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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'ORDINE
DEI RECLUSI
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 18 giugno 1994
CAPITOLO 1
I DESIDERI DI JARVIS

"Abrun Galil fath meron porek jabrilag sofer buroon..." intonarono i cantori.

Subito l'interprete proclamò: "E disse Galil il Profeta, l'Illuminato, nel terzo giorno del nono mese del decimo anno: guarda le spiche, ognuna raggruppa un simile numero di semi ed ognuna ondeggia al vento con le altre dello stesso campo. Guarda l'arancia matura: ognuna raggruppa un simile numero di spicchi e con le altre pende dai rami dell'albero. Così, gente timorata, osserva ed impara ciò che il Signore ci insegna attraverso il creato."

Jarvis ascoltava attento. Sapeva che alla fine i controllori avrebbero interrogato a caso e bisognava aver capito e ricordare, se no si ricevevano venti colpi di canna e si doveva riascoltare tutto da capo, con vergogna, davanti alla comunità. Con vergogna e con l'ira della famiglia costretta a riascoltare col colpevole l'intero brano. Per fortuna lui aveva un'ottima memoria. Ma, si chiedeva guardando le fiamme tremule e fumose delle torce, perché non si potevano studiare le parole del Profeta a scuola come tutte le altre cose, seduti comodamente nei banchi, col testo a disposizione e si doveva invece stare in piedi, ogni notte del settimo, quattordicesimo, ventunesimo e ventottesimo giorno del mese, nella grande sala comunitaria, per tre ore, ad ascoltare i canti e le letture ed i commenti, e poi si doveva essere interrogati? Tutti i dieci libri con i detti del Profeta, venivano letti in settanta anni, alcuni non potevano neanche ascoltarli tutti una sola volta. Per quello si diceva che l'uomo fortunato vive settanta anni e sette giorni? E poi, perché solo gli addetti ed i riuniti potevano leggere a loro piacere i libri sacri? Perché è sempre stato così, gli si rispondeva invariabilmente. Da cinquemila centoventidue anni, da quando cioè il Profeta era stato afferrato per le braccia da Dio che l'aveva portato con sé perché preparasse l'accoglienza ai servi fedeli.

Sarà sempre stato così, rifletteva il ragazzo, ma intanto la lingua che parlava il Profeta non è più la lingua che si parla oggi: quindi almeno questo è cambiato e ora c'è bisogno dell'interprete. Quando aveva notato questo e aveva chiesto spiegazioni all'insegnante, questi per tutta risposta gli aveva dato un ceffone. No, non amava gli Addetti, Jarvis. Né i cantori dalle tuniche verdi, pieni di presunzione, né gli interpreti dalla tunica viola, arroganti, né i commentatori dalle tuniche rosse, pedanti, né i consiglieri dalle tuniche nere, subdoli né infine gli insegnanti dalle tuniche grigie, noiosi. Chi invece gli piaceva, erano i Riuniti. C'era un Convivio di Riuniti alle porte del villaggio. Erano dell'Ordine dei Mistici, quelli con la tunica gialla e nera. Gli piacevano le loro danze piene di vita e di gioia, le suggestive musiche, il sorriso con cui accoglievano tutti. Gli piaceva maestro Trake, che era sempre così gentile con lui. Da un po' di tempo stava covando in cuore il progetto di andare a chiedere di essere accolto nel Convivio. Anche perché a lui non andava di doversi sposare. E fra due anni, invece, avrebbe dovuto partecipare alle feste annuali dell'incontro. I suoi genitori già cominciavano a chiedergli quale delle ragazzine gli piacesse: nessuna. Le trovava tutte piatte, noiose, niente affatto interessanti. Perché mai i ragazzi sono pieni di vita, di interessi, di curiosità e le ragazzine no? si chiedeva. Ma anche a questo non era riuscito a trovare risposte soddisfacenti.

L'unico modo per non sposarsi era diventare un Riunito. E i Mistici gli piacevano. Dall'altro lato del paese c'era anche un Convivio di Donati, ma lui non l'aveva mai frequentato granché, anche se venivano spesso al paese per assistere gli ammalati, per aiutare e sostenere i poveri. No, lui era affascinato da maestro Trake, con la sua allegria contagiosa. E poi, di solito, i grandi facevano sempre pesare la differenza di età ai piccoli. Maestro Trake, anche se aveva il doppio della sua età, lo trattava sempre da pari, con rispetto ed attenzione. Sì, doveva andare al più presto da lui e chiedergli come doveva fare per essere ammesso.

