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una storia originale di Andrej Koymasky


pin SE ESISTE QUALCOSA
CHE SI CHIAMA DESTINO...
FASCICOLO 6

HE
CONSIGLIERE


Oh guarda guarda:
ha un ventaglio nuovo!
dice il vicino.


Non potevo avere con Yukichi un solo momento di intimità. Si era fortunati se solo si potevano scambiare poche parole lontani da orecchie indiscrete. Non potevo vederlo che nell'uniforme della scuola o del gruppo sportivo della scuola, quindi del suo corpo non conoscevo che le movenze, il volto, le mani. Eppure sapevo che ormai Yukichi mi apparteneva ed io a lui. Ed ero felice.

Finì il secondo anno e Yukichi era fra i migliori della scuola. Ero chiaramente fiero di lui. Anche in matematica, materia che sapevo che egli non amava, aveva avuto voti discreti. Ed il giudizio finale, deciso dagli insegnanti, era piuttosto lusinghiero.

Tachikawa, dopo la riunione di fine anno degli insegnanti, mi venne accanto e, parlando con un tono di voce basso, mi disse: "L'allievo Ida sta davvero crescendo bene, vero?"

"Eh? Ah, sì, è bravo."

"Ed è sempre innamorato del suo professore di tedesco."

"Come? Perché?" chiesi domandandomi dove volesse parare.

"E il professor Fujita non credo l'abbia affatto cancellato dal proprio cuore, sbaglio?" proseguì lui con tono complice, sorridendomi.

"Non capisco."

"Suvvia, non si fida di me? Le sono amico. Ma lei sa anche che sono un fine osservatore, io. Voi due siete ancora innamorati l'uno dell'altro, non è vero?"

"Tra me e Ida non c'è che il normale rapporto che ci può essere fra un professore e un allievo. Davvero. D'altronde, anche se volessimo, non potrebbe esserci altro, lo sa bene. Lui dorme qui al dormitorio della scuola e non torna a casa neppure per il giorno di riposo, quindi non ci si può neanche vedere al di fuori delle lezioni." risposi guardingo.

"Sì, certo, lo so. E penso che sia un vero peccato, no? Per due persone che si amano, intendo."

"Comunque, se anche fosse così, non ci sarebbe nulla da fare. Lei stesso mi ha detto che fra professore ed allievo non ci deve essere alcun tipo di rapporto diverso, no?"

"Sì, certo. Ma lei sarà suo professore solo per un altro anno. Due sono già passati e il più è fatto, vero? Entrambi siete stati eccezionali: continuare ad amarvi così. Allora pensavo a una cosa..."

"Pensava... a che?" chiesi incuriosito, senza neanche tentare più di negare l'esistenza del reciproco sentimento.

"Come sa faccio parte del consiglio dei docenti anziani. E per il prossimo anno sono stato incaricato di decidere chi devono essere i colleghi che fungeranno da consiglieri per gli studenti dell'ultimo anno. Uno studente può chiedere di vedere il suo consigliere anche una volta alla settimana, nella saletta, a quattr'occhi, come sa. Pensavo quindi che se lei fosse d'accordo, le affiderei gli studenti Oshima, Nosaka, Yoshida e... Ida, s'intende. Pensa di accettare?" mi chiese con un sorriso complice, ma senza malizia.

"Farò del mio meglio per essere un buon consigliere per tutti gli allievi che mi saranno affidati." risposi cercando di celare la gioia che provavo a quella proposta.

"Ne sono certo. Come sono certo che non si lascerà andare con Ida a nulla di compromettente. Ma penso che sia giusto che abbiate almeno l'opportunità di parlare tranquillamente: farà del bene a tutti e due. A volte, anche solo potersi stringere la mano mentre si parla può essere un piacere senza prezzo, sbaglio?"

"La ringrazio, Tachikawa, per la fiducia che mi sta dando."

"È ancora giovane, lei, Fujita. Ha solo trentaquattro anni, vero? È ancora giovane, ma è degno della massima stima e fiducia. So che non mi farà pentire della mia decisione."

"Assolutamente. Davvero le sono molto grato."

