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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IO, IL FIGLIO DEL PRESIDENTE CAPITOLO 7
INNAMORATO DI KHALED

Finché, una sera, mentre stavo ballando nella solita discoteca gay, sentii una mano su una spalla e una voce mi salutò: era Khaled.

"Ciao! Sei tornato, finalmente?" gli chiesi aprendomi in un ampio sorriso.

"Non mi hai dimenticato, Simon?" mi chiese lui.

"No, e tu?"

"Nemmeno. Ti ho portato un regalino dal Marocco. Quando vieni a prenderlo?"

"Quando vuoi tu: sono libero."

"Libero? Non ti sei fatto un ragazzo nel frattempo?"

"No."

"Bene." disse Khaled con un sorriso dolce.

Uscimmo assieme. Passeggiammo a lungo, e lui mi raccontò del suo viaggio, della sua famiglia, e mi disse che gli ero mancato. Lo sentivo dolce, attento, caldo, premuroso. Avevo una gran voglia di abbracciarlo, baciarlo, farci l'amore... Glielo dissi.

"Anche io ho voglia di te." mi rispose lui con un tono che mi fece fremere. "Non possiamo andare a casa tua?"

"Non stasera: i miei amici hanno una riunione politica..."

"Tu non partecipi?"

"A me non interessa la politica, specialmente la loro. Sono della sinistra integralista islamica, hanno una visione che... non fa per me."

"Komeinisti?" chiesi io ricordando il ritratto che avevo visto a casa sua.

"Già."

"Ma tu, sei un buon musulmano o no?" gli chiesi.

"Non te lo saprei dire, forse quanto tu sei un buon cristiano."

"Io credo in Dio e in Cristo, ma non in quello che le chiese pretendono di insegnare." gli dissi.

"Eh, più o meno come me. Allah, Maometto mi stanno bene, ma quando si fa politica in nome di dio mi fa un po' paura, un po' rabbia." disse camminando pensieroso. Io mi sentivo pienamente d'accordo con lui, mi piaceva il suo modo di pensare. E mi piaceva parlare con lui. E avevo voglia di lui.

"Senti, se non possiamo andare da te perché non vieni tu da me? Ho tanta voglia di te." gli dissi prendendolo lievemente per un gomito.

"Sì, con piacere. Anche io ti desidero, Simon, e ti desidero tanto. Possiamo andare subito?" chiese con occhi luminosi.

"Certo. E ti fermi a dormire con me, questa notte?"

"Volentieri. Dobbiamo recuperare questi mesi, no?" mi disse con aria maliziosa. Adoravo quel suo sorriso birichino.

Khaled era il primo che portavo a casa, ma istintivamente sentivo di poterlo fare. E comunque non mi andava di aspettare che potesse portarmi da lui. Prendemmo un taxi. Durante il tragitto lui mi carezzò fra le gambe, sentendo con piacere la mia eccitazione e sorridendomi con dolce anticipazione. Salimmo in ascensore e ci baciammo, pieni di reciproco desiderio.

Appena entrati in casa mia, chiusa la porta ci baciammo di nuovo, iniziando a spogliarci reciprocamente. Lo sentivo vibrare di passione e questo mi eccitava ancora di più. Man mano che i nostri abiti cadevano a terra io lo guidavo verso la mia camera da letto e quando fummo nudi eravamo accanto al letto: mi piaceva il suo corpo virile e pieno di sensualità. Lo sospinsi sul letto e salii su di lui, iniziando a leccarlo dappertutto. Khaled sussultava in preda al piacere e mi carezzava, mi stringeva, mi palpava.

Quando gli feci capire che avrei voluto prenderlo, senza esitare allargò le gambe portandosele contro il petto, offrendosi al mio desiderio con pronto piacere. Lo preparai e lui mi guidò in sé e quando mi sentì affondare in lui mi accolse con un gemito di intenso piacere; lo strinsi a me e lo baciai mentre iniziavo a stantuffargli dentro con vigore e passione. Lui mi si muoveva sotto a ritmo, in modo di rendere più profonda la mia penetrazione. Evidentemente gli piaceva e questo mi eccitava ancora più.

