Tornato a Tokyo, andai col treno fino a Yokohama, dove mi presentai all'imbarco. La nave su cui avremmo dovuto viaggiare era un enorme nave a vapore di nero ferro, battente bandiera inglese. Una volta imbarcato, dopo aver sistemato le mie cose nella cabina assegantami, fui presentato ai signori Iwakura, Kido e Okubo, che guidavano la missione in Germania. Con loro, oltre ad altri dignitari del governo, c'erano segretari, interpreti e il gruppetto di noi studenti: in tutti eravamo circa una cinquantina. Tutti rigorosamente vestiti all'occidentale.
Il personale della nave parlava quasi esclusivamente inglese ma fra di noi alcuni conoscevano anche questa lingua, quindi non c'era nessun problema, a parte per me e pochi altri che come seconda lingua non avevamo scelto l'inglese. Ma in fondo non è che avessimo necessità di particolari contatti con i marinai e in ogni caso, se necessario, qualcuno del nostro gruppo avrebbe potuto farci da interprete.
Noi studenti, una volta in Germania, avremmo dovuto studiare, oltre alla cultura, il progresso economico e militare di quella potente nazione. Per questo, durante il viaggio, un funzionario del governo ci indottrinò a dovere. Non dovevamo fare dello spionaggio, solo tenere gli occhi aperti ed imparare il più possibile prima di tornare in patria.
Per me c'era davvero tutto da imparare, a partire da come funzionasse quella grande nave che non usava vele né remi ma la forza del vapore! Nel molto tempo libero che ci si trovava ad avere a bordo, iniziai a girare in lungo ed in largo, pieno di curiosità. Fu così che, dopo pochi giorni di navigazione, uno dei marinai della nave mi si rivolse in tedesco:
"Davvero Lei parla tedesco, signore?" mi chiese.
"Eh? Sì. Ma non siete tutti inglesi qui a bordo? Come mai parli il tedesco?" gli chiesi io stupito.
"Mio padre è inglese, ma mia madre è tedesca, così io parlo le due lingue. Anche se non mi capita spesso di parlare in tedesco con qualcuno. Le dispiace se lo parlo un po' con lei, signore, nei miei turni di riposo?" mi chiese con un sorriso accattivante.
Era un bel ragazzo, con un corpo solido e un'espressione aperta e franca. Mi guardava con un sorriso pieno di speranza.
"Certo, mi farebbe piacere. Come ti chiami, marinaio?"
"Grazie mille, signore. Io mi chiamo Harris, Larry Harris, signore. Posso chiederle il suo nome?"
"Io mi chiamo Shigehide Fujita."
"Herr Fujita: se la chiamo così è corretto?"
"Sì, certo. E te, come devo chiamarti?"
"Larry. Larry va bene."
A poco a poco Larry entrò nei miei pensieri. Ci si cominciò ad incontrare abbastanza spesso; si parlava a lungo. Mi fece visitare la nave spiegandomene con competenza e pazienza il funzionamento e l'organizzazione. Ma anche mi raccontava dei suoi viaggi, della sua vita da marinaio. Navigava da dieci anni, cioè da quando ne aveva quattordici. Ora aveva quattro anni più di me: anche se dimostrava più della sua età eravamo quasi coetanei. Lo ascoltavo sempre più affascinato, lo guardavo sempre più affascinato. Il suo corpo, per certi aspetti, mi ricordava quello di Saburo, anche se Larry era più alto di una buona spanna ed aveva morbidi capelli castano chiari ed occhi di un verde grigio disseminato di pagliuzze d'oro, che rendevano il suo sguardo particolarmente bello e luminoso. Dalle sue movenze e dal suo corpo emanavano un vigore e una sottile sensualità che a poco a poco mi conquistarono.
Speravo sempre più di incontrarlo, di poter passare il mio tempo con lui e cominciai a fantasticare di poter passare con lui momenti di dolce intimità. Ma, anche se ne avessi trovato il coraggio, non avrei saputo assolutamente come poterglielo chiedere. O anche solo come poterglielo far capire. Queste cose a scuola non le insegnano e mi chiedevo come facevano in occidente per capire se per caso anche l'altro aveva desideri di una certa natura.
Da almeno due anni non avevo un uomo con cui poter giacere, e davvero mi mancava. E il marinaio Larry mi attraeva sempre più. Ma mi accontentavo di sognare di sentire le sue mani sul mio corpo o anche di poter passare le mie sul suo. Specialmente durante le notti, solo nella mia minuscola cabina, steso sulla cuccetta, al buio.
