Se davvero esiste qualcosa chiamata destino, il mio è stato fissato da mio padre quando avevo quattordici anni. È un destino che si chiama felicità, ora posso dirlo, anche se allora davvero pensavo proprio il contrario. Ma non sempre guardando in avanti si riesce a capire in che direzione volgerà la strada, neppure mentre la si percorre, anzi, tanto più mentre vi si cammina magari a malincuore.
Avevo quattordici anni ed ero il terzo dei quattro figli maschi di Fujita Monzaemon: il primo era Heizaemon che aveva allora diciannove anni, poi veniva Zenbei di diciassette, quindi io, Shigehide, infine Nagahide che aveva dodici anni. Era quello un periodo di grandi cambiamenti, di grandi novità, ma pure di grandi incertezze.
Nostro padre, amante della cultura, aveva voluto che tutti e quattro noi figli maschi studiassimo e perciò pagava, generosamente, diversi istruttori privati che venivano a farci lezione in casa. Li aveva scelti fra i migliori che c'erano allora nella nostra zona: se lo poteva permettere, grazie alle ricchezze accumulate da generazioni di nostri antenati e saggiamente amministrate da loro e da nostro padre. Io, in particolare, amavo molto gli studi ed avrei voluto diventare un vero letterato: mi attraevano soprattutto gli studi cinesi, ma anche la nostra letteratura del passato. Di quest'ultima, in particolare mi piaceva la narrativa del periodo Genroku. O forse, a ripensarci ora, mi piaceva il mio insegnante e di riflesso ciò che mi insegnava.
Era un uomo di ventotto anni, figlio di un samurai minore del nostro feudo, di nome Ishiyama Hirosato. Suo padre, nonostante fosse di rango inferiore, era amico intimo di nostro padre. Mi chiedo se da giovani non fossero stati amanti. Certo è che a me Hirosato piaceva moltissimo, e non solo come insegnante. Era un uomo molto virile eppure aveva una dolcezza affascinante. Oltre ad un corpo a dir poco perfetto, cosa piuttosto rara in un letterato o in un uomo di studi che tende alla pigrizia e a non curare il proprio corpo. Non così Hirosato-sensei. In breve: me ne innamorai perdutamente. Nella mia mente e nel mio cuore nacque una determinazione: volevo essere suo. Solo e per sempre suo. E proprio lo studio della letteratura Genroku me ne dette l'opportunità. Studiavamo un testo che parlava dell'amore fra un giovane samurai di nome Shigetsugu ed un paggio del suo signore, di nome Yukichi.
"Se Shigetsugu era bello come Hirosato-sensei, anche io non avrei potuto far altro che innamorarmene." dissi ad un tratto, senza sapere neppure io dove avessi trovato il coraggio di rivelargli i miei sentimenti, e senza avere il coraggio di guardarlo in volto.
Il silenzio che accolse queste mie parole mi parve interminabile. Mi sembrava di poter sentire il rumore assordante del battito del mio cuore, simile a quello dei cavalli lanciati al galoppo nel matsuri del nostro tempio di famiglia. Trattenevo il respiro, il mio corpo tremava.
"E se Yukichi fosse stato bello solo la metà di Shigehide-dono, chiunque sarebbe stato emozionato e fiero nell'accogliere il suo amore." mormorò il mio maestro sfiorandomi appena la mano con cui tenevo il testo di studio. Guardai quella mano, posai il libro e vi posi sopra la mia in una lieve carezza.
"Ma il loro amore è finito tragicamente." aggiunse a mezza voce Hirosato-sensei, con tono dolce.
"Ne è valsa sicuramente la pena, penso."
"Anche se fosse durato un solo giorno invece che un solo anno. Shigehide-dono, sapete che cosa mi state chiedendo?"
"Sensei, questo ragazzo vorrebbe poter appartenere a Hirosato-sensei, essere tutto e solo suo."
Fu il mio primo uomo. Mi colse come un fiore prezioso, con estrema delicatezza ma con un calore che ancora oggi non mi abbandona. Fu lui che mi trasformò da un ragazzino appena post pubere in un uomo adulto, in un maschio completo. Il suo amore e la sua passione. E che mi insegnò tutte le sottili arti dell'amore fra uomini. E fui completamente suo.