"Eh, fra colleghi, e non solo di scuola, ci si deve pur dare una mano, no? La invidio. Lei ha sempre preferito ragazzi dell'età di dopo liceo, perciò quando finalmente il ragazzo avrà finito la scuola avrà l'età giusta per lei e sarà fatta, no? Io invece, sono condannato ad amare gli adolescenti."

"Il suo Kikujiro? Si chiama così, vero?"

"No, lui l'ho lasciato da quasi sei mesi. Stava crescendo troppo in età e anche in pretese. E poi ho conosciuto un delizioso ragazzo che sta per compiere quattordici anni. È davvero un fiore. Sorride, eh? Sì, lo so, li definisco tutti così, io, quando m'innamoro. Un giorno la inviterò per farglielo conoscere. Viene da un'ottima famiglia, sa? è il nipotino del nuovo ministro dell'Educazione."

"Di Mori Arinori? Il figlio di Ryoichi, forse?"

"Li conosce? Sì, è lui, Mori Aritada. Viene da me a lezione privata di inglese. Ma come mai li conosce?"

"Quando studiavo, ero loro ospite. Siamo anche parenti alla lontana. Ma come è accaduto?"

"Io e il ragazzino? Le racconto. Non come potrebbe pensare. Prima siamo diventati amanti e dopo ha deciso che voleva imparare l'inglese. O per meglio dire, ha deciso di studiare l'inglese per diventare il mio amante. Ci siamo conosciuti il giorno in cui ero andato a vedere i ciliegi in fiore con Kikujiro. Non lontano da dove eravamo noi due c'era la famiglia Mori. Conosco poco più che di vista Mori Arinori, per cui ho detto a Kikujiro di comportarsi bene, di non farmi sfigurare e sono andato ad ossequiare i Mori, poi sono tornato accanto al ragazzo. Quando, mentre salutavo i Mori, ho visto il giovane Aritada, sono stato colpito dalla sua bellezza: è stato amore a prima vista. Ma che fare? mi chiedevo, non avrei certo avuto l'occasione per corteggiarlo. Dopo poco Kikujiro si è allontanato per andare a comprare qualcosa da bere. Ero là da solo che lo aspettavo, quando vedo venirmi vicino Aritada.

"Il ragazzino mi saluta e mi dice: chi è quel ragazzo che sta con lei? sembra molto capriccioso e lei ha molta pazienza con lui. Il figlio di un amico, rispondo io non sapendo che dire. Ah sì? dice il ragazzino, poi aggiunge: vi ho osservato a lungo e mi è sembrato un ragazzo di basso rango, nonostante le sue maniere affettate. Io non sarei così capriccioso, se avessi la fortuna di essere suo amico. La rispetterei, farei di tutto per compiacerla. Perché non se ne libera e non prende invece me al suo posto? Io lo guardo stupito e gli chiedo: sai cosa stai dicendo, ragazzo? Sì, dice lui, ho letto nei suoi occhi che le piaccio: so capire queste cose anche se sono giovane. E lei mi piace. Ci pensi e, se si libera di quello, me lo faccia sapere. Come potrei fartelo sapere e come potremo vederci, comunque? chiedo io conquistato dalla sua intraprendenza. Lei è professore di inglese, ho sentito. Potrei sviluppare un improvviso amore per quella lingua; se si libera di quel ragazzo mi mandi una lettera, mi disse con un sorriso pieno di promesse e si allontanò lieve.

"Io avevo già una mezza intenzione di lasciare l'attore. E quel ragazzo m'attraeva terribilmente. Perciò quella sera stessa congedai Kihujiro e scrissi ad Aritada dicendogli che era stato un piacere per me conoscerlo il giorno prima mentre ammiravamo i ciliegi in fiore. E allegai una poesia:

Fior di ciliegio:
l'ammiro ed ogni fiore
per me scompare.

Capì il mio messaggio.