Quando era di servizio, se capitava di incontrarci, io gli facevo un cenno di saluto e lui rispondeva di lontano con un sorriso. Mi piaceva molto quel suo sorriso. Anzi, mi eccitava, letteralmente.
Sempre più.
Ma, in tutte e due le mie precedenti esperienze con un uomo, era stato sempre l'altro a prendere l'iniziativa, e per questo, oltre al problema della differenza culturale, non sapevo davvero come avrei potuto fare, per quanto il mio desiderio per lui stesse aumentando sempre più in fretta, diventando via via più intenso. Mi dissi che era meglio che mi rassegnassi e che dovevo smettere di sognarlo ad occhi aperti, perché tanto non c'era nulla da fare. Mi conveniva godermi semplicemente la sua compagnia senza aspettarmi che potesse accadere chissà che cosa. Dovevo smettere di pensare che fra noi due potesse mai instaurarsi una qualche intimità.
"Herr Fujita."
Era Larry che mi chiamava. Mi girai e lo guardai. Era illuminato dal sole ed i suoi capelli brillavano formando come un alone dorato attorno al capo: era bello. Mi sorrideva.
"A lei piace la birra, Herr Fujita?"
"Birra? Non l'ho mai bevuta."
"Le piacciono gli alcolici?"
"Il sake, molto."
"È un liquore forte?"
"Non l'hai mai bevuto?"
"No, mai."
"Ne ho un po' in cabina. Se vuoi te lo faccio assaggiare."
"Ah sì? Grazie. Allora stasera, se vuole, ci incontriamo e io porto della birra e lei il sake. Così li proviamo. Che ne dice?" mi chiese col suo solito sorriso accattivante, attendendo una risposta.
"Certo, va bene. Dove ci incontriamo?"
"Sarò libero piuttosto tardi stasera. Posso venire a bussare alla porta della sua cabina, se non la disturbo."
"Molto bene. Ti aspetterò, te e la birra."
"Ci può contare, Herr Fujita. E prepari il suo sake" disse lui allontanandosi svelto, col suo solito passo bilanciato e saldo, da marinaio.
Non era mai venuto a bussare alla mia cabina, benché sapesse dove era. Di solito ci si trovava sul ponte. Ma forse non voleva farmi aspettare troppo a lungo, o forse non voleva farsi vedere dai compagni bere assieme a me: lui era pur sempre un marinaio ed io invece un passeggero, anche se non dei più importanti. Forse era saggio che venisse nella mia cabina, dopo tutto.
Così sarebbe venuto nella mia cabina. Saremmo stati soli, io e lui. Per la prima volta dopo tanti giorni che ci si conosceva. Non potei fare a meno di immaginare... No, non dovevo mettermi certe idee in testa. Lui veniva solo a bere con me, un gesto d'amicizia, certo, ma niente più. Non dovevo confondere i miei desideri con la realtà delle cose. Lui veniva semplicemente a bere con me, mi ripetevo, semplicemente a bere.
Dopo aver cenato con gli altri del mio gruppo, tornai nella mia cabina. Per aspettare Larry. Lo aspettavo con una certa impazienza e, nonostante per tutto il pomeriggio mi fossi ripetuto che veniva solo a bere, con una certa trepidazione. Preparai il sake. Mi chiesi se togliermi gli abiti occidentali e mettere il kimono, ma rinunciai. La fiammella della lampada, che dondolava appena al rollio della nave, rischiarava il piccolo ambiente con la sua luce calda, a volte appena tremula. Il rumore sordo ed ovattato dei motori della nave era l'unico suono che si sentiva. Le mie orecchie erano tese a captare il suono di passi nel corridoio che mi avrebbe annunciato l'arrivo del marinaio.
Il tempo sembrava passare incredibilmente lento. Allora non avevo ancora un orologio, perciò non potevo verificare che ora fosse. Ero seduto al piccolo piano di scrittura, sull'unica sedia della mia cabina. Mi alzai e sedetti sul bordo della cuccetta. Era meglio che la sedia la riservassi per il mio ospite, pensai. Far sedere lui sul mio letto, poteva sembrare troppo intimo. Mi alzai di nuovo, nervoso. Non sapevo che fare, come ingannare il tempo dell'attesa. Presi un libro e mi misi a leggere. Non ricordo affatto che cosa fosse e forse anche allora in realtà non riuscivo neppure a concentrarmi su quello che stavo leggendo. Mi sentivo incredibilmente teso.
