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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA VITA INIZIA
A VENTICINQUE ANNI
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 27 giugno 1994
CAPITOLO 1
A MO' DI PROLOGO

"Guarda lì, un altro pezzo del parco che scompare. Alla faccia della campagna ecologica del comune! Mah. Sicuramente qualche riccone intrallazzato, di quelli che la possono fare in barba alle leggi." brontolò la madre di Jacques finendo di lavare i vetri della finestra.

Presa la bacinella di acqua sporca e gli strofinacci, andò in cucina. Jacques la sentì trafficare. Prese il telescopio e lo puntò sul parco, verso il punto in cui si vedeva la gru ed i pilastri di cemento emergere da sopra gli alberi. Mise a fuoco e infine riuscì a vedere chiaramente l'uomo nella cabina di manovra. A torso nudo, l'elmetto in testa. Grassoccio, sui trenta anni. Sembrava che stesse cantando. La madre gli chiese dalla cucina che cosa volesse per pranzo. Rispose. Girò il telescopio di pochi gradi e mise a fuoco gli operai che lavoravano sulle impalcature. Chissà quanto sarebbero saliti ancora con quella costruzione? Quello in cui erano doveva essere circa il terzo piano. Quasi tutti a torso nudo o in canottiera. Ecco, questo pareva un bel ragazzo. Doveva avere la sua età, circa ventitré anni. Bel torso muscoloso ed abbronzato. L'elmetto non faceva vedere il colore dei capelli, ma doveva essere chiaro. Avrebbe voluto avere una macchina fotografica da applicare al telescopio per poterlo fotografare, ma la madre aveva già speso anche troppo per comprarglielo.

All'inizio l'aveva usato davvero per studiare le stelle, le poche che l'aria inquinata della città permettevano di vedere nei giorni sereni. Il buio del parco su cui dava il retro della loro casa e la finestra della sua camera, aveva facilitato la visione. Era riuscito a catturare qualche pianeta, ma soprattutto conosceva ormai bene la topografia della luna. Poi aveva pensato di usarlo come cannocchiale per esplorare il parco, ma all'inizio era rimasto deluso: non riusciva a mettere a fuoco le immagini, troppo vicine. Aveva però qualche nozione di ottica, perciò pensò di modificare la posizione interna delle lenti. Così l'aveva smontato e rimontato più volte, finché era riuscito: l'aveva trasformato in una specie di teleobiettivo gigante, potente almeno, se non più, come quelli che usano i fotoreporter dei giornali scandalistici per carpire nudi di celebrità dall'alto di una collina a due o tre chilometri di distanza come se fossero a pochi metri.

L'aveva trovato più divertente che non guardare le stelle. Poteva vedere animali, fiori, gente. Bambini giocare, vecchiette spettegolare sulle panchine, coppiette litigare o tubare, magari anche flirtare quando i dintorni erano deserti. Ricordava ancora l'emozione che aveva provato, circa due anni prima, quando, seduti su una delle panchine, una ragazza aveva aperto la patta del suo ragazzo, glielo aveva tirato fuori, grosso e dritto, e l'aveva masturbato lentamente mentre lui si abbandonava indietro, le gambe allargate, gli occhi chiusi, a godersi beato quelle intime attenzioni. Finché l'aveva visto tendersi come l'archetto di un violino ed eruttare, traslucide e brillanti nell'aria, cascatelle di perle liquide. Pareva proprio lì, ad un paio di metri da lui: Jacques era venuto subito dopo il ragazzo, nel suo fazzoletto pronto allo scopo.

In estate a volte vedeva ragazzotti in calzoncini corti e a petto nudo giocare a pallone o prendere semplicemente il sole. Desiderabili. Ma quella era stata l'unica attività sessuale che aveva carpito al parco. Non che non ce ne fossero, ma erano di notte, nel parco buio, e col suo telescopio riusciva a cogliere solo vaghe ombre in movimento, indistinte. Tanto indistinte da non capire chi fosse il maschio o, al limite, se fossero due maschi. Le vedeva a mala pena arrivare in due, allacciarsi, muoversi al ritmo dell'accoppiamento, separarsi, andar via. Alcune si sbrigavano in pochi minuti, altre indulgevano in giochi più lunghi. Ma quali e come, gli era dato solo immaginarlo.


Certo, Jacques, dopo l'incidente, aveva dovuto sviluppare una notevole fantasia per compensare la perdita dell'uso delle gambe e della sua libertà di movimento. Chissà perché, la gente pensa che un handicappato non debba avere una attività sessuale. Lui era stato un normale e sano ragazzo fino all'età di quindici anni. Aveva avuto la pubertà a dodici anni e mezzo e s'era divertito coi compagni nei soliti giochi di masturbazione reciproca, facendo a gara a chi veniva prima, o a chi schizzava più lontano. Finché, a tredici anni, aveva incontrato un compagno più grande e più smaliziato, che gli aveva insegnato a fare veramente l'amore. Dapprima se lo succhiavano soltanto, a vicenda. Gli era piaciuto molto e appena il compagno lo invitava, lo seguiva contento.