Il nostro rapporto non durò un giorno solo ma, purtroppo, neppure un intero anno. Però nella mia vita rappresenta ancora uno dei periodi più fulgidi, luminosi pieni di calore e di colore. Le ore di intimità con Hirosato furono le più belle, le più intense, le più dolci di tutta la mia giovinezza. Quando mi accoglieva fra le sue forti braccia, ogni volta che mi prendeva e mi faceva suo, che potevo sentire la sua virilità danzare in me, per me non esisteva null'altro.
Avrei voluto gridare a tutti la mia felicità di quei giorni meravigliosi, di quell'amore che avevo miracolosamente scoperto, che mi colmava, che stavo sperimentando giorno dopo giorno. E mi sono pentito, in seguito, di non aver avuto il coraggio di farlo allora. Se l'avessi fatto, forse, saremmo ancora assieme. O forse no: quanto potere abbiamo davvero noi di far volgere la vita nel senso che desidereremmo?
Mio padre, un giorno, ci riunì tutti. Quando entrammo nella stanza e vedemmo le sue due spade esposte nel tokonoma, capimmo che doveva averci riuniti per un motivo molto serio.
"I Fujita hanno una lunga storia. Da quando Kichizaemon entrò al servizio dei Maeda, quindici generazioni fa. Storia che si è svolta sempre con onore, perché tutti i nostri antenati hanno saputo unire due doti essenziali: la fedeltà alla lungimiranza.
"Questi sono tempi di grandi cambiamenti. L'Imperatore ha deciso di trasferire la capitale ad Yedo. Un nuovo Giappone sta ora prendendo forma e chi saprà affiancarsi all'opera di Sua Maestà in questo momento, plasmerà questo nuovo Giappone. E i Fujita, come al solito, non dovranno esserne parte trascurabile. Perciò ho deciso che voi quattro vi trasferiate a Yedo. Andrete ad abitare in casa di un nostro lontano parente, Mori Arinori, che è bene introdotto negli ambienti della nuova politica. Mori mi ha promesso che aiuterà Heizaemon ad entrare in politica, Zenbei nel nuovo esercito che Sua Maestà sta formando. Quanto a te, Shigehide, vista la sempre maggiore importanza che assumeranno d'ora in poi le relazioni con l'estero per lo sviluppo del nuovo Giappone, entrerai nella scuola di Studi Occidentali e studierai la lingua tedesca. Infine tu, Nagahide, entrerai a Corte come paggio del nobile Konoe. Così noi Fujita potremo dare con onore il nostro contributo e, al tempo stesso, mantenere alte le sorti della nostra famiglia e del nostro nome anche nel nuovo Giappone."
Per me fu un colpo terribile: prima di tutto non volevo essere allontanato da Hirosato-sensei e comunque a me non interessavano affatto gli studi dei "barbari del Sud". Ma non trovai il coraggio di parlare dell'amore che mi legava al mio maestro, e tutte le scuse che accampai per convincere nostro padre a farmi restare, non solo non sortirono nessun effetto, ma anzi lo fecero solo irritare notevolmente nei miei confronti.
Progettai di disobbedire, di fuggire, di... Ma Hirosato mi dissuase: "Non potrei continuare ad amare un uomo che rifiuta di assolvere ai propri doveri, di assumere le responsabilità che la sua famiglia gli chiede." mi disse lui, e solo la sua evidente tristezza nel dirmi queste parole mi fece capire quanto costasse anche a lui la nostra separazione. Quel giorno detestai cordialmente nostro padre.
Oggi non posso che ringraziarlo.
Arrivammo a Yedo, anzi a Tokyo, La Capitale dell'Est come era stata ribattezzata da poco meno di un anno, alla fine del mese di marzo.
La casa dei Mori era una residenza nuova, molto grande anche se ancora neppure completata, che sorgeva nella zona di Akasaka ed era circondata da un vasto giardino. Noi eravamo ricchi, ma i Mori lo erano molto più di noi. Mori Arinori aveva sei figli, di cui uno solo maschio, Ryoichi, che allora aveva diciotto anni. Ryoichi mi fu subito poco simpatico: si credeva chissà chi e ci faceva pesare il fatto che noi si venisse dalla "provincia"; prendeva in giro il nostro accento, il nostro modo di vestire. Ma era il figlio di Mori e perciò dovevamo rispettarlo. Heizaemon studiava con lui. Io, per fortuna in un'altra scuola. Qui, per la prima volta vidi la foggia di vestire occidentale: tutti, professori e studenti, dovevano infatti indossare quegli strani abiti. Anche io dovetti farmi fare la scomoda uniforme della scuola.
