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una storia originale di Andrej Koymasky


pin SE ESISTE QUALCOSA
CHE SI CHIAMA DESTINO...
FASCICOLO 9

RI
LICEO TACHIKAWA


Alzo il mio capo
e accendo il vecchio lume:
la notte è fredda.


Ci fu la guerra di Corea ma per nostra fortuna non fummo chiamati al fronte né Yukichi né io. La guerra di Corea in effetti coinvolse anche la Cina che non voleva accettare il nostro controllo sulla penisola coreana. Il nostro esercito, moderno ed efficiente ebbe ragione sull'ingerenza cinese e questa vittoria fu celebrata in Giappone con grande orgoglio. Russia, Francia e Germania sembrarono preoccupate della nostra potenza e fecero passi presso il nostro primo ministro Ito perché il Giappone rendesse alla Cina la penisola di Liaotung che le aveva sottratto. Il Triplice Intervento fu vissuto da molti giapponesi come un'ingiusta ingerenza ed umiliazione, come un tentativo di tenere il Giappone ad un livello inferiore a quello delle Grandi Potenze e dette forza e vigore ai nazionalisti.

Proprio durante la guerra, Tachikawa si ammalò di un qualche morbo al fegato. Nonostante Aritada gli avesse procurato i migliori medici della capitale, non ci fu nulla da fare. Andammo spesso a trovarlo durante la sua malattia: era molto prostrato eppure manteneva il suo atteggiamento sereno e lievemente ironico nei confronti della vita e delle sue vicende.

"Vedi, gli dei sono misericordiosi: prima che io diventassi un rottame, hanno deciso che la mia vita finisca. Almeno Aritada mi ricorderà come un uomo ancora forte. Ho ancora tutti i miei denti ed i miei capelli e, almeno fino a poche settimane fa, potevo fare l'amore ancora come un giovanotto." mi disse, pochi giorni prima di morire, con ironica fierezza.

In pochi mesi il mio collega si spense. Aveva passato di poco la sessantina. Aritada ne ebbe un grande dispiacere. Volle che lo accompagnassimo solo io e Yukichi quando andò a spargere le ceneri di Tachikawa nelle acque del Sumidagawa dalle vicinanze del Tempio Senso, secondo le sue ultime volontà.

Mentre spargeva le ceneri nelle acque del fiume, Aritada improvvisò questo haiku, giocando sul significato del cognome Tachikawa, "ritto accanto al fiume":

In riva al fiume...
Ah, la più lunga notte!
E l'acqua corre.

Poi, con grande nostalgia aggiunse: "L'ho amato, il mio grande vecchio, con tutto il cuore." disse con grande nostalgia Aritada.

"Anche lui ti ha amato molto." gli disse Yukichi cercando di consolarlo in qualche modo.

"Sì, lo so. Per me ha rinunciato alla sua eterna ricerca di ragazzini. Anche quando sono diventato adulto mi è restato fedele. Anche io sono restato fedele a lui. E ora mi sento così solo..."

"Tu, almeno, hai famiglia." gli dissi io.

"A mia moglie interessa solo che non le manchino i soldi. Quanto ai miei figli cresceranno, se ne andranno. Lui era importantissimo, per me. A volte gli amici mi chiedevano che cosa ci trovasse uno giovane e ricco come me in un semplice professore come lui. Ma lui era una persona di una ricchezza interiore incredibile. Sì, lo ammiravo e lo stimavo moltissimo. Mi sentivo al sicuro, con lui. Ho pregato gli dei e i buddha di prendersi venti anni della mia vita e di donarli a lui ma non mi hanno ascoltato. Voglio che lui non sia dimenticato. Lui amava i ragazzini, ma non solo in senso fisico. Li amava davvero, tutti, non solo quelli che dividevano il suo letto. Così ho deciso che fonderò una scuola a nome suo, per i ragazzini della secondaria, fra i quattordici ed i diciotto anni. E, come sognava lui, ci saranno borse di studio per i ragazzi più poveri ma più capaci. Ne sarà contento, non credete?"

