Finito il lungo viaggio, al porto di Amburgo ci salutammo. Eravamo entrambi coscienti che forse non ci saremmo mai più incontrati, eppure ci salutammo con un arrivederci, come se davvero ci dovessimo rivedere solo un paio di giorni dopo. Senza sdolcinature, certo, ma con una certa qual tristezza. Era ineluttabile, lo sapevamo bene entrambi, ma eravamo stati molto bene assieme.
Da Amburgo andammo in treno fino a Berlino, accompagnati da funzionari del cancelliere Bismarck e della nostra ambasciata che erano venuti ad accoglierci. I capi della nostra missione furono sistemati in una bella villa alle porte della capitale. Noi studenti, invece, in una casa che era stata appositamente affittata dal nostro ambasciatore. Era una vecchia ma dignitosa costruzione non lontana dal centro della città, accanto alla stazione ferroviaria. Dovevamo frequentare corsi di tedesco all'Università Imperiale, ma poi, purché rendessimo negli studi, eravamo abbastanza liberi.
I miei compagni, che in patria erano tanto occidentalizzanti, ora tendevano invece sempre a restare fra loro. Io, al contrario, ero incuriosito dalla vita di quel popolo così diverso da noi, perciò cercavo piuttosto di legare con gli altri studenti tedeschi. Non mi era difficile, perché in fondo quelli erano incuriositi da uno straniero così "esotico" qual era per loro un giapponese.
Era un mondo davvero diverso dal nostro. La Germania era una delle maggiori potenze d'Europa. Come mi aveva detto il nostro "capo", dovevamo cercare di capire il perché di quella potenza. Ma in me, oltre a quell'interesse, c'era anche un desiderio più personale, segreto: quello di trovare altri maschi come me. Magari un amante, o almeno qualche avventura. Così, fin dai primi giorni, iniziai a guardarmi intorno con quello scopo ben chiaro in mente.
Prima che potessi trovare qualcosa, comunque, passarono diversi mesi. Le indicazioni datemi da Larry certamente mi aiutarono. Ma lui m'aveva anche messo in guardia: in quel paese era illegale qualsiasi tipo di rapporto sessuale fra due persone dello stesso sesso e si rischiava la prigione. Chissà perché un paese tanto moderno doveva avere una legge così assurda? E simili leggi, seppi poi, esistevano un po' in tutta la pur civile Europa.
Era autunno quando ebbi la mia prima avventura a Berlino. Una dolce sera d'autunno. Anche in Germania l'autunno è una bellissima stagione, con i suoi mille colori tranquilli, le sue delicate sfumature di gialli, arancione, marrone e verdi. Anche l'aria ha un colore ed un odore particolari. Qualcuno dice che l'autunno è triste, ma io non sono d'accordo: è una stagione calma, tranquilla, ma calda.
Ero stato a cena in casa di un mio compagno di studi tedesco e stavo tornando a casa nostra. Passavo accanto alla Chiesa di San Francesco, quando notai un soldato, nella sua attillata uniforme, appoggiato ad un lampione. Lo guardai incuriosito. In quel giovane soldato c'era un che di languido e di attraente. La sua uniforme metteva in bel risalto le forme del suo corpo e, in modo davvero particolare, il rigonfio fra le gambe. Anche lui mi guardò e quando i nostri sguardi s'incrociarono, accennò un lieve sorriso. Pensai che potesse forse essere un discreto segnale, come pure semplice curiosità per il fatto che ero chiaramente uno straniero. Non potevo saperlo. La curiosità, unita alla speranza, mi spinsero ad avvicinarmi a lui.
Ero ormai giunto a pochi passi, quando lui si rizzò e si avviò in direzione opposta alla mia. In un primo momento pensai di essermi sbagliato nell'interpretare il suo mezzo sorriso, e mi fermai incerto guardandolo allontanarsi e stavo pensando di riprendere la mia strada. Ma lui era giunto all'incrocio con un vicolo, si era girato verso di me, mi aveva guardato, sorriso ora più apertamente, poi s'era inoltrato nel vicolo sparendo alla mia vista. Allora decisi di seguirlo, anche se non capivo chiaramente come stessero le cose.