"Fui presto convocato a casa Mori e mi chiesero se fossi disposto ad insegnare privatamente inglese ad Aritada... ora siamo amanti e mi creda mai scelta fu più felice. È giovane, come piace a me, e ogni volta che è con me mi apre le porte del paradiso. Sa che ha avuto il suo primo uomo a undici anni? e che si è sempre scelto lui i suoi uomini? Non è straordinario? È forte e deciso come un adulto eppure, quando si è in intimità, è dolce come il più pregiato miele, disponibile e docile, si fa in quattro per darmi piacere." concluse con aria sognante e visibilmente compiaciuta.

"Mi rallegro per lei..." gli dissi sinceramente.


Come consigliere dovevo mettere a disposizione dei miei quattro studenti un'ora al giorno in cui essi potevano chiedere un appuntamento con me. Aspettavo con impazienza che Yukichi venisse a vedermi. Fu prudente, non chiese di vedermi subito, ma solo il terzo giorno.

Quando entrò nella stanzetta il suo sguardo era luminoso come una giornata di primavera: "Professor Fujita, non credevo alla mia fortuna quando ho letto che proprio lei sarebbe stato il mio consigliere. Fra tanti studenti e tanti insegnanti, che mi abbiano assegnato a lei! Il destino è gentile con noi... Abbiamo un'ora tutta per noi, e non solo oggi!"

D'impulso, senza riflettere, allargai le braccia e lui corse verso di me. Lo strinsi, ci stringemmo. Per la prima volta potevo stringerlo a me. Eravamo felici, emozionati, commossi. I nostri corpi stavano reagendo a quel dolce abbraccio, a quella vicinanza agognata e fino ad allora impossibile.

Lui se ne accorse e allora, con dolcezza, si staccò da me e, con espressione lievemente mesta, ma saggia, mi disse: "È meglio che sediamo al tavolo, professore, prima che mi diventi troppo difficile controllare il mio desiderio."

"Sì, Yukichi, è più saggio. Dobbiamo mantenere fede al nostro impegno. Deve passare ancora questo anno."

"Ma almeno posso dirle quanto la amo."

"E io a te, Yukichi. Come stai?"

"Bene, con lei. E lei?"

"Mi sembra un sogno di poter parlare così con te, senza temere di essere ascoltati. Ti penso giorno e notte, sai?"

"Conto i giorni che ci separano dalla fine dell'anno."

"Hai già deciso che farai una volta fuori di qui?"

"Entrerò alla nuova Università di Tokyo. Studierò tedesco. Voglio diventare professore di tedesco come lei. Se lei è d'accordo."

"Magari potresti diventare professore all'Università, come sarebbe stato il mio sogno."

"E poiché l'Università, per mia fortuna, ancora non ha un dormitorio, andrò ad abitare... dove lei deciderà."

"Non da me?"

"Dove lei deciderà, appunto." rispose lui con un sorriso pieno di calore.

Stesi una mano e strinsi la sua posata sul tavolo: "E finalmente staremo assieme. Ti desidero, Yukichi."

"Sono suo, lo sa. E mi farà suo. Io ho conosciuto altri uomini, prima di lei, ma nessuno ancora mi ha mai fatto suo. Lei sarà il primo, e l'unico."

"Hai avuto molti uomini, prima?"

"Beh, sono ancora giovane, ma più d'uno."

"Perché ti sei innamorato di me?"

"Forse era destino, non crede? Forse in una precedente vita eravamo sposati, chi sa? O comunque amanti. Appena l'ho vista, alla cerimonia di ammissione, ho capito che potevo solo essere suo. Che dovevo essere suo. Non ne ho mai dubitato un solo attimo."

"Lo sai che il tuo amore mi ha reso l'uomo più felice della terra? Lo sai che non ho mai amato nessuno così intensamente? Che ti aspettavo da sempre, da prima di sapere che esistevi davvero?" gli dissi e gli raccontai del ritratto che avevo fatto, anni prima. Lui ascoltava ed annuiva, lieto ma per nulla stupito, come se gli dicessi cose ovvie.

L'ora passò anche troppo in fretta, ma fu deliziosa. Non avevamo mai avuto tanto tempo solo per noi due. Ero profondamente grato al mio collega Tachikawa.