Quando sentì che stavo per raggiungere l'orgasmo, Khaled mi bloccò: "Non ancora..." mi sussurrò e mi si sottrasse.

Quindi, cambiando appena posizione, fu lui a volermi prendere di sotto in su. Quando mi fu dentro, rotolandoci sul letto cambiammo posizione in modo che lui fu sopra di me, e quindi cominciò a prendermi con piacevole e tenero vigore.

"Ti piace, Simon?" mi chiese radioso, pompandomi dentro.

"Sì... dai..." lo incoraggiai io.

"Lo sai che mi piaci" mi disse con voce resa roca dal piacere.

Anche a me piaceva molto, sia prenderlo che farmi prendere da lui. Ci scambiammo più volte posizione, prendendoci a vicenda con crescente gusto e passione. Quando eravamo entrambi troppo eccitati, ci si rilassava per qualche minuto carezzandoci e baciandoci con dolcezza, poi si riprendeva a fare l'amore ed a penetrarci a vicenda con rinnovata passione. Finché entrambi non fummo più in grado di controllarci e ci abbandonammo all'orgasmo finale. Poi ci rilassammo ansanti e soddisfatti e senza rendercene conto, scivolammo entrambi in un profondo e piacevole sonno, ancora teneramente allacciati.

Khaled, ma di questo me ne resi conto solo diversi anni dopo, era atipico per essere un ragazzo allevato nella cultura musulmana. Infatti è raro che un giovane di questa cultura ammetta di essere gay nel senso che intendiamo noi. O sono solo bisex ma rigorosamente attivi e di solito sposati, che si concedono anche volentieri qualche ragazzo passivo che trattano come una donna, o sono solo passivi, effeminati e si sentono donne. Khaled era attivo e passivo con lo stesso entusiasmo, e si sentiva ed aveva un aspetto e un atteggiamento del tutto maschile, o meglio virile.

Forse proprio questo lo attirava tanto verso la cultura occidentale, almeno sul piano sessuale. Pur senza rinnegare la propria cultura che gli piaceva per molti aspetti, questa gli stava piuttosto stretta sul piano sessuale. I suoi compagni di alloggio lo accettavano solo perché pensavano che nei suoi rapporti sessuali lui fosse solo attivo e che comunque prima o poi si sarebbe sposato.

Ma Khaled non aveva nessuna intenzione di sposarsi e gli piacevano maschi virili come lui. E io gli piacevo molto. Anche lui mi piaceva parecchio e non solo fisicamente. Quando la mattina dopo ci svegliammo, gli chiesi di non rivestirci, ma di restare nudi per casa: mi piaceva poter guardare il suo corpo.

Lui accettò subito ma mi disse con tono provocante: "...così però mi fai venir voglia di toccarti."

"E allora toccami." risposi io mentre andavamo in cucina a preparare la colazione.

"E di fare l'amore di nuovo." aggiunse lui addossandomisi da dietro e carezzandomi il petto ed i genitali.

"E allora facciamolo." risposi sfregandomi con piacere contro la sua incipiente erezione.

In realtà ci si toccava spesso, in un gioco di reciproca seduzione, attendendo di vedere chi dei due avrebbe rotto per primo gli indugi per passare a qualcosa di più concreto. Fu lui, a tarda mattina, che mentre eravamo in terrazza seduti su una coperta, mi venne sopra e si infilò sulla mia erezione cavalcandomi e facendosi penetrare, per poi mettermi sotto e prendermi con entusiasmo, mentre mi diceva parole dolci e piene di poesia. Era bello farlo così, sotto le carezze del sole, all'aria aperta. Quando glielo dissi, lui mi rispose che avevo ragione.