Poi quello era riuscito a convincerlo a lasciarsi penetrare e a Jacques era piaciuto moltissimo sentire il membro del compagno che lo invadeva, lo riempiva e poi gli si agitava dentro: non credeva che si potessero provare sensazioni così piacevoli ad essere penetrati. Aveva quattordici anni e mezzo quando era stato lui a penetrare un compagno per la prima volta. Anche questo l'aveva trovato molto, molto piacevole e non perdeva occasione per farlo con l'entusiasmo della sua giovane età. E aveva capito con chiarezza che a lui, nel mondo erotico, interessavano solo quelli del proprio sesso. Aveva capito con chiarezza di essere gay. L'aveva accettato con serena gioia.

Grazie ad un occasionale amante, uno studente universitario che l'aveva agganciato al cinema e che se l'era portato a casa e che sul suo piccolo lettino l'aveva preso a lungo e con vera bravura facendolo godere molto, aveva scoperto la rivista "Gay pied" ma siccome lui era troppo giovane per poter andare a comprarla in edicola, in seguito se ne era fatta regalare una copia che ancora aveva e che conservava gelosamente.

Poi, a quindici anni, l'incidente che aveva tolto la vita al padre ed aveva ridotto lui su una carrozzella. Eliminando di colpo la sua possibilità di avere un qualsiasi partner, una vita sessuale di relazione. Non gli rimaneva che masturbarsi e sognare ad occhi aperti. Era diventato molto bravo a sognare ad occhi aperti. Talmente bravo, che aveva iniziato a scrivere novelle erotiche gay, più o meno verso i diciassette anni. Proprio quando la madre aveva scoperto di non avere un figlio solamente handicappato, ma pure gay. Non l'aveva scoperto per via delle sue novelle, però. Ma perché, assetato di sesso come era, ci aveva provato con l'infermiere che andava ad assisterlo, un gran bel giovanotto di ventisei anni. Questi non s'era accontentato di rifiutarsi e di andarsene da quella casa: lo aveva detto alla madre di Jacques.

La donna ne aveva fatto un dramma, in un primo momento. Avevano passato mesi di tensione, di discussioni a volte feroci. Ma alla fine, a poco a poco, la donna si era arresa, aveva accettato. Tanto da convincersi ad andargli a comprare una copia della rivista "Gay pied" (vergognandosi molto) e poi di fargli il versamento in posta per l'abbonamento.

Jacques, allora, aveva iniziato a mandare le sue novelle alla rivista, che le pubblicò con lo pseudonimo "Marc Jaures", le stesse iniziali del suo vero nome e cognome, ma invertite. Per ogni novella pubblicata la rivista gli inviava un discreto assegno. Con quei soldi Jacques s'era potuto comprare un personal computer su cui ora batteva i suoi racconti. Un redattore della rivista gli scrisse un giorno proponendogli di tentare la scrittura di un romanzo. Così aveva appena pubblicato la sua opera prima, intitolata "Un vecchio albero racconta". Aveva immaginato di essere un albero del parco che vede nascere la storia fra due ragazzi e li rivede tornare a fare l'amore di notte sotto le sue fronde, per anni, li vede crescere nel reciproco amore, fino a che una notte i due sono sorpresi da una banda di teppisti ed uno dei due viene massacrato. Una storia triste, ma scritta con bravura e sentimento, che aveva avuto un discreto successo e gli aveva fruttato altri soldi.

Jacques, finiti gli studi da privatista, a casa, con la madre che lo portava in carrozzella a scuola solo per gli esami, aveva trovato un altro lavoretto in casa, sempre grazie al suo personal: una tipografia gli inviava dischetti con bozze da correggere. Il lavoro gli portava via in media tre o quattro giorni alla settimana e gli fruttava un modesto ma utile stipendio. E soprattutto gli occupava il tempo.

A ventuno anni aveva avuto una brevissima storia con un ragazzo che aveva contattato attraverso gli annunci di "Gay pied", ma questi, dopo alcuni incontri, gli aveva detto che non se la sentiva di avere una relazione con una persona "simpatica, ma con cui non poteva neanche uscire a fare una semplice passeggiata". Jacques ne aveva sofferto, perché si stava innamorando di quel ragazzo. Ma aveva capito che per lui era meglio rinunciare a sognare di avere un partner. La madre che, pur non avendone mai parlato esplicitamente con Jacques, sapeva della relazione (quando veniva il ragazzo lei, con una scusa o un'altra, usciva di casa per lasciarli soli) aveva cercato di consolarlo, se pure piuttosto maldestramente. Jacques, dopo quella delusione, non aveva mai più messo annunci sulla rivista per mendicare un po' di sesso, se non di amore.