Almeno in parte la mia idea sugli abiti occidentali, a cui ormai mi sono abituato, oggi è cambiata. Ma allora mi sembrarono davvero strani e stravaganti. E scomodi. Oggi penso che gli abiti occidentali abbiano pregi e difetti, come in fondo li hanno anche i nostri abiti.
Il kimono è un tipo d'abito più comodo: il corpo ci si sente libero, a proprio agio. Inoltre indossando il kimono la forma del corpo non ha importanza, o ne ha molto poca. Quello che diviene importante nell'indossare il kimono è il portamento, il modo di muoversi. Inoltre, proprio perché rende meno evidenti le forme del corpo, indossando il kimono diventa più importante il volto, l'unico tratto veramente individuale in un uomo, o una donna, in kimono. Infine nella figura vestita in kimono vi è una notevole eleganza, rende tutti i movimenti più fluidi, morbidi, aggraziati.
L'abito occidentale, invece, sottolinea molto di più le forme del corpo di chi lo indossa. Se chi lo indossa ha un bel corpo può certo essere piacevole vederlo in abito occidentale, anche perché questo, nel maschio, lascia indovinare in particolare quella parte del corpo che da sempre attrae il mio sguardo. Ma di questo me ne sono reso conto solo in un secondo momento. All'inizio lo trovavo solo un abito scomodo, che lega e fascia il corpo e che lo rende meno elegante.
In abiti occidentali mi sentivo come in maschera o meglio come un burattino nudo.
All'inizio ero troppo triste per essermi dovuto separare da Hirosato-sensei e per essere costretto a vivere in quell'ambiente estraneo e forse anche per questo non ho saputo apprezzare subito le molte novità che la nuova vita mi stava offrendo.
Soffrivo molto, mi mancava terribilmente il mio uomo.
Mi mancava la sua presenza, la sua voce, il suo sguardo, il suo calore, il suo corpo, le sue mani sul mio corpo. Le ore di intimità con lui. Le continue dimostrazioni del suo amore per me. Potergli dare il mio amore, potermi dare a lui completamente, accoglierlo in me. E mi sentivo quasi di nuovo un ragazzino, senza di lui. Beh, ero ragazzino, ma lui mi aveva fatto sentire adulto. Sicuro. Felice.
Ora invece, a causa delle idee di mio padre, ero infelice, insicuro. Anche se per orgoglio non lo davo a vedere, in quella casa enorme e aliena. Fra quella gente così peculiare.
I Mori, genitori e figli, erano terribilmente amanti di tutto ciò che era occidentale. Vestivano quasi sempre all'occidentale, mangiavano all'occidentale, e nella casa avevano fatto anche fare stanze arredate all'occidentale. Io, quando sedevo su quelle sedie alte e strane, mi sentivo terribilmente impacciato. Preferivo di gran lunga la mia stanzetta tradizionale. Il mio kimono. Sedere sui tatami.
Quando tornavo a casa da scuola, toglievo subito quegli abiti alieni ed indossavo i miei più comodi abiti tradizionali. Avevo molto da studiare, perciò passavo la maggior parte del mio tempo nella mia stanzetta. E ne ero contento, perché non ho mai legato granché con i Mori. Stavo bene quando potevo stare solo nella mia stanza. A parte la nostalgia per Hirosato-sensei.
La nostalgia per Hirosato fu forse quello che mi spinse ad accettare la corte di Saburo.
Saburo era un giovane servo dei Mori. Aveva ventiquattro anni ed era un bel ragazzo. Fin dall'inizio avevo notato che aveva per me speciali attenzioni, ma avevo pensato che il padrone gli avesse ordinato di prendersi cura di me in particolare e che semplicemente facesse bene il proprio lavoro. In fondo in casa Mori i servi non mancavano certo. Saburo aveva un sorriso ampio ed aperto, piacevole. E non facevo a tempo ad esprimere un desiderio che subito si faceva in quattro per esaudirlo. Ogni sera mi stendeva il letto e lo riponeva ogni mattina. Mi cambiava le candele prima che fossero troppo consumate. Non mi faceva mai mancare frutta fresca in camera. Mi chiamava quando l'acqua del bagno era calda al punto giusto poi mi versava addosso l'acqua per sciacquarmi dal sapone.