"L'amore non bisognerebbe mai farlo di notte e su un letto, ma di giorno e in mezzo alla natura. Vuoi essere il mio ragazzo, Simon?" mi chiese.

"Sì, lo voglio." gli risposi con sincero entusiasmo.

"Ma allora devi promettermi che non andrai con nessun altro: io sarei geloso."

"Anche tu, però." gli dissi io.

"Certo. Non chiederei mai qualcosa che non fossi disposto a fare io per primo."

Festeggiammo quella decisione. Ero felice: sentivo che con Khaled sarei stato bene. Nonostante fossimo di due culture tanto diverse, lo sentivo aperto e disponibile ad imparare e ad insegnarmi e pensavo che era molto bello poter condividere così le nostre vite. E i nostri corpi. E cominciò a pesarmi il fatto di non potergli dire chi ero veramente. Lui non mi chiedeva mai niente della mia vita prima di incontrarlo, così la mia bugia iniziale non mi pesava poi troppo, ma mi pesava.

Cominciò a venire sempre più spesso a casa mia: appena arrivava, ci si denudava: ci piaceva da matti poter godere della reciproca nudità, ammirare ed essere ammirati. Spesso si stava semiabbracciati, a carezzarci, darci lievi baci, finché uno dei due cedeva al proprio desiderio e coinvolgeva l'altro in giochi erotici più spinti che sfociavano naturalmente nell'unione sessuale, là dove eravamo: in salotto, in cucina, in studio, sul letto, in terrazza, nel bagno, in ingresso, in soggiorno, dove capitava.

E ogni volta pareva più bella delle precedenti, forse perché a poco a poco stavamo imparando a conoscerci, a sapere dove il corpo dell'altro fosse più sensibile, quali fossero i desideri dell'altro. Khaled m'aveva insegnato anche che non era necessario giungere ogni volta all'orgasmo: era anche molto bello eccitarsi fin quasi al punto senza ritorno per poi rilassarsi dolcemente l'uno nelle braccia dell'altro. A volte Khaled era dolce come un cucciolo, a volte focoso come un puledro, a volte tenero come un cerbiatto a volte irruente come un torello. Ne ero affascinato.

Ma anche lui era evidentemente affascinato da me. Aveva nei miei confronti un atteggiamento a volte protettivo; a volte invece si abbandonava a me completamente.

E finalmente una volta mi disse: "Io ti amo, mio piccolo, grande Simon! Ti amo alla follia! Non ho mai amato nessuno quanto amo te." Mentre mi diceva queste parole i suoi occhi erano profondi, seri, commossi: non stava certo parlando a vanvera.

Lo strinsi con forza e gli dissi: "Anche io, mio dolce Khaled. E sono felice."

Lo ero, totalmente, completamente, definitivamente. Ma non sapevo, purtroppo, che quella nostra relazione era seguita passo passo da Bruce, quando eravamo in casa mia, che sentiva tutto quanto ci si diceva e ne vedeva una gran parte, e dal servizio segreto francese quando non eravamo in casa. E loro scoprirono qualcosa che li decise a far cessare la nostra relazione. Credo che la colpa, involontaria, fu dello stesso Khaled.

Una volta infatti, mi disse: "Dicono i miei compagni che il figlio del tuo presidente studia qui a Parigi: l'hai incontrato, per caso? Si chiama David. Deve avere più o meno la tua età."

"No, perché?" mentii io chiedendomi se non era il caso di rivelargli la verità.

"Mah, così. Sai, loro lo stanno cercando."

"Ah sì? Perché?"

"Credo che vogliano rapirlo."

"Rapirlo? Perché?"

"La loro politica: per ottenere qualcosa in cambio, credo."

La cosa mi colpì, ma senza veramente spaventarmi. "E se fossi io?" gli chiesi, "mi faresti rapire?"

Lui sorrise: "Non sei tu; comunque no, certo. Anche se non credo che vogliano fargli del male, non permetterei mai che toccassero te: sei il mio ragazzo."