Non era triste, non veramente, era solo rassegnato. Aveva scritto una novella: "Casto per destino" in cui descriveva la storia di un ragazzo che si fa frate credendo di avere una vocazione, e che poi scopre di essere attratto dai ragazzi. Non ha relazioni, non perché non le desideri, ma perché si trova prigioniero della sua situazione, che accetta con rassegnazione. Ma Jacques in quella novella aveva descritto i desideri, i turbamenti del giovane frate, le sue fantasie, descrivendo in realtà se stesso, la propria situazione. Aveva ottenuto un altro ottimo risultato. "Gay pied" gli inviava le lettere dei lettori con i commenti sulle sue novelle. I racconti di Marc Jaures riscuotevano sempre un notevole successo.

Così Jacques era arrivato al suo ventitreesimo compleanno.


Il muratore che gli piaceva, là sulle impalcature, ora stava tergendosi il sudore con un panno bianco. S'era tolto l'elmetto; aveva previsto giusto Jacques: una cascata di soffici capelli castano chiaro brillò al sole, rendendo più luminosa la primavera. Sembrava così vicino, attraverso le lenti, che dava l'idea che bastasse allungare una mano per sfiorargli il bel petto ampio e muscoloso, coperto appena da una lieve pelurie bionda. O per carezzargli la curva che la sua patta faceva al punto giusto. Il ragazzo rimise l'elmetto, appese il panno alla cintura dei calzoni e riprese il lavoro, scomparendo a tratti dalla sua visuale.

Jacques immaginò una storia d'amore fra due muratori, nata lassù fra le impalcature sospese nel vuoto. Lasciò il telescopio, spostò la sedia a rotelle fino al tavolino, accese il computer ed aprì un novo file. Come titolo provvisorio scrisse "muratori-01". Il titolo definitivo sarebbe venuto fuori scrivendo la storia, come sempre. Decise per sommi capi lo scheletro della trama, inventò i nomi, le età, qualche altro dettaglio di cui prese nota su un foglietto, ed inziò a scrivere:

"Di lassù la realtà della città che lo circondava sembrava assumere le caratteristiche di un plastico, più bello e complesso di quelli che da ragazzino ammirava con occhi sgranati nelle vetrine dei negozi di fermodellismo. Yves si tolse l'elmetto e si asciugò il sudore dal volto abbronzato, dal collo forte, dalle spalle larghe e poi, con una specie di piacere sensuale, dall'ampio petto nudo. Ignaro dello sguardo colmo di desiderio con cui Karim, il collega algerino, lo guardava dalla cabina di comando della gru..."

Sì, invece dell'uomo grassoccio, Jacques immaginò che ci fosse un bell'arabo sui ventotto anni, dal corpo asciutto e sensuale e, benché sposato e padre di tre figli, amante di quelli del proprio sesso. Avrebbe descritto di come Karim corteggiasse Yves, e di come lo portasse pian piano a scoprire la propria sessualità latente e di come riuscisse infine a farlo suo. Una storia di amore e di passione, che sarebbe culminata col tentativo della moglie di Karim di uccidere Yves, e con la fuga dei due amanti in un paesino della Provenza dove avrebbero vissuto lavorando come servitori nella villa di un ricco gay, ex amante di Karim. I suoi racconti, di solito, erano tutti a lieto fine, perché Jacques pensava che, per i finali tristi, bastasse già la realtà quotidiana. E comunque, alla maggioranza dei suoi lettori, piacevano sia le sue storie che i suoi finali.

Jacques scriveva i suoi racconti di getto. Poi li rileggeva, li correggeva, li limava dando loro la forma definitiva secondo lo stile che si era prefissato. Mentre scriveva i suoi racconti, il giovane si innamorava dei suoi personaggi. Li sentiva vivi, reali, animati di vita propria. Lui ne era il genitore: li faceva nascere, ma poi non poteva che seguirne lo sviluppo indipendente. Una volta nati, non poteva più obbligarli a fare quello che voleva lui. Era cosciente di questo e ne era piuttosto stupito. Gli pareva quasi che lui potesse creare solo le situazioni, e poi stare a vedere come i suoi personaggi le affrontavano, le risolvevano. E a volte, anche se di rado, c'erano anche i pochi finali tristi che non riusciva ad evitare. Chissà come sarebbe andata davvero a finire fra Yves e Karim, si chiese mentre proseguiva a descrivere il ragazzo francese, le sue emozioni, le sue idee, le sue reazioni.