Lo vidi fermo poco più in là, che guardava nella direzione da cui arrivavo io. Il cuore iniziò a battermi più veloce e continuai a camminare verso di lui senza perderlo di vista. Quando gli fui a pochi passi, lui di nuovo riprese a camminare, e girò in un altro vicolo. Di nuovo mi chiesi se mi fossi sbagliato, ma decisi di seguirlo. Era di nuovo fermo, accanto ad un portoncino, sotto un lampione e guardava di nuovo verso di me. Mi avvicinai a passo deciso. Questa volta non si mosse.
Quando gli fui accanto, gli dissi incerto: "Buonasera."
"Ah, parli tedesco, per fortuna." disse lui sorridendomi.
"Sì."
Non mi ero sbagliato: era interessato a me perché ero straniero, ma voleva anche fare sesso con me. Il portoncino accanto a cui si era fermato era di un affittacamere, dove aveva pensato di portarmi. Lo seguii pieno di anticipazione. L'appartamento era squallido, male illuminato e maleodorante. La stanza aveva un ampio letto e in un angolo un lavandino scrostato.
Pagata la stanza, dopo che il padrone gli ebbe detto: "Di' al cinese di non pisciare nel lavandino", ci chiudemmo dentro a chiave.
"Non sono cinese." dissi io.
"Ah no? Di dove sei?"
"Giapponese."
"Non è lo stesso?"
"Tu sei francese?"
"Io? No, sono tedesco." mi disse lui un po' sorpreso.
"Non è lo stesso?" chiesi allora io con un sorriso.
Sorrise anche lui e mi disse: "Già, ho capito. Ma adesso spogliamoci, dai."
Per me, guardare un maschio ben fatto mentre si spoglia, è sempre stato un vero godimento, anche se ora preferisco essere io a spogliarlo. Ma allora sarei stato certamente troppo timido per farlo. Così mi godevo lo spettacolo mentre il soldato si denudava ed io lo imitavo. Anche lui mi osservava con attenzione per tutto il corpo man mano che si rivelava al suo sguardo. Ero il suo primo orientale, penso, e forse sarò anche stato l'unico. Lui, non ne ho mai saputo il nome, era per me il secondo occidentale e il quarto uomo. Non era niente male, anche se non bellissimo. Facemmo l'amore. Aveva una carica sensuale quasi animale e uno strano odore. Tutti gli occidentali hanno uno strano odore a dire il vero, non sgradevole quando ci si abitua. Forse ogni popolo ha il suo odore caratteristico e forse a me sembra che noi giapponesi non abbiamo odore solo perché è il mio stesso odore.
Dopo fatto l'amore, mentre ci si rivestiva, lui iniziò a pormi diverse domande: chi ero, che ci facevo a Berlino, eccetera. Una cosa curiosa: mi chiese se ero circonciso. Quando gli dissi di no, che tutti noi giapponesi avevamo il glande naturalmente scoperto, sembrò molto stupito. Gli occidentali, infatti, come avevo notato con Larry, hanno tutti la pelle del prepuzio che copre il glande: è scomodo per lavarselo, penso, ma l'ho sempre trovato affascinante.
Quando seppe che ero studente, mi chiese: "Probabilmente allora ti andrebbe di guadagnare qualche extra ogni tanto, no? Gli studenti, come noi soldati, sono sempre a corto di soldi."
"Beh..." risposi incerto, non capendo che cosa volesse dire esattamente.
"Se ti va, potrei farti conoscere certa gente; gente molto ricca, importante, a cui piacciono i maschi giovani e disponibili. Tu che sei straniero e così diverso, saresti senz'altro molto ben accolto. Magari potresti perfino farti un amante fisso disposto a mantenerti. Ti interessa?"