La cerimonia finì e tutti sciamarono verso l'uscita, dove gli addetti sceglievano chi interrogare. Fu fortunato, passò senza che la sorte cadesse su di lui. Avrebbe saputo rispondere, ma non gli andava di essere sottoposto alla prova. Si riunì ai membri della sua famiglia e tornarono verso casa. Aiutò la madre a mettere a letto i più piccoli, mentre il padre con i più grandi andavano a controllare per l'ultima volta il bestiame. Poi andarono a letto. Sentiva le sorelle parlottare nella stanza accanto, poi sentì un rumore inconfondibile: il fratello maggiore, quello promesso, si stava masturbando. Sapeva che era proibito, ma a volte lo faceva anche lui. Chissà perché era proibito? Era piacevole e non faceva certo male a nessuno. Il seme è fatto per generare, aveva detto il Profeta, si deve gettare in terra fertile, non sprecare. Ma tanto, mica uno poteva usare tutto il seme che produceva per generare, no? Già così i figli erano troppi. Lui, compresi i fratelli e le sorelle sposati, aveva tredici fratelli. Se il padre avesse usato tutto il suo seme quanti sarebbero stati? Troppi di sicuro. Quindi, il seme non è fatto solo per generare. Se così fosse stato, dio ci avrebbe creati con meno seme a disposizione, no? Se così fosse, un uomo avrebbe dovuto fare l'amore con la sua donna solo una decina di volte nella vita. Lui sapeva che suo padre e sua madre facevano l'amore tutte le notti, invece. A parte la Notte dell'Ascolto, chissà perché. Se accostava l'orecchio al muro verso la stanza dei genitori, attraverso la parete di legno, li sentiva fare l'amore, come ora sentiva il fratello.

L'idea del padre in azione e del fratello che si stava masturbando, lo eccitarono. E alla fine, iniziò anche lui. Da un po' aveva scoperto che se si sfregava i capezzoli mentre si masturbava, provava un piacere più intenso. Chissà se anche il fratello lo sapeva? I quattro più piccoli ancora non lo facevano: due non erano ancora in età, non erano ancora stati sottoposti al rito della maturità, ma gli altri due sì. Forse, come lui all'inizio, non lo facevano a letto, ma in altre occasioni. Lui, prima, lo faceva solo quando andava al fiume, nascosto fra i cespugli.

Ricordava bene la cerimonia della maturità. Era stato bendato, poi portato in una stanza in cui sentiva la presenza di diverse persone, sicuramente tutti addetti, e mani gli avevano sollevato la tunica, gliela avevano sfilata, avevano sciolto il perizoma rituale celeste chiaro, e una mano gentile prima gli aveva accarezzato il membro facendoglielo indurire e rizzare, poi l'aveva masturbato, finché ne era uscito il seme. La voce della consigliera Pakak aveva detto: "È maturo, guardate, addetti." Un mormorio aveva accolto le sue parole. Allora era stato portato alla piscina rituale, per la purificazione con l'acqua, poi era stato portato al focolare rituale per la purificazione col fuoco, infine, rivestito di una tunica nuova, col perizoma appeso alle spalle, su cui c'era ben visibile la chiazza umida e scura del suo seme, era stato riconsegnato alla sua famiglia. Proprio il ricordo di quella mano sul suo membro gli aveva dato il desiderio di riprovare quelle piacevoli emozioni e così aveva cominciato a masturbarsi. All'inizio aveva seguito quasi lo stesso rituale: se lo carezzava fino a farlo rizzare, poi lo afferrava e lo smanettava lentamente. Ma poi, visto che gli rizzava anche senza toccarlo, si masturbava e basta. E raccoglieva il seme nel perizoma per non lasciare tracce sul letto. All'aperto non aveva quel problema.

