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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IO, IL FIGLIO DEL PRESIDENTE CAPITOLO 9
LA FINE DELLA PACE: NUOVI INTRIGHI

Nonostante io e Khaled ci chiamassimo, anche fra di noi, Jonathan e Abraham e tutti ci conoscessero e ci chiamassero così, un giorno arrivò al nostro albergo Larry, che mi riconobbe immediatamente. Inutilmente gli dissi che si sbagliava; ero sicuro di averlo convinto, ma lui era certo di avermi riconosciuto e così iniziò a fare alcune ricerche per conto suo. Mio padre stava per terminare la sua legislatura e si stava preparando per la nuova campagna presidenziale. Sapevo questo dai giornali.

Ma quello che non sapevo era che Larry faceva parte di un gruppo, interno al partito di mio padre, che però non voleva farlo rieleggere e questo gruppo aveva buoni agganci anche nei nostri servizi segreti. Così Larry ottenne tutte le notizie che voleva.

Tornò nel nostro albergo e mise le carte in tavola: "Ascoltami, Dave, non vuoi vendicarti di tutto quello che ti han fatto patire?"

"E perché? Ormai ho la mia vita, sto bene, non mi interessa altro." gli dissi quando mi resi conto che non aveva senso continuare a negare la mia identità.

Larry insisté: "Dave, con te voglio essere onesto: tuo padre non è stato un buon presidente, eppure gode ancora di molti appoggi, troppi. Se tu accettassi di uscire allo scoperto, dicendo della montatura dell'incidente, ne verrebbe fuori un tale scandalo che riusciremmo a togliercelo di torno."

"No, Larry. Perderei comunque la mia serenità. E non so se riusciremmo, in ogni caso. Mi stupisco anzi che non sappiano che tu vieni qui nel mio albergo. Secondo me ti stanno già tenendo d'occhio. Lasciamo perdere, non attizziamo di nuovo un fuoco che ormai è spento." gli dissi deciso a non lasciarmi coinvolgere nel suo gioco.

Larry insisté ancora, ma io mi mostrai irremovibile. Finalmente se ne andò. Credevo che tutto fosse sistemato ed ero tranquillo, quando ebbi la seconda sorpresa: dopo anni che non lo vedevo, ricomparve in albergo Bruce.

Appena lo vidi sentii aria di problemi. Mi chiese di parlarmi a quattr'occhi. Lo portai in casa, ma volli che fosse presente anche Khaled. Bruce non si oppose.

"Larry è venuto a trovarti. Ha capito che sei ancora vivo, vero?" chiese con apparente calma.

"Anche se ho negato, non è servito a niente: ha agganci ai livelli giusti, ha scoperto tutta la messa in scena della mia morte."

"Lo sospettavamo. Tuo padre ha dato ordine di ripulire gli archivi, ma troppo tardi, temo. Vogliono usarti per impedire a tuo padre di ripresentarsi alle elezioni."

"Gli ho detto che non c'è niente da fare, che non ci sto."

"Serve a poco. Sono decisi. Credo che la prossima volta arriverà qui con un bel codazzo di giornalisti. Dobbiamo farti sparire prima che accada. Dovrai lasciare tutto, stiamo organizzando un altro cambiamento di identità..."

"Oh no, per favore! Stiamo bene qui, lasciateci in pace..."

"Purtroppo non possiamo."

"Piuttosto, con i vostri mezzi, non potete ricattare Larry: anche lui è gay..." risposi disperato.

"Lui non si presenta alle elezioni, non gliene importa niente. Per tuo padre invece è pericoloso. Non devono poterti vedere, fotografare, intervistare. Lascia tutto al tuo socio, noi ti rimborsiamo per la rimessa economica."

"Quella è il meno. Potrete mai rimborsarci per la serenità che ci togliete?" chiese asciutto Khaled, intervenendo per la prima volta. "Adesso ci proponete un nuovo cambiamento, e poi? Poi di nuovo? E di nuovo? Avrà mai fine questa storia? E dove ci nascondereste questa volta, e come, se anche al vostro interno siete divisi, come potrete essere sicuri che non ricominci tutto da capo?"

"Capite che l'unica alternativa a farvi andar via sarebbe eliminarvi?" chiese Bruce con calma glaciale.

"Forse sarebbe la soluzione migliore..." dissi io sentendomi improvvisamente terribilmente stanco.

Proprio mentre dicevo quelle parole, Loui bussò: "Johnathan, una telefonata per te..."

"Di' che non ci sono." risposi attraverso la porta.

"Credo sia importante, non so."

"Da dove? Da chi?"

"Dalla lobby, dice di chiamarsi Martin, di essere tuo fratello."

Mi sentii come una morsa allo stomaco.

Anche Bruce impallidì e mormorò: "Larry sta andando in fretta..."