"Perché mi fai questa proposta?"
"Perché quei signori mi pagano se presento loro un nuovo ragazzo carino e disponibile."
"Ma tu ci fai l'amore, con quelli?"
"Certo, e ogni volta sono regali, e soldi."
"Ma, non capisco, come avviene?"
"Fanno delle feste, e noi stiamo lì e mangiamo e beviamo con loro e se uno di loro ci chiede di accompagnarlo da qualche parte, è fatta."
"Noi, dici? Noi chi?"
"Amici miei soldati, studenti, anche qualche operaio. Tutta gente scelta. Se uno di quei signori vuole dare una festa a casa sua per gli amici, me lo fa sapere. Mi dice quanti ragazzi vuole. Io passo parola agli amici e andiamo. È semplice e sicuro."
"Ma che gente è quella che invita?"
"Nobili, ricchi commercianti, banchieri, industriali, anche qualche politico."
Pensai che poteva essere interessante sia per entrare in quell'ambiente, sia per fare sesso, ed accettai, anche se mi dava l'impressione così di finire per fare la geisha d'infimo ordine.
Fu così che conobbi Otto von Kleiden.
Non lo conobbi la prima volta che andai col soldato ad una di quelle feste, ma parecchio tempo dopo. Otto infatti era all'estero in quel periodo. Come aveva previsto il soldato, io suscitai curiosità e furono molti quelli che mi chiesero di "accompagnarli".
Quelle "feste" erano in tutto e per tutto proprio come feste normali: si mangiava, si beveva, si chiacchierava. Salvo che, quando fra uno dei signori ed uno dei ragazzi sembrava ci fosse una certa intesa, il signore, in un modo o in un altro, faceva il suo invito ed i due se ne andavano assieme. La mia prima volta, lo ricordo bene, un banchiere di mezza età con cui stavo parlando, e che mi era abbastanza simpatico, ad un tratto mi chiese se mi sarebbe piaciuto vedere la sua collezione di pistole antiche. In un primo momento pensai di non essere il suo tipo, e che l'invito significasse quel che dicevano le sue parole, ma accettai perché non sapevo come declinare l'offerta.
Mi portò in carrozza fino ad una casa nella quale non c'era assolutamente ombra di pistole, ma in compenso c'era un grande letto con baldacchino che ci ospitò per tutta la notte. La mattina seguente mi riaccompagnò in carrozza fin vicino casa mia e, un attimo prima che scendessi, mi infilò nel taschino della giacca qualcosa. Era una discreta somma, vidi poi. Altre volte, invece, l'invito era più esplicito, tipo: vieni a passare la notte con me? Ma di solito era un semplice: ti andrebbe di accompagnarmi? Oppure un: vorrei mostrarti dove vivo, vorrei farti vedere una cosa interessante, vorrei presentarti ad un mio intimo amico (che era il suo membro, si capisce), ti va di venire a bere qualcosa da me?
Anche i regali non erano sempre soldi. Specialmente se non era la prima volta che si faceva l'amore assieme. Potevano essere o vestiti, o gioielli o altri regali, ma sempre di un certo valore.
Queste feste si svolgevano circa tre o quattro volte ogni mese, e sempre nelle eleganti case degli stessi due o tre signori che facevano da anfitrioni. Gli ospiti invece cambiavano abbastanza, anche se c'erano gli abitué.
Otto von Kleiden comparve ad una di quelle feste circa un anno dopo il mio arrivo a Berlino. La missione era tornata in Giappone con un "no", cortese ma fermo, di Bismark, che pose come condizione che prima il Giappone cambiasse la sua legislazione penale. Così restammo in Germania solo noi studenti, nella casa dell'ambasciata, da cui ricevevamo anche il nostro stipendio mensile. Lo studio all'università assorbiva gran parte del mio tempo, ma non mi impediva di partecipare a quelle feste di cui ero diventato un frequentatore assiduo, perché erano l'occasione per conoscere gente importante, ma anche perché non mi dispiaceva affatto dovermi accompagnare con alcuni di quei signori, anche se erano tutti assai più vecchi di me.
