Quando ripresi coscienza ero su un letto, immobilizzato con una camicia di forza. Accanto a me c'era Bruce e due altri. Dissi loro che avevano fatto un passo falso: sicuramente ora le videocassette con la mia denuncia erano già in mano ai mass-media.
Uno degli altri due sorrise: "Abbiamo nelle nostre mani otto videocassette e non credo proprio che ce ne siano altre in giro. E comunque, nessuno pubblicherà nulla: abbiamo preso le nostre precauzioni." disse.
Li insultai, ma poi a poco a poco mi calmai; era chiaro che avevano vinto loro: le cassette erano proprio solo otto. Allora chiesi che cosa volevano fare di me ora: tenermi prigioniero per sempre? Farmi scomparire? Uno dei due disse che anche quella poteva essere una soluzione: potevano farmi morire in un incidente d'auto e tutto sarebbe stato risolto. Non so perché, ma credetti che sarebbero stati capaci di farlo.
Chiesi a Bruce che cosa volessero fare. Che cosa avessero deciso. Lui invece di rispondermi chiese che cosa avessi intenzione di fare io.
"Voglio solo vivere in pace, poter riavere Khaled e stare con lui come un qualsiasi gay senza tutti questi problemi. Perché non fate morire Dave e non mi date un'altra identità e non mi lasciate in pace? Non dovrebbe essere difficile per voi."
"E chi ci dice che tu non provi di nuovo a metterci nei guai?"
"A me interessa solo vivere la mia vita tranquillo. Datemi un passaporto falso, una nuova identità e vi giuro che non proverò più neppure a mettere piede a casa. Lasciatemi vivere la mia vita."
Bruce mi disse che ci avrebbe pensato. Restai per diversi giorni chiuso nella stanza in cui mi avevano portato. Mi avevano tolto la camicia di forza. Dalla finestra, bloccata, non potevo vedere fuori e non avevo la minima idea di dove mi avessero portato. Immagino che mi sorvegliassero giorno e notte con una TV a circuito chiuso. Mi portavano da mangiare, a volte tornava Bruce, sia solo che accompagnato dagli altri due.
Un giorno si aprì la porta e Khaled entrò, da solo, nella mia stanza. Lo guardai con gli occhi spalancati, incredulo. Lui mi fece un sorriso e ci trovammo l'uno nelle braccia dell'altro mentre qualcuno chiudeva la porta alle sue spalle.
"Simon, amore... o Dave?"
"Come stai?"
"E tu?"
"Ti hanno detto?"
"Già... so tutto."
"E non sei arrabbiato con me?"
"No, tu non ne hai colpa."
"Ti amo, Khaled."
"Anche io. Non sapevo che mi avrebbero portato da te, finalmente. Sono felice. Ma che succederà ora?"
"Non lo so... Bruce!" chiamai. Dopo poco si aprì la porta e Bruce entrò. "Allora, che cosa avete deciso?"
"Siamo in contatto con un piccolo paese alleato: se tutto va in porto, vi daremo due passaporti intestati a quel paese. Ma se accettate, vi avverto, non potrete mai più uscire di là. Vi troveremo casa, lavoro. Dovrete dimenticare però tutto il vostro passato, tutti e due."
"Sì, certo, te lo prometto." dissi io, poi guardai Khaled. Lui annuì e mi strinse una mano con dolcezza.
Bruce promise che ci avrebbe dato presto notizie. Quando fummo soli, io chiusi gli scuri della finestra e, al buio, mi accostai a Khaled abbracciandolo: "Facciamo l'amore." lo pregai.
"Perché al buio?" chiese lui stupito, stringendomi a sé.
"Credo che ci osservino con le telecamere."
"E che te ne importa: voglio guardarti mentre faccio l'amore con te. Ho aspettato tanto questo momento: temevo che non venisse più. Riapri la finestra, dai."
"No, non questa volta. La prossima, magari." dissi io iniziando a spogliarlo.
"Come vuoi." disse lui con dolcezza abbracciandomi e baciandomi con passione.
"Ti amo." gli dissi.
