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una storia originale di Andrej Koymasky


pin SE ESISTE QUALCOSA
CHE SI CHIAMA DESTINO...
FASCICOLO 10

NU
LA FAMIGLIA CRESCE


La rana osserva
gli alacri muratori
calma e serena.


Mantenevamo contatti, non frequenti ma regolari, con i "fratelli" Hayashi che ora avevano un appartamentino più grande e così a volte ci si fermava anche la notte da loro. Ci si raccontava un po' tutto, c'era amicizia ed intesa e, specialmente Jiro, si confidava spesso con me come ai tempi della scuola. Così un giorno mi disse che cosa era capitato loro negli ultimi mesi: una vicenda che in parte mi colpì e che all'inizio giudicai piuttosto severamente, ma che Yukichi mi fece vedere poi sotto una diversa luce e che mi aiutò, se non a condividere, a capire.

Jiro si era fatto molto bello. Uno dei giovani che lavoravano con lui nella tipografia della casa editrice si era innamorato di Jiro ed aveva iniziato a fargli una corte serrata. Jiro per parecchi mesi si era schermito, ma alla fine il giovanotto l'aveva avuta vinta e, una volta che i due erano soli nel magazzino dei libri, avevano finito col fare l'amore. Jiro, dopo, si era pentito e, benché si vergognasse a morte, aveva confessato ad Ichiro l'accaduto. Questi non si era arrabbiato ma semplicemente gli aveva chiesto: ma tu mi ami ancora? Jiro gli giurò che lo amava moltissimo, anche se non aveva saputo resistere a lungo alle sollecitazioni dell'altro. Ichiro lo perdonò senza problemi e gli disse che l'importante era che si amassero e che restassero assieme. Jiro, senza che il suo amante glielo avesse chiesto, fece in modo che non si ripetessero più gli incontri con quel collega.

Dopo pochi mesi però Jiro si sentì terribilmente attratto da un ragazzo di sedici anni, di nome Majime. Anche il ragazzo era molto attratto da Jiro. Questi, prima che gli capitasse di nuovo di tradire l'amante, gli parlò a cuore aperto. Ichiro allora gli chiese di spiegargli che cosa gli procurasse questo desiderio di fare l'amore con altri, cioè che cosa mancasse alla loro relazione. Dopo molte esitazioni, Jiro disse:

"Vedi, Ichiro, a me piace moltissimo quando tu mi fai tuo, davvero molto, credimi. Ma io provo il desiderio, a mia volta, di farti mio e so che a te non piace. Così, quando qualcun altro mi chiede di prenderlo, mi è davvero difficile resistere: vorrei, ma mi sento debole. Il desiderio è grande, troppo grande."

"Capisco. E Majime vuole essere tuo?"

"Sì, e sento che sto per cedere di nuovo e io non voglio, non vorrei. Ma Majime mi piace molto, mi eccita e vuole essere mio a tutti i costi. Dice che mi ama."

"E tu, lo ami?"

"Non come te, davvero, ma... sì, lo desidero e lo amo."

"Bene. Allora perché non proporgli di venire a vivere con noi due? Se questo può risolvere il tuo dilemma, a me non creerebbe problemi, a me interessa solo che tu sia felice e che resti con me."

Così proposero a Majime di andare a vivere con loro. Il ragazzo accettò subito e così cominciarono a fare l'amore in tre con grande soddisfazione di tutti. Per giustificare agli occhi della gente quella nuova presenza, Ichiro decise di adottare legalmente Majime. Poiché il ragazzetto era di famiglia numerosa ma povera, i genitori accettarono subito quella adozione che avrebbe permesso al loro figlio di entrare in una famiglia di posizione più elevata ed agiata della loro. Majime era un ragazzo allegro e vivace e gli piaceva molto stare con i due "fratelli". E quando seppe che noi si sapeva del vero rapporto che li legava, non fece che magnificarceli tutti e due con parole di grande ammirazione e di profondo affetto.

