Andammo a nuotare. Poi, tornati a riva, Khaled mi prese fra le sue braccia, ci stendemmo sui nostri pareo e cominciammo a carezzarci e baciarci per tutto il corpo suscitando ad arte l'uno il desiderio dell'altro. Finché Khaled mi sedette in grembo e, abbracciandomi e carezzandomi la schiena, si fece prendere da me. La sua espressione piena di piacere mi infiammò: lo tenevo lieve per la vita mentre lui mi si agitava sopra e presi a suggergli i dolci capezzoli turgidi spingendomigli dentro con movimenti di sotto in su complementari ai suoi.
Ci godemmo a lungo, tranquilli, dimentichi dei quattro che, in casa nostra, poco lontano, stavano discutendo sul nostro futuro. Ci scambiavamo il nostro amore godendoci la dolce notte sotto la luce argentata della luna, il mormorio delle onde che sottolineava il mormorio dei nostri cuori.
Quando infine, soddisfatti e per il momento appagati, senza neppure cingere i nostri pareo ma tenendoli in mano, tornammo alla nostra stanza, c'era solo Martin ad attenderci. Guardò le nostre nudità senza scomporsi, anzi, ci sorrise con un sorriso fra il dolce e il timido.
"Se ne sono andati." disse.
"Torneranno?"
"Credo di sì. Purtroppo, Dave, temo che abbia ragione Junior: anche se papà vi lasciasse in pace, presto qui pullulerà di giornalisti e loro non vi lasceranno in pace. Che intendete fare, voi?"
"Tu che ci consiglieresti?" chiese Khaled.
"Non lo so. Dipende molto da che cosa deciderà di fare papà. Comunque credo che vi converrebbe lasciare Tonga per un certo periodo, almeno finché non sarà chiaro come evolverà la cosa."
"Loro ci avevano detto che non potevamo uscire da Tonga per nessun motivo..." fece notare Khaled.
"Ma ora le cose sono cambiate. Io comunque tornerò a casa e cercherò di convincere papà che la cosa migliore è annunciare che si ritira dalla vita politica e che non si presenterà alle imminenti presidenziali."
"Credi di riuscirci?"
"Ne dubito, ma ci voglio provare." disse pensieroso Martin.
Discussi con Khaled e alla fine decidemmo che forse poteva valere la pena di concederci un qualche lungo viaggio per sottrarci a quanto sarebbe accaduto di lì a poco. Telefonai allora a Bruce invitandolo a venire nella nostra isola. Quando gli dissi che pensavamo di farci un viaggio di qualche mese da qualche parte, sembrò interessato.
"Se non volete prestarvi ad incriminare il servizio segreto per la tua falsa morte, forse questa è la soluzione migliore." ammise, poi chiese: "Dove pensereste di andare? Avete qualche idea?"
"No, non ancora. Comunque dovremmo anche pensare a come organizzare qui dopo la nostra partenza. Sia per fare andare avanti l'albergo, sia nell'eventualità che vengano davvero i giornalisti a cercarmi, ad indagare. Credo che dovrò dire tutta la verità almeno a Jeff e a Mike e Loui."
"Già, forse... anche se meno gente sa..."
"Ormai, Bruce, non fa molta differenza, non credi? E se sanno, sapranno eventualmente reagire meglio alle eventuali indagini, no?"
Telefonai a Jeff chiedendogli de poteva venire al più presto, assieme a Sanit. Martin frattanto tornò a casa promettendomi di tenersi in contatto con me e mi dette il numero del suo cellulare in modo che potessi rintracciarlo in qualsiasi momento. Anche Junior era andato via, solo Bruce era restato.
Quando arrivarono Jeff e Sanit, chiamati anche Mike e Loui, svelai loro la mia vera identità e la storia che ci aveva portati fin lì. Il più stupefatto fu Sanit, il meno colpito Loui. Jeff disse che avrebbero mandato avanti loro l'albergo e che comunque, chiunque fosse venuto ad indagare su di noi, loro avrebbero sostenuto che eravamo certamente due tongani, e che se Johnathan assomigliava a Dave, era solo una buffa coincidenza. Anzi, Jeff propose di dire che ci si conosceva da circa dieci anni, cioè da prima della mia "morte". Concordammo alcuni particolari. Bruce prendeva atto delle nostre decisioni e a volte contribuiva con consigli. Quando si trattò di programmare il nostro viaggio, io dissi a Bruce che non volevo che c'entrassero i servizi segreti. Né che sapessero o controllassero dove saremmo andati. Jeff si propose di aiutarci ad organizzarlo. Decidemmo che saremmo andati prima di tutto in Australia con Jeff e Sanit, poi di lì saremmo partiti. A Bruce non restò che accettare. Anche perché comunque, dopo che Larry aveva dimostrato di avere accesso ai servizi segreti, capiva che non sapeva più di chi poteva fidarsi o no in seno alla sua stessa organizzazione. Era strano per me vedere Bruce così remissivo...
