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una storia originale di Andrej Koymasky


pin SE ESISTE QUALCOSA
CHE SI CHIAMA DESTINO...
FASCICOLO 4

NI
RITORNO IN PATRIA


Un carpentiere
a casa torna, a sera:
frinir di grilli!


Tornato in Giappone, molte cose erano cambiate. La più evidente era che ai samurai era stato proibito di portare le due spade e la caratteristica acconciatura. Mio padre, pur continuando a dichiararsi fedele al governo di sua Maestà, ne provò un tale dolore che non uscì più di casa: senza le sue spade, diceva, gli sarebbe sembrato di essere nudo. E restò volontariamente confinato in casa fino alla sua morte. Questo suo atteggiamento fu molto criticato negli ambienti governativi, perché mio padre era un uomo molto conosciuto e questa sua silenziosa opposizione aveva avuto un certo peso. Di conseguenza il suo atteggiamento pregiudicò severamente anche le carriere di noi suoi figli. Così io, che speravo al ritorno in un buon posto all'università Imperiale, dovetti rinunciare ai miei sogni.

Da una parte ero arrabbiato, per questo, con mio padre, ma dall'altra, anche se il suo atteggiamento mi pareva davvero esagerato, lo capivo. I segni esteriori non sono fini a se stessi ma evidenziano tutta una serie di contenuti, di significati. Proibendo ai samurai di portare le spade e la loro acconciatura era in pratica dare loro il benservito. Era dire loro: non c'è più posto per voi nel nuovo ordine. Il che era in fondo anche vero. Ma a nessuno fa piacere sentirsi dire: tu, la tua storia, le tue tradizioni, non contate più nulla.

Per vivere quindi dovetti ripiegare nell'insegnamento del tedesco nella scuola media superiore. Non era esattamente ciò che avevo sognato e avevo l'impressione che in questo modo i miei anni di studio all'estero andassero sprecati o fossero sottoimpiegati. Ma non era nelle mie possibilità oppormi a questo nuovo stato di cose, perciò non mi restava che adattarmi.

Trovai una casetta nella capitale, in periferia a Shinjuku, ad un prezzo ragionevole. Era piccola ma c'era tutto ciò di cui potevo aver bisogno e, in un certo modo, a parte lo stile architettonico, mi ricordava la casetta nel giardino di Otto. I primi tempi ero piuttosto solo, ma a poco a poco mi feci nuovi amici o ritrovai qualcuno dei vecchi amici d'un tempo e così le cose andarono un po' meglio.

A volte ci si trovava per l'arte del tè: amavo molto quelle occasioni in cui potevo lasciare alla porta le mie preoccupazioni ed immergermi nell'atmosfera mistica e quieta del tè. Ammirare utensili preziosi nella loro umiltà, creare con gli altri un'armonia fatta di piccoli gesti, di semplici cose. In modo speciale mi piaceva quando ero invitato da un maestro, amico di amici, che a mio parere più di tanti altri viveva nello spirito dell'arte. Il maestro Miyakoshi infatti, a differenza di molti, non andava in cerca di utensili preziosi, famosi, rinomati, rari. Quello che lui cercava erano utensili modesti, semplici, ma che potessero realmente contribuire a creare quell'armonia che tanto era necessaria in quell'epoca di cambiamenti.


Mi mancava un amante, però, per essere del tutto felice. Mia madre, al paese, insisteva nel cercarmi moglie, ma non avevo nessuna intenzione di sposarmi e così, con scuse varie, continuavo a rifiutare di incontrare le "brave ragazze" che di volta in volta lei mi proponeva.

Non è che mi mancassero le avventure. A volte andavo a fare l'amore con un giovane e grazioso attore del teatro del kabuki, a volte riuscivo anche a portarmi a casa qualche ragazzotto che, per poche monete, era disposto a passare la notte nel mio letto ed a compiacermi. Ma erano tutte avventure senza un seguito, che potevano appagarmi lì per lì ma che mi lasciavano addosso l'inquietudine e il desiderio di trovare qualcuno con cui condividere la mia vita.

Per mio diletto, avevo disegnato un ritratto del mio amante ideale, e l'avevo postillato con note sul carattere che mi sarebbe piaciuto che avesse: ma era troppo idealizzato, mi dicevo, non avrei mai trovato uno così. A volte rifacevo quel ritratto, modificandolo con i tratti di uno dei ragazzi che venivano a fare l'amore con me e così il ritratto diventava sempre più ideale ed idealizzato.