Tornò e passammo altre ore assieme. Poiché per venire doveva chiedere permesso ai vari professori, ci mettemmo d'accordo che lo avrebbe chiesto ogni volta ad un insegnante diverso, e soprattutto a Tachikawa, in modo di non dare troppo nell'occhio. Inoltre io, man mano che venivano gli altri studenti, davo loro appuntamento per la settimana seguente in modo che non fosse solo Yukichi a venire spesso da me.

Ogni volta che eravamo soli il desiderio si accendeva fortissimo, ma entrambi eravamo decisi a non oltrepassare il limite che ci si era imposti. Si parlava di noi, del nostro amore, anche del nostro desiderio, si facevano progetti.

Tutto sembrava procedere per il meglio ma a settembre accadde un piccolo incidente.


Avevo comprato un completo nuovo e il mio fedele Naosuke, che pure era sempre tanto attento, dimenticò di spostare l'orologio dal vecchio panciotto al nuovo. Non me ne resi conto immediatamente. Quindi andai a scuola, quella mattina, senza l'orologio. Me ne accorsi solo quando era ora di entrare in classe e, al mio solito, cercai l'orologio nel taschino. E la prima ora era proprio nella classe di Yukichi. Povero me, che avrebbe pensato il mio dolce ragazzo nel vedermi senza orologio? Che fare? Ero preoccupato.

Entrai in classe un po' teso, guardando subito in direzione del mio Yukichi: la sua espressione rimase seria, impassibile, ma i suoi occhi si spalancarono lievemente e divennero fissi, lucidi.

Salii in cattedra e, subito, dissi: "A volte, senza volere, la mattina si dimenticano cose importanti, essenziali, addirittura. Sono dimenticanze imperdonabili, di cui non si finirebbe mai di chiedere scusa. Nulla è cambiato, nonostante le apparenze, anche se le nostre dimenticanze possono dare dolore a qualcuno. Ma non c'è motivo, assolutamente non c'è motivo. Stamattina, per esempio, ho dimenticato il mio orologio, ma domani l'avrò di nuovo qui nel mio taschino e nulla sarà cambiato."

I miei allievi devono aver pensato che era un discorso un po' strano, forse esagerato, strampalato. Ma la luce tornò a brillare negli occhi di Yukichi e solo questo era importante per me.

Quando lo rividi a quattr'occhi, gli chiesi subito scusa per l'involontario dolore che gli avevo procurato.

Mi sorrise: "È stato abile a farmi capire che era solo un insignificante episodio e che non dovevo temere nulla. Grazie, comunque, per averlo fatto. È stato un vero e proprio atto d'amore di cui le sono grato."

"Perché io ti amo, Yukichi."

"Ed io amo lei, più che mai!" poi aggiunse con aria di dolce rimprovero: "Io però potrei forse dimenticare di indossare i pantaloni, ma mai il talismano per ricordarle il mio amore."

Sorrisi.

"Mi piacerebbe vederti con il solo talismano indosso."

Sorrise anche lui ma non rispose.

Logicamente parlavo a lungo e consigliavo anche gli altri tre allievi affidatimi. Ma con loro si parlava quasi esclusivamente dei loro studi e del proseguimento all'Università. Uno, Nosaka Shigeru, era molto appassionato di letteratura classica giapponese ed invece la famiglia voleva che proseguisse gli studi delle lingue e letterature moderne. Lui non voleva opporsi, ma ne era profondamente afflitto.

"Ascolta, Nosaka. Potresti darti agli studi di letteratura comparata. In questo modo, pur facendo contenti i tuoi, studieresti anche ciò che piace a te."

"Letteratura comparata? Che significa?"

"Significa conoscere molto bene la propria letteratura e quella di almeno una o due nazioni straniere per trovare tutti i punti che hanno in comune, anche i meno evidenti, per poi evidenziare come sono affrontati e sviluppati nelle due culture."

"Sembra interessante. Chi insegna letteratura comparata?"

"Ancora nessuno. Dovresti farti le ossa da solo. Ma gli europei sono maestri in questa disciplina, hanno pubblicato molti libri sulla comparazione delle loro letterature. E tu, almeno quelli in inglese e tedesco, sei in grado di leggerli, quindi di capire il metodo ed applicarlo. E, se ti interessa, potresti diventare il primo o uno dei primi esperti di letteratura comparata della nostra nazione."