Io e Khaled andammo a Sidney con Jeff e Sanit. Qui Jeff organizzò per noi due un lungo viaggio, prendendo tutte le precauzioni affinché nessuno potesse rintracciarci con facilità. La prima tappa sarebbe stata ad Okinawa, poi a Kyoto, di qui in Corea, quindi in Thailandia presso la famiglia di Sanit. Avremmo usato i nostri passaporti tongani e quindi riprendemmo a chiamarci, anche fra di noi, John e Abe.
Partimmo. La famiglia di Sanit ci accolse con calore. Non sapevano nulla che il ragazzo fosse gay e che convivesse con Jeff: credevano che Jeff fosse il suo principale e che Sanit avesse semplicemente trovato un ottimo lavoro dopo la laurea e che per ciò si fosse fermato in Australia. Dopo la Thailandia visitammo Ceylon, poi l'India, l'Afganistan, quindi salimmo in Ukraina e in Russia.
Dai giornali sapemmo che mio padre aveva annunciato di ritirarsi dalla vita politica. Telefonai allora a Martin. Mi disse che sia lui che Mary Ann avevano esercitato forti pressioni sul padre per farlo giungere a quella decisione che era la migliore per non far affiorare lo scandalo e che i suoi nemici all'interno del partito, in cambio, non avevano svelato che ero ancora vivo. Mio padre aveva ingoiato l'amaro rospo, non certo volentieri, ma s'era arreso all'inevitabile, soprattutto quando i miei due fratelli s'erano schierati contro di lui. Era tornato alla nostra cittadina di origine e papà era di nuovo stato eletto sindaco...
Con Khaled celebrammo: questo forse finalmente significava la fine di tutti i nostri problemi. Andammo in Germania ed allora io volli andare a cercare Rick e Klaus. Pensai di far loro un'improvvisata. Non erano più all'indirizzo che avevo, ma, avendo io i dati di Klaus, riuscii tramite l'anagrafe a scoprire la loro nuova residenza: vivevano ora a Norimberga. Arrivati nella bella città, telefonai dall'albergo a casa loro. Rispose Klaus. In inglese, gli chiesi se Ricky fosse in casa.
"No, rientra più tardi. Chi lo desidera?"
"Sono un suo vecchio amico, di passaggio. Mi chiamo Johnathan Marakei e sono qui con Abraham." risposi e Khaled ridacchiò scuotendo la testa divertito al mio scherzo.
"Ah, signor Marakei... Se volesse telefonare più tardi... o se mi vuole lasciare il suo numero di telefono..."
Gli dissi in che albergo eravamo scesi e il numero della nostra camera. Mi promise che mi avrebbe fatto richiamare da Rick appena fosse rientrato.
"Non ti ha riconosciuto?"
"No, ci siamo visti poche volte, parecchi anni fa. Ma forse Rick riconoscerà la mia voce..."
"Forse no: non può certo immaginare che tu sia ancora vivo, no?" mi disse Khaled carezzandomi. Mi sospinse sul letto, mi sbottonò la camicia ed iniziò a baciarmi e carezzarmi.
"Ehi, giovanotto, che ti prende?" gli chiesi carezzandolo e slacciandogli i calzoni.
"Ho voglia di te, ragazzo. Vuoi essere mio?" mi chiese scherzoso.
"Oh, sì, prendimi!"
"Dici così facilmente di sì a tutti?" mi chiese Khaled togliendomi i calzoni di dosso.
"No, a tutti no, ma a te, sì, sempre."
"E perché a me sì?" mi chiese inserendosi pieno di desiderio fra le mie gambe.
"Perché sono innamorato di te." risposi offrendomi a lui.
"E perché sei innamorato di me?" mi chiese spingendomisi dolcemente tutto dentro.