Finalmente venne. Udii i suoi passi fermarsi davanti alla mia porta, poi il bussare lieve ma deciso. Andai ad aprire, emozionato e me lo trovai davanti. Non avevo mai realizzato quanto fosse grande: occupava quasi tutto il vano della porta. In realtà forse era la porta ad essere minuscola, come la mia cabina. Sorrideva. Aveva fra le mani tre grandi, scure bottiglie di birra. Mi ritrassi per permettergli di entrare, ricambiando il suo sorriso. Si infilò dentro richiudendosi la porta alle spalle.
"Eccomi, Herr Fujita." disse semplicemente.
Gli indicai la sedia mentre sedevo sul bordo della cuccetta. "Accomodati."
Sedette. Guardò il piano di scrittura su cui avevo preparato due bicchieri e la bottiglia di sake. Vi posò accanto le tre bottiglie di birra. Poi mi guardò. Era vestito come al solito con l'uniforme, ma ebbi l'impressione che si fosse cambiato: sapeva di bucato.
"Cominciamo col suo liquore, Herr Fujita?"
Iniziammo a bere. Ed a parlare. La sua voce mi pareva calda e sensuale più che mai, quella sera. Forse perché parlava più piano del solito, forse perché eravamo soli, forse perché la sua vicinanza mi stava facendo eccitare molto più delle altre volte.
Passammo alla birra. Era forte, un po' amara, ma gradevole. E presto l'alcool iniziò a fare effetto ed io cominciai a sentirmi più rilassato, meno teso. Anche lui sembrava sentirsi a suo agio.
"Quand'ero a Yokohama quasi tutti i giapponesi indossavano il kimono. Voi qui a bordo, invece, siete sempre tutti vestiti come noi, all'occidentale voglio dire. Non ha il kimono lei, Herr Fujita?"
"Sì, certo."
"Come mai non lo indossa mai, allora?"
"Io lo metterei molto volentieri, è comodo. Ma i miei superiori non vogliono."
"Mi piacerebbe vedere come sta in kimono. Perché non se lo mette, ora? Per me. Tanto, i suoi capi mica la vedono, no?"
"Dovrei spogliarmi davanti a te..."
"Beh? Siamo fra maschi, no? Che problema c'è?"
"Mi vergogno a spogliarmi davanti ad un altro."
"Che? Non posso crederci. Voi giapponesi ai bagni pubblici, state tutti nudi senza nessun problema. Come può vergognarsi?"
"Al bagno è diverso. Tu non ti vergogneresti?"
"Spogliarmi davanti a lei?"
"Già."
"No, affatto, se lei ora mi dicesse di spogliarmi, lo farei senza problemi. Lo farei, se lei me lo dicesse."
"Se io te lo dicessi?"
"Se me lo dicesse."
"Davvero?"
"Sì, se lei me lo dicesse."
"Allora spogliati." gli dissi un po' per gioco, un po' in tono di sfida.
Forse eravamo tutti e due lievemente ubriachi. Ma lui si alzò in piedi. Con grande naturalezza prima si sfilò le scarpe, senza chinarsi, puntandosele l'una contro l'altra. Poi iniziò a sbottonarsi gli abiti che si lasciò scivolar via di dosso uno dopo l'altro. Senza fretta ma senza esitare, neppure quando arrivò agli indumenti intimi.
Io lo osservavo in silenzio, affascinato, emozionato. Lui mi guardava sorridendo tranquillo. Anche quando fu completamente nudo.
Aveva un corpo solido e forte anche se snello. Ed era peloso. Io, in seguito, ho visto occidentali molto più pelosi di lui, ma era comunque più peloso della media di noi giapponesi. In particolare sulle gambe e gli avambracci e sul centro del petto. Una peluria fine, chiara, che diventava folta e spessa solo sul pube. Quasi meccanicamente, senza riflettere, alzai un braccio e con la punta delle dita gli sfiorai la lieve peluria del petto: era morbida, serica, gradevole al tatto. Lui mi lasciò fare.
Poi, con voce che mi sembrò quasi roca, mi disse: "Può anche toccarmi... più in basso, se vuole."
Scesi allora a sfiorarlo fra le gambe e mi sentii avvampare di piacere a quell'insperato contatto. Stranamente non mi sentivo affatto imbarazzato.
Lui mi disse: "Io mi sono spogliato. Adesso tocca a lei, Herr Fujita."
"Giusto." dissi, e mi denudai, ora senza alcuna esitazione. Conscio solo della sua incipiente eccitazione che stava divenendo sempre più visibile. E quando fu lui a sfiorare il mio corpo in una lieve carezza, fremetti appena, ma lo lasciai fare senza il minimo problema.
"Sembra più giovane di quello che è, ma è ben fatto. Lei mi piace, Herr Fujita. Non ho mai fatto l'amore con giapponesi, io. L'ho fatto con negri, con arabi, con indiani."
