi, dandomi una palpata, mi sorrise. Io credo di essere arrossito, perché l'altro accentuò il sorriso.

Poi mi chiese: "Dove scendi?"

Non riuscivo a rispondere, il cuore mi batteva forte, ero emozionato e confuso, distolsi lo sguardo.

L'altro smise di palparmi e, presomi lieve per un gomito, mi disse: "Scendiamo alla prossima."

Non lo chiese, lo disse, semplicemente. Io di nuovo mi sentivo come diviso in due: volevo seguirlo e volevo scappare. Ma la sua presa sul mio gomito era ferma. Quando si aprirono le porte, lui, con delicatezza ma con decisione, mi sospinse fuori. Io non ero più in grado di connettere e così uscii con lui dimenticando la mia sacca sulla retina sopra i sedili.

"Come ti chiami?" mi chiese guidandomi non so dove.

Gli risposi con voce strozzata: "Dave."

"Piacere. Io sono Ken. Abito qui vicino. Da solo." aggiunse con un sorriso malizioso.

Proprio in quel momento mi ricordai della mia sacca: "Oh dio! ho dimenticato la sacca in vettura. Come faccio adesso? E poi devo andare a casa."

"Vieni da me: telefoniamo alla compagnia dei trasporti, te la faranno avere a casa. Non ti preoccupare."

No, non ero preoccupato, ero semplicemente frastornato.

Mi guidò per alcuni isolati, mi fece salire per una scala fino al secondo piano di una vecchia casa, aprì la porta e mi sospinse dentro: "Eccoci arrivati." disse chiudendo la porta e mi prese fra le braccia.

Cercai istintivamente di sottrarmi a lui ma mi trovai con le spalle premute contro la parete della piccola stanza.

Lui mi si addossò, mi palpò fra le gambe e mi disse: "Mi piaci molto, Dave. Andiamo sul letto, dai."

"Mi aspettano a casa..." protestai io ma lui si accorse che mi stavo di nuovo eccitando ed ebbe facilmente ragione della mia debole resistenza. Mentre mi stava spogliando accanto al suo letto, riuscii a mormorare: "Non l'ho mai fatto..."

"Ma ne hai voglia, no?" disse Ken continuando a togliermi di dosso gli abiti senza aspettare la mia risposta.

Mi sentivo completamente in suo potere: sentivo che poteva fare di me tutto quello che avrebbe voluto perché non ero in grado assolutamente di prendere l'iniziativa. Credo che lui se ne rendesse conto. Mi denudò completamente, mi fece stendere sul suo letto, si spogliò e mi venne sopra. E cominciammo a fare l'amore, o per meglio dire cominciò lui a fare l'amore con me, perché io ero del tutto incapace di muovermi. La testa mi girava come ad un ubriaco, tutto avveniva come in sogno.

Quella volta si limitò a fare sesso leggero, forse perché gli avevo detto che per me era la prima volta. Ma nonostante la mia tensione mi dette un piacere molto forte, incredibile, e potei gemere senza timore ed anche questo era molto bello. Dopo mi propose di fare la doccia con lui per ripulirci del nostro seme che avevamo per tutto il corpo. Anche quella doccia fu per me un'esperienza nuova e molto piacevole. Mi chiese di lavarlo e poter toccare il suo corpo mi eccitò di nuovo moltissimo.

Arrivato a casa ero ancora terribilmente confuso, ma al tempo stesso ero anche soddisfatto. Giustificai il mio ritardo col fatto che avevo dimenticato la sacca sui mezzi di trasporto ed i miei non ebbero nessun sospetto. Avevo telefonato da casa di Ken e mi avevano detto che, se l'avessero trovata, me l'avrebbero fatta avere a casa. Ken, quando aveva sentito il mio nome e il mio indirizzo, aveva spalancato lievemente gli occhi: aveva riconosciuto il nome di mio padre, ma non aveva detto niente.

Prima che uscissi da casa sua si era fatto promettere che ci si sarebbe rivisti e mi aveva segnato il suo numero di telefono su un foglietto che avevo messo in tasca. Arrivato in camera mia avevo copiato il numero di Ken nella mia agendina. Mi chiedevo se sarei tornato davvero da lui e dentro di me la risposta era più un sì che un no.