"Perché sei l'uomo più splendido che abbia mai incontrato. Specialmente quando mi fai tuo..." sospirai io felice mentre iniziava a muovermisi dentro con virile passione.
Lo stavo prendendo io quando squillò il telefono. "Rispondi, dev'essere Rick..." sospirò Khaled.
"Dopo lo richiamo." risposi continuando a prenderlo con gusto.
"Ma..." disse Khaled.
"Cos'è, vuoi che smetta?"
"No..." mormorò lui e mentre il telefono continuava a squillare mi tirò a sé e mi baciò profondamente.
Continuammo a fare l'amore con passione e calma finché giungemmo all'apice del piacere e ci abbandonammo soddisfatti l'uno nelle braccia dell'altro.
"Con te, ogni volta è meglio della precedente..." mi sussurrò Khaled carezzandomi con dolcezza. Poi aggiunse: "Ma ora forse è meglio se richiami Rick."
Presi il telefono. Rispose lui.
"Pronto, sono Johnathan Marakei."
"Signor Marakei... mi ha detto Klaus che mi aveva cercato, ma, mi perdoni, io non mi ricordo di lei. Dove e quando ci siamo conosciuti?"
"Secoli fa... ad una festa... Sono di passaggio qui a Norimberga col mio compagno ed avrei piacere di rivederla."
"Sì..." rispose incerto Rick, poi aggiunse: "Se voleste venire qui da noi, vi attendiamo."
"Il tempo di prendere un taxi, se non disturbiamo."
"No, certo. A presto, allora."
"Non ti ha riconosciuto?"
"Penso proprio di no." risposi a Khaled mentre ci rivestivamo.
Prendemmo il taxi ed arrivammo alla casa di Rick e Klaus. Suonai alla porta. Ci aprirono, salimmo. Quando scesi dall'ascensore, Rick era sulla porta.
Mi guardò, spalancò gli occhi poi mormorò: "Dave?"
"Sì Ricky." gli risposi con un sorriso.
"Oh cavolo! ma sei vivo?"
"Come vedi..."
"Oh cavolo... ma..." balbettò guardandomi e riguardandomi completamente sconvolto. Poi allargò le braccia, e ci stringemmo con forza. "Com'è possibile? Dio che emozione! Ma entrate, entrate..."
Gli raccontai tutta la storia. Klaus ci versò da bere. Ci riempirono di domande. Rick era felice di rivedermi e la sua felicità mi riempì di piacere. Vollero a tutti i costi che lasciassimo l'albergo e che ci trasferissimo da loro nella stanza degli ospiti.
"Non hai avuto una vita facile, povero amico mio. Da quella volta che ci scoprirono, per me è iniziata la felicità e per te, invece..."
"Beh, anche per me, da quando ho conosciuto Khaled, nonostante tutto quello che han cercato di farci passare."
"Comunque, adesso capisco perché tuo padre ha rinunciato alla vita politica: la scusa dei motivi di salute non è che mi avesse convinto molto. Hai mai più sentito tuo padre, da allora?"
"No, mai. Né ci tengo, sinceramente. Pare che le nostre vite siano inconciliabili, in qualche modo. Ho rivisto Junior e sono in contatto con Martin."
"E Mary Ann?"
"L'ho solo sentita per telefono. Io non ho voglia di andare da lei, perciò se non verrà lei da me..."
"E Larry? Non mi aspettavo che giocasse così sporco con te."
"Mah, la passione politica. E ora sarà felice di essere riuscito a mettere fuori gioco mio padre."
Restammo una decina di giorni con Klaus e Rick, che si prodigarono per farci passare giorni indimenticabili. Quindi decidemmo di passare per Parigi. Tutti e due avevamo una gran voglia di rivedere i luoghi che avevano conosciuto i primi passi del nostro innamoramento. Tornammo a ballare nella discoteca in cui ci eravamo incontrati la prima volta e lui di nuovo ballò solo per me, proprio come allora. Mi sorrise, gli sorrisi. Poi andai al bar a prendere da bere, lui venne al mio fianco.
Gli sorrisi di nuovo e gli chiesi: "Posso offrirti da bere?"
"Sì, grazie, ma un analcolico: sono musulmano, io." disse lui.
"Ah, non mi eri sembrato un arabo, avevo pensato piuttosto ad uno spagnolo."
