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una storia originale di Andrej Koymasky


pin L'ORDINE DEI RECLUSI CAPITOLO 3
CANDIDATO NEI MISTICI

Il corteo dei mistici scese al villaggio e si portò via Jarvis. Lungo il percorso questi ripensava al bacio di suo fratello e alle sue parole: ti amo. Era la prima volta che era stato baciato così: gli era piaciuto. Ed era la prima volta che si sentiva dire ti amo. Aveva chiesto al fratello: perché mi ami? Non lo so, aveva risposto Mulke. Cosa vuol dire che mi ami? gli aveva chiesto allora. Che spero che tu sia felice e che vorrei essere io a farti felice. Qualsiasi cosa capiti, sappi che ti amo e che farò tutto quanto posso per te, gli aveva detto il fratello.

Ti amo: quelle parole risuonavano in lui ed erano dolci come il bacio che gli aveva dato. Gli sarebbe piaciuto trovare qualcuno che gli ripetesse quelle parole. A cui lui potesse dirle. Magari proprio il maestro Trake, pensò... ma si disse che non doveva sognare ad occhi aperti.

Fu accolto dall'anziano, che gli mise il mantello e lo fece entrare nel convivio. Quella era ora casa sua. Se tutto andava bene, per sempre. Quella era la sua nuova famiglia. Fu condotto nella grande sala dove i mistici danzarono in suo onore, cantando le scritture. Poi fu portato al refettorio dove mangiarono tutti assieme, infine fu assegnato al dormitorio dei candidati e l'accolito Doler gli spiegò gli orari del convivio. Le giornate erano piene: studio, esercizio fisico per la meditazione e la danza, danza, lavori nel convivio: pulizie, bucato, cucina, manutenzione eccetera. E le udienze con i maestri. E poi, ogni tre mesi esami brevi ed ogni anno esami lunghi. Ogni candidato aveva un nastro nero sul collare: ogni esame passato, ogni udienza positiva, sul nastro veniva messo un anello: bianco per gli esami, e di un diverso colore per ogni maestro per le udienze. Per diventare novizio doveva avere un minimo di dieci anelli bianchi ed almeno un anello per ogni colore. Cioè un minimo di due anni. Ma c'era un candidato con 18 anelli bianchi, a cui mancava l'anello di un maestro e non poteva quindi diventare novizio.

Gli altri candidati erano sei ragazzi, fra i sedici ed i venti anni di età. Petak, che aveva diciassette anni, gli fu subito molto simpatico. Veniva dal villaggio a monte ed era figlio del fabbro. Un ragazzo grande e forte, con un sorriso ampio e un vero talento per la danza ma che non andava molto bene nella lingua delle scritture e in tutte le cose teoriche. Jarvis invece non trovava difficoltà, così decise di aiutarlo.

"Petak, vuoi che studiamo assieme la antica lingua?"

"Tu sei solo agli inizi."

"E a te mancano proprio le basi. Se studi con me, per te è un buon ripasso, ti fa bene."

"Non sarò mai un maestro, io."

"Ma almeno un professo, lo vuoi diventare? O no?"

"Mi accontenterei di arrivare ad accolito. Per me andrebbe bene."

"Dai, studia con me."

"Posso provarci."

Petak dormiva di fronte a lui, con Dukko e Kuman. Lui dormiva fra Derek e Shinte e oltre questi dormiva Foles. Anche Foles aveva diciassette anni ed era davvero bello. A Jarvis piaceva molto, fisicamente, ma non molto come carattere: era bravo, ma piuttosto presuntuoso.

Quando dovevano lavare i pavimenti, con solo il perizoma nero indosso, Jarvis ne approfittava per gustarsi i corpi seminudi dei compagni. Nessuno era brutto, Foles e Petak erano belli. Un altro momento in cui si gustava i corpi completamente nudi degli altri era al bagno. Ma il bagno si faceva sempre in dieci turni prefissati, in gruppi di sei: più o meno uno per livello. Nel suo turno di bagno c'era il novizio Faron di ventuno anni, l'accolito Troo di soli venti anni, il professo Chejo di ventisette, il professo Suke di trentadue ed il maestro Trake.

Era stato felice di poter vedere il suo maestro nudo e ne era rimasto conquistato. Gli sembrava bellissimo. Per sua fortuna nell'acqua calda della grande vasca si versavano sali che la rendevano opaca, così nessuno poteva vedere la sua erezione che l'avrebbe messo in imbarazzo davanti a tutti. Ma vedere tutte quelle nudità o seminudità, non faceva che aumentare in lui il desiderio di rapporti sessuali. Se solo fosse stato messo di turno a pulire i forni con qualcuno che gli piaceva, magari con Kempi.