Io e Yukichi parlammo a lungo di questo fatto fra di noi. Per me era impensabile una relazione a tre, mi sembrava una cosa sbagliata, poco seria, pericolosa. Yukichi mi fece riflettere sul fatto che non tutti siamo uguali e che sia Ichiro che Jiro che Majime erano evidentemente soddisfatti di quella soluzione.

Durante la nostra discussione Yukichi ad un certo punto mi disse: "Però, sarebbe bello avere per casa un ragazzo così vivace e grazioso, non credi?"

"Cos'è, vuoi anche tu fare l'amore in tre?" gli chiesi allarmato e stupito.

"Ma no, non in quel senso. A me basti tu e non voglio altri, dovresti saperlo. Pensavo solo che sarebbe bello adottare un figlio, allevarlo, vederlo crescere. Una dolce responsabilità. E poiché io non intendo assolutamente sposarmi, adottarlo potrebbe essere un'idea."

"Già. Ma per vivere con noi, in questa casa, dovrebbe essere come noi, cioè amare anche lui i maschi, quindi dovrebbe avere già una certa età. Però, poi, se così fosse, magari vorrebbe farlo proprio con noi e nascerebbero problemi, tensioni; mi pare troppo complicato, non credi?"

Mi dette ragione e non ne parlammo più. Ma davvero la vita è misteriosa, a volte, e ci conduce per strade insospettate. Dopo questo discorso, erano trascorsi alcuni mesi e né io né il mio amato ci si pensava più. Per festeggiare i dieci anni di vita assieme, si era deciso di andare ad Hakone. Eravamo alloggiati in una locanda. Il tempo era splendido pur essendo inizio primavera. Stavamo facendo una passeggiata nei dintorni, godendoci la natura che si stava risvegliando, l'aria fresca e pura, la quiete della campagna. Si parlava di poesia e si paragonava il concetto di natura nella poesia giapponese ed in quella tedesca, quando sentimmo delle grida e degli urli.

Ci fermammo stupiti ed ascoltammo: erano invocazioni di aiuto. Ci affrettammo nella direzione da cui provenivano e ci si presentò davanti una scena incredibile: c'erano due ragazzi legati ad un albero ed un uomo, con alcune corde in mano, li stava frustando selvaggiamente. Corremmo a fermarlo e gli chiedemmo che avessero fatto i due ragazzi di così terribile per punirli in quel modo inumano. L'uomo, in preda ad un furore indicibile ci spiegò: il più grande era l'orfano di una sua ex domestica che lui aveva accolto in casa per pietà e per farsi aiutare a lavorare i campi. Il piccolo era il suo sesto figlio. Li aveva sorpresi insieme a fare "quello che un uomo dovrebbe fare solo con una donna". Li avrebbe perdonati, purché loro gli promettessero di non farlo mai più, ma i due avevano risposto che non solo non gli potevano promettere niente, ma che loro due si amavano e perciò avrebbero continuato a fare quelle cose.

"Hanno detto che si amano, i due pazzi! Capite, signori? Due uomini! Avessero detto che volevano divertirsi per una volta, li avrei capiti. Chi non l'ha fatto una volta da ragazzo, dico io. Loro che sono persone di città, mi dicano se non ho ragione. Allora, ho deciso che non c'era altro metodo per drizzarli che suonargliele di santa ragione. Ho detto: adesso ve le buscate finché non la capite. Ma questi due, più li picchio, più sembrano perdere la testa e gridano che si amano. Mai sentita una cosa del genere, no?" gridò l'uomo e fece per ricominciare a batterli.

Lo fermai: "Senta, noi due siamo due professori di Tokyo, e di ragazzi forse ne sappiamo più di un contadino. Perché non ci lascia parlare con loro? Chissà che noi si riesca a trovare una soluzione a questo problema."

L'uomo ci guardò per un attimo accigliato come se stesse tentando di riflettere a fatica, ma poi abbassò lentamente il braccio.

"Secondo me perdete il vostro tempo, signori, ma se volete provarci, fate: stiamo a sentire che avete da dire di più convincente di me e delle mie botte."

"Ci deve lasciare soli con i ragazzi, però." disse deciso Yukichi.

L'uomo di nuovo rifletté, poi disse: "Va bene, se mi promettete di non scioglierli." e dopo che glielo promettemmo, si allontanò abbastanza perché potessimo parlare tranquilli con i due poveri ragazzi.

