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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA VITA INIZIA
A VENTICINQUE ANNI
CAPITOLO 4
SOGNI

Patrick, avendo scoperto che ad Alain piacevano i racconti di Marc Jaures, gli aveva regalato per Natale "Il mio ragazzo", l'ultima opera di quello scrittore. Alain, quando aveva aperto il pacchetto, era stato molto contento. Si rammaricò solo che il ragazzo non ci avesse messo la dedica. Tornato a casa, aveva chiuso il libro nel suo cassetto, ripromettendosi di iniziare a leggerlo la sera stessa. Poi s'era messo a studiare per l'esame di medicina sportiva.


Proprio allora Jacques aveva dato un'occhiata al telescopio, da dietro i vetri chiusi della sua stanza, e l'aveva visto. Gli piaceva guardarlo mentre studiava mordicchiando la matita e prendeva di tanto in tanto appunti, assorto. Anche ora che era inverno, quando entrava nella stanza si toglieva la giacca e la camicia o il maglione e restava in T shirt. Indossava sempre T shirt attillati, che gli fasciavano il bel torso, sollevandosi in due piccole procaci punte sul petto. Come pantaloni, o portava i morbidi calzoni della tuta, o pantaloni leggermente fascianti, o jeans attillati. Comunque fosse vestito, lo trovava terribilmente sexy. Certo, a Jacques piaceva molto guardarlo quando era nudo, soprattutto la sera e la mattina. Ma se lo godeva anche quando era, come ora, più o meno vestito. Anche le poche volte in cui l'aveva visto vestirsi in modo elegante, da società. Calzava quegli abiti, evidentemente fatti su misura, con la disinvolta eleganza di un indossatore. Il corpo, atletico ed elastico, era bello anche coperto da quegli abiti che pure ne celavano le forme perfette.

Jacques ne era sempre più innamorato. A poco a poco aveva imparato a riconoscerne tutte le espressioni, il modo di muoversi, i piccoli gesti inconsci nei più piccoli dettagli. Il modo in cui si toglieva le scarpe e le calze, come si pettinava con le dita di tanto in tanto in un gesto inconsapevole, come rideva guardando alla televisione il suo programma preferito: la serie del comico Mirabeau. Gli piaceva quando, la mattina appena alzato, nudo, si metteva ritto davanti alla parete di vetro della sua stanza e guardava il cielo o le chiome degli alberi del parco stirandosi voluttuosamente. Sapeva come sarebbe entrato in camera tornando da scuola: lanciava la borsa sulla sedia con un gesto fluido ed elegante e si girava a chiudere la porta della stanza; quindi si toglieva di dosso la giacca o il maglione e li lanciava sul letto mentre andava verso la scrivania.

Gli piaceva quando il fratello minore entrava nella sua stanza e sedeva con le gambe incrociate sul letto e chiacchierava col suo Paul. Si vedeva che i due fratelli stavano bene assieme e che il maggiore aveva un grande affetto per il piccolo. E gli fu particolarmente simpatico il fratello minore quando, con un pennarello, disegnò barba e baffi sul poster appeso sulla porta del gabinetto. Poster che pochi giorni dopo finì stracciato nel cestino della carta.


In febbraio il suo Paul si ammalò e restò per una decina di giorni a letto. Jacques vide che a volte si masturbava sotto il lenzuolo. Il secondo giorno di malattia lo vide alzarsi ed andare al cassetto chiuso a chiave della scrivania. Vide che tirava fuori un libro e tornava a letto, mettendosi a leggerlo ed ebbe un sussulto: riconobbe dai colori della copertina il suo romanzo "Il mio ragazzo".


Alain era arrivato a pagina 21. Quel romanzo gli piaceva più di tutto ciò che aveva letto fino ad allora. Quell'erotismo giocato sul filo dei pensieri, lo affascinava. Non si capiva se quel Paul fosse un ragazzo reale o creato dalla fantasia. Il romanzo era scritto in prima persona. L'io narrante, pagina dopo pagina, si innamorava di Paul e l'evoluzione del sentimento era descritta in modo splendido. Era chiaro che quando l'io narrante descriveva Paul solo nella sua stanza, non potendo vederlo, lo immaginava. Ma le descrizioni avevano un accento di realismo notevole. Alain pensò per un attimo che la descrizione fisica di Paul poteva quasi attagliarsi a lui: gli sarebbe piaciuto che davvero qualcuno lo amasse in quel modo.

Alain leggeva il romanzo lentamente, gustandosi frase per frase, immaginando quanto vi era descritto e pian piano arrivò a convincersi sempre di più che Paul... era lui. Specialmente quando arrivò, verso la fine del libro, la scoperta che Paul era gay e che si era portato un ragazzo in camera. Lesse e rilesse la descrizione della scena d'amore fra i due ragazzi e sentì che poteva essere la descrizione di quando lui aveva fatto l'amore con Patrick, quella prima volta, in camera sua. Anche se il libro descriveva i due come amanti da sempre, cosa che non era esatta, il modo in cui facevano l'amore ricordava con sorprendente similitudine quella volta fra lui e Patrick!