Per le ragazze non c'era nessuna cerimonia della maturità: quando versavano il primo sangue la famiglia semplicemente faceva una piccola festa, appendendo fuori dalla porta un panno rosso con su scritto il nome della figlia. Dopo la maturità dovevano passare quattro anni e ci sarebbe stata la cerimonia dell'incontro, quella in cui si formavano le coppie che si sarebbero sposate, quella che lui voleva evitare. La coppia che doveva sposarsi poteva avere rapporti sessuali a casa di lei nei giorni non fecondi, per due anni. Poi si celebravano le nozze. Se per caso sbagliavano e nasceva un figlio, non veniva fatto nascere. Tutta la vita sessuale della comunità era regolata da leggi severe. L'adulterio e il rapporto fra adulti dello stesso sesso o con animali erano tutti puniti con la morte. L'incesto era punito con la morte del genitore e cinquecento colpi di canna ogni sette giorni per un anno sulla pubblica piazza per il figlio. Il rapporto sessuale prima della cerimonia dell'incontro veniva punito come l'incesto di un figlio. La masturbazione con cento colpi di canna nella pubblica piazza, ma una sola volta. Inoltre i giovani colpevoli, per un anno, dovevano portare una visiera con su scritto "sporco". Capitava di rado, ma capitava. E tutti dovevano sposarsi o farsi Riuniti.

I Convivi di Riuniti erano quasi tutti maschili. I pochi femminili erano formati di donne sterili o di vedove. D'altronde c'erano più maschi che femmine, quindi, tolti gli sposati, in pari numero, era logico che ci fossero almeno dieci Convivi maschili per uno femminile. Anche gli Addetti erano sposati, ma quelli si sposavano solo fra di loro. Si diceva che Galil il Profeta, all'inizio dei tempi, avesse avuto dodici figli: uno era il fondatore degli Addetti, uno dei Riuniti, gli altri dieci delle dieci nazioni. Il capo di tutti gli Addetti, quello di tutti gli Ordini di Riuniti ed i capi delle dieci nazioni erano ancora chiamati col titolo onorifico "Galilam" che nella lingua antica significava figlio di Galil. Amgalilam era il capo di tutti gli Addetti, Bergalilam quello di tutti i Riuniti, e poi Fie, Gon, Jem, Kur, Sar, Mon, Vis, Tos, Fre, Kun cioè i numeri da tre a dodici, i capi delle nazioni. Jarvis apparteneva alla nazione di Jemgalilam. Non l'aveva mai visto, lui. Suo padre l'aveva incontrato una volta. Pareva che fosse una donna molto energica e saggia. Era il duecentoquarantunesimo Jemgalilam. Pareva che avesse quasi settanta anni ed era in carica da trentadue. Alla sua morte, si sarebbero riuniti tutti i capifamiglia di ogni villaggio ed avrebbero inviato al paese il loro rappresentante. Qui riuniti, i rappresentanti dei villaggi avrebbero scelto fra di loro ed inviato alla città il loro rappresentante. In ogni città i rappresentanti di paese avrebbero scelto fra di loro il rappresentante da mandare alla capitale. Nella capitale tutti i rappresentanti delle città avrebbero scelto fra di loro il nuovo Jemgalilam. Era così da sempre. Come tutto.

Jarvis però continuava a chiedersi perché, se tutto era così da sempre, immutabile, la antica lingua era diversa dalla lingua attuale? Quando, come e perché era cambiata? Non è vero dunque che tutto è immutabile. Chissà se maestro Trake avrebbe risposto a questa sua domanda e a tante altre? O se gli avrebbe dato anche lui un ceffone? No, non maestro Trake, ne era sicuro. Maestro Trake era diverso da tutti gli altri uomini del villaggio. Doveva decidersi a chiedere udienza al maestro e chiedergli come doveva fare per poter diventare anche lui un Riunito.

"Che chiedi giovane?" disse il professo che aprì la porta.

"Di vedere maestro Trake."

"Maestro Trake è in esercizio."

"Nella grande sala? Posso andare ad assistere?"

"No, sta dando dimostrazione di estasi ai novizi nella sala media. Sai dov'è?"

"Sì, ci sono già stato."

"Sai che devi fare silenzio, vero?"

"Sì, professo. Lei è nuovo di questo Convivio, vero?"

"Sì, vengo dal Convivio di Vallelunga. Tu sei del villaggio?"

"Sì. Conosco quasi tutti qui, vengo spesso."

"Vai, allora. Mi raccomando, eh?"