"Sicuramente. È una splendida idea." gli disse Yukichi con calore.

"Lei, Fujita-sensei, non ne diventerebbe il direttore?" mi chiese allora Aritada.

Non mi aspettavo certo una simile proposta e perciò non gli risposi subito: mi pareva un compito troppo grave, non ero sicuro di essere all'altezza di svolgerlo nel migliore dei modi. Ma Yukichi mi convinse ad accettare e mi disse che aveva discusso con Aritada alcune cose su come impostare la suola e che gli sembrava molto bello che io contribuissi a farla nascere.

Così fu fondata la scuola Tachikawa che fu edificata su un terreno libero a Yotsuya ed io ne fui il direttore. Con Aritada ne stendemmo il regolamento. La scuola prendeva solo allievi interni (questo facilitava proprio i ragazzi di famiglie povere) ed era perciò dotata di un bel dormitorio. Aveva palestre e campi di gioco, la mensa, il bagno, l'ambulatorio, il tutto in basse costruzioni immerse nel verde. Il primo anno girammo tutte le scuole primarie delle zone più povere di Tokyo per reclutare i primi allievi. Davamo loro il programma dell'esame di ammissione, poi nel marzo seguente, si fece il primo esame. Non era facile: volevamo solo i ragazzi più volenterosi e capaci. Ma se passavano l'esame, la scuola poi era di fatto alla portata delle borse di tutti, perché il costo era inversamente proporzionale ai risultati: più ottenevano voti alti, meno pagavano di spese scolastiche.

Il primo anno iniziò con tre prime, e settantadue allievi. Avevano trentasei ore di lezione alla settimana, dal lunedì al sabato, più sei ore a settimana di attività ginnico sportive sia tradizionali che moderne e quattro ore a settimana di attività manuali.

Favorimmo la formazione di gruppi spontanei per coltivare gli interessi extracurricolari. La struttura era stata progettata per accogliere dodici classi, cioè circa duecentocinquanta allievi e una ventina di adulti che avrebbero vissuto nella scuola per seguire i ragazzi. I dormitori erano dodici, ciascuno in una piccola costruzione di due piani, con quattordici camere, tredici a due letti per i ragazzi e una ad un letto per l'adulto responsabile del dormitorio. Ma i dormitori, a differenza che nelle altre scuole, non erano divisi per classe. In ogni camera invece, a parte il primo anno evidentemente, dovevano dormire due ragazzi di due anni diversi, cioè uno di prima con uno di terza, uno di seconda con uno di quarta. In questo modo, nello stesso dormitorio, c'erano solo due ragazzi della stessa classe. Questo facilitava la socializzazione fra ragazzi di classi diverse. Il grande era responsabile del piccolo e l'adulto di tutti e sei o sette i grandi. Ogni anno, i ragazzi di terza, si sceglievano fra i nuovi ammessi il proprio compagno di camera con cui, se non sorgevano particolari problemi avrebbe condiviso la camera per due anni. Nel giro di quattro anni la scuola girava a pieno regime e tutto andava nel migliore dei modi.

Questo nostro sistema, anche se inizialmente non era certamente stato pensato per questo, portò inevitabilmente al fatto che molte coppie di ragazzi, prima o poi, iniziassero anche a condividere non solo la camera ma anche il letto. Quella era l'età giusta del risvegliarsi dei primi desideri sessuali ed era naturale che fossero portati a sperimentarli fra loro.

Uno dei sorveglianti di dormitorio, una volta, venne a parlarmi proprio di questo "problema": aveva avuto la netta impressione che non pochi ragazzi facessero sesso fra loro, di notte, nelle loro stanze. Gli risposi che i ragazzi dovevano imparare a gestire le loro vite private a modo loro e che, da parte nostra, non ci riguardavano certe loro scelte. Dovevamo solo essere sicuri che non ci fosse sopraffazione da parte di un ragazzo sull'altro, che nessuno fosse costretto a fare o sottostare a cose che non voleva. Per il resto dovevamo solo preoccuparci che i ragazzi studiassero. Logicamente non incoraggiavamo quel tipo di relazione, gli dissi, ma neppure la ostacolavamo. Il sorvegliante disse che aveva capito e non tornò più sull'argomento.