Certamente non era e non poteva essere che una coincidenza. Ma ne fu colpito. Poi lesse della gelosia di quell'io narrante e ne fu commosso. Quell'amore segreto, senza speranza, lo riempiva di simpatia; anzi, di un sentimento più forte: sentì che avrebbe voluto conoscere una persona come quella, capace di sentimenti tanto forti e delicati, tanto profondi; capace di tanto amore. Anche se Paul non esisteva, Marc Jaures era reale. E sentì di amarlo. D'impulso, lasciato per un attimo il libro, s'infilò la vestaglia e scese a cercare la guida del telefono, ma c'erano due Jaures e nessuno dei due si chiamava Marc. Si segnò i due numeri, tornò in camera e tentò comunque di telefonare:

"Mi scusi, mi chiamo Dumarne. Sto cercando un certo Marc Jaures, per caso... No? Nessun Marc? Non conosce nessun Marc Jaures? Capisco. Scusi il disturbo, allora. Buongiorno."

La seconda telefonata fu praticamente uguale alla prima. No, quel Marc o non aveva il telefono o non abitava a Parigi... o forse quel nome era solo uno pseudonimo. Allora scrisse all'editore chiedendo se poteva avere l'indirizzo dello scrittore, anche se pensava che avrebbe ricevuto una risposta negativa: ma tentare non nuoce e non si sa mai, pensò. E si rilesse tutto il libro.


Jacques non scrisse, nel suo secondo romanzo, del fatto che Paul leggesse il suo libro. Specialmente ora che sapeva che il ragazzo leggeva i suoi scritti, fece ancor più attenzione a non dare indizi che potessero far capire che Paul era lui e che qualcuno lo stava osservando. Però descrisse la malattia di Paul, il suo darsi sollievo sotto il lenzuolo, la sua pena nel saperlo malato. Il suo desiderio di essergli vicino, di curarlo, di tenergli compagnia, di prendersi cura di lui. Descrisse anche le visite del fratello, ma, per confondere le carte, lo fece di due anni più grande di Paul e, contrariamente alla realtà, più alto di questi. E disse di quanto invidiava quel fratello che poteva stargli vicino, toccarlo, parlargli, condividere lo stesso tetto.


Alain ricevette la risposta dell'editore, ciclostilata: "Siamo spiacenti ma non siamo autorizzati..." eccetera. In fondo se l'aspettava. Ma Alain, che ora stava rileggendo tutti i racconti di Marc Jaures, si sentiva sempre più affascinato dalla personalità dello scrittore quale traspariva dai suoi scritti. Si disse che magari era un uomo di mezza età, magari neanche bello, magari... eppure se ne sentiva sempre più affascinato, attratto, anzi, innamorato. Un uomo di quella ricchezza interiore era una perla rara. Voleva a tutti i costi riuscire a capire chi fosse, trovarlo, incontrarlo. Ma come fare? Marc Jaures: se anche fosse stato uno pseudonimo, era bello, suonava bene; e se era uno pseudonimo, anche quel bel nome era nato dal subconscio dello scrittore e ne rivelava la sua armonia interiore.

"Marc, chiunque tu sia, ti voglio." disse a mezza voce Alain carezzando le pagine del libro.

Guarito, quando incontrò Patrick, gli parlò del romanzo e di quello che aveva pensato, provato nel leggerlo e del suo desiderio di conoscere lo scrittore.

Il compagno sorrise, poi gli disse: "Un mezzo, forse, ce l'hai."

"Cioè?" chiese Alain attento.

"Quel Marc scrive anche su Gay pied, no?"

"Si, ma neanche loro mi manderanno certo l'indirizzo."

"Sull'ultimo numero chiedono collaborazione ai lettori. Perché non gli proponi di diventare il loro redattore sportivo? Con bei servizi su sport e omosessualità. Se ti accettano, magari puoi anche avere accesso ai loro schedari e trovare l'indirizzo di Marc, visto che ci tieni tanto."

"Ah, mica stupida, la cosa. Posso provarci davvero. D'altra parte conosco qualche sportivo gay, potrei presentarmi a Gay pied con un'intervista già fatta e chiedere se gli interessa. Mi porterà via un po' di tempo agli studi e agli allenamenti, ma penso proprio che ne valga la pena. Grazie per l'idea, Patrick."

Così Alain, che non era abituato a procrastinare, telefonò ad un suo amico che era l'amante di un giocatore di calcio della nazionale francese e gli chiese di fissargli un incontro col suo uomo per un'intervista. Questi accettò di incontrare Alain e, dopo che il ragazzo gli ebbe garantito che dall'articolo non si sarebbe assolutamente capito chi era e che gli avrebbe comunque fatto leggere il testo definitivo dell'intervista prima di farlo pubblicare, gli rilasciò l'intervista.