"Sì sì, mi toglierò gli zoccoli e farò silenzio, lo so bene." disse Jarvis allegro per la prospettiva di poter vedere presto il Maestro.

Percorse il corridoio fino alla porta intermedia, si sfilò gli zoccoli che allineò con gli altri, salì i gradini ed entrò nel corridoio interno. A piedi scalzi sul liscio pavimento di legno, arrivò fino alla porta della sala media. Sentiva la musica, le grida, il rumore dei salti. Scostò la prima tenda, poi la seconda e scivolò silenzioso all'interno, lungo il muro, andandosi a sedere nella penombra di un angolo.

Maestro Trake era al centro della stanza, illuminato in pieno dal raggio di sole che entrava da una delle finestre che circondavano la stanza. Aveva posato a terra il suo mantello nero e, al suono degli strumenti di invisibili suonatori, volteggiava vertiginoso nella sua gialla tunica che si apriva a campana, ricadeva, ondeggiava al ritmo dei suoi movimenti. Il suo volto era radioso e dalla sua bocca semiaperta uscivano suoni misteriosi. Torno torno c'erano i novizi che lo guardavano assorti. Jarvis sapeva che la musica veniva dalla stanza annessa, e che si riverberava sulla cupola che sormontava il cerchio di finestre, eppure ogni volta era stupito dal miracolo di sentire la musica come se emanasse dallo stesso luogo in cui danzava il mistico. La musica tacque e maestro Trake si fermò.

"Bene, novizi, avete capito? Al daum dun dun daaum dum daaaum, dovete invertire i movimenti: ci sono esattamente nove battute in tre tempi. Dovete sentirlo dentro che sta cambiando. All'inizio potete anche contare, ma deve venire da solo, poi. Non vi state allenando per diventare dei danzatori di teatro, ma dei Mistici. La differenza è tutta qui. Il danzatore è un tecnico che sa coordinare perfettamente i movimenti. Per lui, ogni movimento corrisponde ad una battuta, per un mistico no: durante quelle nove battute avviene il cambiamento. In quale battuta? Non lo so e non importa: oggi può essere nella quinta, domani nella settima o nella quarta: deve nascere in voi da solo, il cambiamento, e manifestarsi. Galil dice nel giorno ventitré del mese tredici dell'anno cinque: sapete che sta per piovere ma non sapete quando cadrà la prima goccia. Ma ecco che cade. Così è, capite! Ora prova tu, novizio Renne. E non preoccuparti di far giusto o di sbagliare. Danza per raggiungere l'illuminazione e portarla al mondo. Non importa altro. Il nostro grande illuminato Sharet che visse nel 3647, era brutto e deforme, maldestro, eppure portò la luce di Galil nella sua epoca con la sua danza. E chi lo vedeva danzare, vedeva in lui la somma bellezza e grazia, vedeva l'opera di Dio."

Trake lasciò il proprio mantello a terra e cedette il posto al novizio Renne. Batté le mani. La musica sorse lieve.

Jarvis guardava affascinato. Renne gli sembrava bravo, anche se certo non come maestro Trake. Eppure, studiando l'espressione del volto del maestro, vide che non era contento.

Infatti, quando la musica tacque, questi disse: "Ancora troppo tecnico. Dov'era il tuo cuore, Renne? Contava invece di cantare? Se non liberi il tuo cuore dalla preoccupazione, non entrerai mai nel mondo mistico. E poi, guarda il mantello: è increspato come un mare in tempesta! Quando il tuo cuore sarà leggero anche il mantello resterà liscio."

Jarvis non aveva mai pensato che lo scopo del mantello a terra fosse proprio quello e se ne stupì. Certo, danzare in un modo così vertiginoso su un mantello senza procurarvi nessuna increspatura, doveva essere qualcosa di prodigioso. Quanti anni di studio poteva richiedere una simile bravura?

Quando gli esercizi ebbero fine, il sole si era già spostato di due finestre. Maestro Trake cinse il mantello e, mentre i novizi dopo averlo ringraziato uscivano, si avvicinò a Jarvis.

"Benvenuto, amico. Sei venuto ad assistere alle danze?"

"Maestro, sono venuto per parlare con voi, se avete tempo."

"Certo, amico mio, per te ho sempre tempo. Vieni, andiamo nel giardino dei peschi."