Fu solo la sera, quando fui nel mio letto, che per la prima volta capii che quanto mi era accaduto aveva un solo e chiaro significato: io ero gay! La cosa mi scosse, e non poco: sapevo che i gay sono discriminati dalla società, e specialmente da quanto mio padre rappresentava. Che cosa avrebbero detto i miei se avessero saputo? Mi avrebbero forse cacciato di casa? Mi avrebbero certamente punito in qualche modo...

Sapevo, sentivo, che comunque avrebbero reagito molto male. Eppure, lo sentivo con altrettanta forza, se io ero gay, non ci potevo fare nulla. Tenerlo segreto, sì, ma per quanto ci sarei riuscito? Vedevo quanto erano seguiti i miei fratelli maggiori in tutto ciò che facevano. Anche la loro vita privata era passata al setaccio da quelli delle PR, onnipresenti, onnipotenti.

Ancora non sapevano niente di me e di Ken, perché non è che ci seguissero passo passo, logicamente. Ma se i miei incontri con lui si fossero ripetuti, non avrebbero potuto non rendersene conto. Quel giorno avevano creduto alla scusa sul mio ritardo, anche perché avevo davvero dimenticato la sacca, ma non potevo certo trovare una scusa ogni volta. In altri termini questo significava che non avrei più potuto vedere Ken. Non avrei più dovuto.

Ma io avevo voglia di rivederlo. Ora che mi ero reso conto che non dovevo, non avevo più dubbi: non avrei dovuto, ma io volevo vederlo ancora. Volevo di nuovo andare a letto con lui, far la doccia con lui, parlarci.

Non avevamo quasi parlato, ma ora sentivo che avrei avuto un sacco di cose da chiedergli: se lui era gay come me poteva forse spiegarmi un sacco di cose su me stesso, sul fatto di essere gay. D'altronde, se non con lui, con chi avrei potuto parlarne?

Passai alcuni giorni di confusione, alternando momenti in cui mi dicevo che "non dovevo essere gay" a momenti in cui sapevo che non potevo farci niente, che lo ero e basta, e che avevo tutto il diritto di vivere la mia vita, la mia sessualità, come più mi piaceva. Cominciai anche ad andare non troppo bene a scuola: la mia testa era altrove, non riuscivo ad applicarmi, a concentrarmi. I miei non se ne resero conto subito, ma io sì.

Mi masturbavo sognando di essere sul letto con Ken, che la mia mano fosse la sua, che il mio membro fosse il suo. Anche quando facevo la doccia immaginavo che la stavo facendo con lui e allora mi masturbavo di nuovo. Volevo telefonargli eppure ancora non lo facevo. Più volte, per la strada, mi accostavo ad un telefono pubblico pensando di chiamarlo, poi non ne avevo il coraggio.

Ma soprattutto, ora guardavo gli uomini giovani e ben fatti con desiderio, spiavo le loro patte e se erano gonfie mi eccitavo immaginando di toccarli, di farmi toccare, di spogliarli, di farci sesso. Anche i compagni più grandi e belli, a scuola o in palestra, ora mi parevano irresistibili.

Passò una decina di giorni. A scuola si accorsero che non ero più quello di prima e i professori convocarono i miei genitori. Ma frattanto io ero giunto ad una conclusione e mi ero deciso di telefonare a Ken.

Fu contento di sentirmi. Io ero imbarazzato, ma riuscii a dirgli che cosa volevo. Venne ad aspettarmi fuori dalla scuola, nel piccolo caffè che gli avevo indicato. Quando lo vidi provai un misto di gioia e di imbarazzo. Ma il sorriso con cui mi accolse mi scaldò il cuore. Sedetti accanto a lui e gli dissi che avevo poco tempo, ma che volevo parlargli.

"Solo parlarmi?" chiese lui con un tono come di delusione.

"Per questa volta." risposi io. "Sai chi sono, no?"

"Sì."

"Io... io credo di essere gay."

"Sì, forse. Io lo sono e tu mi piaci."

"Però io... se i miei lo sapessero... puoi immaginarti..."

"E tu non glielo fare sapere, no?"

"Verrebbero a scoprirlo."

"Ti controllano?"

