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una storia originale di Andrej Koymasky


pin DOVREMMO ESSERE NEMICI... CAPITOLO 8
LE SUORE FRANCESCANE

Facendo l'arrabbiato, disse a Simon: "E magari ti sentirai chissà quanto maschio, adesso, per aver fottuto me, no? Se non era quel bastardo di mio cugino, vedevi che fine facevi... Due contro uno... bella forza. Da solo non ci saresti mai riuscito..."

"Ma dai, Charles, che t'è piaciuto! Sei venuto per primo, tu!" disse Jean Paul con l'aria di prenderlo in giro.

"Che c'entra... Io... è solo perché stavo inculando te che sono venuto. E sta tranquillo che te la faccio pagare..."

"Come? Inculandomi di nuovo?" chiese pronto il ragazzetto motteggiandolo, "Per me sarà una pacchia. Io almeno non mi vergogno a dire che mi piace..."

Charles fece il gesto di dargli un ceffone, ma invece finì col dargli un buffetto sulla guancia: "Te lo farai mettere da me ogni volta che ne avrò voglia?" chiese burbero.

"Eccome. Eppoi, visto che lui purtroppo se ne va, dovrò accontentarmi di te, no?"

"Accontentarti? Perché, cos'ho io che mi manca? Mi pare che a cazzo non ho proprio niente da invidiargli, no?"

"Direi proprio di no." disse Simon conciliante, "e a me è piaciuto come fotti tu, davvero... anche se mi è piaciuto altrettanto fotterti, devo ammetterlo..."

"Me ne sono accorto, brutto stronzo. Però... anche tu chiavi bene... anche se mi è piaciuto di più come lo prendevi..."

"Facciamo la pace?" disse Simon tendendogli la mano.

Charles per un po' guardò quella mano tesa senza muoversi, poi tese la sua, lentamente, e la strinse, con forza, con molta forza. Simon rispose con altrettanta forza e per alcuni attimi i due cercarono di stringere più forte dell'altro.

Poi Charles scoppiò a ridere e disse: "Non vuoi darmi neanche la soddisfazione di credere di essere più forte di te?"

"Certo che no. Io e te, siamo alla pari... in tutto... sia a stringere la mano che a fotterci l'un l'altro, no?"

"Sei un bel tipo, tu... Mi violenti e poi dici che siamo pari. Io mica ti ho violentato, no?"

"Neanche io... Facciamo la pace, allora?"

"Bah... c'è stata anche troppa guerra da queste parti, perché ci mettiamo a farla anche fra noi francesi, no? Pace sia. Ma con te... non è finita, capito?" aggiunse rivolto al cugino.

"Che cosa vuoi che faccia io, per perdonarmi?" chiese il ragazzo cercando di fare la faccia seria, ma con gli occhi che gli brillavano furbetti.

"Diventare lo schiavo di questo!" gli rispose allora Charles prendendoselo fra le mani a coppa e mostrandolo al cugino.

Questi si prostrò e, con voce buffa, disse: "Oh, padron cazzo, sono il tuo schiavo."

Risero tutti e tre e Simon iniziò a rivestirsi. Charles lo guardò per un po', poi lo imitò e quindi anche Jean Paul.

"Te ne vai davvero subito?" chiese Charles quando furono rivestiti tutti e tre.

"Sì, devo ancora fare un sacco di strada."

"Buon viaggio, allora. Se vuoi, ti accompagniamo per un tratto, tu non conosci la città, potresti sbagliare direzione."

"Grazie, ma ho la carta. Piuttosto, potresti dirmi se ci sono tedeschi ancora in giro? Non vorrei fare brutti incontri."

"Fammi vedere sulla carta che strada vuoi fare." disse Charles. Consultarono la carta. Il ragazzo gli indicò alcuni punti: "Ecco, qui e qui, potrebbero esserci, non so. Vedi qui, c'è un convento di suore. Hanno aiutato tanti francesi ebrei o partigiani a nascondersi, quando c'erano i tedeschi. Questa zona potrebbe ancora essere pericolosa, non so. Prima la pattugliavano sempre, forse perché sospettavano qualcosa. Sentivo mio padre che ne parlava, perché lui portava le provviste alle suore. Ma lui faceva questa strada qui, vedi, questa segnata da un tratteggio. Sale sulla collina, verso la cappella di San Cristoforo, poi scende verso il torrente, lo costeggia qui, poi gira verso questo punto, dove c'è un guado. Diceva papà che era abbastanza sicura. E ora, i tedeschi, preferiscono le vie asfaltate per scappare più in fretta, quindi dovrebbe essere anche più sicura di prima."