"Ma se io lo conoscessi, vorresti che te lo dicessi?"

"No, a me non interessa entrare nei loro stupidi giochi. E poi non credo che si debbano ottenere le cose che si desiderano con questi mezzi. Te l'ho chiesto così, solo per curiosità. D'altronde loro lo sanno che a me non interessano le loro beghe e i loro metodi. Non sanno neppure che il mio ragazzo sei tu. Secondo loro gli occidentali vanno bene solo per sfruttarli, magari fotterli e non solo in senso fisico. Non capirebbero mai che io possa amarti."

Queste sue parole tranquillizzarono me, ma misero sul piede di guerra Bruce e gli altri, che decisero che quella mia relazione era troppo pericolosa. Il risultato fu che organizzarono una retata nell'alloggio dei quattro arabi e che qui trovarono le prove del fatto che stavano organizzando il mio rapimento ed i quattro ragazzi finirono in una qualche sconosciuta prigione del servizio segreto, senza che nessuno ne sapesse niente. Anche il mio povero Khaled.

All'improvviso non vidi più Khaled. Lo andai a cercare, ma dai vicini seppi solo che i quattro "avevano lasciato l'alloggio" e nessuno sapeva per dove. Ero agitato: quella sparizione in massa mi sembrò inspiegabile, soprattutto perché ormai conoscevo abbastanza Khaled e perciò non credevo che se ne sarebbe andato senza dirmi niente. Quello che mi sviò in parte fu il fatto che pensai che gli altri tre compagni, per qualche motivo, lo avessero obbligato ad andar via con loro, magari nella clandestinità, proprio per preparare il mio rapimento: che avessero scoperto che l'amante di Khaled ero io? E che lui, opponendosi ai loro piani, fosse ora trattato dai suoi come traditore? La mia fantasia cercava spiegazioni.

Volevo ritrovarlo, ma non sapevo come. Così alla fine mi decisi di parlarne con Bruce. Lui fece finta di non saperne niente, ma qualcosa nel suo atteggiamento non mi convinse: ormai io e Bruce ci conoscevamo da troppi anni, anche se non c'era mai stata amicizia fra noi due. Non saprei dire esattamente che cosa fu, ma nonostante i suoi dinieghi, capii che doveva saperne qualcosa. Più che capire, sentii, intuii. Se mi mentiva, doveva saperne qualcosa, forse c'entrava proprio lui, conclusi. Finsi di credergli.

Ma decisi di vederci chiaro. Così, un giorno che avevo sentito Bruce uscire di casa, andai subito in terrazza, di qui salii sui tetti e scivolai fino alle finestre dell'appartamento di Bruce. Mi batteva il cuore, avevo paura di scivolare dal tetto o che qualcuno mi vedesse e chiamasse la polizia. Tentai una finestra, poi un'altra ma erano ben chiuse. Mi stavo chiedendo se rinunciare o se rompere un vetro, quando tentai anche la finestra del bagno: era aperta. La spinsi e mi ci calai dentro.

Non sapevo quanto tempo avevo. Il cuore mi batteva con violenza. Passai in ingresso e di qui aprii una porta dopo l'altra per rendermi conto di come fosse distribuito l'alloggio del mio controllore. Quando aprii una porta mi si fermò il cuore di colpo: una fila di monitor, videoregistratori, una cuffia, mi fecero capire subito come e fino a che punto Bruce mi stesse controllando. Mi sentii furioso e lì per lì mi venne voglia di spaccare tutto: vedevo negli schermi il mio letto, lo studio, il soggiorno, il salotto.

C'erano alcune carte: le sfogliai rapidamente e trovai gli appunti di quello che mi aveva detto Khaled quel giorno riguardo al mio rapimento e capii che Bruce doveva saperne più di quello che diceva. Una rabbia sorda si impadronì di me. Se avessi avuto là Bruce in quel momento credo che avrei potuto cercare di ucciderlo. Sedetti deciso ad aspettarlo. Non fosse stato per Khaled, forse avrei reagito diversamente, forse avrei fatto finta di non aver scoperto come Bruce mi spiava. Ma io rivolevo Khaled e ora sapevo che Bruce doveva essere al corrente di dove fosse.