Io dissi a Loui: "Entra, dammi il telefono."

Loui entrò, mi porse il ricevitore ed uscì di nuovo. Schiacciai il pulsantino lampeggiante e lo misi all'orecchio: "Pronto?" chiesi con voce tremante.

Dall'altra parte come un singhiozzo: "Sei proprio tu..." disse la voce di mio fratello Martin.

"Ti mando a prendere col motoscafo." dissi io semplicemente. Tremavo. Khaled mi mise una mano sul braccio con tenerezza.

"Sì, aspetto." rispose Martin e sentii il click. Posai il telefono.

Bruce mi guardava teso: "Viene qui?"

"Certo, era inutile continuare a fingere, no?"

"E adesso?" disse Khaled guardando Bruce quasi con aria di sfida.

"Fammi portare indietro. Devo mettermi in comunicazione con tuo padre: solo lui a questo punto può decidere che cosa fare." disse Bruce terreo.

"D'accordo." risposi io.

"Le cose precipitano, eh?" mi disse con un sorriso dolce Khaled quando fummo soli, poi soggiunse: "Forse è un bene per noi che Larry abbia coinvolto anche tuo fratello Martin: ora almeno sarà un po' più difficile per loro farci sparire, eliminarci, no?"

"Eliminarci... L'aveva detto solo per fare pressione su di noi."

"No, Dave... non credo che avrebbero tanti scrupoli. Non ne hanno avuti quando han preso quel poveraccio per farlo passare per te. Credi davvero che era un cadavere non reclamato? O piuttosto hanno fatto fuori un poveraccio che poteva passare per te?" mi chiese Khaled con dolcezza.

Il fatto che dopo anni m'avesse chiamato di nuovo Dave ebbe su me un effetto strano: come se di colpo davvero fosse finito un periodo e ne stesse iniziando uno nuovo.

Non ci avevo mai pensato, o forse non avevo mai voluto pensare alla possibilità che avessero ammazzato qualcuno per farlo passare per me. Tremai come una foglia.

"D'altronde, tuo padre e tua madre han fatto credere persino ai tuoi fratelli che tu fossi morto, no? Non mi pare che siano gente con tanti scrupoli morali, no?"

"Ma fino al punto di ordinare un omicidio..."

"No, ordinare forse no. Semplicemente non porsi il problema. Per i servizi segreti, di qualunque nazione, uccidere è pane quotidiano, no?"

"Dio mio! Che possiamo fare, ora?"

"Parlare con Martin... poi si vedrà." mi rispose Khaled carezzandomi.

Quando Martin arrivò, lo stavamo aspettando all'approdo. Appena mi vide mi corse incontro e mi serrò stretto fra le braccia mormorando: "Aveva ragione Larry... sei vivo, dunque! Oh Dave, fratellino mio!"

Eravamo commossi, credo che entrambi stavamo facendo notevoli sforzi per non metterci a piangere. "Vieni, Martin, andiamo in casa. Ah, questo è Khaled, il mio amante..."

"Piacere Khaled." disse mio fratello tendendogli la mano.

"Siamo assieme dai tempi di Parigi." dissi.

"Da prima che ti facessero... morire?" chiese Martin con uno strano sorriso.

"Già..." risposi io mentre lo facevo accomodare nel nostro soggiorno.

"Dave, non perdonerò mai a papà e mamma di averci ingannati così." mi disse serio mio fratello.

"E me? di essermi prestato?" gli chiesi.

"Tu... beh, un po' sono arrabbiato anche con te, ma ti capisco: volevi finalmente la tua libertà. Posso capirti, sì, anche se la notizia della tua morte mi aveva sconvolto, ci aveva sconvolti... Dio, se penso alle false lacrime di nostra madre! Sono disgustato, credimi. Tutto per la carriera di nostro padre."

"E Junior, Mary Ann?" chiesi allora.

"Non sanno ancora niente: prima volevo essere sicuro che Larry avesse ragione. Dio, non volevo credergli... e invece, grazie al cielo sei davvero ancora vivo. Ma almeno tu, in questi anni, sei stato felice?"

"Grazie a Khaled, lo sono."

Martin guardò il mio uomo e gli abbozzò un sorriso, poi gli disse quasi con tenerezza: "Grazie, allora."

Khaled annuì sorridendo, senza dire nulla.

Io allora dissi a Martin: "Fino a poco fa c'era qui Bruce, è tornato indietro col motoscafo che è venuto a prenderti. Non l'hai visto?"

"No, aspettavo all'interno. Che voleva?"

"Credo che ora sia in contatto con papà per chiedere istruzioni. Aveva scoperto che Larry voleva usarmi per bloccare la carriera politica di papà ed era venuto a propormi di nascondermi altrove... o di eliminarci..."

"Eh? Cosa? Eliminarvi?" esclamò mio fratello guardandomi con occhi increduli.