Quando dopo pochi mesi, mentre eravamo in bagno, lui si offerse di lavarmi la schiena, io lo ringraziai ed accettai. Le sue mani sul mio corpo erano delicate e forti, piacevoli. A dire il vero anche troppo piacevoli. Tanto che anche lui se ne accorse. Sorrise.
"A Fujita-sama dà piacere come sto lavando la sua schiena, non è vero?" chiese con un tono di voce caldo e dolce.
"....."
"Se Fujita-sama lo permettesse ad un semplice servo come me, potrei lavargli tutto il corpo." aggiunse allora lui e, senza aspettare una mia risposta, le sue mani insaponate passarono lievi sul davanti del mio corpo in una specie di lunga, piacevole, estenuante carezza. Che in breve mi fece perdere la testa.
"Fujita Shigehide-sama è davvero molto bello. Sembra più maturo dei suoi quindici anni. È un onore per me poterlo servire anche in questo modo."
"....."
I miei occhi erano fissi sul fundoshi rigonfio e palpitante del giovane servo, affascinati. Lui se ne accorse. Non disse nulla. Semplicemente, con un solo gesto, se li sciolse e questi scivolarono via morbidi, afflosciandosi lentamente sul pavimento. I miei occhi, le mie mani, non ebbero più ostacoli. Nonostante mi sentissi incerto sul fatto che fosse opportuno che facessi quelle cose col servo dei miei ospiti, in casa loro, e che chiunque sarebbe potuto entrare nel bagno da un momento all'altro, mi lasciai andare e lui rispose prontamente.
Così iniziò la mia relazione con Saburo. Relazione, non amore. Ogni volta mi ripromettevo che sarebbe stata l'ultima, ma quando lui mi toccava ero subito di nuovo pieno di desiderio di rifarlo. Quello che mi frenava non era il fatto che lui fosse un servo, ma solo il fatto che ero ancora profondamente innamorato di Hirosato e mi pareva così di tradirlo. Ma Saburo era troppo attraente, sapeva fare l'amore troppo bene perché io sapessi o potessi resistergli. Le sue mani sul mio corpo sapevano fare meraviglie. E io avevo anche troppo bisogno di quelle attenzioni per volergli veramente resistere.
Quello che in parte attenuò il mio senso di colpa, diversi mesi dopo l'inizio di questa mia storia con Saburo, fu la notizia che Hirosato si era sposato. Ci rimasi male più che se avessi saputo che aveva un altro ragazzo. Eppure ero ancora innamorato di Hirosato.
Non credo che Saburo fosse innamorato di me. O almeno nulla mai me l'ha fatto pensare. Semplicemente gli piacevo molto e me lo sapeva dimostrare con tutto il suo corpo forte ed asciutto.
Durante il giorno si comportava come un qualsiasi servo che sia devoto, rispettoso e premuroso.
Ma quando, in piena notte, scivolava silenzioso nel complice buio della mia camera, mi svegliava carezzandomi con dolcezza, s'infilava sotto la mia coperta e facevamo l'amore, allora era caldo e appassionato come un vero amante. Mentre facevamo l'amore mi sussurrava parole dolci, molto belle. In lui, nonostante l'istruzione mancasse, c'era certamente l'anima di un poeta. E ogni volta, dopo esserci uniti, Saburo mi ripuliva con delicata cura, mi ringraziava con un profondo inchino. Poi scivolava via, silenzioso com'era venuto.
No, non avrei saputo dirgli di no. In fondo avevo bisogno di lui. Avevo bisogno del suo corpo, del suo calore, del suo sesso. Ma, a differenza che con Hirosato, con lui non mi sentivo un uomo, ma solo il ragazzetto che ero. In seguito mi sono chiesto spesso il perché di questa differenza, ma non ho mai saputo darmi una risposta. O forse la risposta sta proprio nel fatto che fra me e Saburo mancava l'amore. Forse è proprio l'amore che ti fa sentire uomo. Il fatto di essere in grado di amare e, soprattutto, di essere amato.