Sentii la chiave di Bruce alla porta d'ingresso. Mi girai sulla sedia girevole verso la porta aspettando in silenzio. Lo sentii trafficare, si aprì la porta e mi vide: il suo volto si aprì in un'espressione stupita.

Entrò e mi disse: "Come hai fatto ad entrare?"

"Così mi hai spiato, eh?"

"Di dove sei entrato?"

"Ti sei guardato tutto quello che facevo con Khaled ed hai ascoltato tutto quello che dicevamo."

"Hai la chiave?"

"Dov'è Khaled?"

Sembrava il classico discorso fra sordi. Lui, superata la prima sorpresa, sembrava completamente tranquillo. Io trattenevo a fatica la mia furia.

"Dimmi dov'è Khaled."

"Era troppo pericoloso per te."

"Ma lui non mi avrebbe mai fatto del male, lo sai, l'hai sentito."

"Non ne siamo sicuri: è soprattutto un arabo."

"Lui è diverso."

"Ma tu ne sei innamorato, perciò non puoi giudicarlo obiettivamente."

"Anche lui di me. Dovresti saperlo. Ora mi dici dov'è."

"Non lo so. Il servizio segreto francese s'è occupato di loro."

"Lo voglio indietro e subito e intero." dissi con forza.

"Io non posso farci niente, Dave."

La tensione fra noi si poteva affettare con il coltello. Sentivo di odiarlo e credo che anche lui sentisse il mio odio.

"Dave non capisci che è per il tuo bene?"

"No, non lo capisco. Lui è un ragazzo a posto."

"E chi che lo garantisce? Comunque, ora è fatta, non si può tornare indietro."

"Questo lo dici tu. Vado io a parlare con gli uomini del servizio."

"Non cercare di creare problemi: possono ritorcersi contro di te."

"E come?"

"Possono chiedere al nostro governo di farti andar via dalla Francia."

"Bene, e allora? Se vogliono la guerra, io sono pronto a farla. A costo di uscire allo scoperto e raccontare tutto ai giornali! O mi fate riavere Khaled o farò il diavolo a quattro!"

Stranamente la determinazione di riavere Khaled mi faceva dimenticare la rabbia per essere stato spiato nella mia intimità. In un certo senso mi stavo calmando, stavo ragionando con una freddezza che fino a pochi istanti prima non avevo.

"Dave, vieni di là, ora, e cerchiamo di parlare da esseri ragionevoli."

"Se ragionevoli vuol dire a modo tuo, scordatelo!" gli dissi seguendolo però nel soggiorno. Sedemmo di fronte, ai due lati del tavolo.

"Dave, stavi correndo un pericolo reale, concreto."

"Forse dagli altri tre, non certo da Khaled. Lui non mi avrebbe mai tradito."

"Perché ancora non sapeva di te. Ma i suoi compari stavano facendo indagini, potevano arrivare a te. Non potevamo permetterlo."

"Ma che c'entra Khaled? Potevate prendere gli altri tre, ma non dovevate toccare lui."

"Queste sono decisioni del servizio segreto francese: io non c'entro. Comunque, credo che abbiano fatto bene così. Non ci si può mai fidare degli arabi, sono fedeli innanzitutto a se stessi, alle loro idee."

"Khaled è diverso." ribattei cocciuto.

"E chi ce lo dice?"

"Non avete il diritto di fare queste cose. Dov'è ora Khaled?"

"Non ne ho la più pallida idea."

"Vedi di saperlo e di farlo liberare subito!"

"Magari è di nuovo in Marocco."

"In questo caso fallo tornare qui, lo voglio con me!"

"Dave, non dipende da me: non posso andare contro le decisioni del servizio segreto francese."