"Eccome! Anche oggi posso stare solo pochi minuti con te per non insospettirli. Eppure io vorrei trovare il modo di passare più tempo con te."

"Anche io, credimi." mi rispose Ken con tono malizioso.

"Non volevo dire in quel senso... non solo, per lo meno. Io ho bisogno di parlare con qualcuno e non saprei con chi, a parte te."

"Sì, ho capito. Allora bisogna che si trovi il modo di incontrarci senza troppi problemi."

Ken mi chiese come fossero le mie giornate, i miei orari e alla fine vide che c'era un solo modo per incontrarci: lui doveva iscriversi alla mia stessa palestra.

"Davvero lo faresti?"

"Certo. Tu mi piaci e se riesco ad aiutarti... e forse troveremo anche il modo di stare qualche volta insieme, da soli, tranquilli." mi disse Ken col solito sorriso un po' malizioso per farmi capire che cosa intendesse dire. Ci lasciammo così.

Mia madre, che era andata a parlare con gli insegnanti, mi chiese che cosa ci fosse che non andava. Le dissi che andava tutto bene, che forse era semplicemente un calo di rendimento temporaneo. Mi chiese se qualcosa mi preoccupasse, se avessi qualche problema e me lo chiese con tale inconsueta dolcezza che stavo quasi per dirle la verità, ma non me la sentii proprio.

Mia madre decise di aspettare un po' e di vedere come sarei andato a scuola: "... se ti rimetti in sesto, bene. Se no dovremo cercare di capire come mai all'improvviso il tuo rendimento scolastico sia diminuito. Capisci che non puoi far sfigurare papà e tutta la famiglia, no?" mi disse a mo' di conclusione.

Dopo pochi giorni, finalmente, Ken comparì in palestra. Fece finta di non conoscermi e capii che aveva ragione lui. Dopo un'oretta mi venne accanto con aria casuale ed attaccò bottone come se fosse la prima volta che mi vedeva. Ci "presentammo" e la cosa mi divertì. Ma quando gli altri non ci potevano sentire, mi chiese come mi sentissi.

"Ancora terribilmente confuso. Ma sono contento che tu sia qui."

"Qui non potremo parlare granché; non a lungo, comunque. Dobbiamo trovare un altro modo per stare insieme."

"E non solo per parlare." aggiunsi io che mi sentivo piacevolmente eccitato dalla sua vicinanza. Sorrise soddisfatto ed annuì.

L'idea non mi venne subito, ma dopo alcune volte che ci si vedeva: aveva la stessa età di mio fratello Martin e anche lui andava all'università, anche se in un'altra. Se fosse riuscito a diventare amico di mio fratello, questi l'avrebbe invitato a casa e così ci si sarebbe potuti finalmente frequentare senza troppi problemi. Non potevo presentarlo in casa come amico mio, perché i miei, m'ero accorto, non vedevano con molta simpatia le amicizie con gente più grande di noi. Né più piccola, a dire il vero.

"Ma voi siete ricchi, io no. Come posso diventare amico di tuo fratello? Viviamo in mondi così diversi." obiettò Ken quando gli dissi la mia idea.

"I miei ci tengono a non fare queste distinzioni di classe. Perciò ci fanno vivere con uno standard di vita piuttosto semplice."

"Sarà, ma tuo fratello va in un'altra università, come ci si può incontrare?"

"Ti farò avere una sua foto. Lui va spesso a ballare al Malibu Club. Potresti incontrarlo là."

"Non vado a ballare io."

"Non potresti farlo per me?" gli chiesi allora.

Non so se Ken fosse solo divertito dall'idea, o se io gli interessassi fino a quel punto, ma fece quanto gli avevo chiesto. Ci mise quasi un mese a legare con Martin, ma ci riuscì. E finalmente, dopo poche altre settimane, Martin una volta invitò Ken a casa nostra. E là, di nuovo, ci "presentammo".

In tutto questo periodo non eravamo mai riusciti a vederci neanche una volta a quattr'occhi, non avevamo perciò neppure potuto fare l'amore, anche se ne avevamo sempre più voglia tutti e due. Ken ci sapeva fare, si rese simpatico anche ai miei e così le sue visite a casa nostra si intensificarono. Decidemmo anche di dire che ora si frequentava la stessa palestra; Ken aveva una filosofia: meno bugie si dicevano più era difficile che venissero scoperte.