Già, Kempi. Non aveva molte occasioni per frequentarlo e nessuna per parlargli a quattr'occhi. Avrebbe voluto chiedergli se c'erano altri come loro lì: uno era quello che puliva i forni con lui, l'accolito Dike. Un gran bel giovanotto. Ma anche con Dike, Jarvis non riusciva ad avere un incontro a quattr'occhi. Chi altri c'era, lì dentro? Gli sembrava di non avere vie d'uscita. Gli unici con cui riusciva a volte a star solo erano o i maestri, o il suo accolito o gli altri candidati. Petak, per esempio. Quando studiavano assieme l'antica lingua, a volte erano completamente soli. Ma poteva azzardarsi a provarci?

Gli piacevano molto gli incontri con maestro Trake. Questi gli spiegava tante cose. Aveva risposto, ad esempio, alla sua domanda sull'antica lingua:

"Gli addetti, e anche molti riuniti, affermano che nulla cambia, come dici tu. Eppure l'antica lingua non si parla più. Essi dicono che in realtà nulla è cambiato, che si sono sempre parlate due lingue: quella sacra e quella profana. Ma questo non è scritto nelle scritture. Lo dicono loro. D'altronde, se leggerai un giorno gli scritti dei commentari di duemila anni fa, sono scritti in una lingua che non è quella antica né quella attuale, ma a metà strada. Dicono che in quel periodo han tentato di fondere le due lingue in una, e che, proprio perché era un tentativo di cambiamento, non è riuscito; ma è assurdo. La vita è cambiamento: basta guardare l'uomo: da bambino non è uguale a quando è vecchio."

"Allora la lingua delle scritture era una lingua bambina?" chiese Jarvis.

"Più o meno, sì. Era la nostra lingua di cinquemila anni fa. D'altronde, quando conoscerai bene la lingua antica te ne potrai accorgere, dei dieci libri di Galil, i primi sette e mezzo sono scritti chiaramente dalla stessa persona, nella stessa epoca. Gli altri due e mezzo sono stati scritti da almeno tre persone in epoche diverse."

"Come? Non sono tutti di Galil?" chiese sbalordito il ragazzo.

Il maestro sorrise: "Secondo me, e molti altri studiosi, no. Per esempio, solo alla fine del decimo libro c'è un accenno ai riuniti, e solo a metà del nono si parla per la prima volta degli addetti. Vuol dire che prima non c'erano. Eppure Galil, già dal primo libro parla dei suoi dodici figli. Ma di nessuno dice che fosse il capo degli addetti o dei riuniti, né parla di dieci nazioni, ma di una sola. Quasi certamente i dodici figli di Galil erano in realtà suoi discepoli. Infatti non parla mai della loro madre, di sua moglie, pur chiamandoli figli. Gli ultimi due libri e mezzo ma soprattutto i commentari, scritti molte generazioni dopo, parlano di tutto ciò che conosciamo."

"Ma come, i commentari non sono stati scritti dai figli di Galil?"

"No, dai discepoli dei discepoli dei discepoli, moltissime generazioni dopo."

"Ma allora perché insegnano diversamente?"

"Perché se si ammette che quello che io credo è vero, che le cose sono cambiate a poco a poco, altre cose potrebbero cambiare e non vogliono."

"Ma così ci ingannano."

"No, loro sono convinti di ciò che affermano, come ne sono convinto io. Chi ha ragione?"

"Ma se... se è così, se avete ragione voi, maestro, anche altre cose non sono vere!"

"Per lo meno, si potrebbero interpretare diversamente."

Jarvis aveva la mente in tumulto, pensava vorticosamente. Infine disse: "Maestro, posso parlare senza paura di essere denunciato, punito?"

Trake lo guardò incuriosito: "Finché quello che dici resta fra noi, non sarò certo io a denunciarti e perciò nessuno potrà certo punirti."

"Posso davvero aprirvi il mio cuore?"

"Certo che puoi, se lo desideri."

"Io, non è facile, ma io, ecco, se due uomini fanno l'amore, è davvero un crimine?"