"Anche io."
"E rinunci a tutto per me?"
"Anche tu. E poi, sono davvero innamorato di te: non m'importa il resto."
"Non ti stancherai?"
"Spero di no, né tu di me. E i miei compagni pensano che li ho traditi io e mi hanno giurato che mi uccideranno, così... Se ci danno una nuova identità da qualche parte abbiamo tutto da guadagnare. Dio quanto ti amo! Vieni qui puledrino, lasciati domare."
Facemmo l'amore a lungo, pieni di passione, indisturbati. Quando ci rivestimmo e riaprii la finestra, dopo poco tornò Bruce. Lo accogliemmo seduti sul bordo del mio lettino, semiabbracciati. Ci disse che per qualche giorno saremmo rimasti lì in attesa che ci costruissero le nuove identità. Mio padre aveva accettato la messa in scena della mia morte in un incidente d'auto e la mia scomparsa. Pensai che probabilmente avrebbe tirato un sospiro di sollievo.
Ci informarono che il re di Tonga, dietro un cospicuo pagamento, aveva accettato di darci la nazionalità tongana e nuove identità. Là ci avrebbero aperto un conto in banca; all'inizio avremmo vissuto in albergo a Nuku'Alofa, la capitale, finché avessimo trovato una sistemazione di nostro gradimento. Le Isole Tonga, un numeroso gruppo di isolette, conosciute anche come Isole degli Amici, fra le Fiji e Samoa, nell'immensa distesa delle isole dell'Oceania, sfiorate dalla linea del cambiamento di data e poco sotto il 15o parallelo sud.
Stavano preparando il tutto. Presero le nostre fotografie per costruirci i nuovi documenti. Ottenni che sui nostri documenti figurasse lo stesso cognome: Marakei e io mi chiamai Johnathan e Khaled si chiamò Abraham. Quando tutto fu pronto, finalmente ci accompagnarono in un albergo accanto all'aeroporto, dove trovammo pronte valige e bagagli ed i biglietti d'aereo per Tonga.
Non potevamo partire subito: stavano aspettando il momento giusto per la messa in scena dell'incidente in cui sarei "morto". Quando trovarono un giovane morto non reclamato dalla famiglia, che poterono far passare per me dopo che un truccatore cinematografico esperto gli ebbe dato le mie fattezze, finalmente potemmo partire.
Solo mio padre e mia madre sapevano che il cadavere che tornò, a cui fecero il funerale, non ero io... Bruce, che veniva alle Tonga con noi, mi disse che neanche i miei fratelli erano al corrente della sostituzione. Lo trovai macabro, ma questo mi dava la tanto sospirata libertà di vivere a modo mio, con il ragazzo che amavo, e perciò lo accettai senza troppi problemi, così come avevamo accettato entrambi di non cercare mai di metterci in contatto con nessuno della nostra famiglia, dei nostri amici o conoscenti.
Arrivati a Nuku'Alofa ci sistemammo in un albergo del centro. Qui Bruce ci presentò all'agente che sarebbe stato il nostro unico contatto con l'agenzia: era un uomo di quarantasette anni, di nome Steve, che ufficialmente gestiva una boutique del centro. Era sposato con una tongana ed aveva due figli maschi: Mark e Richard, rispettivamente di venti e diciassette anni. Ufficialmente anche per la sua famiglia eravamo Jonathan e Abraham Marakei, cugini tongani che avevano vissuto fin dalla più tenera infanzia in Europa e che ora tornavano in patria.
La nostra storia era semplice: i nostri padri erano due fratelli tongani, figli di un tongano e di una francese, che erano emigrati da giovani in Europa e avevano sposato due donne locali: mia madre era una inglese e la madre di Khaled una spagnola. Questo giustificava la sua pelle scura e capelli neri e la mia pelle chiara e capelli castano chiari... il fatto che non parlassimo il tongano e i nostri "risparmi" in banca.
