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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IO, IL FIGLIO DEL PRESIDENTE CAPITOLO 4
LA TREGUA ARMATA

Ebbi l'infelice idea di dirlo a Martin. Era l'unico che sentivo un po' più vicino degli altri. Infelice perché lui si sentì in dovere di dirlo a papà. Mio padre non mi disse nulla ma ne parlò agli uomini dello staff. Questi gli dissero che m'avrebbero tenuto d'occhio. Io, all'oscuro di tutto, mi preparavo per tagliare la corda. Preparativi un po' ingenui, se ci penso ora. Ma a diciassette anni ci si sente pronti ad affrontare il mondo, si ha una estrema fiducia sulle proprie forze, sulle proprie possibilità, sulle proprie capacità.

Quando mi sentii pronto, una notte, scivolai fuori dalla mia stanza silenziosamente, infilai un foglio con due righe sotto la porta di Martin, traversai il giardino, gettai la mia sacca di là del muro e lo saltai. E mi trovai praticamente fra le braccia degli uomini di guardia guidati da Bruce.

Credo di non aver mai odiato nessuno quanto odiai quel ligio funzionario di mio padre. Mi riportarono in camera mia. Non si presero neppure il disturbo di avvertire mio padre. Ma Bruce si fermò con me.

"Così ora mi guardi a vista?" gli chiesi velenoso.

"No, voglio solo parlarti, Dave." rispose lui tranquillo.

"Ma io non ho nessuna voglia di parlare con te." risposi scorbutico gettandomi sul letto e girandogli le spalle.

"Non è necessario che tu parli, Dave. Basta che tu mi stia a sentire. Non lo so come andrà a finire, in questo braccio di ferro fra te e la carriera di tuo padre. Io sono pagato da anni per aiutare tuo padre a raggiungere la sua meta, gli sono fedele, farò sempre tutto quanto è in mio potere per tuo padre. Finché potrò, non ti permetterò di minacciare la sua carriera." disse con voce piana.

Lo stavo a sentire con un misto di rabbia, sarcasmo, disprezzo, ira. Mi venivano alle labbra decine di epiteti con cui mi sarebbe piaciuto chiamarlo, ma non volevo dargli la soddisfazione di fargli capire che lo stavo ascoltando, che stavo valutando le sue parole. Volevo ignorarlo, mi pareva la cosa migliore da fare. Lui continuò nel suo discorso:

"Ma nello stesso tempo, ti capisco, credo di capire che cosa provi, che cosa pensi, che cosa senti in questi giorni e in questo momento. Forse se fossi io al posto tuo non mi comporterei in modo molto diverso da te. Davvero Dave, lo dico onestamente. Non sto cercando di imbonirti. Io e te non abbiamo mai avuto modo di parlare a lungo, seriamente, ma adesso penso che ne sia giunta l'ora."

Avrei voluto mettermi a ridere, avrei voluto prenderlo a calci sulle palle, avrei voluto... non so che. Mi faceva rabbia quel suo modo di parlare da pseudo-psicologo, da cane bene ammaestrato. Ma continuavo a stare testardamente zitto, immobile, senza degnarlo di uno sguardo, di una risposta.

Lui non si fece smontare dal mio atteggiamento e proseguì tranquillo: "Io sto pensando a come risolvere nel modo migliore il tuo problema: migliore per te e per tuo padre. Anche per te, seriamente. È chiaro che questa situazione non può continuare così all'infinito. Non è positiva né per te né per... nessuno. Tu non vuoi, o non puoi cambiare o un po' di tutti e due. Dammi il tempo di trovare una soluzione, non creare altri problemi e ti assicuro che farò quanto è possibile per aiutarti."

'Trovami Rick, o Ken...' pensai con rabbia. 'Chi credi di fregare con i tuoi bei discorsetti?' gridai dentro di me, ma non aprii bocca, non cambiai atteggiamento. Aspettavo solo che si stancasse, che se ne andasse, che mi lasciasse in pace. Tanto io non avrei mai ceduto. O no, forse avrei fatto finta di cedere per poi fregarli al momento opportuno. Mi sarei messo a fare avance a tutti i maschi che mi venivano a tiro, avrei gridato dai tetti che ero gay, avrei fatto vedere loro...