Un paio di volte capitò che un ragazzo si lamentasse di essere obbligato dal compagno di camera a far sesso. Chiamammo il "colpevole" e semplicemente gli spiegammo che nessuno ha il diritto di imporre ad altri le proprie scelte, e che il suo sbaglio non era aver avuto rapporti sessuali quanto aver obbligato un compagno ad averli con lui contro la propria volontà. Dopo di che semplicemente lo cambiammo di dormitorio, avvertendolo che se la cosa si fosse ripetuta, saremmo stati costretti ad espellerlo dalla scuola. Non capitò mai. A volte le coppie si formavano anche fra due ragazzi che non condividevano la stanza: bastava allora che chiedessero di poterne condividere una (senza dirci il vero motivo, si capisce) che, appena possibile, li mettevamo insieme. In questo modo nella scuola regnava un'armonia davvero notevole. A volte alcune coppie duravano anche dopo la scuola. Comunque, anche se non c'era rapporto fisico, o se questo terminava naturalmente con la separazione, molti restavano poi ottimi amici. Ogni anno facevamo una riunione di tutti gli ex allievi e la stragrande maggioranza tornava con piacere e restava affezionata alla scuola che aveva saputo armonizzare una disciplina assai rigida ad un alto grado di libertà. La preparazione era tale che chi di loro voleva dare l'esame d'ammissione alla prestigiosa Università Imperiale, aveva ottime probabilità di essere ammesso.

Eravamo molto fieri della nostra scuola.

Yukichi continuava ad insegnare all'Università Imperiale ma avevamo fatto in modo che i nostri orari non ci impedissero di passare una parte della giornata assieme. Con lui spesso discutevo i problemi del liceo Tachikawa e spesso seguivo i suoi consigli.


Il più grave problema che avemmo al liceo fu quando scoprimmo che un ex allievo si introduceva di notte nel recinto della scuola per poter continuare ad avere rapporti col suo ex compagno di camera. Furono sorpresi da un sorvegliante una notte nella stanza del guardaroba, in pieno amplesso. Furono fatti rivestire, legati e rinchiusi in due diverse stanze per il resto della notte. La mattina seguente mi furono portati in ufficio.

Erano Sasaki Ryuta, di diciannove anni, ex allievo e Abe Koji, di diciassette, del terzo anno. Stavano in piedi davanti a me a testa bassa.

"Allora, Sasaki, vuoi spiegarmi che cosa ci facevi tu nella scuola di notte?" gli chiesi severo, ma non duro.

"Lo sa, professor Fujita, gliel'hanno certamente detto."

"Vorrei che me lo dicessi tu."

"Volevo rivedere Koji, cioè Abe-kun."

"Rivedere? solo rivedere?"

"Beh, ecco..." iniziò lui ma arrossì e tacque.

Allora Abe, con una voce bassa ma decisa, disse: "Posso parlare, signore?"

"Sì, certo."

"Sasaki e io ci amiamo e questa notte ce lo stavamo dimostrando concretamente."

"Cioè? Sii chiaro. Facevate sesso assieme?"

"Sì, signore, cioè, no signore."

"Sì o no?"

"Noi non facevamo sesso, voglio dire, facevamo molto di più: noi ci amiamo, signore, come le ho detto."

"Tanto da violare il regolamento della scuola?"

"Non potevamo fare altro, signore." disse allora Sasaki.

"Chi ti ha fatto entrare, Ryuta? Il cancello era chiuso, no?"

"Ho saltato la recinzione, signore." mormorò Sasaki, poi aggiunse: "Punisca me, signore, non lui."

"Tu non sei più allievo di questa scuola. Come potrei punirti? Dovrei denunciarti alla polizia."