Interruppe per il pranzo. La madre gli parlò dei prezzi che aumentavano, della vicina che litigava col marito, del figlio del panettiere che stava per divorziare e di altre amenità del genere. Jacques ascoltava, diceva due parole ogni tanto per dare alla madre l'impressione che partecipasse al discorso e si chiedeva che cosa avrebbe fatto il giorno in cui la donna non ci fosse più stata. La madre era ancora giovane, aveva solo qurantatré anni, era in salute, se non capitava qualcosa di imprevisto, sarebbe ancora vissuta a lungo. Sperò, egoisticamente, di morire prima lui. Certo, non poteva fare questi discorsi alla madre. Ma che cosa vrebbe fatto lui, una volta che fosse rimasto solo? Probabilmente l'avrebbero ricoverato in un qualche squallido istituto dove le infermiere avrebbero perso la pazienza con lui, dove sarebbero arrivate le dame di carità un paio di volte l'anno a portare gli avanzi della società opulenta contrabbandandoli per generosa carità, dove avrebbe dovuto sopportare e farsi sopportare da altri sventurati come lui. Pazienza. Non poteva farci nulla, quella sarebbe stata la sua fine. E lì all'istituto molto probabilmente non avrebbe neppure potuto continuare a scrivere le sue novelle, o a spiare bei muratori col suo cannocchiale... Sì, sperava davvero di morire prima di sua madre.

La donna, da quando era morto il marito e s'era ritrovata il figlio vivo ma immobilizzato, aveva trovato uno di quei lavoretti a casa: assemblava e confezionava biro, bigiotteria, e altre cose del genere. Ma fra la pensione del padre, i suoi guadagni e quelli di Jacques, riuscivano a tirare avanti dignitosamente. E per fortuna l'alloggetto era loro. Non potevano davvero lamentarsi, nonostante tutto. A volte lei lo portava giù con il vecchio ascensore cigolante e gli faceva fare una passeggiata per il quartiere, spingendo la sua carrozzella. Qualche vicino li salutava con un sorriso di circostanza, ma mai nessuno che si fermasse a parlare con loro. Eppure sapeva che quando la madre usciva da sola chiacchierava con la gente del quartiere. Il problema era lui, la sua infermità che metteva a disagio gli altri.

Lui riusciva ad andare al gabinetto e a farsi il bagno da solo, grazie ad una serie di maniglie che la madre aveva fatto mettere nei punti giusti. A volte i cugini facevano un salto a trovarlo, ma non è che lui legasse molto con loro. Erano un diversivo alle giornate piuttosto uguali, ma Jacques non aveva molto in comune coi suoi cugini. Sentiva in loro più pietà che simpatia. Non li incolpava di questo, ma certo non ne era particolarmente felice. La gente, l'aveva capito presto, di fronte ad un handicappato, si sente a disagio, quasi in colpa, e questo non lo perdona all'handicappato. Si sente in dovere di andarlo a trovare, ma poi non vede l'ora di scappare via. Jacques sentiva tutto questo e lo accettava, come ormai accettava di essere relegato per sempre su una carrozzella. A volte aveva pensato di scrivere una novella su un handicappato, ma sapeva che i lettori avrebbero reagito male, come i suoi cugini, provando al tempo stesso simpatia e fastidio. Non dovrebbero esistere gli handicappati: l'avevano capito bene gli spartani, che li precipitavano da una rupe. Ma Jacques era contento di non vivere in quell'antica Sparta. Amava, nonostante tutto, la vita.

Gli pesava solo la sua solitudine affettiva, sessuale. Ma, come per le sue gambe, non ci poteva fare nulla. La sedia a rotelle sostituiva, poco e male, le sue gambe; la masturbazione era diventata la sedia a rotelle della sua vita sessuale. Serviva poco e male, ma era meglio di nulla. Chissà perché, si chiedeva a volte con triste ironia, non gli si era paralizzato pure l'uccello? Come sarebbe stato tutto più semplice. Ma in fondo era affezionato al suo membro: compagno della sua solitudine, che a volte gli procurava anche l'illusione di placare il desiderio. Illusione, perché pochi minuti dopo si sentiva di nuovo solo e pieno di desiderio. Lo conosceva bene il desiderio: quando era troppo forte sembrava essere una cosa solamente fisica, e invece era qualcosa di più vitale, più coinvolgente, più profondo. Era il sogno di poter scambiare amore. E non si può scambiare amore col proprio uccello, pensò con dolce tristezza.

Jacques Moiret. Quando aveva preso il diploma liceale i giornali avevano parlato di lui, di quel "ragazzo coraggioso" che, nonostante fosse costretto su una sedia a rotelle, aveva saputo proseguire e completare brillantemente gli studi, da solo. La madre, poi, l'aveva iscritto all'università, ma lui non se l'era sentita di proseguire. Aveva dato a fatica gli esami del primo anno, poi, a poco a poco, aveva lasciato perdere. La madre non aveva insistito.