"Capisci che se creerai altri problemi si dovrebbe poter arrivare a soluzioni spiacevoli? Uno dello staff aveva consigliato di farti rinchiudere in una casa di cura, capisci che cosa questo significherebbe, no? Che saresti prigioniero là dentro, per anni. Isolato da tutto e da tutti. Logicamente tuo padre non ha voluto saperne e anche io sono d'accordo: non è quella la soluzione. Ma se tu tirassi troppo la corda, capisci che quell'idea potrebbe tornar fuori, e sarebbe il tuo comportamento a rischiare di darle più vigore di prima."

Dunque, ecco le minacce: il solito sistema del bastone e della carota. E quella minaccia era efficace nella sua spaventosa possibilità e semplicità. Non avevo mai pensato ad una possibilità del genere e ora ero piuttosto spaventato. Se era ciò che Bruce voleva, il maledetto c'era riuscito. Ora avevo la testa in completo subbuglio: oltre alla rabbia, che non accennava a diminuire, c'era, tangibile come una lama affilata, la paura. Non so che cosa disse Bruce in seguito, non lo ascoltavo più.

Dopo un po' mi accorsi che c'era silenzio: capii che Bruce era andato via. Quasi meccanicamente spensi la luce, mi spogliai rapidamente e mi rannicchiai sotto il piumino. Ma non mi addormentai che parecchie ore dopo. Nel mio cervello si accavallavano, si affastellavano pensieri incoerenti, ma uno si faceva sempre più strada fra gli altri: se non potevo vivere come volevo, se fossero riusciti ad impedirmelo, non mi restava che una sola via d'uscita: uccidermi. L'ultima, estrema libertà.

La mattina Martin, trovato il mio biglietto (di cui m'ero dimenticato) venne preoccupato nella mia stanza. Vide che ero nel mio letto che dormivo profondamente (dovevo essermi addormentato da poco) e tirò un sospiro di sollievo. Non sapeva che avevo tentato di scappare e che m'avevano ripreso subito: pensò che avessi cambiato idea o che avessi rimandato la fuga. Tenne in tasca il mio biglietto senza mostrarlo a nessuno.

Tornò in camera mia poco prima dell'ora di pranzo. Dormivo ancora. Sedette sul bordo del mio letto e, scuotendomi e chiamandomi a mezza voce, mi svegliò. Quando finalmente aprii gli occhi e lo vidi che mi guardava preoccupato, lo salutai stancamente: dovevo avere un'espressione orribile, perché Martin mi chiese se stavo bene. Poi mi mostrò il mio biglietto e mi chiese che cosa volesse dire, visto che non ero scappato.

"Sono scappato: mi hanno ripreso subito." gli dissi con voce fioca.

"Ma dove volevi andare, che volevi fare?"

"Lontano... essere libero."

"Dave! Come? e dove? Sei minorenne, non hai soldi, non hai un lavoro. Ti puoi immaginare se loro ti lascerebbero fare una cosa del genere. Specialmente ora che sta per cominciare la campagna per le primarie. Loro sono potenti, lo sai. Se anche ci fossi riuscito, avresti avuto subito alle costole polizia e servizi segreti, puoi immaginartelo. Te l'avevo già detto: non è quella la soluzione."

Mentre mi parlava così, mi carezzava lieve i capelli. Era un gesto di affetto inconsueto, o per meglio dire che Martin era solito fare con me solo parecchi anni prima, quando io ero un ragazzino e lui un adolescente. Da piccoli eravamo stati piuttosto uniti, poi avevo avuto l'impressione che le cose fra noi si fossero raffreddate. Ora quel gesto affettuoso era tornato spontaneamente. E io avevo un bisogno acuto di affetto.

Per la prima volta dopo anni, mi misi a piangere. Non un pianto isterico, lacrime silenziose rigarono le mie gote. Lui le vide e con un dito le asciugò. Si commosse, credo.