"Se vuole frustarmi, signore, lo merito."

"E poi? Salteresti di nuovo dentro alla prima occasione, magari stando solo un po' più attento?" gli chiesi.

"Temo di sì, signore." disse Sasaki arrossendo.

"Signore, noi... noi dobbiamo vederci: noi ci amiamo, signore, davvero. Giusto o sbagliato che sia." disse Abe accorato e, arditamente, afferrò una mano all'amico e la strinse. Questo gesto mi commosse. Già prima non avevo fatto che pensare a come uscire da quella situazione. Volevo aiutare quei due ragazzi, ma non potevo certo cambiare il regolamento per loro.

"Sedete, ragazzi. E ascoltate bene quello che vi dico. Io rispetto il vostro sentimento. Ma devo far rispettare il regolamento. Vi amate? Bene. Ma un estraneo, e tu ora sei un estraneo, Ryuta, non può entrare nel recinto della scuola. Né un allievo uscirne. La domenica i ragazzi possono ricevere visite dai loro parenti, ma tu Sasaki, non sei un suo parente, purtroppo. E comunque, non potreste certo appartarvi come credo che desiderereste. Se il vostro amore è davvero così forte, saprete resistere altri due anni scarsi, no? Capisco che siete giovani, impazienti, ma anche forti, penso. Per questa volta non punirò Abe che pro forma e non denuncerò Sasaki. Ma dovete promettermi che non farete più sciocchezze del genere."

"Ma, direttore..." iniziò Abe. Lo interruppi:

"Fammi finire a parlare. Sasaki, che stai facendo tu, ora? Studi, mi pare, no? Dove studi?"

"Sì, studio alla Waseda, signore."

"Che cosa?"

"Letteratura, signore."

"Hai tempo libero un paio di ore alla settimana?"

"Sì, signore." mi disse, evidentemente senza capire il perché di tutte quelle mie domande.

"Ti andrebbe di venire qui a scuola a dare lezioni private di letteratura ad Abe? Gratuite, s'intende."

"Io venire qui, una volta alla settimana?"

"Vi vedrete nella biblioteca della scuola. Non sarete mai soli, si capisce, ma potrete almeno scambiarvi qualche parola, qualche scritto, vedervi comunque, per rendere meno dura l'attesa. Che ne dite? Non posso offrirvi nulla di più. Accettate?"

"Direttore, dice davvero? Certo che accettiamo, vero Koji? Le siamo grati, veramente grati, direttore!"

"Ma ad una condizione: che non cerchiate di vedervi in altro modo, di appartarvi, di ingannarmi. Accettate? Mi date la vostra parola d'onore?"

Accettarono. E quando finalmente Abe Koji si diplomò, i due vennero a parlarmi per ringraziarmi ancora.

"Lei è stato buono con noi, direttore. Non la dimenticheremo mai e le saremo sempre grati. Potrà contare su di noi per qualsiasi cosa siamo in grado di fare per lei. Qualsiasi cosa."

"Che farete, ora, ragazzi?"

"Koji entrerà alla Waseda. E verrà ad abitare con me nella stanza che mi sono preso in affitto."

"Avete problemi di soldi?"

"Un poco, ma io faccio qualche lavoretto e in due sarà più facile e poi siamo abituati ai sacrifici."

"Dici che fai già qualche lavoretto. Di che si tratta, Sasaki?"

"Lavo i piatti in un ristorante, signore."

"Ti pagheranno poco, immagino."

"Basta per sopravvivere, signore."

"Che ne diresti di venire a dare lezioni private qui? Questa volta a pagamento? Potrei darti, ecco, questa somma mensile, per sei ore ogni settimana." gli dissi porgendogli un foglietto su cui avevo già scritto la somma. Sasaki lo guardò e si illuminò:

"Quando posso cominciare, signore?"

"Dalla settimana prossima. E quando Abe sarà al secondo anno, offrirò anche a lui lo stesso trattamento."