Lì giunti, Jarvis affrontò l'argomento che gli stava a cuore: "Maestro, come posso fare per diventare un Riunito nell'Ordine dei Mistici?"

"Mi aspettavo da te questa richiesta, sentivo che ti stava nascendo dentro... Devi fare domanda all'anziano del Convivio. Ma sai che si è ammessi solo a sedici anni, no? Tu non ne hai quindici?"

"Sì."

"E perché vuoi diventare Riunito?"

"Non voglio sposarmi! Fra due anni dovrei scegliere la mia sposa. Non voglio, e non c'è altro modo. E poi mi piacciono i Mistici. Vorrei diventare come voi, maestro Trake: la sola vostra presenza allevia il cuore della gente."

"Lo studio della mistica è una dura disciplina. La danza ne è solo l'aspetto esteriore, il risultato visibile. Il mistico studia e danza dal sorgere del sole al tramonto. E spesso anche la notte, in occasioni particolari. La vita nel Convivio ha regole severe a cui bisogna sottostare. Te la senti di affrontare questa vita?"

"Credo di sì, maestro. Posso fare domanda all'anziano?"

"Perché prima non chiedi di passare un mese qui nel Convivio con noi? Per esempio ai prossimi esercizi per laici. Vengono diversi uomini e donne del tuo villaggio."

"Nel nono mese?"

"Sì, c'è meno lavoro nei campi ed ogni famiglia può rinunciare ad uno o due suoi membri. Tuo padre e tua madre non dovrebbero rifiutarti il permesso."

"Sì, mi piacerebbe. Grazie, maestro Trake, siete sempre così gentile con me."

"Mangiati questo, per via. E torna presto a trovarmi." gli disse l'uomo estraendo dalla manica un fagottello di foglie e porgendoglielo: era uno dei dolci squisiti che spesso gli regalava.

Jarvis lo sollevò fino alla fronte in segno di ringraziamento e, fatto il profondo inchino di saluto, corse via lieve, sentendosi felice. Per via lo aprì e lo gustò: chissà come riuscivano a fare dolci così buoni, i Riuniti? Nessuno in paese era così bravo a farne, neppure sua madre che pure era brava nel preparare il cibo.

Mentre si avvicinava al villaggio gli venne il desiderio di andare al fiume per nascondersi nel folto di cespugli e darsi un po' di piacere. Nasceva così, improvviso, e non sapeva neppure lui perché. Gli si induriva il membro e gli premeva nel perizoma e se non aveva la possibilità di darsi subito soddisfazione, poi sentiva come un indolenzimento ai testicoli. Deviò, quindi, tagliò il boschetto e giunse in vista del fiume. Si avviò verso il "suo" posto. Di lì avrebbe potuto vedere per tempo se qualcuno si fosse avvicinato, senza essere visto e quindi avrebbe potuto riallacciarsi il perizoma senza problemi. Giuntovi, si guardò attorno: non c'era nessuno. Si sollevò la tunica bloccandola col mento, si sciolse il perizoma e, preso in mano il proprio membro già ritto, iniziò a masturbarsi lentamente, chiudendo gli occhi e gustandosi le dolci sensazioni che si stava provocando. Con l'altra mano si stuzzicava lieve e piacevolmente i capezzoli. Stava avvicinandosi lentamente al punto senza ritorno, quando un fruscio attirò la sua attenzione. Si fermò, aprì gli occhi e guardò attentamente. Non c'era nessuno, nulla si muoveva. Doveva essere stato un animale; riprese a masturbarsi.

Un nuovo rumore, ma dalla parte opposta, di nuovo lo mise sul chi vive. Si guardò attentamente attorno ma di nuovo non riusciva a vedere nulla, fece spallucce e riprese il suo piacevole passatempo. Ma ad un tratto sentì di nuovo quei rumori e ora intravide due figure curve camminare fra i cespugli, convergendo l'una verso l'altra. Fece per rimettersi il perizoma, ma qualcosa lo fece fermare a guardare: non venivano verso di lui, pareva che si dirigessero verso la roccia cava e camminavano cercando di nascondersi e di non fare rumore. Li riconobbe: uno era un ragazzo del villaggio, Frest, che aveva passato quell'anno la cerimonia dell'incontro. L'altro, era chiaro dal colore delle vesti, era uno dei giovani novizi del Convivio dei Mistici, ma non lo riconosceva. Jarvis pensò che il tutto era strano: che facevano lì, camminando in quel modo, con il chiaro intento di incontrarsi alla roccia cava? Forse... Già, forse quei due... L'idea lo eccitò.