Quando Otto entrò per la prima volta nel salone, lo notai subito: non solo era davvero molto bello, ma era anche il più giovane che avessi mai visto fra quei signori. Aveva allora trentuno anni, cioè esattamente dieci più di me. Aveva un portamento fiero, elegante, sicuro di sé; uno sguardo penetrante, luminoso, con una lieve ombra di sorriso, come se tutto e tutti in fondo lo divertissero. Era alto, snello, elegante e da lui emanava come una forza, un'energia, un'aura che non poteva non coinvolgere. Me ne sentii subito fortemente attratto.
Lui però quella prima volta sembrò quasi non accorgersi di me, o per lo meno non sembrava affatto interessato a me. Dopo aver salutato gli amici, andò dritto a parlare con un soldatino e restò tutta la sera con lui, finché i due se ne andarono assieme.
Devo confessare che ci rimasi un po' male. Avevo sperato che venisse a parlare con me, che invitasse me. Quella sera mi dovetti accontentare di un barone che aveva per hobby la fotografia: di nudi di giovanotti, s'intende. Prima di fare sesso con me, mi fece denudare e mi fotografò. All'inizio non volevo, mi vergognavo parecchio; accettai solo dopo che mi mostrò decine e decine di foto di ragazzi che si era portato a letto dopo averli fotografati.
Neanche durante la serata seguente, a cui Otto non mancò, questi sembrava interessato a me. Quella sera scelse un altro soldato. Tanto che pensai che gli interessassero solamente i giovanotti in uniforme. E così per altre due o tre serate.
Ma finalmente, una sera...
M'ero quasi rassegnato all'idea che quello splendido giovanotto che mi affascinava tanto non fosse interessato a me. Eppure ogni volta che lo vedevo non potevo impedirmi di essere più che cosciente della sua presenza, non potevo impedirmi di continuare a sogguardarlo quasi in continuazione, con chiunque stessi parlando, anche se ormai ero convinto di non avere alcuna speranza.
La cena era finita, si stava chiacchierando nel grande salotto, a gruppetti, come il solito. C'era un alto ufficiale di cavalleria che pareva particolarmente attratto da me e mi stavo chiedendo se e quando mi avrebbe invitato ad andare con lui e se gli avrei risposto di sì o di no, quando Otto, che stava parlando con altri in un altro gruppo, guardò verso di me e, contrariamente ad altre volte, non distolse lo sguardo.
Mi guardava dritto negli occhi con i suoi occhi limpidi e penetranti e mi sentii come avvampare. Lo vidi alzarsi, senza mai distogliere lo sguardo da me, e venire alla mia volta.
Ero emozionato. Lo guardai affascinato, quasi come fa il passero quando è fissato dal serpente che lo sta per mangiare. Lo vidi avvicinarsi, col suo solito sorriso che aleggiava appena appena sulle belle labbra dritte, dagli angoli lievemente rivolti in su. Trattenni il respiro per secondi che sembrarono eterni.
Io frattanto m'ero alzato in piedi. Lui mi si fermò davanti.
"Buona sera, Herr Fujita." disse lui con tono cortese.
"Buona sera." risposi io sorpreso per il fatto che sapesse il mio nome. Dunque, si era informato su di me! pensai allora, confuso ma chiaramente compiaciuto.
"Posso offrirle da bere?"
"Grazie. Molto gentile da parte sua."
Mi fece un gesto cortese verso la buvette e ci avviammo.
Ero decisamente emozionato e quasi tremavo. Giunti accanto alla buvette, invece di fermarsi come pensavo, mi fece cenno di proseguire più oltre. Lievemente stupito lo seguii e lui sorrise nel vedere la mia espressione lievemente confusa. Mi guidò fino alla terrazza.
Qui giunto, mi disse: "No, non qui. Volevo invitarla a venire a bere qualcosa da me. Sono certo che non mi dirà di no."