"Allora io solleverò uno scandalo che..."

"Che si ritorcerà contro di te e contro di lui..."

"Ma né io né lui abbiamo più niente da perdere, voi sì, e perciò..." dissi io testardo. "Bruce, ti do tre giorni per riavere qui da me Khaled: se entro tre giorni non sarà con me, ci penserò io. E non scherzo."

"Non potrai fare niente, te lo impediranno." mi disse Bruce con tono tranquillo, sicuro di sé.

"Vedremo." gli dissi deciso ed uscii da casa sua.

Non cercò di fermarmi. Tornato nel mio appartamento mi guardai attorno a disagio: ora che sapevo che Bruce poteva seguire ogni mio movimento, mi sentivo terribilmente esposto e vulnerabile. Odiai mio padre, quel giorno: in qualche modo era colpa sua se anche lì non potevo vivere la mia vita a modo mio: colpa sua e della sua vita, della maledetta politica.

Avrei voluto essere io, ora, a poter controllare che cosa faceva Bruce. Certamente si stava mettendo in contatto con il nostro servizio segreto e-o con quello francese. Avvertendoli che avevo scoperto il loro gioco, chiedendo o dando istruzioni. Dovevo pensare bene a che cosa avrei fatto: infatti non mi illudevo che Bruce facesse davvero qualcosa per farmi riavere Khaled. Gli avevo dato tre giorni, in realtà, perché volevo avere io tre giorni.

In un primo momento pensai di scendere in strada ad affrontare gli uomini del servizio segreto francese che stavano nei dintorni nella loro auto, per chiedere loro di mettermi in contatto con i loro capi. Ma quelli certamente avrebbero chiamato Bruce e... e mi avrebbero controllato ancora più di prima. E lì a Parigi non avevo veri amici, qualcuno a cui appoggiarmi, che potesse aiutarmi. Per la prima volta misurai a pieno tutta la mia solitudine.

Pensai che forse potevo chiedere aiuto a Patrick, Claude e Bernard, ma in realtà non li conoscevo abbastanza per sapere se mi avrebbero davvero aiutato e se potessero farlo. Rick era troppo lontano e comunque mi avrebbero certamente cercato prima di tutto da lui, se fossi scomparso. Perciò non potevo neppure contare su Rick. E ora che avevo scoperto il gioco di Bruce, probabilmente questi mi avrebbe fatto sorvegliare più di prima, anzi, sicuramente.

Poi mi venne l'idea: avevo saputo, letto da qualche parte o sentito dire, non ricordavo bene, che esisteva un servizio di assistenza legale per i gay, messo in atto dall'associazione gay francese. Dovevo forse affidarmi a loro, chiedere loro se se la sentivano di aiutarmi. Uscii. Vidi la solita auto. Facendo finta di niente, andai a prendere la metropolitana. Andai al centro e da un giornalaio della metro comprai l'ultimo numero di Gay Pied e lo sfogliai cercando il numero di telefono dell'associazione gay.

La chiamai e chiesi del servizio di assistenza legale. Mi dettero il numero di telefono. Chiamai e parlai con un avvocato: gli dissi che avevo un grave problema di cui volevo parlare di persona. Mi dette un indirizzo dicendo di andare nell'ufficio. Feci presente che ero sorvegliato e che non volevo che chi mi sorvegliava sapesse che mi mettevo in contatto con loro. Mi chiese chi mi sorvegliasse: risposi che anche di quello avrei preferito parlarne di persona.

La voce mi disse di restare in linea; dopo un po' mi disse: "Va bene, verrò io ad incontrarti. Dimmi dove e come ti posso riconoscere. Poi vedremo che cosa si può fare."

Gli diedi una mia descrizione, gli dissi che avrei avuto l'ultimo numero di Gay Pied in mano e gli diedi appuntamento ad un'altra stazione della metro alla biglietteria. Anche lui mi diede una descrizione di sé e mi disse che ci avrebbe messo circa tre quarti d'ora per arrivare all'appuntamento.