Provò il forte desiderio di vedere, di spiarli. Se fossero entrati nella roccia cava non avrebbe potuto vederli. Ma lui non sarebbe mai entrato lì per fare quelle cose: chiunque fosse arrivato poteva vedere chi c'era dentro e che faceva, e chi era dentro non poteva certo sfuggire o nascondersi e soprattutto, se l'altro fosse arrivato da dietro, non avrebbe potuto vederlo arrivare. No, andavano verso la roccia cava, ma certamente quello era solo il luogo di incontro. Dove potevano andare, dopo? Jarvis conosceva molto bene il posto e probabilmente anche Frest. L'unico posto sicuro era proprio dov'era lui. Sarebbero quasi certamente saliti fin lì: se voleva vederli doveva nascondersi, ma dove? Sapeva bene che non c'erano nascondigli lì attorno, per quello aveva scelto quel posto. A meno che... Strappò svelto diverse frasche dai cespugli, in fretta si acquattò nel punto più folto ed intricato creandosi davanti uno schermo di rami ben disposti in modo che sembrassero naturali. Ed attese in silenzio, seduto, le gambe larghe, massaggiandosi il membro per non perdere l'erezione. Il tempo passava e non accadeva nulla. Pensò di essersi sbagliato, allora riprese a masturbarsi: tanto valeva venire e tornare al villaggio. Ma d'improvviso i fruscii si fecero più vicini e dopo poco li vide arrivare. Riconobbe anche il novizio: era Kampi.

"Qui siamo sicuri." disse in un sussurro Frest.

"Sei certo?"

"Vengo spesso qui a masturbarmi, io. Vieni." disse il ragazzo tirando a sé il novizio e sollevandogli la tunica. Jarvis vide che Frest scioglieva il perizoma all'altro e gli si accoccolava davanti, vide che gli prendeva il membro in mano e che vi accostava il viso, vide che si metteva a leccarlo con evidente piacere di Kampi.

Questi mormorò: "Ooh, sei bravo, sei davvero bravo."

"Te l'avevo detto, no?" mormorò il ragazzo poi riprese a leccare.

Jarvis, gli occhi spalancati, aveva smesso di masturbarsi, ma era eccitatissimo. Frest ora si era fatta scivolare tutta l'asta del novizio dentro la bocca ed aveva cominciato a muovere la testa avanti e dietro.

"Ooh, bello! Sei bravo tu, chi t'ha insegnato? Sei un maestro. Oh, succhialo, succhialo, dai... fammi godere."

Frest smise un attimo e, guardandolo di sotto in su, gli disse: "Ma se ti faccio godere nella mia bocca come piace a te, dopo me lo lasci mettere nel tuo culo, vero?"

"Te l'ho promesso, no? Dai, succhia, fammi godere!" disse con tono urgente il novizio mettendo le mani sulla testa del ragazzo e tirandola verso il suo membro eretto.

Il ragazzo si tuffò di nuovo sull'asta duro e si rimise a succhiarla di buona lena. Jarvis non aveva mai visto due fare l'amore e era affascinato e sempre più eccitato. Riprese a masturbarsi lentamente senza perdere di vista nulla di quel che facevano quei due. Vide il novizio tremare come se avesse la febbre, rovesciare indietro la testa e capì che stava emettendo tutto il suo seme proprio dentro la bocca del suo compagno che inghiottiva tutto quasi con golosità! Poi lo vide rilassarsi e capì che aveva goduto.

Frest si alzò passandosi il dorso della mano sulla bocca: "Girati Kampi, dai. Adesso tocca a me."

Il novizio si girò, tirandosi su la tunica e, scopertosi il sedere, si chinò in avanti puntando le mani sulle proprie ginocchia. Frest si sputò sulle dita e glie le passò fra le natiche. Quindi si sollevò la tunica, si tolse il perizoma e con quello si fissò la tunica in modo che non scendesse. Jarvis vide il membro del compagno: era più grosso e lungo di quello di Kampi, e era bello, liscio, perfetto, lievemente curvo in su come il corno di un rinoceronte e sotto pendeva il bel sacco dei testicoli. Frest allargò con le due mani le chiappe di Kampi, vi puntò il poderoso palo e dette un gran colpo di reni scivolandogli completamente dentro.