"Dave, povero fratello mio: soffri molto." mormorò in tono dolce.

"Sono solo, Martin, sono solo, ho tutti contro." dissi con voce rotta.

Lui sembrò riflettere a lungo, poi disse: "Ti ho lasciato troppo solo anche io, vero?"

"Sì."

"Già. E ho sbagliato. Dave, se puoi ancora credermi, ti prometto che non dirò mai più niente di quello che vorrai confidarmi a nessuno di loro, neanche a papà o a mamma. Se vorrai aprirti con me, se vorrai il mio aiuto. Voglio che tu sappia che puoi avere un alleato in me."

Ne avevo bisogno. Ne avevo un bisogno folle. "Mi giuri davvero che terrai segreto qualsiasi cosa ti dirò? Qualsiasi cosa, Martin, anche se secondo te è sbagliata?" gli chiesi prendendogli la mano e guardandolo negli occhi.

"Te lo giuro, Dave." rispose lui con convinzione.

Lessi nei suoi occhi che era sincero. Decisi di fidarmi di lui.

Ma, per essere ancora più sicuro, gli dissi: "Martin, io voglio fidarmi di te, ho bisogno di fidarmi di qualcuno. Ma stai attento, non mi tradire. Se mi tradirai io mi ammazzo."

Martin ebbe come un sussulto, poi mi abbracciò stretto stretto e disse alla mia orecchia: "No, Dave, non ti tradirò mai. Ho già sbagliato una volta, non ripeterò più questo sbaglio. Loro non sapranno mai più una sola parola di quanto mi confiderai, te lo giuro. Avevo creduto di far bene, per questo avevo detto loro del tuo piano di fuggire, ma non lo farò più. Te lo giuro, Dave!"

Bussarono alla porta. Ci avvertivano che era pronto il pranzo.

"Faccio una doccia e scendo, Martin." gli dissi.

"Sì. E dopo pranzo, se vuoi, possiamo parlare ancora. Tutte le volte che vorrai, Dave. Conta su di me."

"Grazie."

Uscì. Mentre facevo la doccia ripensavo al breve dialogo che avevo appena avuto con mio fratello: sì, gli credevo, avevo bisogno di credergli. E mi sentivo leggermente meglio. Mi vestii e scesi per pranzo. Nessuno fece il minimo accenno al mio tentativo di fuga di quella notte. Junior discuteva tranquillo con mio padre e mia madre sulla campagna elettorale, Mary Ann parlava con Martin del suo ragazzo. Martin di tanto in tanto mi lanciava un'occhiata in cui leggevo calore.

Dopo pranzo uscii in giardino. Andai a sedere accanto al gazebo, fra questo e la serra, dove c'era la panchina sotto il glicine. Dopo poco arrivò Martin. Gli feci cenno di sedere accanto a me. E gli raccontai di quello che mi aveva detto quella notte Bruce. E della mia disperazione, della mia determinazione ad uccidermi se mi avessero impedito di vivere la mia vita.

Martin ascoltava in silenzio. Mi aprii completamente con lui, per la prima volta. Gli dissi tutto di me: le mie esperienze, le mie due relazioni, la mia solitudine, le mie fantasie. Gli descrissi anche nei dettagli come facevo l'amore: non so neppure io se volevo colpirlo, scandalizzarlo, o semplicemente vedere come reagiva a certi particolari. Martin continuava ad ascoltare, a volte sorridendo, a volte serio, a volte preoccupato, senza dire nulla.

Alla fine, quando tacqui, lui mi disse: "Dave, ti voglio bene, voglio che tu lo sappia, che non te lo dimentichi mai."

Non mi aspettavo una reazione del genere. Lo guardai sorpreso.

Lui mi sorrise e disse: "In piccola parte ho vissuto anche io cose simili, ma per me sono state meno dure, si capisce." e a sua volta mi raccontò dei suoi primi innamoramenti, delle sue prime avventure, del controllo di "loro" per cui aveva dovuto troncare con una certa ragazza. Degli stratagemmi che aveva usato lui per poter fare l'amore con una certa altra ragazza che gli piaceva da matti e che sapeva che loro non avrebbero approvato.