All'inizio faticammo parecchio a farli parlare, ma infine, quando si furono convinti che davvero stavamo solo cercando di aiutarli, iniziarono ad aprirsi con noi. Il più grande aveva sedici anni e si chiamava Jun, il piccolo ne aveva quattordici e si chiamava Hiroshi. Ci dissero che si amavano davvero, da poco più di un anno, e che erano disposti a tutto pur di potersi amare, anche al doppio suicidio. D'altronde, specialmente la vita di Jun era grama e uccidersi sarebbe stato un sollievo e solo l'amore di Hiroshi lo aveva fino ad allora trattenuto da quel gesto estremo. Ma se ora gli era negato anche quell'amore, che senso aveva per lui la vita? Hiroshi disse che lui non sarebbe mai vissuto senza il suo Jun. Disse che il padre era un violento senza cuore e che lui non avrebbe mai più voluto vederlo. Perciò anche lui voleva farla finita, assieme al suo Jun. I due ragazzi legati all'albero, i soli fundoshi indosso, i loro panni in terra accanto all'albero, i corpi coperti di rosse striature escoriate e sanguinanti, che si ripetevano il loro amore, ci commossero. Mi venne improvvisa l'idea. Ne parlai rapidamente in tedesco con Yukichi che si dichiarò subito pienamente d'accordo.

Allora dissi ai ragazzi: "Se vi fidate di noi, noi due faremo del tutto per aiutarvi: portarvi via di qui e permettervi di vivere serenamente assieme. Ma dovete prima assicurarci che, qualsiasi cosa diremo al padre di Hiroshi, non ci farete caso, non vi presterete attenzione. E qualsiasi cosa vi diciamo di fare, voi la facciate. Accettate, ragazzi?"

"Signore, tanto, che abbiamo da perdere?" disse Jun mesto.

Hiroshi aggiunse: "Se davvero ci aiuterete, diventeremo i vostri servi più fedeli, per tutta la vita, lo giuro. Giuralo anche tu, Jun."

"Sì, sì, lo giuro anche io." disse il ragazzo con decisione.

Allora richiamammo l'uomo. Gli dicemmo che quella dei due ragazzi era una malattia ma che quasi certamente avremmo potuto curarla e farli tornare normali se li avessimo potuti portare con noi a Tokyo. L'uomo ci chiese, diffidente, quanto gli sarebbe venuto a costare. Niente, gli rispondemmo: la nostra Università pagherà tutte le spese.

"Bene," disse l'uomo ora con aria astuta, "ma che ci guadagno io? Se dovranno venire alla capitale con lor signori io ci rimetto due braccia al lavoro."

Io e Yukichi ci guardammo poi io risposi che avremmo potuto dargli una certa somma, ma lui doveva venire con noi dalle autorità di Hakone e rilasciare una dichiarazione che ci affidava la piena tutela legale dei ragazzi e la piena autorità su di loro. L'uomo valutò la proposta, mercanteggiò sulla somma proposta, ma infine accettò. Allora slegammo i ragazzi e dicemmo loro di rivestirsi. Tutti e cinque scendemmo fino ad Hakone. Davanti al funzionario l'uomo mise il suo sigillo sul documento in cui ci affidava i ragazzi e noi lo pagammo. Portammo i ragazzi nella nostra locanda. Per prima cosa li facemmo lavare e medicare e facemmo procurare loro vestiti nuovi.

Quando furono sistemati e ci si presentarono davanti, Jun chiese con una espressione cauta: "Perché state facendo questo? Davvero ci volete far curare? Chi siete voi, medici?"

"Una cosa per volta. Non siamo medici. Non esiste nessuna cura né è necessaria, la vostra non è affatto una malattia. Io e lui, esattamente come voi due, ci amiamo. E proprio per questo abbiamo deciso di aiutarvi. Quello che vogliamo è che veniate a vivere con noi a Tokyo. Potrete lavorare o studiare, come preferite, e continuare ad amarvi senza problemi."