"Ehi, quanti ne hai presi prima di me? Sono entrato liscio come una freccia nell'acqua!"

"Chiavami dai!"

"Sì, certo! Hai un gran bel culo!" disse il ragazzo prendendo a pompargli dentro con decisione.

Jarvis sentiva che stava per esplodere in un orgasmo come prima non aveva mai provato, e allora, con difficoltà, smise di masturbarsi: aveva paura di perdere il controllo e di farsi scoprire. Non che avesse molto da temere da quei due: non potevano certo denunciare lui. Frest gli stava dando dentro con evidente gusto e con vigore. Anche l'espressione del volto di Kampi era di godimento e Jarvis si chiese a chi dei due piacesse di più. Il novizio aveva preso a masturbarsi velocemente e gemeva di piacere. Dopo poco i due vennero, mugolando a bassa voce finché non si furono scaricati completamente entrambi. Allora si staccarono.

Kampi prese delle foglie tenere e ripulì con delicatezza il palo ancora ritto dell'altro, che guardandolo, gli chiese: "Ma dì un po', Kampi, quanti cazzi hai preso tu, prima del mio?"

"Uno solo, quello del mio professo: il suo è più grosso del tuo ma è più corto. Il tuo però... mi piace di più. Me lo metterai ancora, vero?"

"Certo che te lo metto! Ma te lo mette spesso, lui?"

"Tutti i giorni, da quando sono entrato."

"E dove lo fate?"

"Lui è incaricato della pulizia del forno e ogni mattina io l'aiuto."

"Non mi dire che lo fate nel forno!"

"Sì. Lì si entra con indosso solo un perizoma e dalla bocca del forno non si vede la parte verso il camino, così siamo tranquilli."

"E lui te lo succhia?"

"No, lui no."

"Chi, allora?"

"Il novizio che dorme fra me e il muro, al buio, di notte."

"E se vi scoprono?"

"Non è possibile. Solo l'accolito di servizio di sorveglianza ha la lampada, e la porta è dalla parte opposta al nostro posto. Lo vedremmo arrivare in tempo. Ma a te chi t'ha insegnato a succhiarlo così bene?"

"Un accolito del Convivio dei Donati. Veniva a curare mio padre quando era stato molto male. Passava ore seduto accanto al suo letto. Lui non portava perizoma. Io m'infilavo sotto il letto e, di lì, sotto la sua tunica, fra le sue gambe e glielo succhiavo fino a farlo venire."

"Ma se quelli di casa, se tuo padre si fossero accorti?"

"Mio padre era incosciente. In casa non c'era nessuno, erano tutti a lavorare nei campi. Io dovevo tornare tutti i giorni a scaldare il cibo per il pranzo, riempire l'orcio dell'acqua e portarlo agli altri nei campi. Lui, una volta, mi disse che voleva insegnarmi un bel gioco segreto. Avevo tredici anni e tanta voglia di giocare. Però dovevo preparare tutto senza perdere tempo. Allora lui mi dice: Se tu mi giuri che terrai il segreto, io ti faccio trovare tutto pronto, così abbiamo tempo. E mi insegnò a succhiarglielo. Mi è piaciuto molto, aveva un gran bel cazzo e il suo seme era gustoso, così abbiamo continuato. Per sicurezza lo facevamo in quella buffa posizione: se anche fosse entrato qualcuno, io facevo in tempo a scivolar via dall'altra parte del letto senza essere visto.

"Mio padre guarì dopo due anni e lui non venne più. Ma io avevo tanta voglia di provarci ancora. Allora, una notte, andai nel letto di mio fratello grande e lo feci a lui. Avevo un po' paura della sua reazione, ma pensavo che al buio non poteva sapere che ero io: dormivamo in sei fratelli, lì. Lui mi lasciò fare senza dire niente. Allora tornai la notte dopo. Ma lui, dopo un po' che lo succhiavo, mi bloccò. Senza parlare mi tirò su. Pensavo che mi volesse picchiare o fare chissà cosa, invece mi fece girare, mi frugò nel culetto e si mise a giocare con le dita insalivate nel mio buchetto. Lo lasciai fare. Lui si masturbava e anche io lo imitai. Per due o tre notti, tutto uguale.