"Ma almeno per te trovano normale che tu voglia avere al tuo fianco una ragazza. Per me no, non me lo permetteranno mai di stare col mio ragazzo. E per te è facile trovarti una ragazza, per me invece..." gli dissi.

"Già, hai ragione. Ma non è solo colpa loro: se la nostra società fosse diversa, credo che ti lascerebbero in pace."

"Se fossi il figlio di un uomo qualsiasi non avrei tutti questi problemi."

"Forse no, forse sì, chi lo sa."

Parlammo ancora un po', poi gli chiesi: "E ora, se tu fossi al posto mio, che faresti?"

Martin pensò un po', poi disse: "Forse proverei a fidarmi di Bruce, almeno in parte. Mi sembra il meno stronzo di tutti. Io, al posto tuo, fingerei. Farei, almeno in parte, il loro gioco. Se tu promettessi loro di non cercare una relazione, potresti per lo meno tornare a scuola, rivedere qualche amico. E frattanto le presidenziali finiranno, e tu diventerai maggiorenne. E forse troveremo una soluzione, in qualche modo."

"Fingere... ma io ho bisogno di un compagno. Sono stufo di dovermi sfogare masturbandomi da solo sotto la doccia o a letto, fantasticando cose impossibili."

"Sì, anche per me è così, ti capisco bene. Ma non sarà sempre così, no? E poi, non è detto che tu non sia fortunato e che prima o poi non trovi la persona giusta con cui trovarti senza che loro lo sappiano."

"Non mi perderanno di vista un solo momento, ora che sanno."

"Dave, per quanto ti possa sembrare ingiusto, cerca di capirli: lo immagini se tu ti mettessi con la persona sbagliata, che potrebbe usare la relazione con te per svergognare nostro padre e impedirgli di proseguire la sua carriera politica? O peggio ancora se la tua relazione la scoprissero gli avversari di nostro padre? Noi non siamo solo tenuti d'occhio dagli uomini di papà, ma anche dagli uomini degli altri uomini politici, pronti a montare uno scandalo se solo ne avessero un appiglio. Anche alcuni del suo stesso partito..."

"E ti pare giusto che a causa di questo sistema di merda siamo noi a dover pagare?"

"Giusto non è, ma questa è la realtà."

"Bel paese, il nostro!"

"Non credo che gli altri paesi siano tanto migliori: ogni sistema ha i suoi pro e i suoi contro. E anche i nostri genitori non sono meglio o peggio di tanti altri. A volte mi chiedo come sarò io con i miei figli: probabilmente non farò gli errori che fanno i nostri con noi, ma ne farò certamente altri." disse con un sorriso.

"Mi dici di fingere, di aspettare. Ma se trovassi la persona giusta, non faranno come han fatto con Ken o con Rick?"

"Forse sì forse no, non lo so. Io, se mi sarà possibile, ti darò una mano, starò dalla tua parte, te lo prometto."

"Se trovassi un amico, mi aiuteresti a vederlo?"

"Se posso sì, comunque non ti tradirei, te l'ho giurato. Ma ora devi cercare di avere un po' di pazienza. Lascia che si calmino le acque."

"Sai dov'è Rick?" gli chiesi.

"Ho sentito dire che i suoi l'hanno mandato in Europa, con la scusa di una borsa di studio in una qualche prestigiosa università. Eri... innamorato di lui, Dave?"

"Innamorato no: stavamo molto bene assieme. Era bello fare l'amore con lui. Ci si voleva bene, comunque. Di Ken m'ero innamorato: è stato il mio primo uomo."

"Non credo che avessero sospettato niente, allora, di te e Ken."

"Comunque l'hanno fatto andare via, come Rick. E se per caso papà diventasse davvero presidente, te lo immagini? tenteranno di fare il vuoto attorno a me."

Decisi di seguire il consiglio di Martin, e di Bruce.

Anzi su suggerimento di mio fratello, chiesi a Bruce di parlare col lui: "Senti, ho pensato a quello che mi avevi detto quella notte." gli dissi quando fummo soli.