D. - Tu sei uno degli sportivi più conosciuti ed apprezzati di Francia. Che effetto ti fa essere famoso?

R. - Beh, piacere, certo, ma anche senso di responsabilità. Devo non deludere i miei tifosi. Però, devo aggiungere, quello che più mi sta a cuore, è essere uno sportivo completo, innanzitutto per me stesso. Non si può piacere agli altri se non si è prima contenti di se stessi.

D. - Tu sei sempre contento di te stesso?

R. - Mediamente sì, anche se naturalmente c'è sempre qualcosa da migliorare, da correggere. Ho sempre amato lo sport fin da piccolo e poter vivere di sport è una gran soddisfazione.

D. - Hai detto che vuoi essere uno sportivo completo: che cosa intendi con queste parole?

R. - Innanzitutto bisogna dire che uno sportivo non è solo una macchina fisica tenuta a punto: il rendimento fisico è certo essenziale, ma altrettanto lo è la sua personalità, il suo carattere. L'atleta deve cioè essere una peresona completa, curare la sua crescita e rendimento fisico e, come dire, spirituale. Specialmente per chi fa uno sport di squadra è essenziale che cerchi di armonizzare la sua personalità con quella dei compagni di squadra e perciò che curi il proprio carattere...

D. - Mens sana in corpore sano?

R. - O piuttosto corpus sanus per mentem sanam... se il mio latino è corretto.

D. - I tuoi tifosi sanno tutto di te, dove e quando sei nato, in che squadre hai giocato, che cibi preferisci, dove vai in vacanza, che auto hai... che effetto ti fa essere così sotto gli occhi di tutti?

R. - Fa parte del diventare famosi. Ma per fortuna mi resta una parte di vita privata, che nessuno conosce se non i miei intimi. Anche se a volte è difficile difendere la propria privacy.

D. - Penso che ti riferisci anche al fatto di essere gay.

R. - Certo, anche.

D. - È difficile essere gay nell'ambiente sportivo?

R. - No, assolutamente. Siamo una forte minoranza, credo circa il venti o trenta per cento. Il problema non è essere gay nell'ambiente sportivo, ma che non si sappia fuori. Si sarebbe esclusi: la gente ha ancora troppi pregiudizi nei riguardi dell'omosessualità, specialmente in campo sportivo. Non capisco perché, ma se una squadra femminile ha un allenatore maschio, per esempio, nessuno pensa che automaticamente quell'uomo si porti a letto tutte le ragazze. Ma se si sa che in una squadra maschile c'è un membro gay, tutti pensano che debba passare tutto il proprio tempo ad insidiare gli altri maschi del team. Capisci cosa voglio dire, no?

D. - Sì, certo.

R. - Io ho il mio ragazzo, non vado a correr dietro a tutte le paia di calzoni che mi passano accanto, per quanto il contenuto possa essere appetibile... o disponibile. E così è per la maggioranza dei miei compagni gay. Non siamo né più né meno seri di tutti gli altri sportivi etero. Certo, c'è anche qualcuno più... libertino, ma proprio come fra gli etero, appunto.

D. - Tu, quando e come hai scoperto la tua sessualità?

R. - Piuttosto tardi: avevo diciotto anni. Fino ad allora ero talmente proiettato nello sport da non pensare ad altro. Tutte le mie energie erano assorbite da allenamenti, campionati eccetera. Ma quando avevo diciotto anni accadde qualcosa che cambiò la mia vita, non solo sul piano sessuale, ma anche sportivo. C'era un grande atleta, che era stato sempre il mio idolo. Quell'anno la sua squadra venne a fare il ritiro nel mio paese. Io, in previsione di ciò, ero riuscito a farmi assumere nell'albergo come barista. Lo incontrai, gli chiesi un autografo, gli dissi che anche io praticavo il suo sport. Gli dovevo essere simpatico, perché non solo parlò con me, ma, nei momenti liberi, veniva spesso a cercarmi.

Un giorno il capo-servizio del bar mi dice: porta un caffè freddo al 312. Andai. Quando bussai alla porta, una voce gridò: Avanti! Entrai. Sono nel bagno, appoggia lì sul tavolo, grazie, disse la voce e lo riconobbi, era lui. Stavo per uscire, quando lui uscì dal bagno, un asciugamano attorno ai fianchi. Mi riconobbe e mi sorrise: Ah, sei tu. Puoi fermarti un attimo? Solo cinque minuti, risposi io contento. Era la prima volta che lo vedevo seminudo e provai un confuso senso di piacere. Beh, lui bevve il caffè, mi dette una mancia e, non so se per calcolo o per caso, l'asciugamano gli si sciolse e scivolò a terra.