Jacques a volte si chiedeva come facesse la madre per la propria vita sessuale. Chissà perché, ma cercare di immaginare la vita sessuale della madre gli dava una specie di imbarazzo, di vergogna pudica. Quasi che i genitori debbano essere asessuati. Eppure, se lui esisteva, era proprio grazie alla attività sessuale dei suoi genitori. Rimasta vedova a soli trentacinque anni, doveva provare desiderio anche lei. Jacques aveva la vaga sensazione che lei avesse un amante: a volte la donna si preparava con particolare cura per uscire. E tornava più serena e allegra del solito. Aveva la tentazione di dirle di portarlo a casa, di farglielo conoscere. Ma lei non gli aveva mai accennato a nulla, perciò anche Jacques pensò opportuno non dire nulla.

Che la donna si vergognasse di fronte a lui? O semplicemente era lui che immaginava cose che non esistevano? Proiettava il suo desiderio di un compagno sulla madre? A volte a Jacques dispiaceva di essere figlio unico. Gli sarebbe piaciuto avere fratelli e sorelle. Crescere assieme. Maggiori o minori, non importava molto. Avere un fratello forse lo avrebbe fatto sentire meno solo. Ma allora, perché non gli faceva lo stesso effetto la madre? Che pure si occupava di lui, gli parlava, gli voleva bene? Forse perché era donna, e di un'altra generazione? O forse proprio perché, per quanto grande possa essere l'affetto fra un genitore ed un figlio, non ci può essere vera amicizia come con un fratello, o piuttosto come con un amante...

Terminato il pranzo, mentre la madre rigovernava, tornò in camera. Si chiese se proseguire la novella o se correggere le bozze. Optò per questa seconda attività: prima se le toglieva, più tempo aveva per il nuovo racconto. Era un testo di critica sulla letteratura di fantascienza degli anni '60. Interessante. Chissà se esistevano racconti gay di fantascienza? Avrebbe magari potuto scriverne uno lui. Ma non ora, era troppo preso dalla storia dei suoi muratori, che si stava formando a poco a poco in tutti i dettagli.


Monsieur Dumarne aveva una bella famiglia di cui era giustamente fiero: una moglie sofisticata ed elegante, il figlio grande Alain, di diciannove anni, che l'avrebbe un giorno sostituito alla direzione della catena di palestre, una bella figlia di diciassette anni, campionessa juniores di nuoto, e il figlio piccolo di quattordici, brillante negli studi ed appassionato di violoncello. Una degna famiglia borghese, una famiglia modello.

Aveva cominciato con la palestra del padre, ex campione di salto in lungo. L'aveva trasformata, con i capitali della moglie, in un luogo per ricchi che volevano dimagrire ed avere un bel corpo. Poi avevano aperto una seconda palestra, una terza, con una formula di successo. Ora ne avevano cinque in Parigi e tre in altre città. A soli quarantasei anni, Monsieur Dumarne era milionario, aveva fatto fruttare bene l'iniziale dotazione della famiglia. Aveva perciò deciso di farsi costruire una nuova casa, tutta per loro.

Grazie alle sue conoscenze politiche, aveva ottenuto un lembo del parco. A pianterreno avrebbe fatto costruire una nuova palestra, attrezzatissima: la nona. Al primo piano avrebbe fatto gli uffici con la direzione e il coordinamento delle sue palestre. Al secondo e terzo l'alloggio per la sua famiglia, e sul tetto un bel giardino pensile con piscina privata e solarium. Il tutto disegnato da uno dei migliori architetti della capitale.

Alain s'era iscritto all'Accademia nazionale di Educazione Fisica. Come sport praticava nuoto, corsa ad ostacoli, tennis e judo. Era un bel ragazzo, alto, snello, dalla muscolatura perfetta. Il padre era molto fiero di lui, anzi, orgoglioso. Lo sarebbe stato certamente molto di meno se avesse saputo che il fatto che non correva dietro alle gonnelle non era perché fosse così serio e posato, dedito allo sport come il padre credeva, ma semplicemente perché il figlio era gay.


Alain si era accorto di esserlo quando aveva sedici anni. Lui era sempre stato un ammiratore dell'atleta Jean Chambard, medaglia d'argento ai mondiali di ostacoli. Una volta il padre aveva ingaggiato l'atleta per sei mesi per un giro di lezioni nelle sue palestre. Alain aveva toccato il cielo con un dito all'idea di poter conoscere il suo idolo. Per assistere alle sue lezioni, lo seguiva di palestra in palestra. Jean aveva preso in simpatia il ragazzo ed avevano preso l'abitudine, dopo gli allenamenti, di fare la doccia assieme, quando tutti gli altri allievi erano usciti. Jean, un giorno, aveva proposto al ragazzo di lavarsi l'un l'altro la schiena, ma i due non si erano limitati a quella parte del corpo.