Volevo fare di nuovo l'amore con lui, perciò una volta, usciti dalla palestra, telefonai a casa dicendo che facevo un salto da Ken: ormai lo conoscevano e non dovevano esserci problemi. Mia madre mi raccomandò solo di non far tardi. Così, finalmente, tornai da Ken. Avevamo tutti e due una gran voglia di fare l'amore e non perdemmo tempo.

L'oretta che ci concedemmo passò anche troppo in fretta, forse proprio perché avevamo aspettato tanto a lungo quel momento, ma fu molto piacevole. E ci spingemmo un po' più oltre della prima volta: Ken mi insegnò a baciare e poi anche il rapporto orale, che trovai estremamente gradevole.

Con Ken si parlava anche del fatto di essere gay e lui mi disse, e mi dimostrò libri alla mano, che eravamo sì una minoranza, ma rispettabile. Mi parlò dei locali gay, della letteratura gay, di un sacco di cose che neppure immaginavo ed a poco a poco mi insegnò ad essere fiero della mia sessualità.

E ricominciai ad andare bene a scuola, con soddisfazione dei miei.

A volte Ken veniva a trovare Martin. Ci si vedeva tre volte alla settimana in palestra, però era sempre difficile vederci a quattr'occhi per poter fare l'amore. Non potevo andare troppo spesso a trovarlo: temevo che i miei si sarebbero insospettiti. I miei, ma soprattutto "loro".

Chi si occupava di noi quattro figli era Bruce Faraday, un giovanotto che allora aveva ventinove anni. Anche se ci dedicava il suo tempo in modo, per così dire, proporzionale alla nostra età, Bruce cominciava ad occuparsi di me sempre di più man mano che crescevo. E, a mia insaputa, iniziò ad occuparsi di Ken, ma in quanto amico di Martin. Allora non sapevo ancora che tutte le nostre amicizie fossero passate al vaglio in modo tanto scrupoloso.

Ken, nonostante fosse un gay convinto, per mia fortuna non frequentava i locali gay, non faceva parte di gruppi o associazioni gay, non sbandierava ai quattro venti la sua sessualità. Però non faceva neppure nulla per nasconderla. Così, dopo pochi mesi che io e Ken ci si conosceva, Bruce riuscì a capire, o intuire che Ken era un gay. Non so come fece, forse lo vide acquistare qualche rivista gay o qualcosa del genere. Fatto sta che lo scoprì ed allora iniziò a cercare di procurarsi le prove che lo fosse.

Io, ignaro, ero riuscito ad andare altre tre o quattro volte da Ken per farci l'amore. Mi piaceva sempre più, mi sentivo felice. Ken, a poco a poco, mi stava insegnando a fare l'amore, e finalmente, un pomeriggio, mi chiese se poteva farmi suo. Accettai trepido: lo seppe fare con tale e tanta delicatezza e dolcezza che mi sembrò di toccare il cielo con un dito. Mi prese da davanti, facendomi stare sulla schiena, così potei goderne le espressioni mentre entrava in me, mentre mi si agitava dentro. Mi parve bellissimo. Fu proprio in quell'occasione che mi innamorai di lui.

Tornai a casa che mi sembrava di volare ad un palmo da terra. Mi sentivo così felice che avrei voluto poterlo dire a tutti e per la prima volta sentii a pieno il peso della condizione dei gay nella nostra società. L'ingiustizia profonda di dover celare a tutti le proprie emozioni, le proprie gioie più vere, più intime, più profonde.

A volte accusano noi gay di chiuderci in un ghetto: in realtà sono gli altri ad obbligarci a questo. Fra di noi, almeno, si può parlare tranquillamente di tutti i nostri sentimenti, dei nostri innamoramenti, delle nostre delusioni, e senza paura di non essere capiti. Senza tema di essere giudicati, condannati o se tutto va bene compatiti.

Allora non riuscii a capire subito cosa fosse accaduto. Semplicemente un giorno Ken non venne più in palestra, non rispose più al telefono, non abitava più in quella casa. Quando chiesi a Martin se avesse notizie di Ken, lui semplicemente fece spallucce e disse che non ne sapeva nulla.