"Che cosa le dà questa certezza?" chiesi io dandomi dello stupido per non aver accettato subito. Magari lui, proprio per quella mia risposta, avrebbe cambiato idea.
"Il modo in cui mi guarda ogni volta, dal primo momento in cui mi vede all'ultimo. Sembra che non abbia occhi che per me. Devo davvero piacerle molto."
"Mi dispiace di averla infastidita col mio sguardo."
"Al contrario!" disse deciso.
"Ma lei sembrava non accorgersi di me."
"Al contrario..." ripeté lui, ma con una dolcezza che mi sorprese. Lo guardai stupito.
"Al contrario," ripeté Otto quasi sottovoce, "lei, Herr Fujita, mi attrae moltissimo, mi creda."
"Non ne avevo davvero idea. Non mi ha dato modo di capirlo, di immaginarlo. Anzi, credevo di non piacerle, di non interessarla."
"Oh no. Mi piaci troppo." disse lui passando al tu.
"Troppo? Non capisco."
"Sì, troppo. Per me, dalle prime volte che ti ho guardato, sei stato diverso da tutti gli altri ragazzi. E non parlo del fatto che tu sia orientale. Mi sento troppo, troppo attratto da te, e ne sono rimasto intimorito. Tu hai come un potere. Io avevo deciso di resisterti ma non ci sono riuscito. Non riesco a toglierti dalla mia mente, dai miei pensieri. Chiodo scaccia chiodo, mi dicevo, e perciò ogni volta mi sono scelto un ragazzo diverso, uno più bello dell'altro. Ma ogni volta non facevo che pensare a te. Così stasera ho capitolato ed ho deciso di chiederti di venire con me."
Lo seguii fino a casa sua. Passai con lui una notte piena di passione, davvero meravigliosa. Fu Otto che mi insegnò a baciare: all'inizio mi sembrava una cosa strana, non c'ero abituato, ma presto la trovai una cosa terribilmente sensuale e piacevole. Ci addormentammo che era quasi l'alba, strettamente allacciati e, per il momento, appagati. Quando mi svegliai erano le dodici. Lui era ancora accanto a me, sveglio, e mi guardava.
Guardai l'orologio e, vista l'ora, mormorai: "Avrei dovuto essere a lezione, ora."
"E invece sei qui con me."
"Potrebbe farmi riaccompagnare a casa, per cortesia?"
"Sì, se vuoi, ma..."
"Ma?"
"Resta con me. Diventa il mio ragazzo, resta qui."
"Il suo ragazzo?"
"Sì. Il mio unico ragazzo. E solo mio. Se mi dici di sì, io rinuncio a quelle feste, a quei ragazzi. Fammi felice e io farò felice te, te lo prometto. Vieni a vivere con me."
"Ma io devo frequentare l'università. E poi, i miei superiori, all'ambasciata, che direbbero se lasciassi la nostra casa?"
"A me non diranno di no. So che sei qui per studiare la società e l'economia tedesche. Dirò loro che ti offro uno stage nelle industrie di mio padre. Accetteranno senza dubbio. Se solo tu mi dicessi di sì. Non ho mai pregato nessuno, ma ora ti prego di accettare."
"Lei mi piace molto."
"Perché non mi dai del tu?"
"Non sono ancora il suo ragazzo."
"E non vuoi esserlo?"
"Lei mi onora."
"Ti prego!"
"Io..."
"Ti amo. Io ti amo!" disse lui con accento tanto appassionato e sincero che io mi sentii travolto, anche perché in quel momento capii chiaramente che in realtà io pure mi ero totalmente innamorato di lui.
Diventammo amanti. Come lui aveva previsto, il mio capo all'ambasciata non solo non ebbe alcun problema ad autorizzarmi ad accettare l'offerta di Otto, anzi mi fece i complimenti per aver ottenuto un simile risultato.