Trake lo guardò incuriosito, poi rispose: "Certo, è un crimine punito con la morte. Ma forse la tua domanda è un'altra: se due uomini fanno l'amore, è davvero volontà di dio che siano puniti? Ecco, noi non conosciamo la volontà di dio se non per mezzo delle parole di Galil. Nei suoi primi sette libri e mezzo non dice nulla su questo problema. Negli ultimi due libri e mezzo, dice solo che l'acqua piove perché la terra produca frutto e cose del genere. Nulla sull'amore fra due uomini. Beh no, c'è una frase nell'ottavo libro: unire il seme al seme, o l'acqua all'acqua o la terra alla terra, non da frutto. I commentari dicono che questo significa che due maschi o due femmine non devono fare l'amore. E poiché nel terzo libro dice: l'albero che non dà frutto deve essere tagliato con la scure, ne derivano che due persone dello stesso sesso che fanno l'amore devono essere decapitate. È tutto qui."

"Ma allora, due uomini possono fare l'amore."

"Certo che possono, ma se sono sorpresi sono decapitati."

"Sì, per la legge, ma solo per la legge." disse il ragazzo cercando di afferrare chiaramente l'implicazione di quelle parole.

"Jarvis, questo problema ti tocca personalmente?"

"Io..." il ragazzo esitò brevemente, ma lo sguardo dolce e rassicurante dell'uomo gli dettero il necessario coraggio: sentiva che poteva mettersi nelle sue mani. Quindi disse senza esitare: "Sì, maestro."

"Lo immaginavo. E tu hai già amato un maschio?"

"Ho avuto rapporti, ma amo un uomo, solo che non so se lui ama me."

"Forse ti ama, Jarvis."

"E come posso capirlo?"

"Forse ti ama Jarvis, da anni. Ma tu sei un ragazzo e lui un uomo. Forse aspetta che tu maturi."

"Ma io vorrei capirlo, maestro." disse Jarvis senza capire il messaggio nascosto in quelle parole.

"Jarvis, la pazienza è una grande virtù. Aspetta. Al momento opportuno, ne sono sicuro, tu e quell'uomo vi capirete, se tu lo ami e se lui ti ama."

"Maestro, io ho un altro problema."

"Dimmi. Se posso aiutarti, lo farò."

"Mi mancano i rapporti con altri uomini. Che posso fare?"

"Devi imparare a controllarti."

"A volte è molto difficile."

"Lo immagino. Ma non devi lasciarti andare. Può essere pericoloso, per te e per l'altro."

"Ci taglierebbero la testa."

Trake rise: "Secondo la legge solo se sono sorpresi da tre testimoni, ma certo, anche solo un testimone potrebbe rendere problematica la cosa. Se denuncia in segreto, può cercare altri due testimoni e sorprendere i due amanti. Sai quello che accadde al tuo villaggio, no?"

"Sì."

"Io avevo diciotto anni, allora, ma lo ricordo bene. Il figlio, che voleva prendere il posto del padre, lo spiò. E quando fu certo, chiamò gli altri dicendo che c'erano ladri in casa e che bisognava sorprenderli senza far rumore, senza dar loro modo di sfuggire. La trappola funzionò e i vicini accorsi invece di ladri, trovarono due uomini che facevano l'amore. Fu una cosa squallida. I due poveri uomini, furono uccisi ed il figlio prese il posto del padre e tutti i suoi beni senza dovere aspettare che morisse di vecchiaia."

"Al villaggio dicono che fu la moglie a dare l'allarme."

"No, fu il figlio a dire alla madre che pensava che in casa si fossero introdotti i ladri e che la convinse a chiamare i vicini. Una storia triste e squallida."

"Io, maestro, desidero Petak." disse allora il ragazzo.

"Ah. Ma non sai se lui desideri te."

"Ho paura che mi denunci."

"Certo, sarebbe un problema. Alla prima denuncia verresti solo mandato in un altro convivio, alla seconda verresti di nuovo trasferito e alla terza saresti cacciato, anche senza prove. Questa è la nostra legge, qui. Se poi foste sorpresi, non sareste denunciati né uccisi, ma semplicemente cacciati e già la prima volta, e con solo due testimoni. Per certi aspetti la nostra legge è meno dura di quella di fuori, ma per certi lo è di più. Ora sai come stanno le cose."

"Maestro, datemi un consiglio."

"Aspetta che il tuo uomo ti dica che ti ama, se puoi. Ma voi giovani siete focosi, lo so. Sii prudente, molto prudente con Petak."

"E poi, se lui mi dicesse di sì? Non saprei nemmeno dove appartarci."

"Piccolo sciocco. Un ragazzo come te non saprebbe trovare una soluzione? Se ti conosco bene, non ci credo."