Il ragazzo aveva notato l'erezione dell'uomo e si era eccitato. E quando l'uomo pochi giorni dopo l'aveva abbracciato e baciato, Alain gli si era abbandonato fra le braccia senza esitare, felice, avevano fatto l'amore sotto lo scroscio d'acqua e il ragazzo, quando l'uomo gli aveva detto di volerlo, s'era lasciato prendere con lieta partecipazione. Erano stati amanti per i restanti mesi. Non più sotto le docce, certo: Alain lo accompagnava in albergo e qui, sul letto, sotto la guida esperta dell'uomo, s'era dato con passione ad un diverso tipo di gioioso e piacevolissimo allenamento.

Quando Jean era andato via, Alain era conscio di desiderare sessualmente solo i maschi. Ed era anche conscio, ora che aveva conosciuto ed assaporato la sessualità fra maschi, di suscitare il desiderio di alcuni fra i clienti delle palestre del padre. Se uno gli piaceva particolarmente, il ragazzo faceva in modo di metterlo nella condizione di tentare un approccio con lui. Non gli era mai mancato un partenaire in quei tre anni, anche se non aveva mai voluto legarsi a nessuno. Gli piaceva sentirsi desiderato. Gli piaceva cambiare, sperimentare. A poco a poco, lo sport in cui eccelleva divenne quello che si fa fra le lenzuola, nudo con un bel maschio nudo. Le sue conquiste andavano da ragazzi della sua età ad uomini fino ai quarant'anni, ma tutti rigorosamente ben fatti e belli.

Gli piaceva corteggiare i coetanei e farsi corteggiare dai più grandi di lui. Ma se si accorgeva che qualcuno si stava attaccando troppo a lui, rallentava fino a far morire la cosa. Non si sentiva ancora pronto ad avere una relazione fissa ed esclusiva, perché a poco a poco aveva capito che, il giorno in cui lui si fosse seriamente innamorato di uno, avrebbe voluto avere un rapporto di coppia, basato sulla fedeltà reciproca. Ma era troppo presto, pensava. Per ora voleva solo divertirsi e ampliare le sue esperienze; imparare a fare l'amore nel modo più completo e piacevole possibile.

A casa aveva un carnet col nome di tutti quelli con cui aveva fatto l'amore, foss'anche per una sola volta. Il primo nome era logicamente quello di Jean Chambard, ventotto anni, (lui sedici) e quattro mesi di relazione. Veniva poi Serge, ventidue anni, un mese, poi, via via, gli altri, fino all'attuale, Louis, trentuno anni, due mesi, almeno fino ad ora. Louis era il suo undicesimo uomo. Era un presentatore della TV, affermato. Cliente, come molti degli altri, della palestra del padre. Gli piaceva parecchio e perciò, quando l'uomo andava in sauna, ci si faceva sempre trovare. Se erano soli, Alain si toglieva l'asciugamano dal grembo, lasciandosi guardare la semierezione che gli veniva.

Finché anche Louis aveva iniziato a togliersi l'asciugamano quand'erano soli, mostrandogli la sua vistosa erezione e, quando aveva notato che il ragazzo la guardava senza nascondersi, s'era alzato, gli era andato a fianco e lo aveva carezzato fra le gambe, dicendogli: "lo sai che mi piaci molto?" Alain gli aveva sorriso senza dire nulla, lasciandolo fare. L'altro allora lo aveva invitato ad uscire con lui per andare a bere qualcosa assieme. Poi se l'era portato nella sua garçonnière dove s'erano messi subito a fare l'amore. Louis, a letto, era meno maschio di quello che il suo aspetto fisico facesse credere: gli piaceva solamente il ruolo passivo. Ma ad Alain la cosa non dispiaceva affatto, anche se non rifiutava mai di essere l'oggetto di una sapiente ed esperta penetrazione.

Uno di quelli che gli erano piaciuti di più fino ad allora era un ufficialetto di marina, figlio di un ministro, un giovane di ventitré anni che aveva conosciuto quando lui ne aveva diciassette. Erano rimasti assieme per ben cinque mesi. L'ufficiale, Philippe, a letto s'era rivelato un vero stallone in calore. Aveva un corpo non massiccio, snello e forte, molto sensuale. E una carica erotica inesauribile. Si allenavano assieme a judo e spesso, durante le prese nei tentativi di immobilizzare l'altro, Alain aveva sentito il membro turgido del compagno premergli addosso imperioso. La prima volta doveva essere accaduto per puro caso, ma visto che lui non s'era affatto scomposto, l'altro aveva cominciato a farlo apposta. Alain aspettava che si decidesse a fare il passo successivo. Che infatti non tardò.