Otto abitava in un elegante palazzo della nuova periferia della capitale. In un angolo del grande giardino c'era una piccola costruzione a due piani in cui mi sistemarono: a pian terreno c'era la cucina, la stanza del cuoco cameriere tutto fare che mi era stato assegnato perché si occupasse delle mie cose, la stanza da pranzo ed il salotto. Al primo piano una grande camera da letto, uno studiolo, il bagno ed una veranda. Tutto per me.
Il cameriere (o meglio il valletto, come lo chiamava Otto) era un uomo sulla quarantina ed era l'unico che sapesse quale fosse in realtà il rapporto che mi legava ad Otto. Era una persona abile, discreta, ma soprattutto fedele a Otto e fidata.
Otto veniva a fare l'amore con me quasi tutti i giorni. La cosa che mi stupì nel suo comportamento era che non si vergognava per nulla del fatto che il valletto sapesse di noi due, eppure provava vergogna a denudarsi davanti a me e quando facevamo l'amore oscurava sempre la stanza perché non lo vedessi nudo. All'inizio sospettai che avesse un qualche difetto fisico da nascondermi, eppure le mie mani sentivano un corpo perfetto.
Quando gliene accennai, lui disse: "Solo gli animali ed i popoli primitivi non hanno pudore per la nudità. Ma noi siamo esseri civili e la nudità non ci si addice."
Ecco un altro mistero degli occidentali: a differenza di noi giapponesi che ci bagniamo tutti assieme nudi senza alcun problema, ma che vestiamo abiti che non mettono in vista le forme del nostro corpo, gli occidentali si vergognano del loro corpo, ma i loro abiti sembrano fatti apposta per esaltarne proprio gli attributi sessuali. Non è certo questa né l'unica né la più grande differenza fra le nostre due culture. Per esempio sia noi giapponesi che gli occidentali amiamo ed apprezziamo le cose antiche. Ma mentre per noi i segni del tempo sono un pregio, per loro più l'oggetto d'antiquariato sembra nuovo più lo apprezzano. A noi piace la patina del tempo, loro invece lucidano i loro oggetti finché brillano come se fossero appena usciti dal negozio, anzi dalle mani dell'artefice.
Otto era molto fiero di me e mi portava molto spesso con sé, presentandomi come il suo amante agli amici maschi che condividevano l'amore per i maschi, e come suo amico e protegé agli altri. E qui accadde un'altra cosa curiosa.
"La mia famiglia è di antica nobiltà e non è avvezza ad annoverare fra gli amici gente di più bassa estrazione sociale. Tu provieni da una famiglia nobile, no?" mi chiese un giorno.
"No. La mia è una famiglia di samurai, gente d'armi, di guerra, non nobili di corte."
"Ma il vostro Imperatore ha tolto questa distinzione, no?"
"Sì, ultimamente l'ha abolita."
"Perciò è come se tu fossi un nobile, ora."
"Se la vuoi mettere così, sì. Ma comunque quella della mia famiglia è una specie di nobiltà minore. Non saprei davvero come definirla, non mi pare che ci sia niente di simile qui da voi."
"Qui in Europa, comunque, il tuo livello sociale potrebbe forse corrispondere al nostro titolo di marchese, o di barone. Sì, diremo che sei barone. Non potrei farmi vedere in giro sempre in compagnia di qualcuno che non sia titolato, capisci."
In realtà non capivo, anzi la cosa mi pareva buffa ed inutile, ma lui ci teneva molto a quanto pareva, così accettai e per tutti divenni il "barone Fujita". È come se in Giappone mi fossi fatto chiamare Fujita tono-sama, mi pareva quasi di aver usurpato un titolo. Comunque ci si abitua a tutto e così anche io mi abituai ad essere chiamato "barone".