"Beh, sai, è facile far scomparire qualcuno che ufficialmente è già morto." gli dissi con un sorriso mesto.

Martin scosse più volte il capo, poi mi strinse una mano: "Dave, questa volta non ti mollo, non ti lascio finché tutto non sarà risolto nel migliore dei modi per te, anzi, per voi. Dovrà eliminare anche me, se mai."

"Mah, forse era solo una minaccia per convincermi a lasciarmi portare da qualche altra parte, non so..." dissi io quasi per tranquillizzarlo.

"Chi sa?" ribatté pensieroso Martin.

"Comunque, adesso forse ci conviene aspettare che Bruce si faccia vivo di nuovo, no? E vedere che carte vuole giocare questa volta." disse Khaled.

Martin annuì, poi disse: "Dave, dammi il telefono, vuoi?"

"Chi vuoi chiamare?" gli chiesi porgendoglielo.

"Prima di tutto mia moglie per dirle dove sono."

"Ti sei sposato?"

"Sì. e ho due figli... li conoscerai presto, spero. Poi voglio avvertire Mary Ann e Junior, per sicurezza. Più gente saprà che sei vivo, più staremo tranquilli."

"Non è meglio aspettare di sapere che cosa propone Bruce?" chiesi io.

"No, lui vada avanti per la sua strada e noi per la nostra. E se ci scontreremo, vedremo chi se la caverà peggio."

Chiamò la moglie: per prima cosa le disse di registrare tutta la conversazione, poi le disse dove era, quindi le spiegò succintamente della mia finta morte e che ero ancora vivo. Le chiese di non dire niente a nessuno, ma di mettere al sicuro il nastro. Telefonò a Mary Ann ripetendo più o meno la stessa telefonata. Mia sorella mi volle parlare. Pianse, al telefono, era felice di sapermi ancora vivo. Mi disse di stare tranquillo, che questa volta anche lei era dalla mia parte.

Infine Martin telefonò a Junior. Questi era stato appena messo al corrente da nostro padre su tutta la faccenda. Chiese a Martin di non fare passi falsi, e gli disse di aspettarlo a Tonga, che lui sarebbe arrivato col primo aereo, il più in fretta possibile.

Quando Martin posò il telefono era piuttosto nero: "Junior mi sa che sta dalla parte di papà, nonostante tutto." disse.

"Beh, aspettiamolo. Comunque non possiamo fare altro, no?" gli dissi io.

Chiamai Mike e Loui e chiesi loro di mandare avanti l'albergo in modo di lasciarci tranquilli: avevamo alcuni problemi da risolvere. E gli chiedemmo di portare un letto in casa nostra per Martin.

Quindi cominciammo a raccontarci quello che era avvenuto in tutti quegli anni dalla mia "morte" in poi. La preoccupazione di Martin per me era come un balsamo che mi stava ripagando della tristezza e della sofferenza della mia gioventù. Da una parte aveva riaperto vecchie ferite, ma dall'altra le stava curando. Comunque mi piaceva la semplicità con cui Martin aveva accettato Khaled.

A sera, quando andammo a dormire, Khaled mi abbracciò stretto.

"Amore, che giornata piena di emozioni..." sussurrai stringendomi a lui.

"Mi piace Martin..."

"Credo che anche tu piaci a lui."

"Sì... ma mi piaci più tu..." disse scherzoso Khaled.

Lo baciai. "Meno male." sussurrai iniziando a carezzarlo intimamente.

Quando lo sentii eccitato, mi offrii a lui senza parole: avevo bisogno di sentirlo in me, per sentire che tutto era normale, che l'essenziale non era in pericolo, nonostante tutto.

Lui lo capì: mi prese con più dolcezza e tenerezza che mai, e in breve riuscì a farmi dimenticare quella giornata di tensione. Mi sentii sciogliere tutto quando lo accolsi in me. Esistevamo solo noi due, finalmente: Bruce, papà, la politica, Larry, tutto svanì dalla mia mente come per incanto. C'era solo il mio Khaled con me, attorno a me, dentro di me, che mi avvolgeva, mi proteggeva, mi amava. E quando mi volle in sé, mi sembrò di essere approdato in un porto tranquillo, sicuro. Ci unimmo a lungo, quella notte, mai sazi l'uno dell'altro.

La mattina seguente, quando ritrovai Martin, tutti i problemi tornarono esattamente come il giorno prima, solo che io mi sentivo più forte, più sereno.

"Comunque, o nostro padre si rassegna a lasciarti vivere la tua vita tranquillo a modo tuo, o avrà anche me contro." mi disse Martin ad un certo punto.

"Non potrà mai accettare di ammettere che la mia morte era una messa in scena..." dissi io pensoso.