La comunità locale era per la maggior parte composta di indigeni, un certo numero di sangue misti e pochi stranieri ed era multirazziale, quindi potevamo passare abbastanza inosservati. C'erano anche due francesi, tre tedeschi, un inglese, due americani, quattro neozelandesi, sei australiani e tre indiani. Le risorse principali erano la pesca, le noci di cocco e un po' di turismo.
Mark e Richard con il motoscafo ci portarono ad esplorare, a poco a poco, le isole del minuscolo regno: Ata, Tongatapu, Nomuka, Kotu, Haapai, Vava'u, Fonualei, Niuato, Putapu, Tafahi, Niuafo'ou e le migliaia di altre, alcune senza neppure un nome. Era un vero e proprio paradiso tropicale, per lo più composto di bassi e piatti atolli corallini. Anche noi due, come i residenti, in breve ci facemmo due invidiabili uniformi abbronzature integrali. In molte isole si praticava il nudismo integrale e c'era un'atmosfera di piacevole libertà anche sul piano sessuale.
Così, quando Mark e Richard, una volta ci chiesero se non avevamo la ragazza, gli rispondemmo tranquillamente di no e gli dicemmo che eravamo amanti. I ragazzi non si scomposero minimamente e anzi Mark ci disse che a lui, qualche volta, era capitato di farlo con qualche ragazzo, anche se tutto sommato preferiva le ragazze e Richard ci disse tranquillo che pensava che prima o poi ci avrebbe provato anche lui, se avesse trovato "quello giusto". Khaled gli chiese chi fosse quello giusto e Richard rispose allegramente: "Uno come Brad Pitt, per esempio."
Eravamo a Nuku'Alofa da un paio di mesi quando decidemmo di comprare un pub che si affacciava sulla spiaggia, ricavato da una costruzione tradizionale, in cui c'era anche un appartamentino. Si chiamava "The Friend's Island Pub" ed era stato gestito per quasi venti anni da un inglese che ora aveva deciso di trasferirsi in Nuova Zelanda. Lasciammo l'albergo e ci installammo là, dopo averlo fatto risistemare.
Il pub praticamente non aveva orari di chiusura: decidemmo quindi di tenere tutti e quattro i camerieri che già ci lavoravano, anche perché erano simpatici, giovani, carini e, ci aveva detto il vecchio proprietario, "disponibili": infatti egli, pur non essendo gay, aveva voluto dare un'impronta gay al locale, cosa che non ci dispiaceva affatto. Il "FIP" come era chiamato in breve, era citato in tutte le guide gay internazionali e il 90% della sua clientela di turisti era certamente di gay, ma anche non pochi abitanti locali non disdegnavano farci una puntatina.
La disponibilità dei nostri camerieri nei confronti dei clienti era tale che, finito il loro turno di lavoro, per una buona mancia andavano volentieri nelle loro stanze d'albergo o in casa loro, compreso il ragazzo sposato. Il vecchio proprietario aveva voluto comunque che non facessero nulla nel locale, a parte mettersi d'accordo col cliente. Mantenemmo la regola, cambiammo però le uniformi, rendendole più sexy.
Fra i clienti fissi del locale c'era un giovane avvocato australiano di trentasei anni, Jeff Melrose. Veniva ogni mese a passare alcuni giorni nel vicino albergo e in più ogni anno si fermava per un mese intero; si portava sempre uno dei nostri ragazzi in camera. A poco a poco diventammo amici: era molto simpatico e di piacevole compagnia, così cominciammo ad andare anche in spiaggia assieme.
Eravamo stupiti che un giovanotto affascinante, simpatico e anche bello come lui, non avesse un amante fisso. Dopo alcuni mesi che ci si conosceva, una volta ci raccontò: il suo amante era morto due anni prima di AIDS e da allora non aveva mai più voluto un amante fisso. Lui non s'era infettato, prendeva sempre le sue precauzioni. In Australia aveva un ottimo lavoro: era consulente legale di due grosse finanziarie e di una compagnia internazionale di trasporti ed era ricco; era anche comproprietario dell'albergo in cui si fermava e dove aveva una stanza fissa.