Otto era molto elegante e voleva che lo fossi anche io, così mi fece rifare, a sue spese, tutto il guardaroba. Ma accettò che, almeno in casa, indossassi il mio amato kimono: credo che per lui fosse più o meno una specie di esotica vestaglia. Non ha mai saputo apprezzare la bellezza e l'eleganza del kimono. In un certo senso era molto legato alla propria cultura e tutto ciò che era diverso per lui era, nel migliore dei casi "divertente". All'inizio mi dava fastidio sentirlo definire "divertente" quello che io gli spiegavo sulla nostra cultura, perciò pian piano smisi di parlargliene. Ma in fondo ero lì per capire la sua cultura, non per diffondere la nostra, perciò la cosa non mi pesò molto.
Durante il giorno, anche quando eravamo soli, con me era molto gentile ma sempre controllato e anche un po' distaccato: credo che fosse l'educazione che aveva avuto. In questo non era molto diverso da noi giapponesi. A letto invece era molto caldo e lasciava trasparire senza problemi la sua animalità: sembrava quasi due persone diverse. In un certo senso lo preferivo a letto. Era più vero, non si controllava. E sapeva portarmi a livelli di piacere incredibili.
Comunque stavo bene con lui. Preveniva sempre tutti i miei desideri, anche i più piccoli, con una sollecitudine discreta. Era anche piuttosto geloso; dovevo stare attento a non mostrarmi troppo interessato ad altri (maschi) perché, appena soli, mi sottoponeva ad un serrato interrogatorio: ti piace, quello? ti ha fatto delle proposte? e tu a lui? vorresti farci qualcosa? Per fortuna credeva alle mie risposte e si tranquillizzava, almeno fino alla volta seguente. Così decisi di fare attenzione a non dargli motivo di avere questi timori e perciò cominciai anche io ad assumere un atteggiamento più distaccato con gli altri.
Vissi con lui per poco più di due anni, cioè finché dovetti tornare in patria. Furono due anni molto belli ed interessanti.
Quando venne il tempo della nostra separazione, mi propose di restare in Germania, con lui. Mi sarebbe piaciuto, ma non potevo: il dovere verso la mia terra mi imponeva di tornare. Otto accettò la mia decisione col consueto distacco, da vero gentiluomo, anche se credo che ne sia rimasto un po' deluso. L'ultima volta che facemmo l'amore gli chiesi un regalo: per una volta volevo fare l'amore con lui alla luce del giorno, vederlo, guardarlo, goderlo anche con gli occhi. Non accettò subito, dovetti insistere, ma alla fine fece come gli avevo chiesto. Era davvero splendido. Mi riempii gli occhi della sua immagine sensuale e virile.
Mi accompagnò fino al bastimento che mi avrebbe riportato in Giappone. A bordo, dopo che si fu assicurato che fossi ben sistemato e che i miei molti bagagli fossero a bordo, mi regalò una sua miniatura montata in un piccolo portaritratti d'oro e smalti a scatoletta.
"Ti ricorderai di me, mio piccolo Shige?"
"Come potrei dimenticarti?"
"Troverai un altro amante e allora..."
"E tu? Pensi di dimenticarmi, tu?"
"No, è vero. Scusami. Ma sono triste nel vederti partire. Forse non ci vedremo mai più."
"Non verrai in Giappone?"
"Non so. Non credo."
"La vita a volte riserva sorprese."
"A volte, ma molto di rado. Ti ho amato, mio piccolo Shige."
"Anche io, Otto. Ho amato ogni momento passato con te. E ho amato ogni spanna del tuo corpo."
A queste mie parole arrossì di colpo, ma capii che gli aveva fatto piacere che le avessi pronunciate, perché i suoi occhi brillarono. La sirena suonò e dovemmo separarci. La nave partì e presto lui non fu che un puntino scuro che s'assottigliava sul molo, lontano. Tornai nella mia cabina ed affrontai con una certa tristezza il lungo viaggio del ritorno, che si svolse senza storia. Non mi dispiaceva tornare in Giappone, anzi, ma mi era costato molto separarmi da Otto e mi chiedevo se avrei mai potuto avere un amante da cui non dovermi, prima o poi, per un motivo o per un altro, separare.