La mia relazione con Saburo durò per quasi due anni, cioè fino a quando Saburo fu mandato da Mori a lavorare in casa della sua figlia maggiore che si era appena sposata. Così, di nuovo, restai solo come in fondo son restato per la più gran parte della mia vita.
La solitudine non mi ha mai spaventato. Ogni uomo in fondo nasce solo e solo muore. Come dice il poeta: si va dalla tinozza dell'utero a quella della tomba.
Mi immersi più che mai negli studi.
Il tedesco non mi sembrava una lingua difficile. Il nostro insegnante era un austero professore che veniva da Berlino e che si chiamava Herbert von Steiner. Aveva sui quarantacinque anni. La cosa più cospicua nel suo aspetto era la barba ed i baffi folti che davano al suo viso un'espressione arcigna. Parlava la nostra lingua in modo buffo ma sufficiente per farsi capire, però la usava sempre meno via via che noi si era in grado di usare la sua lingua.
Di mano in mano che imparavo a capire e leggere il tedesco, cominciai ad incuriosirmi riguardo alla letteratura di quel popolo. Fu proprio allora che iniziai a pensare che i "barbari del Sud" non erano poi tanto barbari. Avevano un'antica cultura degna di rispetto.
Compreso Herbert von Steiner.
Con i compagni non è che legassi molto. A parte le normali relazioni scolastiche, non ci si vedeva fuori da scuola: non mi interessava nessuno di loro. Visto che dovevo studiare cose diverse da quelle che avrei voluto, cercavo di applicarmi agli studi in modo di progredire in fretta e togliermeli di torno il più velocemente possibile.
I miei compagni sembravano tutti talmente entusiasti di quella nuova lingua e della cultura che le sottintendeva, che pareva volessero trasformarsi tutti in altrettanti tedeschi. Non io. Pur iniziando ad apprezzare l'una e l'altra, ero e mi sentivo sempre più giapponese, io. Eppure, in breve, divenni il migliore allievo di quel corso. Sembrava che avessi una dote particolare per il tedesco. Lo assimilavo quasi senza sforzo. Certo è, comunque, che lo studiavo giorno e notte, con tutte le mie energie. Anche perché non avevo niente di meglio in cui applicarle.
Così, alla fine del corso, avendo superato gli esami a pieni voti, la scuola mi fece avere una speciale borsa di studio da parte di Sua Maestà l'Imperatore che me la assegnò personalmente in una cerimonia a corte. Fu quella la prima e l'ultima volta che mi trovai di fronte all'Imperatore in persona. Inutile dire che ero profondamente emozionato. Anche Sua Maestà l'Imperatore aveva barba e baffi all'occidentale ed indossava una uniforme occidentale. Era quasi un voler simboleggiare la "modernizzazione" della nostra terra, quasi per far vedere alle potenze occidentali, ed al popolo giapponese, che non eravamo da meno di nessuno.
La borsa di studio consisteva nel fatto che entravo a far parte del gruppo che avrebbe accompagnato la missione governativa che stava per andare in Germania per rinegoziare i trattati, specialmente sul problema dell'extraterritorialità degli stranieri. Ma poi io e gli altri studenti che avevano vinto la borsa di studio, ci saremmo fermati in Germania per almeno due anni, con uno stipendio del governo giapponese, per approfondire la nostra conoscenza della lingua e della cultura tedesche.
Anche di questo non ero particolarmente contento, ma, in qualche modo, era l'ordine del mio Imperatore, pertanto non potevo che obbedire... ed essergli grato.
Tornai per un breve periodo a casa dai miei, in modo di fare i preparativi per il lungo ed avventuroso viaggio. Logicamente mio padre, e la mia famiglia, era molto fiero di me.
Rividi Hirosato-sensei ed ebbi una grossa delusione. Mi trattò come un caro ex allievo, non come il suo amante come mi sarei aspettato. Avrei voluto chiedergliene il perché, ma non ne ebbi il coraggio. Raggelato dalla sua formalità, mi preparai per la partenza. E capii che ero davvero solo.