Sasaki si rivelò un insegnante coscienzioso e capace, sì che dopo la laurea gli offrii un posto fisso da insegnante nel nostro liceo. A poco a poco diventammo amici e, allora, gli rivelai anche di me e di Yukichi, che gli feci conoscere.


Yukichi frattanto era diventato professore ordinario di letteratura comparata (il primo) alla Università Imperiale di Tokyo. Guadagnavamo bene tutti e due, così acquistammo la casa accanto alla nostra, la facemmo demolire ed ingrandimmo sia la nostra casa che il giardino. E nel giardino io volli far costruire un pozzo di legno in stile antico ed accanto gli feci piantare un glicine... Fu la mia sorpresa e il mio regalo al mio amato.

Nobuo, che avendo ripreso gli studi ora sapeva leggere e scrivere correntemente, ci faceva anche da segretario e teneva in perfetto ordine le nostre carte ed i nostri libri. Era stato davvero un ottimo acquisto, quel ragazzo.

Aritada aveva conosciuto un giovane americano che era venuto a Tokyo a studiare giapponese ed erano diventati amici. Si chiamava Bradford Wilson ma si faceva chiamare Biway. Era un buon giocatore dilettante di baseball, aveva un corpo snello ma muscoloso, capelli castano chiari chiari, occhi verdi, un sorriso ampio ed aperto. E, come diceva Yukichi, "o pantaloni troppo stretti o una dotazione troppo abbondante" che risaltava piacevolmente fra le sue gambe. Quando Aritada, una sera che si erano mezzi ubriacati assieme, aveva cercato di aprirgli i calzoni, lui non solo l'aveva lasciato fare, ma poiché, per fortuna di Aritada, anche lui amava solo i maschi, aveva partecipato con entusiasmo. Quando la mattina seguente si svegliarono, nudi ed allacciati, Aritada che non sospettava i gusti del bell'americano, gli chiese scusa pieno di imbarazzo, ma Biway lo mise a tacere ricominciando a farci l'amore. Così iniziò la loro relazione.

Dopo alcuni mesi che si incontravano il giovane americano disse ad Aritada: "Ormai ci conosciamo piuttosto bene. Tu mi piaci moltissimo. E anche come fai l'amore. Vuoi diventare il mio amante?"

Aritada non chiedeva di meglio. Ma, come al suo solito, prima pose una condizione: che Biway si fermasse in Giappone.

"Allora, devo trovarmi un lavoro. I miei non mi manderanno più soldi, quando scriverò loro che non voglio tornare." aveva detto il giovanotto.

Aritada mi aveva raccontato questi fatti, ed era tutto elettrizzato. Mi disse che stavano pensando a cercare un qualche lavoro per Biway per permettergli di restare in Giappone. Allora io gli dissi che avremmo potuto aprire un gruppo di baseball nel nostro liceo ed assumere Biway come coach. Aritada si illuminò e mi ringraziò: mi disse che lui in realtà ci aveva pensato, ma che non gli sembrava giusto, solo perché lui era il proprietario della scuola, approfittarne per i propri interessi privati. Ma essendo stato io ad avere l'idea, lui non si opponeva di certo.

In breve il coach americano divenne l'idolo dei ragazzi. Più di un ragazzo cominciò a pettinarsi alla Biway. E questi dovette anche declinare più di una proposta di qualche suo giocatore. Non che il bell'americano fosse un modello di fedeltà, gli piaceva qualche volta concedersi una avventuretta, ma non lo fece mai con i ragazzi della scuola.

Una volta Biway ci provò anche con Yukichi, ma io e il mio Yukichi siamo sempre stati assolutamente fedeli l'uno all'altro. Aritada sapeva delle scappatelle del suo nuovo amante ma non pareva dargli peso. "Che vuole, Fujita-sensei, forse sono maturato, ma ho capito che la vera fedeltà non è una cosa fisica. E so che il mio Biway, a modo suo, mi è fedele. Così lo lascio fare. È giovane, si calmerà." mi disse un giorno col suo solito sorriso, sicuro di sé.


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