"Poi, una notte, dopo essersi lasciato succhiare per un po', avermi tirato su e aver giocato con le dita nel mio culetto, me lo ficcò tutto dentro. Siccome mi lamentai, mi chiuse la bocca con una mano e mentre mi chiavava, con l'altra mano mi masturbava. Mi piaceva, anche se faceva un po' male. Notte dopo notte, mi abituavo e mi piaceva sempre più. Poi lui si sposò e di nuovo non sapevo con chi farlo. Tentare con un altro dei miei fratelli? Il mio fratello di un anno più piccolo di me mi piaceva e forse sarei riuscito anche a metterglielo nel culetto: volevo provarci anche io. Perciò andai nel suo letto e gli feci sentire il mio cazzo duro, ma quello cominciò a gridare spaventato: c'è qualcuno nel mio letto, c'è qualcuno nel mio letto. Feci appena a tempo a tornare nel mio letto e chiedere ad alta voce: Chi è? Che succede? che arrivarono mio padre e mia madre con le lampade ed eravamo tutti in piedi a cercare chi poteva essere entrato. Mi ha toccato, ve lo giuro, diceva mio fratello, ma papà e mamma, per mia fortuna, gli dissero che doveva aver sognato: la porta era chiusa, tutto era in ordine. M'ero preso una paura terribile. Ma la voglia era ancora tanta.

"Finché un giorno, si giocava con i compagni a nasconderci, io ero nascosto con Sekor schiacciato fra due rocce e un albero e il mio amico era contro di me. Il suo culetto premeva, senza volere, proprio qui, sul mio cazzo, ne sentivo il calore e m'è venuto duro. Lui l'ha sentito e mi fa sottovoce: Ce l'hai duro; Sì, dico io. Lui allora me lo palpa e dice: Ce l'hai grosso; Sì, dico io. Lui me lo sfrega e dice: Me lo fai vedere? e allora io: E tu me lo fai mettere nel tuo culetto? e lui: Se ti dico di sì, come mi fai godere a me? e io: Te lo succhio. Insomma proprio come fra te e me."

Jarvis aveva ascoltato attento e solo quando i due si erano rimessi a posto i vestiti e se n'erano andati, aveva potuto rilassarsi nel suo nascondiglio. Era un po' frastornato: troppe notizie tutte assieme, troppe emozioni. Ma come: era proibito e pareva che lo facessero in tanti. Un po', d'altronde, come masturbarsi. Molti più di quelli che venivano scoperti, comunque. E anche fra i Riuniti. E Frest, e Sekor. Magari avrebbe potuto provarci anche lui con loro, no? L'idea lo eccitò e finalmente venne. Allora uscì, si rimise in ordine e si avviò veloce verso il villaggio. E pensava: perché non provarci anche col fratello maggiore che si masturba di notte? Poteva scivolare fino al suo letto, al buio e toccarlo mentre si masturbava, pronto a tornare veloce nel proprio letto se avesse protestato. Jarvis si eccitò di nuovo. Fino ad allora non aveva mai avuto tante fantasie sessuali, ma ora si stava scatenando e si sentiva pieno di desiderio di farlo con qualcuno, con tanti.

Al villaggio incrociò Sekor: "Ciao, Sekor, come va?" gli disse allegro.

Questi lo guardò lievemente stupito: fra loro due non c'era mai stata proprio amicizia. Certo, al villaggio si conoscevano tutti, ma non avevano mai veramente fraternizzato.

"Bene Jarvis." rispose l'altro incerto.

"Stai andando ai campi?"

"No, oggi devo occuparmi delle stalle."

"Ah. Io invece ho il mio giorno libero. Ti va se vengo ad aiutarti?"

"E perché?"

"Mah, così. Non ho niente da fare."

"Mi aiutano già i miei fratelli."

"Ah, non sei da solo a lavorare nelle stalle?"

"No, certo. Lo sai che noi abbiamo tante bestie, no?"

"Beh, ciao, allora." disse Jarvis facendo spallucce e si allontanò pensando fra sé e sé che avrebbe avuto altre occasioni.



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