"Maschi?" chiesi io con un filo di voce.
"Soprattutto. E lei, Herr Fujita?" chiese sorridente.
"Soltanto."
"Mai con una femmina?"
"No."
"Non ha perso granché. Vorrebbe farlo con me?" chiese con estrema semplicità, con una chiara luce di speranza che gli baluginava negli occhi chiari su cui si rifletteva tremula la fiammella della lampada traendone barbagli dorati.
"E tu?"
"Io? Da quando l'ho vista la prima volta non desidero che questo, mi creda. Lei mi attrae molto."
"Non l'avevo sospettato. Anche io lo desidero."
"Venga, allora." disse lui attirandomi a sé e guidandomi con gran dolcezza verso la mia cuccetta.
Non era un sogno: era reale, vero, caldo. E finalmente nudo, e stretto a me. Istintivamente mi abbandonai a lui, alla sua passione. Mi sentivo lieve e felice. No, non era solo l'effetto dell'alcool. Era l'appagamento di un desiderio troppo a lungo trattenuto. Il piacere di sentirsi desiderati da chi desideravo da diversi giorni.
"Herr Fujita..."
"Chiamami Shige, Larry. Dammi del tu."
"Shige, mi piaci."
"Anche tu, Larry. Sei un bel maschio."
"Voglio che questa notte sia indimenticabile."
"Solo questa?" chiesi io scherzoso.
"Cominciamo da questa. Cosa ti piace fare?"
"L'amore."
"Sì, certo, ma cosa?"
"Non lo so dire in tedesco. Non ci ha insegnato questo tipo di parole a scuola, il nostro insegnante."
"Allora te le insegnerò io. Questo si chiama cazzo."
Arrossii. Mi guardò stupito: "Perché arrossisci?"
"Quella parola..."
"Beh? È una parte del corpo, no? Come il naso o la mano. Tu mica arrossisci a parlare del naso o della mano, no? Questa è la tua mano, questo il mio naso, questo il tuo cazzo, queste le mie palle. Ripeti."
Obbedii. Sono sempre stato un buon allievo, io. Ma non ci limitammo solo alle parole, naturalmente. E comunque Larry era davvero un ottimo insegnante. Ma soprattutto un ottimo amante. Forse per il fatto di aver avuto esperienze in tanti paesi con tanta gente diversa in quei suoi anni di lavoro come marinaio.
Mi raccontò in seguito di aver fatto l'amore per la prima volta a tredici anni, un anno prima di me, con un giovane marinaio del suo paese. Gli piacque tanto che decise che avrebbe fatto il marinaio.
Dopo quella prima volta mi iniziò a raccontare anche le sue avventure erotiche. Gli chiesi come facesse a capire con chi poteva provarci. E lui mi spiegò.
"Di solito si capisce da come uno guarda gli altri uomini."
"Davvero? E come?"
"Come fai anche tu: con un interesse particolare, come se potesse guardare attraverso i vestiti."
"Ti guardavo così?"
"Sì, quasi ogni volta che ci si incontrava."
"Perché hai aspettato tanto per provarci con me, allora?"
"Sarebbe toccato a te fare il primo passo."
"A me? Perché? Sono più giovane di te, io."
"Ma tu sei più importante di me. Io sono solo un marinaio."
"Mi hai detto che i marinai lo fanno quasi tutti..."
"Sì, certo. Ma anche i soldati, specialmente quelli più giovani. Spesso lo fanno per soldi. Ma è una specie di scusa, di fronte a se stessi. Quasi per dirsi che a loro non piacciono davvero i maschi, ma che lo fanno solo per necessità. In realtà però chi lo fa, lo fa perché gli piace, altrimenti non lo farebbe per nessuna cifra. Tanto più che spesso lo fanno per poche monete. Un maschio normale, secondo me, non ha nessun problema a farlo con un altro maschio o con una femmina. Anche se io preferisco farlo con un maschio, davvero."
"Io ti piaccio?"
"Sì, certo."
"Perché?"
"Sei bello. E poi sai fare l'amore."
"Mai come te. Tu hai avuto un sacco di esperienze. Per me, invece, tu sei il mio terzo maschio soltanto. Quanti maschi hai avuto, tu, in dieci anni?"
"E chi li conta? Almeno uno per ogni porto. E altri."
"Finito questo viaggio mi dimenticherai? Sarò uno dei tanti con cui l'hai fatto?" gli chiesi chissà perché. Lui sorrise ma non rispose.
Chissà, forse no, forse non mi ha dimenticato, così come io non ho mai dimenticato lui.