"Maestro, io vorrei saper aspettare, ma..."

"Mi auguro che tu ci riesca. Comunque, se avessi ancora bisogno di consigli, tutto quello che dici a me, resterà qui dentro, ricordalo. Qualsiasi cosa."

"Grazie, maestro."

Quando Jarvis fu uscito, Trake si disse: possibile che il ragazzo non capisca che lo amo! Ma che devo aspettare che sia adulto. Speriamo che non faccia sciocchezze! E, alzatosi, decise di fare il possibile per proteggere il suo amato. Andò a parlare all'accolito Doler. Sicuramente lui avrebbe escogitato qualcosa. Glielo doveva, se non altro per ringraziarlo di averlo salvato quando, novizio, aveva rischiato di ricevere la prima denuncia da parte di un altro novizio che aveva provato a toccare di notte. Trake, a cui il novizio che Doler aveva toccato s'era rivolto, aveva faticato a convincere il ragazzo di essere stato forse toccato per caso da un Doler addormentato e che se l'avesse denunciato avrebbe commesso un'ingiustizia. Ma c'era riuscito. Poi aveva parlato a Doler invitandolo ad essere più prudente. Doler all'inizio s'era difeso negando, ma poi aveva confessato: a lui piacevano i maschi. Allora Trake, che allora era professo, aveva parlato con un altro professo con cui da novizio aveva avuto una breve relazione e gli aveva chiesto di aiutare Doler. Lui non poteva, perché allora aveva una relazione con un maestro. Il suo amico aveva preso Doler e gli aveva chiesto di aiutarlo a riordinare gli archivi e qui, una volta soli, gli aveva chiesto di fare l'amore e di non provarci più con altri. I due erano ancora amanti.

"Jarvis?"

"Sì, accolito Doler?"

"Domani tu e il candidato Petak invece di pulire i pavimenti con gli altri, andrete a pulire la cisterna. Dovrete pulirla ogni cinque giorni, d'ora in poi. Domani scenderemo assieme e vi insegnerò come dovete fare. Avverti Petak."

"Sì, accolito Doler." disse l'ignaro Jarvis.

Il giorno dopo scesero tutti e tre nella cisterna. Prima di scendere Doler fece rimanere i due ragazzi solo in perizoma. Scesi, mostrò loro dove erano le lanterne da accendere, dove erano gli attrezzi e come usarli.

"Bene ragazzi, avete tempo fino alla seconda campana. Se siete stanchi, potete riposarvi alcuni minuti in questa nicchia, che è la meno umida. Il lavoro è faticoso. Vi consiglio di venire qui a riposarvi quando suona la prima campana. Poi, prima di salire, potete lavarvi qui. Non nell'acqua della cisterna, chiaro?"

"Sì, certo." risposero i ragazzi.

Doler li lasciò e sentirono il rumore dei suoi passi su per la scala di legno poi il rumore della botola che si richiudeva.

"È grande, la cisterna." disse Petak e la sua voce rimbombò nelle alte volte di pietra.

"Sì, diamoci da fare, dai!" rispose Jarvis che frattanto pensava: qui nessuno ci può vedere, specialmente nella nicchia, e se anche venisse qualcuno, la scala fa un sacco di rumore e il solo perizoma si può rimettere in un attimo e la pedana di legno della nicchia, sarà dura, ma è asciutta e pulita e grande come due letti: sembra quasi fatta apposta.

Non sapeva che in effetti, anche se non era stata fatta apposta per gli incontri clandestini, era stata usata spesso per quello scopo. Lo sapeva Doler a cui l'aveva detto il suo amante, che l'aveva usata più volte da ragazzo. Lo sapevano generazioni di riuniti, che avevano usato la cisterna, il forno, e anche il labirintico sotterraneo delle tombe come luoghi deputati per gli incontri sessuali fra loro, quand'erano candidati o novizi. Qualche volta anche da accoliti o da professi, perché se anche avevano le loro stanze private, non potevano portarci novizi e candidati. I problemi cessavano solo per due amanti che fossero almeno accoliti. Nessuno entrava nelle stanze senza bussare e bastava non togliersi le tuniche e nascondere i perizomi che in due secondi si era presentabili. Per i perizomi, poi, c'era una tecnica per nasconderli sotto le tuniche in modo che non cadessero mettendoli in imbarazzo. Ma tutto questo Jarvis l'avrebbe scoperto solo molto dopo.