Prima che il suo amante morisse, avevano comprato dal governo un atollo diviso in tre isolotti nelle isole Haapai, e ci si erano fatti anche costruire una casa. Pagava una coppia di indigeni che la tenessero in ordine, ma da quando il suo amante era morto, lui non aveva mai più voluto metterci piede e preferiva stare in albergo. I due indigeni che gli curavano la casa erano anche loro gay: li avevano conosciuti alcuni anni prima, quando per la prima volta avevano messo piede in Tonga. Erano due ragazzini orfani, amanti, che però si vendevano anche ai turisti per un pezzo di pane. Loro due a volte si concedevano qualche "variante" così, quando i due ragazzi, un giorno, in spiaggia gli si erano offerti, avevano deciso di portarli in camera e di farci l'amore.
Lui e il suo amante erano rimasti conquistati dalla dolce freschezza dei due ragazzi, dalla loro spontanea passionalità, dalla loro innocente disponibilità; li avevano presi a ben volere e così, quando avevano costruito la casa, li avevano assunti, trovando in loro due amici devoti più che due servi. I due, oltre a ricevere uno stipendio, vivevano di pesca. Lui li vedeva ogni tanto, quando i due andavano a trovarlo in albergo e a rendergli conto della casa.
Gli chiedemmo perché non usava la casa oppure non la vendeva: "Non mi sento di andarci: è troppo piena dei ricordi di Dick. Ci starei troppo male. Quanto a venderla, non mi va proprio l'idea che estranei vadano in quello che è stato il nostro nido d'amore. E d'altronde non è che io abbia bisogno di soldi. Perciò, per ora, va bene così." rispose lui pensieroso.
Conoscemmo anche i due amici che tenevano in ordine la casa di Jeff: si chiamavano Mike e Loui ed avevano sui vent'anni. Loui era decisamente bello, Mike meno ma altrettanto simpatico; sprizzavano salute da tutti i pori ed era piacevole vederli assieme: si intuiva il profondo affetto che legava i due ragazzi. Mike aveva un'intelligenza vivace e pronta e parlava un inglese decisamente buono. Dopo che ci conoscemmo, di tanto in tanto, quando venivano alla capitale con la loro barchetta, passavano a salutarci.
Il nostro pub ci rendeva abbastanza, pur non rendendoci ricchi, ma non avevamo problemi: ogni mese sul nostro conto arrivava un bonifico da una banca neozelandese e i nostri risparmi aumentavano lentamente ma stabilmente; i proventi del nostro pub ci permettevano infatti di pagare tutte le spese oltre ai salari dei nostri ragazzi. Così, con Khaled, iniziammo a chiederci che cosa avremmo potuto fare di quei risparmi. Fu Khaled che ebbe per primo l'idea di fare un albergo gay.
Ne stavamo parlando quando arrivò Jeff che sentì della nostra idea. Lì per lì non disse niente, stette solo ad ascoltare. Ma la volta seguente che tornò a Nuku'Alofa, ci chiese che tipo di albergo avevamo in mente di fare. Gli dicemmo che non avevamo ancora deciso niente, ma che comunque avremmo voluto fare un albergo su una delle mille isolette di Tonga, costruito completamente secondo l'architettura tradizionale locale, cioè in legno e stuoie, in cui si potesse vivere la vita tradizionale delle isole.
"Qualcosa di bello ma semplice, senza televisori o frigoriferi, senza luce elettrica, ma con ottimi servizi igienici." disse Khaled.
Jeff annuì: "Come la casa che avevamo fatto costruire io e Dick, allora."
"Ah sì?"
"Già. Specialmente quando si vive in una grande città moderna, fa piacere di tanto in tanto poter tornare ad una vita più semplice e primitiva." disse Jeff.
"Sì, è quello che pensiamo noi: d'altronde per questo ci piace questo pub." disse Khaled e aggiunse: "E anche per questo non vorremmo costruirlo qui a Nuku'Alofa: è già troppo occidentalizzata per la nostra idea."
Jeff non disse nulla per un po', sembrava pensieroso, poi ci disse: "Vi andrebbe di venire una volta a vedere la nostra casa sull'atollo?"