"E, in cambio, volete portarci nei vostri letti, vero?" chiese duro Jun. Poi aggiunse: "In questo caso tanto vale che ci lasciate suicidare come avevamo deciso. Noi ci amiamo non vogliamo fare le prostitute per nessuno!"

"In cambio? In cambio vi chiediamo solo di considerarci vostri amici. Non vi vogliamo assolutamente nel nostro letto. Noi due come ho detto ci amiamo e nel nostro letto non c'è posto per altri."

"Perché avete chiesto di prenderci in tutela?" ci chiese Jun, ancora diffidente.

"Per potervi sottrarre all'autorità di quell'uomo, e per sempre. Questa carta, se la portiamo davanti al tribunale di Tokyo, ci permette di opporci se il padre di Hiroshi cambiasse idea. Non siete ancora maggiorenni, qualcuno deve avere la vostra tutela. Non credi che sia meglio la nostra, Jun, a quella del padre di Hiroshi?"

"Io credo di sì." disse Hiroshi pronto guardando l'altro. Jun allora annuì, ma si vedeva che ancora non si fidava pienamente.

Io perciò aggiunsi: "Noi due restiamo qui ad Hakone per altri tre giorni e due notti. Dormirete qui con noi. Il documento lo affido a te, Jun. Se cercheremo di approfittare di te o di lui potrai stracciarlo e potrete andarvene: noi non avremo più possibilità di fermarvi. Che ne dici, ti va bene così?"

Jun prese la carta, la infilò nel kimono e semplicemente annuì. Cominciò così la nostra vita comune. Cenammo, chiacchierammo. Durante la notte, quando i due ragazzi pensarono che noi due fossimo addormentati, si misero a confabulare, poi a fare l'amore. Quando poi li sentimmo dormire, anche io e Yukichi facemmo tranquillamente l'amore.

La mattina dopo erano più distesi, più aperti. Quei due ragazzi ci piacevano. Il giorno seguente li vedemmo anche abbozzare un timido sorriso nei nostri confronti.

Finalmente andammo tutti e quattro a Tokyo. Era la prima volta che vedevano la grande capitale e ne furono impressionati. La nostra casa sembrò loro bellissima, anche se in realtà era piuttosto modesta. Quando poi conobbero Naosuke e Nobuo e seppero che anche i due servi erano amanti, ci guardarono sbalorditi.

Hiroshi sussurrò a Jun: "Vedi che non siamo solo noi due, che non siamo così strani, che non è una cosa solo da ragazzini!"

I due ragazzi si ambientarono in fretta e si rivelarono tutti e due simpatici, intelligenti e brillanti, anche se Hiroshi più luminoso ed allegro, Jun più riservato e quieto. Fra i due, comunque, era Hiroshi il più forte e deciso nonostante fosse il più giovane. Accettarono la nostra proposta di mettersi a studiare, o per meglio dire Hiroshi la fece accettare a Jun: il primo entrò nella mia scuola e il secondo invece studiò a casa a tappe forzate. A tutti e due piaceva studiare. Hiroshi però, facendo un'eccezione, non lo feci entrare in dormitorio: ogni sera lo riportavo a casa con me e ogni mattina a scuola. Così poteva dormire, e fare l'amore, col suo Jun. Diversamente non avrebbe neppure accettato di andare a scuola.

Era piacevole avere i due ragazzi per casa, la rallegravano, la riempivano. Hiroshi imparò a giocare a go con Yukichi. Jun si appassionò di calligrafia che io gli insegnai volentieri. E anche gli insegnai l'arte del tè, che lo affascinò subito. Era un ragazzo serio, riflessivo. A poco a poco Jun iniziò ad aprirsi con me e le sue riflessioni, le sue domande mi conquistavano. La durezza della sua vita passata, lungi dall'averlo inaridito, l'aveva fatto maturare.