Per i lavori di casa, grazie ad alcuni conoscenti, ero riuscito a trovare un giovane in gamba di nome Naosuke, che prima faceva il servo in casa di un artigiano. Non era veramente bello, ma quando lo vedevo in fundoshi non potevo impedirmi di provare per lui un certo desiderio che, con la solitudine, aumentava e si rafforzava a poco a poco. Così, una notte in cui non riuscivo a dormire e in cui ero in preda ad una forte eccitazione sessuale, mi dissi che poteva valere la pena provarci: mi infilai nella sua stanzetta, e, con un misto di ardimento e timore, sotto la sua coperta.

"Padrone!" sussurrò lui svegliandosi, senza muoversi.

Quando, in silenzio, cominciai a spogliarlo lui mi lasciò fare, anzi mi facilitò il compito e capii che mi accettava con piacere. E quando provai a prenderlo, non solo non si sottrasse ai miei desideri, ma sembrò gradire molto le mie attenzioni. Non aveva ceduto alla mia libidine solo perché io ero il padrone e lui il servo, ma perché anche a lui evidentemente piaceva l'amore fra maschi.

Dopo, mentre mi ripuliva delicatamente, mi disse: "Grazie, padrone."

"Non è la tua prima volta, vero?"

"No. Il mio vecchio padrone veniva di frequente, la notte, quando la padrona dormiva. E, prima di sposarsi, anche il suo figlio maggiore spesso mi faceva visita di notte." disse tranquillo.

Risi: "Non è mai capitato che arrivassero tutti e due, una notte?"

"No, padrone, sapevano uno dell'altro, perciò mettevano un segno fuori della porta. Così non c'erano problemi."

"Chi ti piaceva più dei due?"

"Tutti e due. Il padrone vecchio era più esperto, ma il padrone giovane era più bello."

"E tu, Naosuke, ti sei mai infilato nel letto di qualcuno?"

"Sì certo, a volte, quando avevo voglia ed i padroni non venivano, andavo ad infilarmi nel letto del ragazzo di fatica."

"Dormiva da solo?"

"No, con gli altri ragazzi di bottega. Ma facevamo in modo che gli altri non si svegliassero, senza fare rumore."

"Lo facevate lì, in mezzo agli altri?"

"Certo. Lui dormiva accanto alla porta del deposito, che di notte era completamente buio. Passavo da là e nessuno mi vedeva. Lui lasciava aperta la porta quel tanto che mi permetteva di scivolare dentro e così io potevo infilarmi direttamente nel suo letto, fra lui e il muro, nascosto dal buio e dalla sua coperta. Lui si toglieva il fundoshi e si lasciava prendere da me. Nessuno mai si è accorto di niente, o se pure si è accorto, non ha mai detto niente. D'altronde, anche quel ragazzo credo che non sapesse neppure chi era che si infilava nel suo letto la notte. Non mi ha mai visto. Non ne abbiamo mai parlato, comunque."

"Ma la prima volta?"

"Una notte ho aperto la porta e ci ho provato. Come ha fatto lei con me, padrone. Non sapevo se mi avrebbe accolto o mi avrebbe respinto. In quella casa eravamo in molti e lui non poteva sapere chi ero né vedermi così al buio, ma mi ha lasciato fare tutto quello che desideravo. Quando ci ho provato di nuovo ho trovato la porta aperta e ho capito che mi aspettava."

Tornai nella stanza di Naosuke diverse volte. Quello che mi piaceva di lui è che dopo aver fatto l'amore si parlava. Di giorno si comportava normalmente con me, come qualsiasi servo col suo padrone, come se non ci fosse nulla fra noi due. In effetti c'era solo sesso, anche se assai piacevole. Ma io, dentro di me, desideravo altro.


Altro che né i ragazzi del kabuki, né i ragazzotti che venivano per pochi sen, né il mio servo sembravano sapermi dare: amore, o almeno affetto. No, tutti sembravano capaci di darmi solamente il loro corpo, anche se a volte era un bel corpo giovane, piacevole, armonico, sensuale. Qualcuno sapeva darmi anche molto piacere. E basta.

A poco a poco conobbi anche altri uomini amanti del sesso fra maschi come me e diventammo anche amici, ma nulla di più. Ci si trovava a bere assieme e ci si raccontava dei nostri sogni, delle nostre avventure, dei nostri desideri come buoni amici, si leggevano assieme antiche storie di amori fra maschi, si andava assieme al chanoyu o ad ammirare i fiori, a teatro, ma avrei preferito fare tutto ciò con un amante.