"Questo è un problema suo. E dei suoi avversari politici. Ma ho deciso di dire basta, io. Basta a subordinare tutto quello che facciamo alla sua politica. Si è cacciato lui in questo pasticcio, se ci riesce ne esca lui. E se non ci riesce, si rassegni a fare altro." disse Martin con una certa durezza. Poi, con tono più tranquillo, aggiunse: "Dovevamo opporci prima, probabilmente. Comunque, meglio tardi che mai."

A metà pomeriggio telefonò Junior dall'aeroporto: disse a Martin che sarebbe sceso in albergo alla capitale, poi si sarebbe fatto portare da noi. Arrivò a sera. Con lui c'erano Bruce ed un'altra persona che non conoscevo: era, mi spiegò Martin, il segretario personale di papà.

Martin aggredì quasi Junior: "Allora, che bei genitori abbiamo, eh? Ci han fatto credere che Dave fosse morto."

"Hanno fatto tutto per il meglio, visto il pasticcio in cui Dave ci aveva cacciato." rispose Junior deciso.

"Ah, per il meglio? E adesso? Cosa hanno deciso, per il meglio?" chiese Martin battagliero.

"Adesso... si dovrà sacrificare un paio di uomini del servizio: sono loro che hanno montato la morte di Dave all'insaputa di papà. Dave tornerà a casa. Gli uomini saranno puniti e tutto torna a posto."

"Ehi ehi ehi! Un momento, io non ho nessuna intenzione di..." protestai io.

"Dave, non creare altri problemi. Cerchiamo di comportarci da gente con la testa sulle spalle. Non complicare sempre le cose."

"E Khaled?" chiesi allora.

"E chi è Khaled?" chiese Junior guardando però il mio uomo.

"Lui, il mio amante." dissi io.

"Certo non può venire anche lui con noi a casa. Non è davvero..." cominciò Junior.

"Eh no! Io non mi muovo di qui se non con lui. Non ho nessuna intenzione di separarmi da lui."

"Solo per qualche mese, finché sarà sistemata la faccenda." disse Junior.

"Toglitelo dalla testa, io non mi separo da lui nemmeno per cinque minuti, altro che qualche mese!" dissi deciso, poi aggiunsi: "E comunque non ho nessuna intenzione di reggervi il gioco incolpando un paio di funzionari che hanno solo eseguito gli ordini di nostro padre."

"Non capisci che è l'unico modo per non compromettere la rielezione di papà?"

"Junior, a quanto pare sei tu che non hai capito una cosa: a me della rielezione di nostro padre non me ne importa proprio niente. L'ho già pagata abbastanza cara una volta, non ho proprio voglia di fare il bis."

"Vuoi fare il gioco dei suoi avversari?"

"Non voglio fare proprio nessun gioco, vedetevela voi. Io voglio solo farmi la mia vita, e con Khaled."

"E se viene anche lui a casa con te?" chiese allora Junior.

"Non ne vedo l'utilità: noi stiamo bene qui, quella non è più casa mia, casa mia è qui." risposi tranquillo.

"Senti, Dave, cerchiamo di..." iniziò Junior.

"E piantala!" sbottò Martin, "Se Dave e Khaled vogliono restare qui tranquilli, lasciateli in pace."

"In pace. In pace comunque non potranno starci, appena si saprà che Dave è ancora vivo, qui si riempirà di giornalisti, di TV, di fotografi, non lo capite? E la notizia verrà fuori, che si sia noi o gli altri a darla." disse Junior cominciando a perdere la calma.

"Basterebbe che papà annunci di rinunciare alla vita politica e gli altri non la tireranno fuori." disse con veemenza Martin.

"Ma papà non può buttare via tutto così!" gridò Junior, poi chiese a Martin: "Ma tu, da che parte stai?"

"Da quella di Dave e avrei dovuto decidermi almeno sette anni fa. E anche tu Junior. L'abbiamo lasciato solo, allora, ed abbiamo sbagliato. Io non ho nessuna intenzione di ripetere questo sbaglio e tu?"

Guardai Khaled: mi sorrise con dolcezza e la sua tranquillità mi mise addosso un senso incredibile di allegria. Martin e Junior stavano discutendo animatamente ed ora anche il segretario di mio padre e Bruce intervenivano nella discussione.

"Beh, vi lasciamo alle vostre discussioni, io e Khaled ora abbiamo da fare." dissi allora.

"Ma come? Non puoi andartene finché..."

"Sì Junior che posso andarmene: primo perché questa è casa nostra e voi siete ospiti... neppure invitati. Secondo perché quello che avevo da dire te l'ho detto e da parte mia non ho assolutamente altro da aggiungere. Terzo perché ora abbiamo cose più importanti da fare."

"Più importanti?" chiese Junior incredulo.

"Certo. Dobbiamo andare a farci un bel bagno e poi a fare l'amore fra i cespugli, sotto la luna. Giusto Khaled?"


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