Lo guardammo un po' sorpresi, poi io gli chiesi: "Te la senti di tornarci?"
"Mah, forse con voi sì." rispose Jeff, poi aggiunse: "Non ha senso tenere là quella casa vuota. Anche se credo che non mi sentirei ancora di tornarci a vivere."
Ci andammo circa due mesi più tardi, col piccolo motoscafo che ci eravamo comprati da poco. Era un piccolo atollo, lo specchio interno d'acqua aveva un diametro di una settantina di metri. Era diviso in tre isole curve ed oblunghe, una delle tre con un folto di alberi, le altre due più piatte e su una delle altre due sorgeva una casa di legno quadrata, circondata da una veranda, secondo l'architettura tradizionale. Loui e Mike ci accolsero con piacere. Passeggiammo nel boschetto, ci stendemmo al sole mentre i due servi ci portavano del cibo.
"Vi piace?" chiese Jeff.
"Sì, molto."
"Con Dick stavamo spesso stesi qui a prendere il sole, bagnarci, fare l'amore. Si sta bene qui, vero?"
"Sì."
"Certo. Pensavo: lasciando intatto il bosco di quest'isola, sulle altre due si potrebbero costruire altre case e farci il vostro albergo."
"Dici davvero?"
"Vi andrebbe di mettervi in società con me? Io ci metto le isole, voi fate fare le costruzioni e gestite l'albergo."
Era serio. Le uniche cosa che ci chiese, furono di usare per noi la sua casa, di non affittarla, di rispettare il bosco e di tenere Mike e Loui. Parlammo a lungo, scendendo sempre più nei dettagli. C'era il problema dell'acqua potabile e quello degli scarichi in modo di non inquinare lo specchio d'acqua dell'isola. Jeff disse che erano problemi che si potevano risolvere con la tecnica moderna ed a costi possibili. Così, tornati alla capitale, discussi ancora altri particolari, costituimmo con Jeff una società e ci impegnammo per costruire l'albergo.
Decidemmo che il lobby l'avremmo fatto lì a Nuku'Alofa, trasformando il nostro pub: chiedemmo ed ottenemmo dalle autorità di comprare il tratto di spiaggia che c'era davanti al nostro pub per farvi costruire l'imbarcadero per l'albergo. Demmo inizio ai lavori. Frattanto pensammo a come reclamizzare il nostro albergo. Jeff comprò diverse guide gay di diverse nazioni e riviste gay: facemmo stampare un testo corredato di foto e chiedemmo alle varie riviste di pubblicarlo.
Ci mettemmo anche in contatto con alcune agenzie che organizzavano vacanze per i gay, in America, Australia, Europa ed Asia, inviando loro bei depliant e altro materiale illustrativo e stipulando contratti. E tramite le riviste mettemmo in palio un certo numero di soggiorni gratuiti per lanciare l'albergo.
Per organizzare il tutto ci vollero circa sei mesi e finalmente potemmo inaugurare l'albergo: aveva venti stanze in cui si potevano alloggiare da una a quattro persone, suddivise in quattro costruzioni. I primi clienti cominciarono ad arrivare in giugno: erano quasi tutti vincitori dei viaggi premio inaugurali, venivano soprattutto dagli Stati Uniti e dall'Australia, ma c'erano anche due coppie europee e una giapponese.
Il personale dell'albergo era composto dai Mike e Loui, dai quattro nostri ragazzi del pub e da altri che avevamo assunto. I nuovi assunti erano ragazzi gay che Jeff aveva trovato in Australia: un italiano, un francese, un negro, un indiano ed un coreano. Come uniforme indossavamo tutti un corto pareo lilla senza niente sotto. Ai nostri ospiti fornivamo invece pareo a fiori. Venivano accolti all'aeroporto, portati in auto al nostro ex pub dove si faceva il check-in, quindi portati in motoscafo fino all'atollo dove veniva loro assegnata la stanza.