Nosaka sembrò entusiasmarsi all'idea, specialmente quando gli dissi che gli avrei cercato dei testi. Scrissi infatti ad Otto, con cui ero rimasto in contatto epistolare per tutti quegli anni, pregandolo di cercarmi ed inviarmi quei testi, cosa che lui fece con molta sollecitudine.

Ad Otto avevo raccontato in una precedente lettera del mio innamoramento per Yukichi e lui mi aveva fatto i suoi auguri. Quanto a lui, aveva ripreso a frequentare i salotti ed a scegliersi un diverso ragazzo ogni volta, rivedendo spesso quelli che gli piacevano di più, ma senza legarsi a nessuno. Avevo notato però che nelle sue lettere mi nominava sempre più spesso un giovane musicista zigano e mi chiesi se non stesse nascendo qualcosa. In cuor mio glielo auguravo: per quanto possa essere piacevole passare di avventura in avventura, non c'è niente di più bello che avere un amante fisso.

Yoshida mi era lievemente antipatico: era eccessivamente sicuro di sé e del proprio valore, eccessivamente fiero delle sue origini nobili. Comunque cercai di trattarlo come tutti gli altri e di essergli utile con i miei consigli.

Quanto ad Oshima, a poco a poco intuii che anche lui era attratto esclusivamente da quelli del proprio sesso. Non era molto bello, almeno secondo i miei canoni di bellezza virile, ma era molto simpatico e piacevole. E, pur senza aver mai affrontato l'argomento della sua vita privata, ero sempre più certo della mia intuizione, che ebbe presto una drammatica conferma.


Era una sera di dicembre e stavo aspettando Sadao, quando arrivò a casa mia un impiegato del dormitorio della mia scuola per chiedermi di andare urgentemente a scuola. Oshima aveva tentato il suicidio. Lo avevano salvato, avevano cercato di capire il perché di quel gesto da parte di un allievo dotato e apparentemente senza problemi, ma il ragazzo non parlava se non per dire: perché non mi avete lasciato morire? Pensavano che probabilmente io, essendo il suo consigliere, avrei potuto farlo aprire, confidare.

Dissi al mio servo Naosuke di aspettare Sadao e di scusarmi con lui, spiegandogli l'imprevisto, mi vestii e mi recai subito al dormitorio del nostro liceo.

Oshima era stato portato in una stanza del dormitorio ad un solo letto ed era vegliato da un collega. Entrato gli feci cenno di lasciarci soli. Sedetti accanto al letto del ragazzo che aveva gli occhi chiusi.

"Oshima, sono il professor Fujita; vorrei parlarti."

Il ragazzo restò immobile, gli occhi chiusi, in silenzio.

"So che mi senti. Apri gli occhi e rispondimi."

Non dette segno di vita.

Allora gli posai una mano su una guancia in una lieve carezza e gli dissi sottovoce: "So che ti senti terribilmente triste e solo e pensi che nessuno ti possa capire, aiutare. Eppure io sono qui per te, e vorrei davvero aiutarti. Perché non provi ad aprirti con me, a dirmi che cosa ti spinge a non voler più vivere? A volte anche solo parlare con qualcuno può aiutarci a capire meglio."

Dagli occhi chiusi di Oshima scesero due lagrime silenziose. Gliele asciugai e continuai a parlargli, cercando di convincerlo a dirmi che cosa lo affliggesse, ma senza successo.

Allora, continuando a carezzargli il volto, gli chiesi sottovoce: "È perché tu preferisci gli uomini, non è vero?" azzardai.

Spalancò di colpo gli occhi, mi guardò stupito, e mormorò con voce quasi impercettibile: "Come fa a saperlo?"

Avevo fatto centro. Gli sorrisi rassicurante: "Non lo so, ma lo intuivo da tempo. Non pensi che sia bene parlarmene? Con me puoi aprirti senza problemi."