"Sì?"

"Tu mi hai proposto una tregua. Sono d'accordo. Ma se tregua ci deve essere, voglio che sia su termini chiari. Che cosa vi aspettate da me, che cosa mi permetterete di fare. In altri termini che cosa mi chiedete e cosa mi darete?"

Bruce mi guardò in un modo che mi diede l'impressione che si stesse chiedendo se poteva fidarsi del mio cambiamento. Poi disse lentamente: "Vuoi fare un patto?"

"Voglio provarci, sempre che i termini mi sembrino accettabili."

"Già. Ma perché un patto funzioni, ci deve essere fiducia reciproca. Tu quanto ti fidi di me?"

"E tu di me?" ribattei io.

Sorrise: "D'accordo, una tregua armata, dunque."

"Sì, una tregua armata, se le condizioni sono ragionevoli."

Bruce fece un profondo sospiro, poi disse: "Quello che ti chiedo: di non frequentare locali gay, di non cercare avventure, di non dare a nessuno il modo di capire che sei gay, almeno fino alla fine delle presidenziali."

"E poi?"

"E poi si può fare un nuovo patto."

"E cosa mi date in cambio?"

"Dovrò parlarne con lo staff e soprattutto con i tuoi, si capisce, ma quello che propongo io è... potremmo trovarti un compagno di... giochi, di tanto in tanto."

Mi misi a ridere: "Trovarmi voi un compagno di letto? Cosa hai in mente, di pagare un ragazzo?"

"No, non esattamente. Ma se trovassimo qualcuno come Rick, sicuro, fidato, si potrebbe anche lasciarvi incontrare di tanto in tanto."

"Perché non proprio Rick, allora?"

"I suoi non vogliono."

"E lo scegliereste voi! Non credi che dovrebbe piacere a me, e a lui? A me non interessa andare con una marchetta, con qualcuno che lo faccia solo per soldi o altro, non riesci a capirlo?"

"Lo capisco, ma..."

"Non sarebbe più semplice che me lo cercassi io?"

"No, Dave: sarebbe troppo pericoloso. Potresti esporti con la persona sbagliata e allora saremmo in un mare di guai. È più semplice che si sia noi a segnalarti con chi eventualmente puoi andare, dopo che abbiamo verificato chi è."

"Cioè qualcuno che possiate controllare, in altri termini."

"Esatto."

"Fino alle presidenziali... posso anche continuare a farmi seghe, lo preferisco, piuttosto che farmi trovare il ganzo da voi! Ma dopo?"

"Dopo... mancano parecchi mesi e per allora... ti avevo detto che avrei cercato una soluzione."

"Per esempio?"

"Mah, per esempio potresti andare a studiare all'estero."

"Perché non ora?"

"Perché questo momento è il più delicato e perché la cosa andrebbe organizzata bene e ci vuole tempo."

"Bene, Bruce: allora io rinuncio per tutta la durata delle presidenziali alla mia vita privata, al sesso. Ma in cambio voglio essere lasciato in pace. E voglio che pensiate seriamente ad una soluzione, oppure, appena finite le secondarie, io comincerò a far proposte a tutti i maschi che respirano, compreso te!" dissi in tono di sfida.

Bruce sorrise, ma mi tese la mano: "Te lo prometto, Dave. Certo è che comunque ti terremo d'occhio, come d'altronde teniamo d'occhio tutti i tuoi fratelli."

Bruce parlò con gli altri. Pochi giorni dopo mi disse che il patto era stato accettato. La mia "malattia" finì. Ripresi a frequentare la scuola. Ricominciai a comparire in pubblico con la mia famiglia, facendo la parte del bravo ragazzo. Ripresi a fare nelle mie fantasie innocue e mirabolanti avventure sexy. Ma ora avevo un amico con cui confidarmi: mio fratello Martin.

Potevo dirgli tutto senza problemi. Era un gran sollievo. Potevo dirgli per esempio che un certo tizio che incontravamo mi piaceva, che avrei voluto farci l'amore. Anche lui mi faceva le sue confidenze e stavamo sempre meglio assieme. Credo che fu proprio questo che mi aiutò a tener fede al mio patto.