Dopo pochi mesi io e Yukichi ci interrogammo: i due ragazzi ci piacevano molto e sembravano star bene con noi. Allora io ricordai a Yukici il suo desiderio di adottare un ragazzo e gli chiesi che ne pensava di adottare i due ragazzi. Yukichi ne fu felice: mi disse che sperava che i ragazzi accettassero. Allora li chiamammo e chiedemmo loro se gli sarebbe piaciuto essere adottati da noi: io avrei adottato Jun e Yukichi Hiroshi. Accettarono subito con gioia. Grazie a quel documento che ci eravamo fatti rilasciare dal padre di Hiroshi ci fu facile ottenere l'adozione. I due ragazzi iniziarono perciò a chiamarci, ognuno e rispettivamente, papà. Devo dire che era bello sentirsi chiamare papà da un ragazzo bello, buono e simpatico come Jun ed esser trattato da padre. La nostra casa, pur di soli maschi, era una casa davvero felice. Avere due figli dava anche uno scopo in più alle nostre vite.

Le nostre camere confinavano e spesso potevamo sentirli fare l'amore. Allo stesso modo, quindi, loro potevano sentire noi. A noi due faceva piacere, tenerezza sentirli fare l'amore, ma a loro? Ne parlammo ai ragazzi e chiedemmo loro se dava loro fastidio.

Rispose prontamente mio figlio Jun: "Fastidio? E perché, papà? Io e Hiroshi ci amiamo e sentire che i nostri papà si amano, è bello. E anzi, quando vi sentiamo fare l'amore, ci rimettiamo a farlo anche noi, anche se l'abbiamo appena fatto. Ci piace, davvero. E pensiamo che sia molto bello avere due padri come voi e che speriamo di assomigliarvi. E magari un giorno, forse fra dieci, venti anni, adotteremo anche noi due ragazzi così vi faremo nonni. Siamo e saremo davvero la più straordinaria famiglia del Giappone, vero Hiroshi?"

Il ragazzo annuì vigorosamente e disse: "Io sono fiero di essere il figlio di Yukichi e spero che anche lui possa sempre essere fiero di me. E voglio bene al papà del mio Jun. Siamo davvero una gran bella famiglia, noi."


Bene. I due ragazzi crescono bene, sani e forti. Anche i nostri amici hanno preso a volergli bene, specialmente Biway e Aritada. Aritada da pochi mesi si è separato dalla moglie ed ora vive con Biway che ormai ha rinunciato alle sue avventurette. Ha deciso di parlare chiaro con sua moglie di dirle che lui ha un amante maschio e che ci vuole vivere assieme. Lei s'era già resa conto, quando Aritada stava con Tachikawa, delle preferenze del marito. Così, poiché Aritada le ha lasciato la loro bella casa e non le fa mancare nulla, ha accettato la separazione di fatto senza fare scandali né storie.

Aritada un giorno mi ha proposto di acquistare un terreno non lontano dal nostro liceo Tachikawa, a Yotsuya, terreno che era rimasto libero in seguito ad un incendio che aveva distrutto tutto l'isolato, per costruirci la nostra nuova casa. Yotsuya è più bella ed elegante di Shinjuku, meglio abitata, e anche se non siamo più in riva al fiume, abbiamo comunque un bel giardino e ci stiamo bene. Anche Aritada e Biway hanno costruito la loro casa nello stesso isolato ed ora siamo vicini di casa e ci si vede anche più spesso di prima.

Il nostro liceo funziona bene, anche perché non pochi dei nostri ex allievi hanno preso a sostenerlo finanziariamente con donazioni e borse di studio. E, se pure in modo discreto, continuano a fiorire belle relazioni fra gli allievi, alcune temporanee, altre più serie e durature. Logicamente non sappiamo ciò che accade fra le quattro mura di ogni stanza durante la notte, ma da una mia stima, circa il settantacinque per cento dei nostri allievi fa sicuramente sesso e di questi almeno per una coppia su quattro non è solo divertimento e ci devono essere perciò circa quarantacinque coppie di giovani amanti, di cui almeno metà continueranno la loro relazione oltre la scuola. È davvero un bel risultato per me e Aritada, di cui anche lo spirito di Tachikawa non può che gioire: lui che amava tanto gli adolescenti.