Solo alcuni anni dopo Martin mi confessò che sapeva che cosa era accaduto: Bruce aveva trovato le prove che Ken era gay. La sua amicizia fu giudicata sconveniente e pericolosa. Bruce non aveva scoperto che io e Ken avevamo un rapporto. Decisero di dire a Martin di Ken ma non a me. E, in qualche modo, riuscirono a "convincere" Ken a scomparire.

Non so che mezzi abbiano usato con lui, ma in seguito imparai i loro sistemi: o danaro, o minacce, o ricatto: chi sa che cosa hanno inventato per Ken? Il fatto è che scomparve e per me fu un gran brutto colpo. Non solo perché me ne ero innamorato, ma anche perché desideravo quel rapporto sessuale che lui m'aveva insegnato ad apprezzare.

Da una parte mi sentivo tradito da lui: per qualunque motivo, pensavo allora, avesse dovuto andarsene, sapeva come fare a trovarmi, a dirmelo, a darmi almeno un addio. Dall'altra, dopo poco, cominciai a desiderare di trovare, se non un'altra persona da amare, almeno un altro con cui avere sesso: ormai masturbarmi da solo non mi bastava certo più.

Ma come fare? Come riconoscere quelli come me, come Ken? Ricominciai il giochetto degli sfregamenti nei mezzi pubblici, ma anche se a volte, e di rado, qualcuno non si sottraeva, mi palpava, poi la cosa finiva lì. Io non avevo il coraggio di agganciarlo e l'altro non faceva nulla per agganciare me, perciò... Anzi, quando qualcuno mi toccava e poi non ne seguiva niente, mi sentivo ancora più pieno di voglia e più frustrato di prima.

Cominciai a pensare a quello, divenni quasi monomaniaco: il sesso era diventato il mio pensiero fisso, il mio desiderio costante. Non che fossi un maniaco sessuale: era solo il desiderio inappagato a rendermi così. Le donne per me non esistevano ed i maschi si dividevano in quelli desiderabili e in quelli no. Iniziai persino a desiderare i miei fratelli.

Stranamente questa volta a scuola non andai male, anzi, poiché nel tentativo di non pensarci troppo mi tuffai negli studi, divenni persino più bravo di prima. Ma ricordo che non facevo che sognare un'avventura. Per fare un esempio, se guardavo un film e il protagonista maschile era bello e corteggiava una ragazza, dentro di me pensavo: "perché ti sprechi così, stupido! Ci sono tanti bei ragazzi che si farebbero in quattro per scopare con te! Io per primo."...

Passò quasi un anno in cui non riuscii ad avere un solo rapporto sessuale, o forse anche di più, non ricordo bene. Ma fu un periodo lungo, lunghissimo. Mi chiedevo che cosa sarebbe stata la mia vita dopo aver assaggiato il frutto proibito se non avessi mai più potuto assaggiarlo. Gli adolescenti hanno fretta, non sanno attendere e perciò, quando sono obbligati ad attendere, stanno male.

Ero arrabbiato con i miei, con la società, con tutti. Ero arrabbiato con Junior che ora aveva la fidanzata e poteva andare a passeggio con lei, abbracciarla davanti a tutti, darle anche un bacio senza problemi e, immaginavo, fare ben altro. Tutte cose che io non potevo fare.

E moltiplicavo le mie fantasie erotiche. Immaginavo di avere poteri speciali: innanzitutto avrei diviso le scuole in maschili e femminili. Poi, quando una famiglia andava ad iscrivere il proprio figlio a scuola (pensavo solo alle scuole superiori, si capisce) il ragazzo doveva prima presentarsi nell'apposito "Ufficio Regionale Scolastico". Qui doveva spogliarsi nudo e farsi esaminare da un'apposita commissione che gli dava una valutazione di "bellezza fisica": A per i più belli, B per quelli discreti, C per quelli poco interessanti e D per i brutti. In base a questa votazione erano mandati in altri uffici in cui avveniva un altro tipo di esame: venivano sottoposti a prove sessuali ed erano divisi di nuovo in quattro categorie: 1 i gay puri, 2 i bisex più gay, 3 i bisex più etero e 4 gli etero. Quindi erano smistati in scuole diverse: logicamente quella in cui ero io sarebbe stata una scuola di tipo A1. Ad ogni piano, oltre alle aule, ci sarebbero state comode alcove in cui i ragazzi potevano appartarsi per fare l'amore ogni volta che l'avessero desiderato. Logicamente in ogni classe si sarebbe insegnata una materia nuova: "Arte e tecnica dell'unione sessuale" con parte teorica e pratica. E la promozione dipendeva solo in parte dal rendimento nelle varie materie, ma in gran parte dal rendimento in educazione fisica e in arte sessuale. diciamo 40% e 60%... In altri termini, un ragazzo che avesse reso 0 nelle varie materie ma che avesse avuto il massimo in educazione fisica e arte sessuale, sarebbe stato promosso...