Mi raccontò: da due anni lui era l'amante di un uomo. Si vedevano, e perciò potevano fare l'amore, solo nei fine settimana, cioè quando lui tornava a casa. In quei due anni, lui gli era stato fedele, nonostante provasse per lui solo affetto. Ma dall'inizio dell'anno scolastico Oshima condivideva la stanza con un ragazzo del primo anno. In breve era nata fra i due prima una forte simpatia, poi s'erano accorti di essersi innamorati e allora avevano cominciato a fare l'amore tutte le notti, giurandosi eterno amore.

Quindi Oshima aveva pensato giusto dire all'uomo che la loro storia era giunta alla fine. Ma l'uomo non voleva perderlo. Così, essendo quell'uomo il superiore di suo padre, aveva chiesto che Oshima sposasse sua figlia e lui lo avrebbe adottato come genero, in questo modo lo avrebbe avuto in casa e avrebbe potuto continuare a tenerlo come suo amante. I genitori, all'oscuro dei veri motivi dell'uomo e lusingati, avevano accettato.

Oshima aveva tentato di opporsi, ma a nulla erano valse le sue proteste. Lui non voleva sposarsi, non voleva assolutamente tornare nel letto di quell'uomo che ora odiava, non voleva separarsi dal suo ragazzo, però avrebbe dovuto inevitabilmente farlo. Perciò, mi disse, non gli era restata altra scelta che togliersi la vita.

"Chi è il tuo compagno di stanza?"

"È Irota Masato."

"Vi amate davvero?"

"Sì. Se non posso stare con lui, preferisco morire."

"E lui?"

"Ha giurato che si ucciderà sulla mia tomba."

"Molto romantico, proprio come nelle storie di un tempo, ma assai poco saggio, non ti pare? Ci possono anche essere altre soluzioni, non credi?"

"Non ne abbiamo trovate altre. Io non tornerò mai, mai da quell'uomo. Mi ucciderò, non potranno impedirmelo per sempre."

"Per ora aspetta. Faccio chiamare Irota perché venga qui a vegliarti e frattanto penserò ad una soluzione per voi due."

"Se Irota verrà qui, ci uccideremo assieme."

"Perché piuttosto non fate l'amore? Darò ordine che nessuno entri se non chiamato da Irota, così potrete stare tranquilli. Senti, facciamo un patto: se non troverò una soluzione, vi lascerò fare a modo vostro, ma fino a quel giorno, non tenterete più il suicidio. D'accordo?"

"Non so che cosa potrà fare, professor Fujita, ma accetto la sua proposta. Perché vuole aiutarci, però? Non capisco."

"Perché rispetto il vostro amore. Tuo padre sa che tu ami Irota? Sa di te e di quell'uomo?"

"No, non gli ho mai detto niente. Non sarebbe servito proprio a nulla, comunque, mi creda. Non è certo lui che saprebbe rispettare il nostro amore. Che soluzione ci potrebbe essere, oltre la morte?"

"Non so ancora, ma affidati a me, almeno per ora."

Andai a parlare ad Irota. Lo trovai deciso a seguire il suo Oshima fino in fondo. Gli dissi del patto che avevo fatto col suo amante e lo accompagnai da lui.

Per quel giorno non potevo fare altro, ma avevo già una mezza idea su cosa potevo tentare di fare l'indomani. Perciò me ne tornai a casa. Era molto tardi e logicamente Sadao non ci sarebbe più stato. Quando entrai, arrivò subito Naosuke.

"Bentornato, padrone. Io... le chiedo perdono!" disse e, gettatosi ai miei piedi, mi si prostrò davanti.

Lo guardai stupito: "Beh? Che c'è? Cosa hai combinato?" gli chiesi.

"So che non avrei dovuto, ma... Quando è venuto il signor Sadao, io e lui... è colpa mia, solo colpa mia, ma il signor Sadao mi è sempre piaciuto molto e così..."

Capii e sorrisi. Ma, con voce severa, chiesi: "Così, approfittando della mia assenza, avete fatto l'amore?"

"Sì, padrone." gemette.

"E scommetto che vi è piaciuto a tutti e due, vero?"

"Sì, padrone."