Non mi pareva di essere stato seguito, ma per sicurezza feci molta attenzione mentre mi recavo alla stazione della metro in cui avevo l'appuntamento. O erano molto abili, il che non era escluso, o non ero seguito. Arrivato alla stazione, mi misi in attesa accanto alla biglietteria, osservando bene tutti quelli che si attardavano là vicino. Non pareva che ci fosse qualcuno che mi tenesse d'occhio, ma...

Arrivò. Era un uomo sui quaranta anni: per telefono m'era sembrato più giovane. Ci riconoscemmo.

"Ti hanno seguito?" mi chiese subito.

"Non credo, ma non ne sono sicuro. Dove possiamo andare a parlare?"

"C'è un caffè qui vicino. Andiamo là." mi propose.

Lo seguii. Uscimmo nella strada, camminammo per un paio di isolati fino al caffè. Lui chiese qualcosa al proprietario, poi mi guidò in una stanzetta al primo piano.

"Allora?" mi chiese facendomi cenno di sedere, "Di che si tratta?"

Gli mostrai il mio passaporto, quindi gli raccontai tutto. Lui ascoltava con attenzione e prendeva nota su un'agendina che aveva estratto dalla tasca interna della giacca. Ero quasi stupito per come pareva credere a tutto quanto gli dicevo senza mostrare alcuna meraviglia. Il fatto che il mio passaporto certificasse che ero il figlio del presidente doveva fargli accettare senza problemi il mio racconto fitto di servizi segreti e di spionaggio.

Quando ebbi finito, mi chiese: "E che intenzione hai, ora? Perché hai telefonato a noi?"

"Voglio ritrovare Khaled, e voglio trovare il modo per evitare che mi blocchino: voglio minacciarli di fare uno scandalo, uscire allo scoperto, parlare con un giornalista che loro non possano bloccare. Ma qui non conosco nessuno, non ho nessuno di cui posso fidarmi e ho pensato che forse voi... Se volete e se potete aiutarmi..."

"Non ci è mai capitato di affrontare problemi di questo tipo, onestamente: qui, oltre alla tua vita privata, sono coinvolti interessi di stato e lo spionaggio, ossi duri. Così, su due piedi, non saprei neppure io se siamo davvero in grado di aiutarti e come. Prima dovrei parlare con i miei colleghi."

"Ma nel frattempo, potrebbe aiutarmi a nascondermi, in modo che non mi trovino?"

"Forse, non so. Se scompari, metterai in allarme tutti."

"Ma se non scompaio, mi controlleranno passo passo e mi sarà ancora più difficile fare liberamente ciò che voglio. Ammesso che già ora non sappiano che sono qui con lei."

Rifletté, poi estrasse dalla borsa un telefonino cellulare e fece un numero. Parlò rapidamente con qualcuno; io, pur conoscendo ormai discretamente il francese, riuscivo a fatica ad intuire che cosa stesse dicendo. Poi, chiuso il telefono, mi disse: "Bene, per ora cominciamo a pensare al modo di nasconderti."

Mi fece uscire dal retro del locale in un cortile e di qui mi portò in un altro cortile dove tornò dopo poco con la sua auto. Mi fece salire e mi fece stendere dietro, coprendomi con un plaid. Guidò a lungo, finché si fermò e mi fece scendere: eravamo davanti ad una piccola casa di campagna riattata a residenza estiva. Mi spiegò che era la sua casa delle vacanze. Entrammo, mi mostrò la casa, mi disse che potevo stare lì finché non avesse organizzato qualcosa. Era molto gentile. Quando gli dissi che per il momento non ero in grado di compensarlo per quello che stava facendo per me, lui sorrise e disse di non preoccuparmi.