Jarvis e Petak lavorarono sodo. Quando suonò la prima campana avevano già pulito tre quarti della grande cisterna.

"Andiamo a riposarci." disse Jarvis.

"Finiamo, dai!"

"No, abbiamo tempo. Se Doler ha detto di risposarci, è meglio farlo, no? E poi io mi sento stanco. Vieni." disse deciso Jarvis che già era eccitato.

Petak lo seguì. Si stesero sulla pedana nella nicchia. Jarvis si sciolse il perizoma.

"Che fai?" chiese stupito Petak, guardandolo e allargando leggermente gli occhi nel vedere l'erezione del compagno.

"Mi stringeva." disse Jarvis malizioso.

"Ci credo." ridacchiò Petak senza distogliere lo sguardo.

"Toglilo anche tu, dai."

"Ma a me non stringe." ridacchiò di nuovo Petak.

"Dai!" disse Jarvis cercando di scioglierglielo.

Petak, ridendo, cercò di fermarlo, ma Jarvis fu lesto a tirare il capo giusto e il perizoma di Petak si aprì.

"Ma dai!" protestò debolmente Petak arrossendo e coprendosi i genitali con le mani a coppa.

"Tu guardi il mio e non mi fai vedere il tuo? Non è giusto." disse Jarvis cercando di scostargli le mani.

Petak resistette, ma quei movimenti lo fecero eccitare e quando Jarvis riuscì a togliergli le mani di lì, il membro del ragazzo saltò su semieretto e Petak arrossì di nuovo.

"Dai, Jarvis, che vuoi da me?" disse turbato il ragazzo.

"Fare l'amore!" disse Jarvis deciso.

"Ma dai, non fare lo stupido. Sai che non si deve, no?"

"Qui nessuno ci vede. Su, Petak, vedrai che è bello."

"Non l'ho mai fatto, io, non si deve."

"Lasciati andare." insistette Jarvis che ora gli stava carezzando il membro turgido e ritto.

Petak sussurrò debolmente "Nooo." ma Jarvis si chinò fra le sue gambe e si mise a leccarglielo.

"Oh no, che fai? Smetti, Jarvis. No, aspetta! Oooh... nooo... oooh, non smettere... oooh!" gemette Petak abbandonandosi a quelle sensazioni.

Poi le mani di Petak scesero a carezzare i genitali di Jarvis, a palparli. Questi si mosse, si girò in modo di sfiorare col suo arnese fremente il volto del compagno e allora anche Petak si mise a leccare il membro che gli veniva offerto. Jarvis si mise a succhiarglielo e subito Petak lo imitò e si trovarono uniti in uno spontaneo sessantanove. Durò poco, perché erano tutti e due troppo eccitati e vennero subito. Prima Petak che si stupì quando si rese conto che il compagno non solo non protestava ma beveva avido. Così, quando un attimo dopo venne Jarvis, cercò di bere anche lui, e ci riuscì, anche se con difficoltà.

"Oh, Jarvis!"

"Sì Petak?"

"Cosa abbiamo fatto?"

"L'amore, Petak."

"Ma è proibito!"

"Basta che non lo sappia nessuno. E qui nessuno ci può vedere o scoprire. E ogni cinque giorni possiamo rifarlo."

"No, io non voglio."

"Ma ti è piaciuto, no?"

"Sì, ma è sbagliato."

"Perché, se piace sia a me che a te? Ti è piaciuto, vero, Petak!" insisté Jarvis addossandoglisi e carezzandogli il corpo.

"Sì, e mi piace come mi accarezzi, ma..."

"Sta zitto, allora. Sicuramente non siamo i primi a farlo qui."

"Ma..."

"Tu mi piaci, Petak. Qui ci sono altre coppie, non siamo i soli."

"Ma..."

"Io non ti piaccio?"

"Sì, ma..."

"Accarezzami anche tu, allora." disse deciso ma dolce Jarvis e Petak lo carezzò. "Fra cinque giorni, di nuovo, io e te, qui. Lo faremo di nuovo, Petak, vero?"

"Non lo so..."

"E si possono fare cose anche più belle, sai?"

"Cosa?"

"Ti insegnerò."

"Non è la prima volta, per te, vero?"

"No, certo."

"L'hai fatto con tanti?"

"Qui dentro sei l'unico; prima, al villaggio, l'ho fatto sì."

"Con tanti?"

"Più d'uno, certo."

"E se ti scoprivano?"

"Sono stato prudente, come con te: volevo farlo da un pezzo, ma solo oggi ho capito che qui ero al sicuro. Sai che hai un buon gusto?"