"Bene. Vuol dire che la settimana prossima ti farai trovare di nuovo tu al posto mio. Io, comunque, prima o poi dovrei lasciarlo, lo sai bene. Se state bene assieme, non posso che essere contento per voi. Alzati, su."

"Il padrone non è arrabbiato con me? Mi perdona?"

"Certo. Ma adesso, raccontami per filo e per segno come è andata fra voi due. Sadao ti ha detto subito di sì?"

Bene, anche quel problema ora era sistemato e io ero davvero contento per quella soluzione.

Ora mi restava da risolvere il problema, assai più difficile e grave, di Oshima e di Irota. Contattai diversi miei amici, fra cui c'erano anche persone influenti, e che tutti condividevano la stessa predilezione per i maschi. Il piano si delineò, si sviluppò, prese corpo. Certo, c'era un prezzo da pagare, ma forse poteva valerne la pena.

Tornai dai due ragazzi ed esposi loro il piano: dovevano scappare assieme dal dormitorio. Una carrozza li avrebbe aspettati e li avrebbe portati a casa di un mio amico a Kamakura. Qui avrebbero aspettato finché un altro mio amico avrebbe fornito loro documenti con nuove generalità: con un nuovo nome si sarebbero fatti passare per fratelli. Un altro mio amico che aveva da poco aperto una casa editrice, li avrebbe assunti, dando loro un discreto stipendio ed una casa. Il prezzo da pagare: dovevano rinunciare agli studi, al loro sogno di iscriversi alla Waseda.

I ragazzi accettarono immediatamente, grati: avrebbero rinunciato volentieri a qualsiasi cosa pur di poter vivere assieme e la soluzione che stavo proponendo loro era anche troppo bella: un lavoro, una casa, una nuova vita, assieme. Oshima di nuovo mi chiese perché facessi tutto quello per loro.

Allora gli risposi: "Perché anche io amo un ragazzo. E non vorrei mai che un qualcosa potesse separarmi da lui. Perciò vi capisco, ragazzi. Anche i miei amici vi aiuteranno per lo stesso motivo."

"Sono tutti come noi?" chiese stupito Irota, poi, con voce incerta, chiese: "Ma che cosa si aspettano da noi?"

"Nulla. Gratitudine, forse. Ma non in quel senso, state tranquilli. Come me anche ognuno di loro ha il proprio amico, e quindi non cercano avventure. No, potrete davvero amarvi senza ostacoli, tra pochi giorni. Certamente le vostre famiglie vi cercheranno, ma forse non penseranno di cercarvi a Kamakura."

Fuggirono tre giorni dopo. Logicamente ci furono indagini. Le due famiglie credo abbiano immaginato il motivo della fuga, visto che i due ragazzi erano scomparsi assieme e poco dopo il tentato suicidio di uno dei due... Anche io fui interrogato a lungo, ma finsi di non avere la più pallida idea né del perché fossero scappati né del dove.

Solo a Yukichi, quando volle sapere tutta la storia, la raccontai senza problemi.

Lui, alla fine, mi abbracciò e mi baciò (era il nostro primo bacio) e mi disse: "Questo è il premio che il mio uomo si merita per quello che ha fatto per quei due ragazzi."

"Io speravo in un premio più intimo, veramente." dissi scherzoso.

Arrossì deliziosamente, poi, staccandosi da me, disse: "Ancora pochi mesi e poi, finalmente, lei potrà fare di me tutto quello che io desidero da tempo. Ah, sa, ho già detto ai miei che ho cominciato a cercarmi una stanza per quando entrerò all'Università. Sono d'accordo. E, logicamente, la troverò da lei. Immagino che vorranno venire a Tokyo per conoscerla, per vedere la stanza. C'è una stanza qualsiasi da mostrar loro nella sua casa?"

"Certo. È piccola, graziosa, luminosa e dà verso il fiume. La farò mettere in ordine."

"Ma io starò con lei, no? Mica mi farà davvero stare in un'altra stanza, no? Dormiremo nello stesso letto, vero?"

"Certo, mio dolce Yukichi: sono due anni e più che non sogno altro, lo sai. Comprerò un bel materasso nuovo, a due piazze, apposta per me e te. Il più bello che troverò."