Il motoscafo collegava l'atollo a Nuku'Alofa con quattro corse regolari ogni giorno, ma alla bisogna effettuava anche corse straordinarie. L'atollo era collegato via radiotelefono con il lobby. Sull'atollo gli ospiti potevano girare vestiti come volevano, o nudi, a piacere. Potevano chiedere ai nostri ragazzi di andare nelle loro stanze per fare l'amore e questi erano liberi di accettare o meno e potevano accettare un regalo ma mai sollecitarlo.
Cominciarono anche a venire i primi ospiti paganti: la vita era piacevole, il cibo ottimo, il servizio accurato. Per rendere più interessante il soggiorno nel nostro albergo, pensammo di offrire, tramite le riviste e le associazioni gay del mondo, a giovani gay di età compresa fra i diciotto e i venticinque anni periodi di permanenza nell'albergo, gratis, in cambio di un lavoro part-time di quattro ore al giorno come camerieri, istruttori di sport o animatori. Potevano fermarsi dal minimo di un mese al massimo di tre mesi. Circa metà del nostro personale fu così composto di giovani di vari paesi: ai migliori offrivamo di tornare a lavorare da noi e dalla seconda volta gli pagavamo un settimanale oltre al biglietto aereo.
La nostra clientela a poco a poco aumentò finché dopo circa un anno dall'apertura, fu necessario prenotare con quasi tre mesi di anticipo: si lavorava a pieno ritmo con una media di una quarantina di clienti e punte di quasi ottanta. Oltre alla possibilità di fare nudismo, quello che piaceva ai nostri clienti era la possibilità di fare l'amore anche all'aperto, fra loro o con i nostri ragazzi che di solito si prestavano volentieri.
Anche io e Khaled facevamo spesso l'amore all'aperto: ci piaceva molto e ci abituammo presto al fatto di poter essere visti. Semplicemente, quando ci si appartava fra gli alberi per fare l'amore, si sceglieva uno dei cespugli a forma di anello che avevamo fatto crescere ad arte, ci si stendevano sopra i pareo per avvertire gli altri che erano occupati da qualcuno e ci si sdraiava dentro. Avevamo stabilito una regola che spiegavamo ai nuovi arrivati: se sul cespuglio era steso un pareo, significava che non si voleva che altri entrassero nel cespuglio, se invece non vi era il pareo steso, significava che anche altri erano benvenuti.
Io e Khaled mettevamo sempre il pareo sul cespuglio e nessuno ci venne mai a dare fastidio. Più di un cliente faceva capire a me o a Khaled che avrebbe avuto piacere di fare l'amore con noi, ma a noi due non interessava farlo con altri. Logicamente si faceva l'amore anche nella nostra camera, nel nostro letto. Khaled era sempre molto caldo ed appassionato, ma anche io non ero da meno. Khaled mi piaceva sempre molto, eravamo innamoratissimi l'uno dell'altro.
Cominciammo ad avere alcuni clienti fissi, affezionati, specialmente americani e australiani, che venivano a passare le loro vacanze da noi anno dopo anno: alcuni venivano da soli, altri col loro amante, ma quasi tutti approfittavano della disponibilità dei nostri ragazzi, specialmente di quelli part-time. Il nostro atollo era diventato un vero e proprio paradiso gay.
L'albergo funzionava a pieno ritmo da circa cinque anni quando Jeff si innamorò di uno dei ragazzi che veniva a fare part-time: era un ragazzo tailandese di nome Sanit che studiava in un'università neozelandese con una borsa di studio e che tornava da noi ogni volta che aveva le vacanze per riposarsi e guadagnare qualche soldo.
Era un ragazzo intelligente e gradevole, simpatico, serio ma allegro. Quando Jeff iniziò a corteggiarlo, Sanit, con buona grazia, smise di accettare proposte da altri clienti dell'albergo. Li vedevamo sempre più spesso assieme.
Lo studente a poco a poco si innamorò a sua volta di Jeff, e questi un giorno, dopo averne parlato con noi ed averci chiesto consiglio, gli propose di diventare il suo ragazzo: gli avrebbe pagato lui gli studi in Australia. Sanit accettò e si trasferì definitivamente da Jeff: per la prima volta vedemmo il nostro amico nuovamente felice.