Io avevo preso sul serio la mia parte del patto: sui mezzi pubblici non cercavo più quei furtivi contatti. Mi limitavo solo a sognare ad occhi aperti ed a masturbarmi in segreto.

Col progredire della campagna presidenziale il controllo su di noi si intensificava, discreto ma continuo. In vista delle interviste, ci veniva spiegato che cosa dire o non dire, come fare ad evitare domande inopportune, come rispondere "sinceramente" senza dire niente.

Una giornalista mi chiese se avevo una ragazza. Risposi che mi piacevano in molte, ma che ero ancora troppo giovane per pensarci seriamente. Mi chiese qual era il mio tipo: risposi che non avevo un tipo fisico e che credevo che l'essenziale fosse trovare un giorno una persona dolce, forte, appassionata e fedele. Ma che quel giorno era ancora lontano.

Bruce approvò con calore le mie risposte: ci credo, in gran parte erano le risposte che avevano suggerito loro, anche se dette a modo mio. Comunque devo ammettere che a poco a poco mi sentii meglio. L'atmosfera attorno a me era impercettibilmente cambiata: nessuno faceva cenno alla mia omosessualità e mio padre e mia madre (e Junior) ripresero a trattarmi come prima. Anche se sapevamo bene tutti che era solo una tregua.

Mio padre vinse le primarie e così divenne il candidato ufficiale del suo partito. Si fece una festa, e subito dopo mio padre si tuffò nella campagna delle secondarie, sostenuto ora da tutto l'apparato del partito. Durante le secondarie accaddero due cose particolari: una fu che il partito dovette affrontare il problema se appoggiare alcune rivendicazioni della comunità gay per avere i suoi voti, l'altra che ricevetti una lettera da Ricky.

La prima fu per me divertente: il problema era che il partito era decisamente orientato verso l'accoglimento di alcune delle rivendicazioni della comunità gay che avrebbe portato una piccola ma significativa percentuale di voti. Ma il partito non sapeva del "mio" problema. E mio padre era preoccupato che, se un giorno si fosse scoperto che io ero gay, si potesse dire che il suo appoggio era per un interesse personale. Così iniziò una specie di braccio di ferro fra lo staff di mio padre e il partito.

Alla fine mio padre dovette cedere: nel suo programma elettorale entrò un accenno ad alcuni problemi sollevati dalla comunità gay, con la promessa di risolverli a loro favore. Con Martin commentammo quella piccola "vittoria": mio padre per lo meno aveva dovuto ammettere che esisteva una comunità gay con un certo peso politico ed aveva dovuto accettare di tenerne conto, di allearsi anche con loro.

Riguardo alla lettera di Ricky, fu una sorpresa che mi riempì di felicità. Avvenne durante un party. Un ragazzo mi si avvicinò: lo conoscevo di vista, era il figlio di un importante magnate dell'industria agroalimentare.

Mi salutò, scambiò alcune parole con me, poi mi disse: "Ti va di venire a bere qualcosa?"

"Mah non so, non mi va molto di bere." risposi io che avevo intenzione di sganciarmi da lui.

"Beh, accompagnami, almeno." insisté lui prendendomi per un gomito e guidandomi verso il bar.

Un po' stupito per la sua insistenza, lo seguii, cercando con gli occhi qualcuno da andare a salutare per sganciarmi da lui.

Ma quando fummo al bar, lui mi disse sottovoce: "Ho un messaggio per te da Rick."

Lo guardai quasi incredulo, poi gli dissi: "Lo conosci anche tu?"

"Sì, eravamo compagni di scuola e siamo stati anche amici intimi per un po'."

"Dov'è, ora?"

"A Heidelberg, in Germania. Mi ha mandato una lettera per te. Dove posso dartela senza che ci vedano?"

"Sai di me e Rick?" gli chiesi col cuore che mi batteva.

"Sì, me ne ha parlato."

"Anche tu sei..."

"Certo. Allora?"

"Dammela adesso."

"E se ci vedono?"