Dopo un allenamento Philippe gli andò vicino e a bassa voce gli disse: "Chissà perché mi fa quell'effetto, quando sul tappeto cerco di bloccarti." e lo guardò con occhi intensi.

"Non credi che sia normale?" rispose Alain con un sorriso.

"A te non lo fa, però. Non l'ho mai sentito, almeno."

"Io indosso la conchiglia, forse è per quello. Ma anche io mi eccito, con te."

"Solo con me?" chiese l'ufficialetto pronto.

"Sì solo con te, ma ogni volta." mentì in parte Alain.

"Ti andrebbe domenica di venire con me?"

"Dove?"

"Mi faccio prestare il motoscafo da un amico. È un cabinato e saremo noi due soli. Scenderemo la Senna fino a un posto tranquillo dove si può nuotare."

Andarono, nuotarono, tornarono nel cabinato e qui finalmente Philippe si decise, mentre si stavano togliendo gli slip da bagno per rivestirsi, a prendere fra le braccia Alain, baciarlo e dirgli con voce roca di desiderio, premendogli addosso la sua erezione: "Ti voglio!"

Alain per tutta risposta lo sospinse verso la vicina cuccetta dove si misero a fare l'amore e dove Philippe lo prese con tutto il vigore dei suoi ventitré anni. Ad Alain piacque molto l'irruenza gioiosa con cui l'altro faceva l'amore. In seguito si trovavano in un alberghetto di Montmartre scovato da Philippe, il cui proprietario non faceva domande né pareva meravigliarsi nel vedere due ragazzi prendere una matrimoniale per poche ore. Restarono assieme finché Philippe dovette imbarcarsi e partire con la flotta per le Antille. Si lasciarono senza rimpianti, infatti anche per Philippe nella loro relazione c'era solo reciproco piacere e senso di amicizia, ma nulla più.

L'ufficialetto era un vero edonista: amava profondamente la sessualità e vi si dedicava con lieto ardore. Alain a volte aveva pensato che l'altro era un artista del sesso, non tanto perché ne conosceva bene le tecniche, quanto per l'ispirata gioia con cui vi si dedicava. E ci stava bene anche al di fuori dal letto: era simpatico, allegro, spiritoso. Forse, pensava a volte, se Philippe non fosse andato via, avrebbe anche potuto innamorarsene. Ma Philippe, pur dandogli una calda amicizia, non pareva disposto a legarsi ed Alain sapeva di non essere l'unico suo ragazzo. E gli stava bene.

Alain tornò spesso in quell'alberghetto ospitale, con altre conquiste, quando questi non avevano un posto loro. Alain, infatti, non avrebbe certo potuto portarli a casa sua, dove c'era sempre qualcuno della famiglia, e la tata, l'anziana governante che li aveva visti nascere, che viveva con loro e che era ormai una di famiglia.


Quando il padre fece vedere i progetti preliminari per la nuova casa, chiedendo ad ognuno come volesse la propria stanza, Alain la chiese all'ultimo piano, con una grande finestra verso il parco, alta e larga come tutta la parete, con gabinetto e doccia personali. Il padre, senza problemi, lo accontentò. Non mancavano certo né lo spazio né i soldi.

La casa cresceva in fretta. Per la fine dell'estate, subito dopo le ferie, avrebbero potuto andarci ad abitare. A volte, col padre, andava a vederla crescere e gli piaceva: era moderna ma ben inserita in quella parte elegante della città e soprattutto era circondata su tre lati dal parco, per cui, pur stando nel centro della città, pareva di essere in campagna. Alain era proprio soddisfatto. La vecchia casa, sita in un palazzotto dell'ottocento in condominio con tre altre famiglie, era troppo austera e poco luminosa. Una casa da mummie, come aveva detto una volta Didier, il suo fratellino.

Certo, ad Alain sarebbe piaciuto avere un posto tutto suo, in cui portare le sue conquiste, ma non poteva chiedere una garçonnière al padre: anche se l'uomo avesse pensato che lui ci avrebbe portato ragazze e non ragazzi, era troppo puritano per accettare una cosa del genere. Con i genitori non si parlava mai di sesso, neppure per velate allusioni. Doveva perciò rassegnarsi, per le sue avventure sessuali, ad andare a casa degli altri o in quell'alberghetto. Chissà fino a che età? E quando avrebbero cominciato a parlargli di matrimonio i suoi? Come avrebbe fatto ad evitare il problema? Chissà perché i gay non possono vivere la loro dimensione sessuale con la stessa tranquillità degli altri? Lui a volte leggeva gli articoli di fondo di "Gay pied" su quel problema e a volte scriveva anche lettere con le sue opinioni. Con uno pseudonimo, si capisce.