Uno di questi amici insegnava inglese nel mio stesso liceo. Ci trovammo tutti e due proprio al teatro del kabuki.

Il mio giovane attore, quando lo vide, si chinò al mio orecchio e mostrandomelo, mi disse: "Vede quell'uomo? È l'amante di mio fratello. Ne è proprio innamorato e lo riempie di regali. Mica come lei con me." concluse con aria di rimprovero.

Guardai nella direzione che mi indicava con gli occhi e riconobbi il mio collega Tachikawa. Anche lui riconobbe me. Più tardi, mentre si passeggiava nel giardino, chiacchierammo.

"Oh, buonasera, Fujita-san! Anche lei è un appassionato di kabuki come me? E come me dei giovani attori, vedo." mi disse con cortesia non puramente formale.

"Un sano passatempo, Tachikawa-san, un sano passatempo." gli risposi io col tono dell'uomo di mondo.

"Sano ma un po' costoso, almeno il mio Kikujiro. Ma d'altra parte la sua arte vale bene qualche piccolo sacrificio. Non sarà ancora un attore rifinito, ma per il resto è davvero un genio, nel suo campo. Non ha mai avuto momenti di intimità con lui?"

"No, gli preferisco il fratello maggiore Kikutaro."

"Ah, troppo vecchio per me: avrà almeno diciotto anni, ormai. Kikujiro ne ha quindici, è un fiore. Ha due labbra che sanno di miele e sa suonare il mio flauto in modo davvero sublime. Dietro è ancora vellutato come una pesca, morbido e sodo. E le sue mani sono più forti ma più abili e delicate di quelle di un suonatore di koto. Vero Kikujiro?"

"Sì, padron Tachikawa, ma andiamo ora, o questa dolce notte trascorrerà anche troppo in fretta." gli disse il ragazzetto civettuolo.

Il mio collega sorrise compiaciuto. Ci salutammo. Li guardai allontanarsi verso il quartiere di piacere. Io attesi che il mio Kikutaro fosse pronto e, assieme, ci avviammo anche noi verso la solita casa da tè che avrebbe ospitato anche per quella notte le nostre effusioni amorose. Mi piaceva Kikutaro proprio perché era già ben sviluppato fisicamente pur essendo solo diciottenne.

Kikutaro era molto esperto a letto sapeva donarmi ore di vera e propria delizia. Ma a volte, per i miei gusti, era un po' troppo effeminato, d'altronde nel kabuki faceva l'onnagata, cioè le parti femminili, e faceva un po' tropo il prezioso. Naosuke era più virile, anche se logicamente meno esperto e raffinato, più grezzo, istintivo ma mi si dava con gioiosa semplicità.

Poi conobbi Sadao e me ne invaghii.


Sadao era il ragazzo del sento: l'avevo visto la prima volta che ero andato a farmici il bagno. Con indosso solo fundoshi e happi, teneva pulito il locale. Il fundoshi ben teso e gonfio aveva subito attirato il mio sguardo, come pure le sue natiche piccole e sode. Io, di solito, vado al sento la sera tardi, perché a quell'ora non ci sono più le donne ed i bambini piccoli e non di rado sono fra gli ultimi clienti ad uscire. Una sera che ero rimasto solo, Sadao entrò e mi chiese se mi dispiaceva che cominciasse a pulire, ma che comunque facessi pure con comodo. Gli dissi di fare tranquillamente ciò che doveva. E frattanto me lo gustavo con gli occhi e presto mi eccitai. Allora, invece di cercare di non darlo a vedere, mi misi in modo che, se avesse guardato verso di me, non potesse fare a meno di rendersi conto del mio stato. Cosa che puntualmente accadde. Notai che, mentre continuava ad affaccendarsi e a lavorare, il suo sguardo tornava sempre più di frequente fra le mie gambe.

"Perché non vieni a bagnarti tu pure?" gli chiesi con tono allettante.

Mi guardò lievemente sorpreso, poi disse: "Verrei volentieri, signore, ma mio padre non vuole che noi della famiglia ci si bagni assieme ai clienti. Dice che non è corretto."

"Ma te lo chiedo io e tuo padre è alla cassa, mica ti vede. E ormai non verrà più nessuno; togliti quel fundoshi, dai." gli dissi cominciando a sentirmi più sicuro di me.

"Davvero non posso, mi dispiace. Verrei volentieri, mi creda signore. Sì, volentieri." disse lanciando un'altra eloquente occhiata alla mia cospicua erezione.