"Senti, andiamo al gabinetto, in due cessi confinanti: me la passi sotto la tramezza."

"Sì, d'accordo. Ma non subito. Ora è meglio che ci separiamo. Io ti terrò d'occhio. Quando vedrò che vai al gabinetto verrò anche io."

"Grazie."

"È un piacere, credimi. A dopo, Dave. E sono lieto di sapere di te, e che tu sappia di me."

"È una proposta?" gli chiesi un po' per scherzo un po' sperandoci: non mi sarebbe dispiaciuto.

"No, ho già un ragazzo io. Se non l'avessi avuto, però..."

Finalmente ebbi la lettera. La aprii seduto nel cesso: non vedevo l'ora di leggerla. Ero emozionato.

"Mio carissimo Dave,

finalmente ho trovato il modo di mettermi in contatto con te. Non ti ho scritto prima per due motivi: primo perché pensavo che non ti avrebbero mai consegnato una mia lettera, e secondo perché non volevo che altri, intercettandola, potessero leggerla. Ma da quando mi hanno costretto a lasciare la nostra terra, non ho pensato che al modo di mettermi in contatto con te. Non sapevo davvero come fare, quando mi è tornato in mente un mio amico del tempo di scuola, Larry, con cui avevo anche avuto una breve relazione. Se ora stai leggendo questa lettera, vuol dire che sai chi è. Così gli ho scritto una prima volta per vedere solo se mi rispondeva, poi una seconda volta per sondare se era ancora dalla nostra parte, e quando lui mi ha scritto raccontandomi della sua relazione, allora mi sono deciso a scrivergli spiegandogli per sommi capi la nostra storia e chiedendogli se si sarebbe prestato a darti una mia lettera. Quando finalmente è arrivata la sua risposta affermativa, ho potuto scriverti questa e mandarla a lui perché te la desse di persona.

Quando mi hanno obbligato ad espatriare mandandomi qui, ero furioso, ma non avevo mezzo, o la forza, di oppormi. Mi è dispiaciuto molto essere separato da te. I primi tempi ero nero, ma ora, ti confesso, mi sono calmato: qui infatti godo di una libertà che là non avrei neppure sognato. Non che si possano fare le cose proprio alla luce del sole, ma si è molto più liberi e tranquilli. Tanto per darti un'idea, quando dopo circa tre mesi ho scoperto che un compagno d'università che mi piaceva era gay anche lui e che io gli interessavo, visto che nel dormitorio degli studenti stiamo in camere a due letti, abbiamo fatto in modo di essere messi nella stessa camera e non abbiamo avuto nessun problema. Ed ora possiamo fare l'amore ogni volta che vogliamo senza problemi: gli altri credo che immaginino (se non altro perché stiamo sempre insieme, seguiamo gli stessi corsi e ci prendiamo le vacanze insieme) che siamo più che amici, ma nessuno dice niente, né battute né apprezzamenti.

Lui è tedesco, si chiama Klaus, ha la mia stessa età ed è simpatico. Stiamo bene assieme, la sua famiglia sa di noi e così nelle vacanze posso andare dai suoi che hanno aggiunto semplicemente un letto nella sua stanza. Te la immagini una cosa del genere da noi? Mi trattano come uno di casa, senza problemi.

Ma ora veniamo a te. Come stai? Come ti è andata? Sei riuscito a far calmare le acque? Sei riuscito a trovarti un altro amico? Ti penso spesso e spero proprio che le cose non ti vadano troppo male, anche se, conoscendo la mentalità dei nostri, temo che non sia così. Fammi sapere, per favore. Raccontami di te, che cosa stai facendo, che progetti hai.

Puoi dare la lettera per me a Larry e lui me la spedirà. Comunque ti allego il mio indirizzo: se per caso tu non avessi problemi a mandarmi una lettera direttamente, fallo. Larry comunque si presterà ancora volentieri a fare da tramite fra noi due. Comunque, se per caso ci fosse un modo più veloce di farti avere le mie lettere senza problemi, fammelo sapere.