Lui vide che lo guardavo proprio lì, allora raccolse l'asciugamano e, invece di cingerlo, lo appoggiò sulla sedia: Beh, avrai già visto maschi nudi, no? disse sorridendomi, non ti faranno nessun effetto. Ma a me stava facendo un grande effetto. Lui se ne dovette accorgere: dopo poco mi stava sbottonando l'uniforme e io lo lasciavo fare emozionato e pronto ad essere colto. In breve, divenni il suo amante. Mi fece entrare nella squadra giovanile della sua società, così mi trasferii ed andai ad abitare con lui. E cominciai la mia vera e propria carriera sportiva.

D. - Quanto siete rimasti assieme?

R. - Per tre anni. Poi lui fu ingaggiato all'estero e ci lasciammo. Io volevo seguirlo, ma lui mi disse che il mio futuro era qui. Anche se un po' a malincuore, gli detti retta.

D. - Le coppie si formano sempre o soprattutto fra sportivi?

R. - No, anzi, raramente. Fra compagni a volte capita anche che si faccia l'amore, ma è abbastanza raro. Si sa uno dell'altro, si è amici, è tutto. La maggioranza di noi ha un amante estraneo all'ambiente.

D. - I compagni etero sanno di te? Come reagiscono?

R. - Certo, si sa più o meno tutto l'uno dell'altro, vivendo tanta parte del nostro tempo assieme. Non c'è una reazione particolare. Io so che quel mio compagno è sposato eppure ha l'amante, o che quell'altro convive con la sua ragazza, che conosco, e tutto finisce lì. C'è rispetto reciproco. A volte mi chiedono come sta il mio amico, o ci invitano assieme a pranzo, come io e il mio ragazzo a volte invitiamo da noi un collega con la moglie o la ragazza. Senza problemi. A loro interessa, giustamente, solo che io sia un bravo atleta, ben inserito nella squadra e che sia simpatico. Il resto, sono solo affari miei. D'altronde, tutto quell'abbracciarsi e stringersi quando si segna un punto, ha una chiara connotazione omoerotica, infatti a volte sento, anche in compagni etero, un'evidente erezione... e nessuno se ne vergogna.

D. - È vero che ci sono colleghi sposati e padri di famiglia che in realtà sono gay?

R. - Sì, è vero, come fra la gente comune. In un'altra squadra, non nella mia, ci sono due che sono sposati ma che ogni volta che dormono fuori con la squadra, passano sempre la notte l'uno nel letto dell'altro. Pare che siano amanti da più di dieci anni.

D. - Quanti anni ha il tuo ragazzo? Come l'hai conosciuto?

R. - Ventitré. Mi ha scritto, quando aveva diciannove anni, che era innamorato di me e mi ha mandato la sua foto. Io ero libero, lui pareva simpatico, così gli ho risposto. Ci si è incontrati, ci si è conosciuti. Dopo circa due mesi di incontri sempre più frequenti, abbiamo fatto finalmente l'amore. E siamo ancora assieme, da quattro anni, felici. Stiamo molto bene assieme.

D. - Una lettera d'amore? Ma sapeva di te o lo immaginava?

R. - Assolutamente no, infatti fu notevolmente sorpreso dalla mia lettera. Non pensava proprio che gli avrei risposto e tanto meno proponendogli di incontrarci.

D. - Posso chiederti se ci sono ruoli fra voi due?

R. - (ride) Vuoi sapere chi... chi di noi due è passivo? No, non ci sono ruoli. Ma vorrei approfittarne per spezzare una lancia in favore di chi è passivo: potrei farti nomi di atleti fra i più virili nel mondo dello sport che preferiscono, a letto, essere penetrati. Senza per questo perdere nulla della loro virilità. Non c'entra proprio nulla. La virilità e la sessualità sono due cose diverse.

D. - Che cosa ti piace di più nel tuo amante?

R. - (sorride) Il fatto che esista e che ami me. E il fatto che ci siamo reciprocamente fedeli, spontaneamente.

D. - Com'è per il partenaire la vita con uno sportivo famoso? Sempre preso da allenamenti, gare...

R. - Questo dovresti chiederlo a lui. Comunque trovo sempre tempo per lui. Sembra che sia contento di me.

D. - Hai detto che sei un tipo fedele. Ma hai avuto molti uomini fra il tuo primo e il tuo attuale amante?

R. - Non posso negarlo. Anche se quel periodo è durato solo un paio di anni. In quei due anni frequentavo i locali gay e cominciavo ad essere abbastanza famoso, per cui erano parecchi quelli che mi facevano il filo, magari per poter dire di essere andati a letto con una celebrità. E qualcuno credo che se ne sia vantato anche se non era vero. (ride) Io comunque mi sceglievo quelli che mi attraevano di più e... Sì, ne ho avuti parecchi.

D. - Nostalgia di quel periodo?

R. - Assolutamente no: sto troppo bene col mio ragazzo.

D. - Hai qualche consiglio da dare ai nostri giovani lettori gay che vorrebbero intraprendere la carriera sportiva?

R. - Non in particolare. Lo sportivo è sportivo, che sia gay o no. Come il gay è gay, che sia sportivo o no.


Finita l'intervista, frutto di un ben più lungo dialogo, Alain pensò che gli aveva fatto molto piacere aver conosciuto quel calciatore: gli era sembrata una persona molto equilibrata, piacevole, intelligente e dotata di senso dell'umorismo. Contento di questo primo risultato, l'intervista in tasca, si presentò alla redazione di Gay Pied.