"Mi permetterà di venire a sceglierlo con lei?" chiese lui illuminandosi in uno sguardo pieno di speranza.

"Certo, appena sarà finita la scuola e saremo liberi."

Le ultime settimane passarono abbastanza in fretta. Yukichi ebbe un buon punteggio e superò anche l'esame di ammissione all'Università Imperiale di Tokyo.

Gli regalai allora il mio orologio, dicendogli: "Ormai a me non serve più, è tuo, come io sono tuo."

"Allora le do il mio talismano, in attesa di darle tutto me stesso. Ma venga, come sa qui fuori ci sono i miei genitori che vorrebbero conoscerla."

Erano vestiti in kimono formale. Il padre era un uomo di circa dieci anni più vecchio di me, piccolo e tarchiato, molto diverso da Yukichi. La madre era invece una donna minuta e graziosa ed era evidente che il ragazzo aveva preso soprattutto da lei. Si inchinarono tutti e due profondamente.

"Professore, grazie per essersi preso cura di nostro figlio Yukichi. Ci ha detto di quanto lei gli sia stato vicino con i suoi preziosi consigli. Davvero non sappiamo come ringraziarla. Ecco, questo è un piccolo dono di nessun valore, la preghiamo di accettarlo ugualmente." mi disse il padre porgendomi un pacchetto avvolto in un bel furoshiki di seta.

"Non dovevate disturbarvi. Per me è davvero un gran piacere interessarmi a Yukichi: è un ragazzo molto in gamba." risposi.

"Ci ha detto che lei è disposto ad affittargli una stanza per il periodo dell'università. Non sarà troppo disturbo? Non vorremmo che nostro figlio le fosse di peso."

"No, al contrario, sono davvero lieto che possa venire ad abitare da me. Volete venire a vedere la sua stanza?"

"Ah, professore, lo affidiamo a lei. Noi, da lontano, non potremmo seguirlo. Siamo più tranquilli nel sapere che è con lei. E tu, Yukichi, sii sempre obbediente e fai sempre tutto quello che il professore ti dirà di fare, mi raccomando."

"Non dubitate, sarò più obbediente di un kerai al suo tono-sama, ve lo giuro." rispose pronto Yukichi guardandomi con occhi luminosi, ma con volto serio.

Vennero a casa. Avevo fatto preparare a Naosuke un buon pranzo per noi quattro, e dopo aver mostrato loro la "stanzetta di Yukichi", ci mettemmo a tavola.

Il padre, durante il pranzo, mi disse che avrebbe inviato al figlio una somma mensile per le sue spese e per pagarmi vitto ed alloggio. Non mancavano certo i soldi alla famiglia del ragazzo: il padre era un ricco possidente terriero di un'antica famiglia della piccola nobiltà di provincia. La madre era una donna gradevole e il padre era un uomo di profonda cultura classica. Mi piacquero. Anche io dovetti piacere ai genitori di Yukichi, perché quando mi lasciarono, non fecero che decantare le mie lodi al figlio quando questi li accompagnò fino alla stazione del treno. Me lo disse Yukichi al ritorno.

Mentre lo aspettavo aprii il pacchetto con il regalo che avevo ricevuto dai genitori di Yukichi. Era una scatola di finissima lacca contenente un completo per la scrittura, che doveva valere un patrimonio. Chiamai Naosuke dicendogli di metterla a posto e di stendere il materasso nella mia stanza.

"È molto bello il padrone giovane. Congratulazioni, padrone. Vi auguro di essere felici assieme."

"Grazie, Naosuke. E fra te e Sadao, come va? Tutto bene?"

"Ah, molto bene, sì, e siamo tutti e due molto grati al padrone per permetterci di stare assieme. Lui, quando va a bere la sera all'osteria di là dal ponte, al ritorno si ferma molto spesso con me. Non vorrebbe mai tornare dalla moglie, dice, non gli piace molto dover fare il suo dovere di marito. Sono fortunato, io, a non avere questo problema. E ad avere un padrone come lei ed un amante pieno di calore come Sadao."


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