Quanto alla mia famiglia, tutto va bene. L'unico problema è stato quando Hiroshi si è preso una sbandata per un ragazzo del risciò della vicina stazione, particolarmente bello e sensuale, ed aveva iniziato una relazione con quello. Jun ne aveva sofferto molto e si era confidato con me chiedendomi come poteva fare a riconquistare il suo Hiroshi, di cui era ancora profondamente innamorato. Gli dissi di avere pazienza e di sperare che le cose tornassero a posto. Per tre mesi i due ragazzi dormirono in due stanze separate. Yukichi parlò con Hiroshi, pur senza fargli pressioni, per farlo riflettere sulle proprie scelte, ma Hiroshi era infatuato del suo nuovo amante e proseguì in quella sua relazione. Jun era triste, ma continuava a trattare Hiroshi con gentilezza, senza mai recriminare. Hiroshi sembrava vergognarsi di fronte a Jun ma pareva anche convinto della sua nuova relazione.

Però una notte io e Yukichi lo sentimmo chiedere a Jun se poteva entrare nella sua camera. Sapemmo poi che gli chiese perdono e gli disse che, a poco a poco, aveva capito di amare davvero solo lui e di non poter fare a meno di lui. Gli disse che aveva deciso di troncare la sua relazione col ragazzo del risciò e gli chiese se voleva riprenderlo come suo amante. Gli promise che una cosa del genere non sarebbe mai più successa. Jun lo accolse trepidante e i due ragazzi, con nostra grande soddisfazione sono tornati assieme. Jun mi ha confidato che ora Hiroshi gli è devoto anche più di prima e che da quella prova il loro amore ne è uscito rafforzato.

Hiroshi a sua volta ha parlato a lungo con Yukichi. Quando questi gli chiese come mai aveva deciso di tornare da Jun, Hiroshi gli spiegò: col ragazzo del risciò era bello fare l'amore, era disinibito e sapeva farlo godere molto, ma a poco a poco si era accorto che l'altro gli dava solo sesso, bello, piacevolissimo, ma senza un vero affetto. Allora aveva iniziato a paragonarlo con Jun e proprio la dolce personalità di Jun, il fatto che nonostante tutto continuasse a trattarlo con amore, gli fece capire dove stava il vero valore di una relazione.

Yukichi gli chiese: "Ma Jun, sul piano fisico, quando facevate l'amore, non ti dava abbastanza? Ti dava di più l'altro?"

"Sì, forse, in parte."

"E ne hai parlato con Jun?"

"Non me la sentivo, papà, avevo paura di offenderlo e non se lo merita. Avevo pensato che l'amore che mi dà è più importante del sesso e che dovevo accettarlo così come è. Ma lui ha intuito qualcosa e voleva farmi parlare. Io non volevo, ma lui mi ha detto che, se volevo davvero che mi perdonasse, dovevo dirgli tutto. Così alla fine, rispondendo alle sue domande, gli ho dovuto dire che cosa mi piaceva nel modo di fare l'amore dell'altro. E Jun allora mi ha detto che avrebbe fatto del suo meglio per essere l'amante che desideravo, perché dice che nel rapporto a due anche il piacere fisico è importante... e lo sta facendo, papà, ed è fantastico. Davvero ora non mi manca più niente, col mio Jun! Sono felice e spero di farlo essere sempre felice."


Così anche Hiroshi e Jun sono maturati, con nostra grande soddisfazione. Ora Jun sta per laurearsi e a Hiroshi manca solo un anno. Siamo sereni.

Proprio oggi ho ripensato a mio padre ed alla sua idea di mandarmi a studiare a Tokyo, che allora mi era costata tanto e che mi aveva fatto pensare di essere sfortunato. Ora invece ringrazio mio padre: grazie alla sua decisione ho il mio Yukichi, un figlio di cui essere fiero e il suo amante, due servi affezionati e fedeli, un lavoro che mi piace ed ottimi amici. Ho deciso perciò che andrò sulla sua tomba e gli presenterò suo nipote Jun e lo ringrazierò per la felicità che quella sua decisione mi ha portato.


Se davvero esiste una cosa chiamata destino, io l'ho incontrata quando avevo quattordici anni. Più o meno l'età in cui i nostri ragazzi decidono di entrare nel liceo Tachikawa....


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