Gli fu detto che gli avrebbero fatto avere una risposta dopo la riunione del comitato di redazione.

La risposta fu positiva. Era assunto part-time: gli pagavano due pomeriggi alla settimana in redazione, più uno per le interviste. Gli assegnarono una scrivania e gli fecero vedere l'archivio in cui poteva trovare materiale utile per completare i suoi articoli. E la sua prima intervista fu pubblicata: Alain aveva chiesto che utilizzassero lo pseudonimo Paul Allen: Paul come il nome del protagonista del romanzo di Marc ed Allen derivato dal suo vero nome.

Alain era contento: si stava avvicinando al suo scopo. Non poteva chiedere dove fosse l'indirizzo di Marc Jaures, ma confidava che sarebbe riuscito a trovarlo, prima o poi. Si stava ambientando e si stava rendendo conto di chi si occupava della narrativa e dove era il suo archivio.

E finalmente, un giorno, con la scusa di cercare nella narrativa tutto ci che faceva riferimento al mondo dello sport, iniziò a consultare l'archivio. Finché trovò quello che cercava. Marc Jaures era uno pseudonimo, il vero nome era Jacques Moiret. E c'era anche l'indirizzo, senza numero di telefono, e Alain lo trascrisse velocemente in un foglietto che si nascose in tasca. Era emozionato. Ora, finalmente, poteva incontrare l'uomo di cui aveva sognato in tutti quei mesi. Sperava solo, ma non aveva quasi dubbio, di non essere deluso nelle sue aspettative.

Vide che quella via era incredibilmente vicina a casa sua, al di là del parco. In moto, aggirarlo, era questione al massimo di cinque minuti. Che fare? Scrivergli? Andare a suonare alla sua porta? No, si disse, poteva infastidirlo, averne un rifiuto. Doveva incontrarlo con una scusa... e allora ebbe un'idea. Parlò col redattore che si occupava di narrativa e gli disse che avrebbe voluto intervistare Marc Jaures. Uno dei suoi tanti racconti, infatti, era su un allenatore che si innamorava di un suo atleta. Voleva sapere se la storia gli era stata suggerita da un fatto reale o no.

"No, non credo che sia possibile. Abbiamo contatti solo epistolari con lui, non sappiamo chi è, e quando l'abbiamo invitato a venirci a trovare ci ha risposto che non gli va di incontrare nessuno: deve essere una specie di orso, un misantropo."

"Dai suoi scritti, non pare proprio. Perché non provi a scrivergli e a chiederglielo tu. Magari dice di sì."

"Posso provarci, non mi costa niente; ma fossi in te non ci spererei troppo." rispose il redattore che però prese un appunto sulla propria agenda.


Jacques ricevette la lettera da Gay pied:

"... inoltre il nostro redattore sportivo, Paul Allen, vorrebbe venire da te per farti un'intervista a proposito del tuo racconto "Olimpiadi". Facci sapere se può venire ad intervistarti e quando eventualmente può venire senza disturbarti..."

Jacques sorrise, senza sospettare che quel Paul era proprio il suo Paul. Per darsi un po' di arie, rispose che in quel momento era molto occupato, ma che poteva ricevere il loro redattore il mese successivo: domenica 14 maggio alle ore sedici. Non poteva in altri periodi, non aveva altri momenti liberi. Prendere o lasciare.

Quando Alain ebbe la risposta, si sentì esultare. Il 14 maggio aveva i campionati regionali di judo, ma decise che preferiva rinunciarvi pur di incontrare Marc-Jacques. Cercava di immaginare come fosse: giovane o vecchio? grasso o magro? alto o grasso? Comunque fosse, lui sentiva di amarlo. A casa rilesse per l'ennesima volta tutte le novelle ed i due romanzi dello scrittore, gustandoli sempre di più e trovandovi sempre di più il carattere dello sconosciuto autore: gli piaceva enormemente. Anche quando descriveva scene di sesso, dolce o sfrenato, fatto per amore o per puro piacere, accennato o descritto nei minimi particolari, era bello: non era mai pornografia ma lirica. Alcune descrizioni erano eccitanti e spesso, mentre le leggeva, si masturbava per provare anche lui le emozioni descritte, quasi a diventare un personaggio di quei racconti.