Di "Gay pied" gli piacevano molto anche le novelle a firma di Marc Jaures che comparivano quasi in ogni numero. Aveva letto sulla rivista la pubblicità del primo romanzo di quello scrittore e se l'era comprato. Gli era molto piaciuto.

Teneva le riviste, il romanzo, alcune foto di bei nudi maschili in un cassetto chiuso a chiave. I suoi non erano curiosi e non aveva perciò problemi. Avevano sempre rispettato la sua privacy, come la sua corrispondenza. Bussavano sempre prima di entrare in camera sua, così, anche se per caso si stava masturbando davanti alla sua collezione di foto di nudi maschili, faceva in tempo a far sparire tutto prima di dire: "avanti".


In ferie, quell'anno, andò col suo dodicesimo uomo: un bel compagno dell'Accademia nazionale di educazione fisica, che gli aveva proposto di andare in montagna a fare canottaggio, dormire in tenda, fare vita nella natura. Inizialmente aveva accettato solo per il gusto dell'avventura, ma poi il suo compagno gli aveva fatto capire che si aspettava anche altro da quelle vacanze.

"Hai la ragazza, tu?" gli aveva chiesto Martin.

"No, e tu?" aveva ribattuto tranquillo Alain.

"Non mi interessano, le ragazze."

"Ah, neanche a te." aveva risposto Alain con evidente interesse.

"No. Penso che staremo bene assieme, io e te soli in tenda." aveva risposto l'altro con un sorriso allusivo.

"Credo anche io, Martin. Ma ti avverto, io sono abituato a dormire nudo e non mi va di cambiare abitudini."

"Meglio, anche a me piace dormire nudo. E poi facciamo già la doccia nudi, no? Mica c'è niente di nuovo da vedere." ridacchiò il compagno.

"Giusto. Tu hai un gran bel corpo, Martin."

"Anche tu. Sei ben fatto dappertutto. Specialmente lì" aveva detto il compagno con un sorrisetto malizioso.

"Tu non hai niente da invidiarmi, comunque."

"Hai già fatto l'amore, tu, Alain?"

"Certo. Anche tu, no?"

"Sì e mi piace un sacco, specialmente se sono con la persona giusta. Mi sa che ci divertiremo, in queste vacanze, io e te."

"Certo. Io e te soli, senza nessuno che ci rompa."

Non avevano parlato esplicitamente di sesso, ma il messaggio che si erano dati reciprocamente era chiaro per entrambi e Alain ne era contento: Martin gli piaceva.

La prima notte, stesi nudi nella tenda a tre posti, la lanterna accesa, ad un certo punto Martin s'era alzato a sedere e, senza dire nulla, s'era chinato a leccare il membro turgido del compagno. Questi, dopo poco, s'era girato e si erano così uniti e si erano dati soddisfazione l'un l'altro in un lungo e caldo sessantanove.

"Saranno delle belle vacanze, Alain, vero?"

"Ottime. Cominciate nel migliore dei modi. Come mai hai invitato proprio me, però?"

"Due motivi: uno, che mi piaci molto; e due, che ho notato come guardavi i compagni, specialmente nelle docce."

"Si notava così tanto? Non credevo."

"Per me che ti tenevo d'occhio, sì."

"Hai già avuto tanti maschi tu?"

"No, pochi, tu sei solo... il quinto."

"E chi è stato il tuo primo uomo?"

"Due anni fa, il mio insegnante di educazione fisica al liceo. Un bell'uomo di trent'anni. Avevo preso una pallonata terribile proprio qui sulle palle e mi ero afflosciato a terra, cianotico. Allora lui mi ha portato in sala medica, mi ha tolto calzoncini e sospensori, mi ha manipolato per vedere che non ci fossero danni. E dopo poco ce l'avevo ritto e duro come un fuso. Mi piaceva da matti, come mi toccava, solo che a un certo punto stavo per venire e allora, vergognandomi un po', gliel'ho detto. E lui mi fa tranquillo: bene, vediamo se ti funziona ancora; e... ho dimenticato completamente la pallonata che m'aveva messo KO.

Quello è stato solo l'inizio. La lezione dopo mi ha chiesto di andare a casa sua, ho immaginato per che cosa e gli ho detto subito di sì. Arrivato da lui, mi ha fatto andare in camera da letto, ci siamo spogliati, ci siamo stesi, mi è venuto sopra. Senza tanti complimenti m'ha messo in posizione e mi ha sverginato e mi è piaciuto da matti. Anzi, a proposito, non ti andrebbe di scoparmi, Alain?" gli chiese il compagno con un sorriso tentatore.

"Certo Martin, con piacere... Vieni qui..."


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