Allora uscii dalla vasca e mi avvicinai a lui. Quando gli fui di fronte, gli chiesi: "Come ti chiami?"

"Sadao, signore."

"Quanti anni hai?"

"Venti, signore."

"Sei molto ben fatto, Sadao." gli dissi guardandolo negli occhi e trovando il coraggio di carezzargli il davanti del fundoshi sempre più teso.

Arrossì appena, ma non si mosse, guardò il mio membro ritto e mormorò: "Mai quanto lei, signore, mai quanto lei."

"Mi piaci Sadao. Vorrei incontrarti fuori di qui, poter passare qualche ora con te."

"E dove, signore? Ha qualche idea?"

"Potresti venire da me, abito nella casa con lo steccato di legno, prima del ponte, a sinistra. Lì potremmo stare tranquilli."

"Dopodomani è il giorno di riposo, signore. Nel tardo pomeriggio di solito vado a fare acquisti per casa, e passo proprio di lì, normalmente. Sarà in casa, lei, signore? Non sarà strano se qualcuno mi vede entrare da lei? Non la disturberò?"

"No, non mi disturberai affatto, al contrario... C'è un ingresso secondario del giardino sul lato verso la riva del fiume. Lo riconoscerai facilmente, è una piccola porta di legno con due cespugli di azalea ai lati. La lascerò socchiusa. Avvertirò il mio servo che aspetto visite, perciò nessuno ti fermerà né ti chiederà nulla e io ti aspetterò sulla veranda verso il fiume."

"Verrò, signore, verrò non dubiti." mi rispose lui con un bel sorriso al tempo stesso timido e compiaciuto.

Venne, infatti. Lo feci entrare nella mia stanza, e sotto i raggi del sole che s'avviava al tramonto e che gli rifulgevano sul corpo giovane e sensuale, sentendomi pieno di desiderio gli sciolsi l'obi, gli sfilai il kimono, lo liberai del fundoshi e gli chiesi di fare con me altrettanto. Era emozionato, gli tremavano le mani ma aveva già una piacevolissima erezione. Il letto era già pronto, steso e ve lo attirai sopra. Lui, docile, vi si lasciò guidare da me. Era così passivo e ritroso che per un attimo mi chiesi se per caso non si fosse pentito di aver accettato il mio invito, ma io ero troppo eccitato per rinunciare a lui, ora che era lì con me, nudo e terribilmente desiderabile.

Appena mi stesi accanto a lui e cominciai a carezzarlo per tutto il corpo fu come se si svegliasse d'improvviso: iniziò a prendere parte attiva ai miei giochi erotici con una specie di gioioso entusiasmo. Fu davvero molto gradevole far l'amore con lui, dolce e virile ad un tempo, così dopo lo invitai a tornare. Accettò subito con genuino entusiasmo. Volevo fargli un regalo prima che se ne andasse ma lui, galante, mi disse che il regalo più bello e prezioso glielo avevo fatto concedendogli di giacere con me e che l'avevo deposto in lui quando l'avevo preso, e assolutamente non volle accettare nulla.

"È la prima volta che lo faccio con un signore come lei." mi disse a mo' di spiegazione.

"Con chi lo fai, di solito?" gli chiesi incuriosito.

"Da quando siamo qui a Tokyo con nessuno, nessuno prima di lei, cioè, signore. Ma quando ancora vivevo al mio paese, lo facevo con diversi ragazzi. Però erano contadini, quelli, non erano bravi come lei a fare l'amore. E poi non potevamo mai farlo a letto, ci si nascondeva fuori paese fra i cespugli del bosco, quando era bel tempo, e si doveva fare in fretta."

Sadao, semplice e genuino, che un giorno mi confessò che era un po' preoccupato, perché i suoi genitori avevano già trovato la ragazza che avrebbe dovuto sposare e volevano fissare la data delle nozze. Temeva di non saper fare il suo dovere di marito, perché a lui le donne non l'avevano mai attratto da quando, all'età di dodici anni, un giovane monaco pellegrino che era di passaggio per il suo paese l'aveva attirato fra i cespugli e l'aveva iniziato all'amore fra maschi.

Sadao, dolce e generoso, che quando veniva a casa mia, prima di fare l'amore mi chiedeva se disturbava, che a letto si faceva in quattro per compiacermi in ogni modo e che dopo si preoccupava di avermi saputo dare davvero tutto il piacere che desideravo.

Sadao a cui mi ero affezionato molto, ma che non riuscivo a considerare davvero come il mio amante. Perché fra me e lui, a parte le ore di intenso piacere, non c'era altro in comune.


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