Jacques frattanto, del tutto ignaro delle manovre di Alain per trovarlo, aveva visto più volte il ragazzo sedere alla scrivania ed immergersi in lettura. E aveva anche intuito che a volte il ragazzo si masturbava durante la lettura e perciò intuì che non si trattasse di testi di studio. Poi lo vide rileggere "Il mio ragazzo" e masturbarsi e capì che genere di letture stesse facendo che lo eccitavano così. Gli piaceva vederlo raggiungere l'orgasmo, godere. Andò a scrivere una nuova pagina al computer:

"Ti immagino, nella tua stanzetta, seduto alla scrivania, che fingi di studiare e invece, sotto i testi, hai un racconto gay. Leggendolo, a tratti, ti ecciti. Allora infili una mano sotto la tua T shirt, ti carezzi il petto, ti sfreghi i capezzoli. Poi, quando l'eccitazione cresce, la mano scende fra le gambe larghe, a carezzare il gonfiore che senti palpitare sotto i panni. L'eccitazione cresce ancora. La mano fa saltare la fibbia della cintura, abbassa lenta la cerniera della lampo scosta i lembi e riprende a carezzare la tua virilità prorompente celata ora solo dal lieve strato di morbida telina. Ma non ti basta. Mentre prosegui avido ed assorto la lettura, abbassi l'elastico delle mutande, liberi il tuo bel palo ora pienamente eretto ed inizi a somministrarti il piacere.

Ti immagino e mi piaci e faccio lo stesso percorso, desiderando ad essere io a carezzarti, aprirti i calzoni, darti quel piacere e non solo con le mani, ma con le labbra, la lingua e tutto il mio corpo innamorato del tuo, come la mia anima è innamorata della tua. Vorrei essere lì, sotto la tua scrivania, fra le tue gambe forti per dirti in modo concreto quanto ti amo. Perché io so che il mio corpo saprebbe dire al tuo corpo quel che la mia voce non saprebbe descrivere alle tue orecchie. Ah, poterti confessare il mio amore! ...."

A Jacques, comunque, piaceva più di tutti il momento in cui il suo Paul usciva dalla doccia, sfregandosi vigorosamente il corpo, i capelli spettinati, l'espressione rilassata e soddisfatta. Gli piaceva quando prendeva l'asciugamano fra le due mani, tendendolo per le estremità e portandoselo alla schiena per asciugarla: aveva movenze eleganti, sensuali e il suo corpo s'inarcava lievemente in avanti, i muscoli del petto e delle braccia guizzanti, il membro morbido incorniciato dal folto pelo biondo a dalle solide gambe leggermente divaricate, bello nella sua dolce nudità totale così inconsciamente offerta alla sua contemplazione, alla sua venerazione.

A dire il vero gli piaceva anche vederlo alzarsi il mattino, ancora lievemente assonnato, stirarsi voluttuosamente appena sceso dal letto, esitare un poco prima di iniziare a vestirsi, quasi gli rincrescesse coprire tanta bellezza; gli piaceva guardarlo muoversi per la stanza, il membro semieretto che si muoveva ad ogni suo passo, quasi animato di vita propria, e infine indossare riluttante, ad uno ad uno, gli indumenti ed uscire dalla stanza.


Ad Alain piaceva molto quando poteva stare nudo, in effetti. Si sentiva libero, a proprio agio, bene. E gli piaceva soprattutto dormire nudo: poteva sentire così la carezza lieve delle lenzuola direttamente sulla pelle. Certo, avrebbe preferito sentire le carezze di un amante, addormentarsi e svegliarsi a contatto con la sua pelle. Dei vari maschi con cui aveva fatto l'amore, solo col suo compagno dell'Accademia di educazione fisica, quell'estate che ora gli pareva tanto lontana, sotto la tenda a cupola, aveva potuto passare l'intera notte e per più notti. Finché viveva in casa, d'altronde, non poteva essere diversamente. Ma desiderava fortemente poter fare l'amore con calma, addormentarsi col suo compagno di piacere, svegliarsi con lui...


In attesa di incontrare Marc-Jacques, Alain fece una seconda intervista, questa volta ad un famoso nuotatore della nazionale.


D. - Vedo che hai qui alcune copie di Gay Pied. Lo leggi spesso?

R. - Sono abbonato da cinque anni. È un'ottima rivista.

D. - Grazie. Hai letto l'intervista che ho fatto al calciatore e che è stata pubblicata nel numero del mese scorso?

R. - Certo, e con molto interesse. Dice molte cose vere anche per il mondo del nuoto. Solo che noi non ci abbracciamo, purtroppo. (sorride)

D. - Hai qualcosa da aggiungere riguardo alla presenza dei gay nel mondo sportivo?

R. - Per quanto ne so io, alzerei la percentuale che lui fa anche al trentacinque, quaranta per cento, considerando appunto anche gli uomini sposati che non disdegnano di fare l'amore con un maschio.

D. - Bisessuali?

R. - Chiamiamoli così. Nel mondo dello sport c'è il culto del corpo, del corpo maschile. Della consorteria fra uomini. E nel mondo che ruota attorno allo sport questo si sente anche di più.