Era piuttosto evidente che gli piacevo, ma non fece niente che mi mettesse in imbarazzo. Mi fece vedere la sua collezione di video e la sua biblioteca invitandomi ad usarle per passare il tempo. Il frigo e la dispensa erano abbastanza forniti e comunque lui mi disse che avrebbe portato qualcosa altro la prossima volta che fosse venuto. Mi disse di non rispondere al telefono ma di lasciarlo suonare: ascoltando la segreteria telefonica, se fosse stato lui, mi avrebbe chiamato col nome in codice "Abel" ed allora avrei potuto rispondere.

Quando andò via mi misi ad esplorare la piccola casa: all'esterno aveva ancora intatto l'aspetto di una casa di contadini ma all'interno era completamente ristrutturata ed era decisamente confortevole ed elegante. A pianterreno c'era un piccolo ingresso che dava su cucina, soggiorno, bagno e una stanza a metà fra uno studio-biblioteca e un salotto. Al primo piano c'erano due camere da letto matrimoniali, un bagno e una stanza attrezzata a palestra.

Mi misi in mutande e canottiera ed andai a fare un po' di esercizio fisico, tanto per rilassarmi un po'. Dopo una lunga doccia scesi in soggiorno e misi sul video un film: era una delicata storia d'amore fra un giovane fotografo di moda ed un famoso indossatore, girata in una piccola isola greca. Non era un film porno, pur avendo scene molto esplicite: mi piacque molto e la guardai più volte. Specialmente le scene in cui l'indossatore riesce a sedurre il fotografo e quella in cui il fotografo, mentre fanno l'amore per l'ultima volta perché il lavoro è finito e devono lasciarsi, chiede al ragazzo di restare per sempre con lui e questi, rinunciando alla sua carriera, accetta.

Clement, l'avvocato, tornò con altre provviste ed alcuni colleghi. Discutemmo il da farsi: decidemmo che dovevo registrare un video in cui dimostravo chi ero, poi denunciavo l'accaduto chiedendo la liberazione di Khaled. Con questo video, di cui avrebbero fatto alcune copie che avrebbero depositato per sicurezza in varie banche, avremmo provato a ricattare i servizi segreti.

Ci lavorammo alcuni giorni. Frattanto conobbi l'amante di Clement, Raoul, un giovanotto il cui fratello lavorava alla RTF, che ci assicurò che in caso di necessità il fratello avrebbe potuto far trasmettere il video per televisione. Quindi spedimmo una copia del video a Bruce, chiedendogli di far liberare Khaled e chiedendogli di mandare una risposta facendo stampare un'inserzione su Le Monde.

I giorni passavano. Ero curioso di sapere che cosa stava facendo Bruce, che cosa stessero facendo i servizi segreti. Saremmo riusciti a giocarli? Finalmente, secondo le istruzioni, comparve il messaggio di Bruce sul giornale: pareva disposto a discutere ma voleva incontrarsi con me. Gli scrissi allora una lettera in cui lo avvertivo che, se avesse tentato di far rapire anche me, le varie videocassette sarebbero state recapitate a giornali, riviste e TV per la massima diffusione. Si giunse ad un accordo sul modo di incontrarci.

La prima volta ci trovammo in un piccolo caffè del XXme. Bruce aveva l'aria tesa. Dapprima cercò di "farmi ragionare" ma alla fine dovette ammettere che mio padre aveva dato ordine di cercare di venirmi incontro purché io garantissi di non fare scandali. Devo dire che mi sentivo forte: mi pareva di averli messi nel sacco. Bruce mi disse che non aveva lui il potere di decidere e mi chiese un nuovo incontro. La seconda volta mi fece avere una lettera di Khaled in cui mi diceva che stava bene e che sperava di rivedermi presto. Mi disse che i servizi segreti del mio paese e quelli francesi stavano studiando il modo di sbloccare la situazione.

In realtà avevamo sottovalutato i servizi segreti: stavano in qualche modo rintracciando a chi mi ero appoggiato, e così, un mattino fui svegliato da strani rumori: non feci neppure a tempo di scendere dal letto: mi immobilizzarono e mi narcotizzarono.


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