Andammo a sedere ad un tavolinetto. "Sei gay?" gli chiesi ricreando l'atmosfera di allora.
Sorrise: "Un arabo non ammetterà quasi mai di essere gay, ma io lo sono. E mi piacciono gli uomini, non i ragazzini."
"Sono troppo giovane, per te?" gli chiesi con un lieve sorriso malizioso.
"No, hai proprio l'età giusta, sai? Hai un posto?"
"No."
"Possiamo andare nella mia camera d'albergo. Vieni?"
"Sì, ma cosa diranno alla lobby?"
"Niente. Ma tu vuoi solo divertirti con me o hai intenzioni serie?"
"Io? Mah, cominciamo a vedere come fai l'amore e poi ti dirò..." gli dissi ridendo e tornammo al nostro albergo, pieni di desiderio.
Andammo poi a Londra, quindi a Madrid e di qui, in treno, visitando diverse città della Spagna e del sud della Francia, scendemmo tranquillamente fino a Roma. Quella lunga vacanza ci stava facendo bene a tutti e due, stavamo riprovando il gusto della libertà.
A Roma ci installammo in un albergo non lontano da Piazza Navona. Avevo sentito Mary Ann per telefono e mi aveva detto che ci avrebbe raggiunto a Roma: finalmente l'avrei rincontrata, dopo tanti anni.
La andammo ad aspettare all'aeroporto. Non la riconobbi subito, fu lei a riconoscere me. S'era fatta una donna elegante, raffinata, diversa dalla signorinetta di ventuno anni che avevo lasciato. Era splendida nei suoi trenta anni, direi regale.
Mi abbracciò stretto, poi, guardando verso Khaled, gli porse la mano: "Sono contenta di conoscerti... posso darti del tu, vero? Martin m'ha parlato molto di te e in termini decisamente lusinghieri, così non vedevo l'ora di conoscerti." gli disse con vero calore.
"Anche John, cioè Dave, mi ha parlato molto di te, Mary Ann. Benvenuta a Roma."
La portammo in albergo, il nostro stesso dove le avevamo prenotato una stanza. Ci chiese un po' di tempo per rinfrescarsi. Le dicemmo che l'avremmo attesa in camera nostra. Uscimmo assieme per girare un po' la città e chiacchierammo allegri e distesi. Poi andammo a mangiare in una trattoria che mi avevano consigliato in albergo, un locale caratteristico un po' fuori città.
Mentre Khaled era in bagno, Mary Ann mi disse: "È molto simpatico, e bello. E si vede che vi volete bene. Sei finalmente felice, Dave?"
"Sì, Mary Ann, lo sono. È un compagno splendido. Siamo assieme da otto anni e grazie al suo amore sono stati, nonostante tutto quello che ci hanno fatto passare, anni di felicità."
"Ora potresti anche tornare, con lui, no?"
"No, Mary Ann, come t'ho detto non ho, non abbiamo nessuna intenzione di lasciare la nostra isoletta. Ormai la nostra vita è là, per la mia terra io non esisto nemmeno più. Ormai siamo due tongani, i cugini Johnathan e Abraham Marakei, come è scritto nei nostri passaporti. E poi, a parte te e Martin, non ho più niente altro che mi riguardi, là, se non brutti ricordi."
"Ti capisco. Sono contenta comunque di vederti bene, in forma, felice. Se però un giorno decidessi di tornare, sai che casa mia e di Martin sono sempre aperte per voi."
"Grazie, sei un tesoro."
Con Mary Ann girammo un po' per varie città italiane: anche lei era la prima volta che ci veniva. Quindi la riaccompagnammo in aeroporto e noi prendemmo la nave per il Marocco: Khaled ci teneva a farmi vedere la sua terra.
"Ma e se i tuoi ti riconosceranno? Dopo tanto tempo, un così lungo silenzio..." gli chiesi.
"No, non andremo nella zona del mio villaggio. È lontano da Marrakesh, che voglio farti visitare. E lì non conosco nessuno, non mi conosce nessuno."
"Non ti mancano i tuoi? Tu eri in buoni rapporti con la tua famiglia, no?"
"Sì, perché non sapevano che sono gay. Se non fossi dovuto scomparire con te, avrebbero presto cominciato a fare pressioni perché mi sposassi e allora sarebbero cominciati i problemi. E avrei dovuto lasciarli comunque, per poter vivere la mia vita. Sono felice di aver incontrato te."