D. - Gli sportivi, vuoi dire?

R. - No, non tanto. Parlo piuttosto di allenatori, massaggiatori, arbitri, giudici di gara. Gente che, in qualche modo, vive con noi e per noi. Lo sportivo è innanzitutto interessato all'agone, queste persone sono innanzitutto interessate agli sportivi, generalizzando, si capisce.

D. - E fanno spesso avances?

R. - Insomma... ci provano e non di rado come si potrebbe pensare.

D. - Anche a te la domanda di prammatica: quando e come hai scoperto di essere gay?

R. - A quattordici anni, ma non nel mondo dello sport. Un mio cugino di sedici anni. Eravamo ospiti a casa loro per il matrimonio della sorella. Poiché avevano poco spazio, mi avevano messo a dormire con lui, nel suo letto. Lui, già la prima notte, mi infilò una mano nei calzoni del pigiama. Poiché io già mi masturbavo da solo, pensai che volesse farlo in due e perciò allungai anche io la mano. Ci divertimmo per un po', ma lui aveva in mente altro. Quando mi sentì abbastanza eccitato, si calò i calzoni e si girò chiedendomi di prenderlo. Perché no, mi dissi, ma all'inizio non ci riuscivo, nonostante fossi eccitato dall'idea. Mi insegnò lui, mi guidò e finalmente ci riuscii. Mi piacque molto e decisi dentro di me che era più bello che con le ragazzine.

D. - Avevi già avuto esperienze con le ragazzine?

R. - Sì, con tre. Ma le trovavo noiose, troppo morbide, poco divertenti. Stringere il corpo sodo di mio cugino, era stato molto più bello, divertente.

D. - Quanto siete rimasti insieme?

R. - Tre notti. Poi la mia famiglia è tornata a Parigi.

D. - E allora?

R. - Mi cercai qualcuno d'altro con cui ripetere quella piacevole esperienza. Sembrava così difficile, all'inizio. Finché un giorno lessi uno di quei graffiti che ci sono nei cessi. Diceva più o meno: giovane diciannove anni, diciotto centimetri, cerca amico giovane per ore liete, dare appuntamento. Scrissi lì sotto l'appuntamento: giorno e ora. Funzionò. Ci incontrammo. Dapprima non voleva perché diceva che ero troppo giovane, minorenne, ma io insistetti tanto che alla fine mi portò con la sua auto in campagna e così... beh, persi la mia verginità. Gli piacqui, volle rivedermi.

D. - E nell'ambiente sportivo?

R. - La prima volta? Io avevo... diciannove anni. Fu col nostro massaggiatore, un bel giovanotto di ventisei anni.

D. - Massaggiandoti ci provò?

R. - (ride) No, non lui: fui io a provarci. Vedevo il rigonfio nei suoi pantaloni, proprio alla mia altezza, mentre mi girava attorno per massaggiarmi e mi eccitai. E notai che anche lui era eccitato. Allora lo toccai lì e fui fortunato: per tutta risposta andò a chiudere a chiave la porta... e ci massaggiammo a vicenda, ma in tutt'altro modo. (ride di nuovo)

D. - Il tuo primo grande amore?

R. - L'unico. Alle Olimpiadi. Un nuotatore brasiliano, bello come il sole. Gli morivo dietro, lo capì e un giorno mi disse che gli piacevo. Mi portò in camera sua e... ne uscii parecchie ore dopo. Per tornarci piuttosto spesso. Finite le Olimpiadi, dopo una breve separazione e molte lettere e telefonate intercontinentali, lui si trasferì in Francia. Siamo rimasti assieme per un anno. Un anno di follie. Ma poi lui si innamorò di un altro, un fotografo. Ora vive con quello, gestiscono assieme una buona agenzia fotografica. Si sono specializzati in foto di nudi maschili. Anche voi ne avete pubblicate alcune. Molto belle.

D. - Hai un amante, ora?

R. - No, non ho un ragazzo fisso.

D. - Come mai?

R. - Non ho ancora trovato il grande amore... ma in realtà non lo cerco. Preferisco ancora essere libero, almeno per ora. Poterlo fare con chi mi attrae.

D. - Qual è il tuo tipo fisico?

R. - Purché sia carino e simpatico e meglio se non troppo in là con l'età, anche se faccio eccezioni... Ma non ho un tipo fisico preciso. No... Ripensando alle mie varie avventure, fisicamente e come carattere erano tutti piuttosto diversi. L'unica caratteristica comune: erano tutti maschi, indubbiamente. (ridacchia)

D. - Hai avuto più avventure nel mondo sportivo o al di fuori?

R. - Diciamo tre a due. Nel mondo dello sport in genere, ma specialmente del nuoto, è facile vedersi nudi, fare una battuta o lanciare lì un complimento e da cosa nasce cosa, sai com'è... in una società fondamentalmente al maschile... credo che ci battano solo i ballerini in quanto a facilità di finire a letto assieme.