"Il tuo era strano."

"Cattivo?"

"No, strano."

"Perché non ci sei abituato. Vedrai che ti piacerà. Lo faremo di nuovo, fra cinque giorni, vero?"

"Non so, forse."

"Hai un bel corpo, sai?"

"Anche tu, Jarvis." disse l'altro ed arrossì.

Si rimisero i perizomi e finirono il lavoro. Prima che suonasse la seconda campana avevano finito.

"Torniamo su." disse Petak.

"No, aspetta che suoni la seconda campana."

"Perché?"

"Doler ha detto che dovevamo finire per la seconda campana, no? Vuol dire che quello è il tempo previsto. E così la prossima volta abbiamo più tempo."

"Per pulire?"

"Per fare l'amore, sciocco." gli disse Jarvis e si chiese se Doler sapesse che ci voleva il tempo fra tre campane per pulire e fare anche l'amore.

"E che facciamo ora, nel tempo che ci resta?"

"Parliamo."

"E di cosa?"

"Di sesso: ti racconto la mia prima volta." disse Jarvis tranquillo e cominciò a raccontare.

Doler, quando li vide riemergere alla seconda campana capì che i due avevano fatto l'amore: i ragazzi che non lo facevano emergevano sempre abbastanza prima. Lo disse a Trake, che annuì sorridendo e si chiese se e quando il ragazzo gliene avrebbe parlato.

I cuochi del convivio cucinavano molto bene, ma quella sera i due ragazzi fecero davvero onore alla mensa. E Jarvis, ora, era più sereno del solito. Anche i suoi studi, che prima andavano bene, migliorarono.

Quando scesero di nuovo a pulire la cisterna, i due ragazzi erano già eccitati.

"Facciamo svelti, Jarvis!" disse Petak.

"Dobbiamo pulire bene o ci sostituiranno." disse l'altro sorridendo per quella fretta che comunque gli faceva piacere.

"Già, non ci avevo pensato." rispose Petak che si mise a pulire coscienziosamente.

Fecero un buon lavoro e di nuovo, quando suonò la prima campana, ne avevano pulita tre quarti.

"Andiamo?" chiese Petak immediatamente.

Appena arrivati nella nicchia, il ragazzo si sciolse il perizoma. Jarvis di nuovo sorrise. Si liberò del suo e prese Petak per la vita tirandolo a sé.

"Sdraiamoci, dai." disse questi.

"Aspetta. Prima carezziamoci un po' così." propose Jarvis stringendolo a sé, carezzandogli le natiche sode e nervose e scendendo con la testa a suggergli i capezzoli.

"Oh! Jarvis, che bello!" gemette il compagno abbandonandosi a quelle intense sensazioni così nuove per lui.

Jarvis con le dita gli frugava nella piega fra le natiche, soffermandosi sempre più a lungo sul buchetto vergine dell'altro.

"Oh, Jarvis, tu sai sempre come toccarmi!"

"Ti piace?"

"Oh sì."

"Dove ti piace di più?"

"Dappertutto."

"Anche qui nel buchetto?"

"Sì. Vuoi mettermelo lì, vero? So che i maschi fra loro lo fanno."

"Ah sì? E chi te l'ha detto?"

"Il garzone di mio padre, l'apprendista fabbro."

"E come mai non l'hai fatto con lui?"

"Lui mi parlava di queste cose ma mica ci ha mai provato."

"Forse aspettava che tu gli dessi l'occasione."

"Tu te la sei presa, l'occasione, però." ridacchiò Petak, poi chiese di nuovo: "Me lo vuoi mettere, vero?"

"Sì, certo."

"Mi farai male? Ce l'hai grosso, più del mio buchetto."

"Si allarga, e poi cercherò di fare piano."

"E io? Posso poi metterlo a te?"

"Sì, certo."

"Ti piace?"

"Più metterlo che prenderlo, ma mi piace."

"Si dice chiavare, vero?"

"Sì, si dice anche così. Ma io preferisco dire fare l'amore. Se prima me lo succhi e poi ti insalivi bene il buchetto, entra meglio."

"Mi piace succhiartelo." disse Petak inginocchiandoglisi davanti e cominciando subito a farlo.

Dopo un po' Jarvis lo fece alzare: "Appoggiati con le mani al muro e spingi indietro il culetto, dai."

"Aspetta, devo insalivarmelo."

"No, ci penso io; dai mettiti in posizione."