Fantasie da adolescente, si capisce, ma mi ci dilettavo e logicamente nelle mie fantasie tutti i ragazzi A1 (splendidi e sexy) ci stavano a fare sesso con me. Logicamente anche gli insegnanti delle scuole A1 erano giovani e belli e gay e disponibili.

Un'altra fantasia che facevo spesso era quella di farmi costruire una grande e bella casa in centro ad un bel parco. Tutto il personale della casa sarebbe stato composto da giovani maschi, belli, gay e ben selezionati, logicamente sempre disponibili a far sesso. Avrebbero indossato solo una specie di tunicella alla greca, senza niente sotto...

Ma queste fantasie non erano in grado, logicamente, di soddisfarmi. Avevo bisogno di qualcosa di concreto, di qualcuno in carne ed ossa che mi facesse riprovare l'ebrezza del godimento che avevo scoperto grazie a Ken. Qualcuno che, come lui, mi facesse sentire desiderato. Probabilmente ho idealizzato un po' Ken, dopo che mi era venuto a mancare, ma lui è stato il mio primo uomo.

A casa non sospettavano nulla di queste mie fantasie, di questi miei desideri. Avevo ormai compiuto i sedici anni ed ero piuttosto taciturno, ma "un bravo ragazzo". Comparivo in pubblico a volte con la mia famiglia, specialmente in tempo di elezioni. Non avevo molti amici, nessun amico vero, comunque. Facevo molto sport e crescevo forte e, dicono, anche bello.

Quelli di PR si occupavano sempre più anche di me, ora. Erano loro che selezionavano le nostre amicizie; i luoghi che dovevamo, potevamo o non dovevamo frequentare; come ci dovevamo o non dovevamo vestire; che cosa dovevamo o non dovevamo dire, eccetera. Li sopportavo come qualcosa di inevitabile, seguivo le loro istruzioni.

Con i miei il rapporto era... non saprei definirlo; buono, probabilmente, benché fossero tutti presi dalla vita politica e tutti gli impegni sociali che questa comporta. A volte comunque, specialmente a cena, ci si trovava tutti assieme e papà, mamma, si interessavano in qualche modo a noi. Credo che, in fondo, cercassero di essere davvero buoni genitori, nonostante i mille impegni che avevano ogni giorno. A volte si andava anche in vacanza assieme, e allora si dedicavano di più a noi.

A mio padre piaceva cavalcare ed anche a me, così a volte si facevano lunghe cavalcate assieme e, quando ci si fermava per riposarci, si parlava. Ma dentro di me c'era un muro nei confronti della mia famiglia, e questo muro era dovuto soprattutto (o forse esclusivamente) al fatto che non potevo parlare con loro di quanto realmente desideravo, di come veramente ero.

Anche perché, le poche volte che il discorso cadeva sui gay (in seguito ad un articolo di un giornale o di qualcosa che si vedeva alla TV) il loro giudizio era sempre severo: per loro noi gay eravamo solo degenerati. Il migliore giudizio che sentii sui gay da parte di mio padre fu: "mah... facciano quello che vogliono, fra adulti consenzienti, ma senza farlo sapere in giro, senza dare scandalo. Abbiano almeno il pudore di capire che quello che fanno non è socialmente accettabile."

Quindi, chiaramente, non essendo io adulto e non essendo comunque accettabile quello che desideravo... non mi restava che tenerlo accuratamente nascosto e soffrire in silenzio.


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