"Nonostante tutto? Il rapimento, il confinamento a Tonga... Non hai neppure terminato i tuoi studi..."
"Preferisco te all'elettronica, credimi." mi rispose Khaled allegro.
Dopo una breve crociera, sbarcammo in Marocco. Khaled, visto che avevamo passaporti tongani, aveva deciso di fingere di non capire l'arabo e di parlare solo francese o inglese. E di fare il turista assieme a me. Raggiunta Marrakesh ci facemmo portare da un taxi fino all'albergo che avevamo prenotato dall'Italia. Più di una volta si rivolsero a Khaled in arabo, compreso il tassista, ma sembravano accettare senza problemi che lui non fosse arabo ma tongano, anche perché probabilmente non avevano idea dell'aspetto fisico di un tongano.
"Che effetto ti fa fare lo straniero in patria?" gli chiesi quando fummo nella nostra camera.
"Divertente. Ascoltare quello che dicono credendo che non li capisca mi fa sentire un po'... come un guardone, ma è divertente. Comunque, devo dirti, sto scoprendo che non mi sento più tanto arabo. Mi sembra quasi che questo mondo, questa cultura siano lontani mille miglia dalla mia vita."
"Eppure continui a non bere alcolici, a non mangiare carne di maiale..." gli feci notare, ma senza volerlo criticare.
"Abitudini, difficili da perdere." disse lui tirandomi a sé, "come quella di accendermi di desiderio per te, amore mio. Un'abitudine che non ho nessuna intenzione di perdere." mi sussurrò stringendomi a sé di dietro, mordicchiandomi un'orecchia e facendomi sentire il suo turgore contro il sedere.
"Neanche io..." sospirai spingendomi e sfregandomi contro di lui poi gli chiesi: "Mi vuoi?"
"Sì, amore..."
Eravamo davanti alla finestra della camera. Mi appoggiai al davanzale mentre lui mi apriva e mi faceva calare i calzoni e mi spinsi contro di lui. Sentii che anche lui s'era aperto i calzoni. Carezzandomi il petto, il ventre e fra le gambe, mi si addossò e spinse. Lo accolsi in me, mentre guardavo il panorama solatio e pensai che era bello sentirlo in me. Da qualche parte una nenia araba accompagnava i suoi movimenti in me e mi sentii presto trasportare in paradiso. Da una finestra di fronte un altro cliente dell'albergo, semiaffacciato come me, mi fece un cenno di saluto a cui risposi.
"Chi saluti?"
"Un altro cliente dell'albergo affacciato alla finestra. Non lo vedi?"
"No..."
"Perciò neppure lui vede te..." notai ridacchiando.
"Ti dispiace o sei contento?" chiese Khaled stantuffandomi dentro col suo consueto vigore.
"Né l'uno né l'altro. Più forte, dai..." lo incitai socchiudendo gli occhi.
"Sì, ma vieni a letto, dai: ti voglio prendere da davanti, mi piace guardarti, lo sai..."
"Sì..." gli dissi staccandomi da lui.
Andando verso il letto ci liberammo degli ultimi abiti quindi, stesici, ci unimmo di nuovo.
Khaled era voluto rimanere in albergo perché si sentiva un po' stanco. Io volevo restare con lui, ma insisté che non rinunciassi alla visita guidata nella città vecchia, organizzata dall'albergo per i clienti.
La visita fu interessante. Durò tutta la mattina e doveva proseguire anche il pomeriggio, dopo il pranzo in un ristorante tipico. Io stavo aspettando proprio di andare in ristorante per telefonare a Khaled per sentire come stava. Scesi dall'autobus, entrammo alla spicciolata nel ristorante. Io stavo avviandomi verso il telefono, quando notai un arabo con un cartello su cui era scritto "Mr. Marakei" che teneva alto perché tutti lo vedessero.
Sorpreso e un po' preoccupato, mi avvicinai: "Sono io Marakei..." gli dissi.
"Ah, signore, se vuole seguirmi, c'è qui fuori un'auto dell'albergo che la attende."
"Perché, che è successo?" gli chiesi ancora più preoccupato.
"Il suo parente, un incidente..."
"Incidente? Che incidente?"
"Non so signore, mi hanno solo mandato a prenderla."