D. - L'ultima tua conquista?

R. - Un fotografo sportivo. Dopo avermi fotografato in allenamento per un servizio sul nuoto, mi ha chiesto se avrei posato anche nudo. Per pubblicarle? gli ho chiesto io intuendo dove voleva andare a parare. No, per ammirarle io, da solo... ha detto lui con un sorriso tentatore. Gli ho detto di sì e allora mi ha invitato ad andare nel suo studio, ma dopo avermi scattato alcune foto, s'è fatto ardito e... aveva un comodo lettino lì nello studio e ci sapeva fare. Mi ha detto che quel sistema funziona otto volte su dieci. Dopo mi ha fatto vedere le foto di altri atleti che s'era portato a letto: una bella collezione.

D. - Per finire, hai qualche consiglio da dare ai nostri lettori?

R. - Uno solo: se vi piace sia il sesso che lo sport, siete fortunati, perché l'uno può potenziare l'altro. (ride)

D. - Puoi spiegarti meglio?

R. - Chi allena il proprio corpo ad uno sport, sarà sempre all'altezza delle migliori prestazioni anche in un letto, no?

D. - E viceversa?

R. - (ride) Mah, chissà? Se così fosse, un Casanova avrebbe dovuto essere un temibile concorrente alle Olimpiadi. Forse al salto della cavallina?


Finita l'intervista, il nuotatore chiese ad Alain di fermarsi ancora un poco, perché, gli disse, lui era proprio il suo tipo. Alain accettò volentieri. Dopo poco si stavano spogliando a vicenda, pieni di reciproco desiderio. Alain quella sera tornò a casa tardi. Si giustificò dicendo che era stato a nuotare con quel famoso nuotatore... i suoi accettarono tranquillamente la scusa. Ad Alain era piaciuto il finale dell'intervista nel letto del nuotatore, anche se l'aveva trovato un po' troppo narcisista. Comunque sapeva fare l'amore, senza dubbio: aveva speso buona parte del tempo passato assieme in lunghi preliminari e postliminari, in giochi erotici indubbiamente piacevolissimi. Ma Alain aveva avuto la netta impressione che il nuotatore non fosse, per usare le parole del calciatore della prima intervista, un "atleta completo". Lo aveva sentito un po' troppo fatuo, superficiale ed egocentrico...


E finalmente venne maggio e la domenica fissata per l'intervista a Marc. Alain si preparò con particolare cura, eccitato per l'imminente incontro con l'uomo che sentiva di amare. Continuava a chiedersi come fosse. Magari Marc-Jacques aveva già un amante. Anzi, un uomo così eccezionale e così abile a descrivere l'amore, doveva senz'altro avere un amante ed essere anche pienamente felice con lui. Ma ad Alain non importava, se avesse potuto diventarne anche semplicemente amico, gli sarebbe sembrata una cosa molto bella. E poi, non era detto. Gli pareva di essere come un adolescente al suo primo appuntamento d'amore. Man mano che s'avvicinava l'ora del loro incontro, Alain si sentiva sempre più agitato. Controllò più volte il suo aspetto allo specchio: voleva fare bella impressione.

Decise di portare la sua copia de "Il mio ragazzo": così gli avrebbe chiesto di metterci l'autografo. Ora era contento che Patrick non ci avesse scritto nulla.


Jacques, invece, non era affatto agitato per l'incontro che si avvicinava: per lui era solo un giornalista sportivo di una rivista gay che voleva fargli qualche banale domanda. Un giornalista sportivo intervistare lui che era l'antitesi fisica dell'atleta! Era quasi comico o meglio patetico. Il suo corpo per metà paralizzato, per l'altra metà impigrito per la forzata immobilità. Solo le braccia avevano una parvenza di musculatura, poiché doveva usarle più di una normale persona. Chissà che delusione avrebbe provato quel Paul nello scoprire che lui era un handicappato! Anche se, se fosse stata una persona corretta ed abile, non l'avrebbe mostrato. Comunque pensava che dopotutto sarebbe stato un diversivo alla sua vita che, se non fosse per quei nove mesi da che il "suo Paul" era andato ad abitare dall'altra parte del parco, era piuttosto noiosa.

A proposito del suo, di Paul, chissà che stava facendo ora? Guardò nel telescopio: si stava vestendo con eleganza, con cura, quasi stesse preparandosi per andare ad un appuntamento. Magari con l'amante. Pur così da lontano gli sembrava di percepire, nei movimenti del ragazzo, un certo nervosismo: doveva essere piuttosto un appuntamento con qualcuno che poteva diventare il suo amante; era evidente che voleva fare bella figura. Non l'aveva mai visto infatti, fino ad allora, curare e verificare così attentamente il proprio aspetto. Sorrise con amarezza. E provò di nuovo una punta di gelosia: chi mai si sarebbe preparato così per lui? Nessuno, logicamente. Lo vide uscire. Si scosse, sospirò profondamente e guardò l'orologio: il giornalista sarebbe arrivato di lì a poco. Lui non aveva fatto nessun preparativo speciale, non ne valeva certamente la pena.


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