Petak obbedì prontamente. Jarvis gli si accoccolò dietro e si mise a leccargli il culetto, e frattanto gli massaggiava i genitali. Poi si mise a passare la lingua su e giù per il solco e Petak spinse più indietro il bacino. Jarvis gli forzò il buchetto con la lingua.

"Oooh, Jarvis! la tua lingua mi fa impazzire di piacere!"

"Sentirai quando ci metterò qualcos'altro, allora." disse Jarvis cominciando ad alternare la lingua con un dito ben insalivato con cui a poco a poco lo penetrò. "Ti piace?"

"Sì: dentro è più sensibile che fuori. È bello, chiavami, dai, ne ho voglia."

"No, sei ancora troppo teso, stretto. Devi rilassarti di più. Più sei rilassato e meno ti farà male."

"Jarvis, chiavami."

"Non voglio farti male."

"Non me ne frega niente, ti voglio dentro."

"Quando ti sentirò più rilassato." insisté Jarvis riprendendo a leccare il buchetto.

"Ti prego Jarvis, chiavami, non resisto!" implorò Petak.

Allora Jarvis si alzò, lo afferrò con una mano sul ventre mentre con l'altra gli puntava il palo rigido sul buchetto.

"Rilassati Petak, voglio che piaccia anche a te."

"Dai!"

"Eccomi."

"Oh sì."

"Adesso spingo."

"Spingi!"

"Ecco." disse Jarvis e cominciò ad esercitare una pressione crescente. Il foro resisteva. Aumentò la pressione, sempre più: "Rilassati, fammi entrare tutto dentro, dai."

"Spingi più forte."

Jarvis ora spingeva con tutte le sue forze, i piedi puntati sull'impiantito, tirando a sé il bacino del compagno e proiettando in avanti il proprio; il suo membro, pur duro si curvava sotto lo sforzo, ma il foro non cedeva. "È troppo stretto," pensò confusamente Jarvis sudando per lo sforzo. Stava per rinunciare, quando Petak improvvisamente si rilassò e lui gli affondò dentro di colpo. L'altro gridò e il suo grido rimbombò nella cisterna.

"Ti ho fatto male!" chiese costernato Jarvis immobilizzandosi.

"Ma è entrato tutto, vero?"

"Sì, è entrato tutto ma... mi devo togliere?"

"No!"

"Non ti fa male?"

"Solo mentre entrava. Sembra enorme, come se mi ci avessi messo tutto il braccio! Chiavami, dai!" gemette eccitato l'amico.

Jarvis allora si cominciò a muovere lentamente e sentendo che l'altro non si lamentava, prese coraggio ed iniziò a stantuffargli dentro con maggior vigore e con un forte piacere: era davvero strettissimo, caldo come una fornace, ma scivoloso come un panetto di burro.

"Ti piace chiavarmi, Jarvis?"

"Sì, da morire. E a te piace?"

"Mi piace, mi piace! Sei forte, come il mio montone quando copriva le pecore. Ti piace il mio culetto?"

"Sì."

"E a me piace il tuo bel cazzo, sia quando me lo metti in bocca che adesso in culo. Anzi, ne vorrei un altro in bocca, proprio ora, contemporaneamente. Oh Jarvis, perché nessuno me l'ha mai fatto assaggiare prima?"

"Che bello, Petak."

"Ti piace chiavarmi, vero?"

"Sì... oh... vengo, vengo..."

"Sì, montone, riempimi!"

"Oh, siiiiii...." gemette Jarvis scaricandosi nel compagno con un forte affondo disperato.

E anche Petak venne schizzando con violenza contro il muro il suo carico di seme e spingendo indietro il culetto con forza e dimenandolo contro il pube dell'altro.

Si fermarono ansanti, senza ancora staccarsi, coperti di sudore.

"È troppo bello, Jarvis."

"Sì, davvero. Sei venuto anche tu?"

"Sì."

"Come fai adesso a mettermelo?"

"Non ci riesco."

"La prossima volta?"

"Se mai."

Si staccarono.

"Bisogna che mi riposi cinque minuti, però." disse Jarvis stendendosi.

"Anch'io, sono svuotato." rispose Petak che gli si stese a fianco e cominciò a succhiargli i capezzoli.

"Ehi, ma se fai così mi fai tornare voglia."

"Magari." disse il compagno riprendendo a succhiare i capezzoli dell'amico.

"Non abbiamo più molto tempo, però." sospirò Jarvis carezzando il fresco corpo del compagno.