Lo seguii col cuore in tumulto: che incidente, che poteva essergli successo? S'era sentito male? Non avrei dovuto lasciarlo, mi dicevo, mentre l'auto procedeva lenta, incredibilmente lenta, per le viuzze affollate di gente. Come dio volle arrivammo finalmente all'albergo e qui mi sentii stringere il cuore: c'era un'ambulanza, parecchie auto della polizia, folla.
Scesi ed andai di corsa nella hall. Qui un impiegato mi riconobbe: "Mister Marakei..." disse ad alta voce venendomi incontro e, assieme a lui arrivarono due poliziotti in uniforme ed un uomo in borghese, che si qualificò come ispettore di polizia e, in francese, mi chiese: "Lei è il cugino del signor Abraham Marakei?"
"Sì, sono io. Ma che è successo, dov'è Abraham?"
"Mi spiace molto, signore, ma... stiamo cercando di ricostruire i fatti... Se vuole seguirmi..."
"Dov'è Abraham?" gridai quasi.
"Purtroppo devo darle una cattiva notizia, l'hanno portato in ospedale."
"Sta male? È ferito?"
"Sfortunatamente, signore, lo hanno portato all'obitorio dell'ospedale per l'autopsia, signore."
Persi i sensi. Quando mi ripresi ero steso sul letto di una camera dell'albergo, non la nostra. Nella stanza c'erano due poliziotti, un infermiere, un impiegato dell'albergo.
"Come si sente?" mi chiese l'infermiere appena vide che avevo riaperto gli occhi. Un poliziotto uscì e tornò poco dopo con un funzionario. Questi mi chiese se mi sentivo di rispondere ad alcune domande. Ed iniziò l'interrogatorio. In un primo momento pensai quasi di dire loro chi fosse veramente Khaled, ma poi preferii mantenere la versione dei due tongani.
"Come mai era circonciso, suo cugino?" mi chiese ad un certo punto il funzionario.
"Una fimosi, da piccolo..." risposi.
"Sembra un marocchino..." disse il funzionario.
"No, nemmeno una goccia di sangue arabo, siamo cugini, lo so bene." insistei io. Dire la verità voleva dire riportare a galla tutta la nostra storia e non volevo: ormai non serviva più a nulla.
Khaled era stato accoltellato, nella stanza, da un fattorino dell'albergo che si difendeva dicendo che aveva dovuto farlo per sottrarsi alle pesanti avance sessuali del cliente. Non lo credevo, lo dissi con risolutezza. D'altronde non era certo per un furto che era stato ucciso, disse l'ispettore dopo che mi ebbero permesso di tornare nella nostra stanza e di verificare se mancasse nulla. Chiesi di fare un paio di telefonate. Chiamai Martin e Jeff e li avvertii. Entrambi dissero che sarebbero venuti subito a Marrakesh.
Potei finalmente rivedere Khaled. Era steso nudo su un piano di marmo, nell'obitorio, coperto da un lenzuolo. Non avevano ancora eseguito l'autopsia. Sulle ferite del pugnale erano stati messi cerotti. Lo carezzai per l'ultima volta, lo ricoprii. Non credevo alla versione data dall'omicida che invece la polizia sembrava accreditare.
Arrivarono prima Jeff, poi Martin e fui sorpreso quando mi disse che era venuto anche Bruce con lui e che ora era in ambasciata. Spiegai loro il poco che sapevo, e che avevo insistito sulla nostra identità tongana, perché non volevo risollevare altri problemi. Dissi anche loro che non credevo assolutamente che Khaled avesse molestato, né sessualmente né in altro modo l'assassino. Chiesi a Jeff se voleva occuparsi lui di far portare Khaled a Tonga e di vedere se poteva essere sepolto sulla nostra isola. Jeff si dette subito da fare.
Quando fummo soli, Martin mi abbracciò stretto, senza dire niente e finalmente piansi. Mi sentivo completamente inebetito, vuoto, mi sembrava che anche per me la vita avesse smesso di scorrere. Martin volle che si condividesse la stanza per la notte. Lo lasciai fare. Jeff mi disse che prima doveva essere eseguita l'autopsia, poi si sarebbe potuto trasportare il corpo di Khaled a Tonga, via Australia. Stava facendo tutte le pratiche necessarie tramite l'ambasciata australiana che curava gli affari tongani in Marocco.