Con questo per ora ti saluto nella speranza di leggerti presto. Non dimentico le belle ore passate in intimità con te. Ti auguro ogni felicità,

tuo Ricky."

Lessi e rilessi quella lettera: ero così contento che la baciavo, la rileggevo. Ero contento che almeno lui stesse bene, ora. Sì, la soluzione era proprio quella: dovevo anche io andare a studiare all'estero. Non credo proprio che mi avrebbero lasciato andare ad Heidelberg, ma comunque... Se anche non avessi potuto incontrare facilmente Rick, potevo per lo meno farmi la mia vita tranquillo.

Risposi a Rick, sempre tramite Larry: infatti avrei potuto imbucarla direttamente, ma avevo il timore che quelli potessero controllare anche le lettere che infilavo in una qualsiasi buca. Gli raccontai di me, gli dissi che ero contento per lui e lo pregai di scrivermi ancora. Frattanto parlai a Martin dell'idea di andare a studiare all'estero. Anche a lui sembrò una buona idea, così ne parlai anche a Bruce. Mi disse che ci avrebbe pensato e che gli pareva una soluzione possibile.

Questo mi dette un po' più di forza per resistere ancora a quella situazione. Appena uscivo di casa avevo sempre un'ombra alle costole: ufficialmente era la mia guardia del corpo ma sapevo che in realtà, più che per proteggermi, stava lì per controllarmi.

Frattanto la campagna elettorale di mio padre stava andando a gonfie vele. L'immagine che presentavamo al pubblico, il suo programma, l'immane macchina elettorale, tutto contribuiva ad aumentare la sua popolarità. Si viaggiava per tutta la nazione in lungo e in largo. L'immagine di mio padre, e a volte di tutta la famiglia "modello" che eravamo noi, imperversava ovunque.

Quelli di PR erano contenti di me: mi stavo comportando bene. Ma io, per sicurezza, di tanto in tanto ricordavo a Bruce la sua promessa; non volevo che dormisse sugli allori e che pensasse di aver vinto la partita: quella era solo una tregua e io stavo tenendo affilate le mie armi.

Mio padre vinse anche le secondarie con un buon margine e divenne presidente. Passarono i mesi necessari per il passaggio delle consegne fra feste, discorsi, cerimonie. Erano tutti euforici, ma per me si avvicinava la resa dei conti. Ci installammo negli appartamenti presidenziali. E mio padre, dopo la cerimonia del giuramento, iniziò nel pieno delle sue funzioni.

Io allora dissi a Bruce che ora volevo la contropartita per quanto avevo fatto. Bruce mi disse che ci aveva già pensato ma mi chiese ancora un mese. Glielo concessi a denti stretti. Frattanto avevo ricevuto un altro paio di lettere da Ricky, sempre tramite Larry che si prestava con piacere. Mi piaceva molto Larry. Non dico fisicamente, non era proprio il mio ideale, ma come carattere.

Finalmente Bruce mi venne a cercare per parlarmi: "I tuoi sono d'accordo a farti andare a studiare all'estero, ma capisci che come figlio del presidente, sarai tenuto d'occhio sia dai nostri servizi segreti che da quelli del paese in cui andrai. Quindi non credere di poter fare tutto quello che ti pare e piace, ovunque tu vada. Sarai un po' più libero che qui, certo, ma non molto, capisci? Soprattutto dovrai stare molto attento a non creare scandali o situazioni che possano danneggiare l'immagine non solo di tuo padre, ma anche della nostra nazione."

"Tutto come prima, insomma?"

"No, un po' meglio di prima, però..."

"Mi stai dicendo che non potrò mai essere libero?"

"Almeno finché tuo padre sarà in politica."

"E purtroppo è ancora giovane, mio padre." dissi io con amarezza.

"Non è molto gentile quello che hai detto."

"Perché, siete molto gentili, voi, con me? Non essere falso, almeno." risposi con acredine, poi aggiunsi con sarcasmo: "O almeno cerca di esserlo in modo più abile!"

Lui mi guardò serio e mi chiese: "Mi odii, vero?"

"Che ne pensi?" risposi asciutto.


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