Cinque giorni dopo anche Petak penetrò Jarvis. Gli piacque, ma confessò che gli piaceva molto di più essere penetrato.

"Beh, a me piace di più metterlo, invece." disse Jarvis.

"Benissimo, siamo proprio la coppia giusta. Le prossime volte prima ce lo succhiamo, poi mi chiavi. Ma mi piacerebbe prenderne due assieme, davvero."

"Non credo che sarà tanto facile, dovrai proprio accontentarti di me, temo." gli disse Jarvis ridanciano.

Fu dopo quella terza volta che Jarvis disse a Trake di lui e di Petak.

"Sei innamorato di lui?" chiese sereno l'uomo. "No. Mi piace farci l'amore, ma non sono innamorato di lui, maestro."

"Sei sempre innamorato di quel misterioso uomo?"

"Sì, ma lui sembra che non sia interessato a me. Magari a lui non interessano gli uomini, o forse non gli interesso io. O è innamorato di un altro, chi sa?"

"A volte le apparenze ingannano. Anche Petak non pareva interessato a te, dicevi, no?"

"È vero. Ma io pensavo di dirglielo."

"A chi?"

"Ma, è chiaro, a quell'uomo."

"Che cosa?"

"Che io sono innamorato di lui."

"Forse credi di essere innamorato. Ora hai il tuo Petak, no?"

"No. È diverso. Rinuncerei a mille Petak, per lui."

"Ma se lui sapesse che hai Petak che cosa credi che direbbe?"

"Ma per me Petak è solo un amico, non un amante."

"E per Petak, tu, che cosa sei?"

"Solo un amico."

"Ne hai parlato con lui?"

"Sì, e dice che gli va bene."

"Ma gli hai detto che tu sei innamorato di un altro?"

"No. Perché non posso dirgli di chi sono innamorato."

"A no? E perché?"

"Non voglio compromettere l'uomo che amo."

"Ma perché lo ami?"

"È difficile dire un perché, ma lo amo."

"No, Jarvis. Il giorno in cui avrai capito perché lo ami, quel giorno potrai essere sicuro di amarlo davvero."

"E se non lo capirò mai?"

"Tu comincia a pensarci. Quando lo avrai capito, vieni da me a parlarne. Vorrà dire che sarai cresciuto, maturato."

"Maestro?"

"Dimmi."

"Potrò sempre venire da voi per parlare di queste cose?"

"Certo, senza problemi."

"Posso chiedervi qualcosa di molto personale?"

"Provaci."

"Voi, maestro, siete mai stato innamorato?"

"Non è bene che un maestro parli di sé con un allievo. Questa è una nostra regola."

"Ma se ve lo chiedesse un accolito, gli rispondereste?"

"Non risponderei a chiunque me lo chiedesse, ma ad alcuni sì. A te, senz'altro."

"Perché a me sì?"

"Di te mi fido." disse il maestro con un sorriso lieve.

Jarvis pensò: devo diventare accolito il più presto possibile. Allora potrò chiedere, sapere.

Jarvis si mise a studiare ancor con maggiore impegno. Gli insegnanti erano contenti di lui. Passò tutti gli esami con buoni voti e tutti i colloqui con i maestri gli fruttarono l'anello colorato alla prima udienza. Il suo nastro si riempiva rapidamente. E era così bravo che iniziò a tentare anche gli esami successivi prima del tempo, riuscendo spesso con punti sufficienti. Così, nonostante Petak fosse di un anno più vecchio di lui, passarono al noviziato quasi contemporaneamente. Questo volle dire che il lavoro di pulizia della cisterna fu affidato ad altri due novizi e per un po' Jarvis e Petak non riuscirono ad avere i loro incontri di sesso. Ma la cosa pesava più a Petak che a Jarvis, perché questi era sempre più assorbito dagli studi.

In noviziato ora erano in sette: Jarvis, l'unico di diciotto anni non ancora compiuti, Petak di diciotto, Shinte di diciannove, Kuman, Kampi e Domke di venti e Flue di ventuno. Jarvis sapeva che Kampi era come lui e presto, ora che vivevano assieme, individuò in Domke l'amico di Kampi. Allora lo disse a Petak. Questi che ancora inseguiva il suo sogno di aver due che lo penetrassero contemporaneamente, all'insaputa del suo amico Jarvis cominciò a cercare l'opportunità di farlo con uno o tutti e due quei novizi. Ma le occasioni non erano molte e passarono alcuni mesi prima che riuscisse nel proprio intento. E lo raccontasse poi a Jarvis.


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