Poi arrivò a Martin una telefonata da Bruce. Aveva fatto delle ricerche ed era risultato quello che aveva sospettato: l'assassino era stato uno dei compagni di appartamento di Khaled a Parigi, che lavorava nel nostro albergo. L'aveva riconosciuto e per questo l'aveva ucciso, come avevano minacciato di fare quando il servizio segreto francese li aveva arrestati. Io non avevo pensato affatto a quella possibilità e questa notizia mi fece sprofondare in una mare di rimorsi: era stato ucciso per colpa mia. Conoscere me gli era stato fatale.
Non avrei dovuto accettare di passare in Marocco, mi dicevo, non avrei dovuto lasciarlo solo quella mattina, mi accusavo.
Invano sia Martin che Jeff cercavano di convincermi che non era colpa mia. Mi sentivo distrutto.
Finalmente potemmo riportare a casa il corpo di Khaled. Martin volle accompagnarmi fino a Tonga e fermarsi alcuni giorni con me. In Australia avevo fatto cremare il corpo di Khaled e sull'isola, accanto alla casa, avevo fatto erigere un cippo sotto cui avevo fatto interrare l'urna delle ceneri. Attorno al cippo Loui piantò un'aiuola di cespugli di fiori. Dalla camera da letto potevo vedere il cippo mentre mi addormentavo e la mattina appena mi svegliavo.
Arrivò anche Mary Ann a trovarmi. Il calore degli amici, di Martin e di mia sorella mi facevano bene, ma non lenivano lo strazio per l'improvvisa, assurda perdita del mio amato. Era un vuoto incolmabile. Ripresi a poco a poco ad occuparmi dell'albergo: ne avevo bisogno. Riuscii anche poco alla volta a far sì che la mia profonda tristezza non trasparisse. Jeff, Sanit, Mike e Loui mi stavano molto vicini, con autentico affetto.
Il tempo sembrò lenire la mia pena. Ora sono passati dieci anni da quell'orribile giorno in cui mi hanno rapito Khaled. Proprio quando ho cominciato a scrivere queste mie righe era il giorno del decimo anniversario.
Più volte, in modo delicato, Jeff ha cercato di dirmi che la vita continua: mi ha fatto notare che anche lui, quando aveva perso il suo Dick, si era sentito perso, che non gli interessava più nulla, ma che poi aveva trovato il suo Sanit, con cui ora era felice.
Può darsi che un giorno anche io trovi il mio "Sanit", non posso certo escluderlo. Ma il fatto è che mi sento ancora troppo legato al mio Khaled, il cui cippo saluto più volte al giorno, accanto a cui spesso siedo a chiacchierare, a raccontargli le cose banali di ogni giorno, e so che lui, in qualche modo, mi ascolta.
A volte mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non fossi stato il figlio del presidente... Probabilmente, anzi, sicuramente, non avrei conosciuto Khaled e perciò lui sarebbe ancora vivo, forse in Francia, forse col suo amante...
Ma, per quanto possa sembrare strano, ho finalmente perdonato a mio padre di aver voluto essere presidente, a spese mie e, in qualche modo, di Khaled. Ho capito che non ha senso imputare a lui tutto questo che ho raccontato. Forse, ora, sarei anche in grado di incontrarlo, senza rancore, senza recriminazioni. Anche se per ora non ne sento affatto l'esigenza.
EPILOGO
Ecco, questa è la mia storia, che volevo raccontare. Certo, nonostante abbia falsato nomi di paesi, nomi di persone e date, forse qualcuno riuscirà a capire chi era mio padre, chi sono io. Un po' più difficile che capisca chi era Khaled e dove è la mia isola: logicamente sarebbe inutile cercarla in Tonga.
A volte mi chiedo: se dovessi ricominciare la mia vita tutta da capo, ripetendo tutto quanto mi è capitato, lo farei? La risposta è chiara, netta: sì. Perché questo vorrebbe dire anche rivivere quegli splendidi anni di amore con Khaled, il mio forte, dolce, virile, tenero Khaled. Sì, varrebbe la pena di ripetere tutto, anche il trauma del suo assassinio, pur di riavere il suo amore meraviglioso, non ne ho alcun dubbio. E credo che se lo chiedessero a lui, anche lui sarebbe disposto a morire altre dieci, cento, mille volte pur di rivivere quegli gli anni con me.
Ma la vita scorre una volta sola, irripetibile. Non resta che viverla, giorno per giorno, con le gioie e gli affanni che ci propone, aspettando il domani.