Simon prendeva nota mentalmente di tutte le preziose informazioni che il ragazzo gli stava dando. Poi li salutò ed uscirono assieme dal vecchio cascinale abbandonato. Si separarono. Simon, carico della borsa e della sacca, uscì dalla cittadina e risalì la collina, soddisfatto.

Quando arrivò alla cappella, senza incontrare anima viva, chiamò Manfred dalla scala della torre.

Questi, che non l'aveva visto arrivare, si affacciò sorridente: "Simon... sei carico. Aspetta, che ti aiuto." disse scendendo la scala e andandogli incontro. Il ragazzo posò le due borse ed allargò le braccia. Manfred lo strinse a sé. Si baciarono.

"Ti amo, Manfred." disse il ragazzo. "Passiamo la notte qui e domattina ripartiamo, va bene?"

"Sì, anche se qui non è che ci sia un posto decente dove poter dormire. Ma ci accontenteremo."

"Su, nel campanile, forse?"

"Non so. Forse staremmo meno scomodi nella cappella, anche se, però, se arriva qualcuno, rischiamo di non vederlo in tempo. O anche nella sacrestia."

"Nella sacrestia è meglio, credo. E, se mai, potremmo dormire a turno, per maggiore sicurezza."

"Sì, forse è meglio. Uno dorme e l'altro veglia. Ma quant'è brutto vivere nella paura di essere scoperti."

"È la guerra, Manfred."

"Dovresti chiamarmi Andy, no?"

"Non ci riesco. Andy è qualcuno che non conosco. Manfred invece è il mio uomo."

"Mi piace come dici il mio uomo ."

"Come lo dico?"

"Con fierezza."

"Certo, sono fiero di essere il tuo ragazzo, io."

"E pensare che dovremmo essere nemici, io e te."

"Io e te? Non sarebbe mai possibile. Io, prima di essere francese, sono il tuo ragazzo."

"Sì, per me è lo stesso, anche se una dichiarazione come questa mi farebbe meritare la corte marziale. Ma è davvero così."

"Manfred, cominci tu a dormire? Io veglierò."

"Non ho ancora sonno. È una bella notte. Usciamo un po'?"

Sistemarono le borse in un angolo e, tenendosi per mano, uscirono sul prato davanti alla cappella. Il cielo era chiaro e pieno di stelle. Sedettero appoggiando la schiena al muro della costruzione, uno accanto all'altro; Simon posò il capo sulla spalla di Manfred che gli cinse le spalle con un braccio.

"Mi dispiace che non hai più il tuo quaderno dei disegni." disse Simon carezzandogli pensieroso la mano che l'amante gli aveva posato su una coscia.

"Non dovevo avere niente che potesse farmi riconoscere come tedesco, no? E poi, ne potrò fare altri."

"Tu dipingevi a olio?"

"No, soprattutto acquerello, a volte tempera. Ma amo molto l'acquerello. Riesco ad esprimere meglio quello che sento, con le velature di colore che l'acquerello permette."

"Io avevo visto solo i tuoi disegni a matita: erano molto belli... Mi piacerebbe vedere un tuo acquerello."

"Se saremo fortunati... il mio primo acquerello sarà un tuo ritratto. Ci sto pensando da molto, come mi piacerebbe dipingerti."

"Come?"

"Nudo, semisdraiato su un prato, che mi guardi e sorridi."

"Nudo che guardo te? Allora dovrai dipingermi col coso su, se guardo te, nudo." disse sorridendo il ragazzo.

"Eh, penso proprio di sì." rispose sorridente il giovane, stringendolo lievemente a sé con tenerezza.

"Perché non mi baci?" chiese Simon girando il capo verso il suo uomo.

I loro occhi si incontrarono. Manfred accostò le labbra a quelle del ragazzo, le sfiorò con le sue, la sua lingua le sottolineò lieve. Simon tirò fuori la lingua ed incontrò quella del giovane amante e le due lingue giocarono ora lievi, ora appassionate. Finché le loro bocche si sigillarono in un bacio intimo e profondo.

"Manfred?"

"Che c'è, amore?"

"Perché io, ogni volta che qualcuno mi fa capire che mi desidera, ci faccio sesso e tu invece lo fai solo con me? Eppure io ti amo davvero tantissimo."

"Perché io e te siamo diversi. E perché probabilmente tu sei sessualmente più caldo di me: tu sei un latino, io un tedesco."

"Ma davvero non ti dà fastidio sapere che io... sono così?"

"No, davvero. Proprio perché so che tu mi ami davvero. E perché io ti amo come sei. Perché tu m'hai detto che con gli altri è solo sesso, niente altro."

"Tu sei troppo buono. Forse più di quello che merito."

"Perché dici questo? Nessuno mai è troppo buono. E tu... tu meriti molto più di quello che io posso darti."

"Tu mi dai tutto quello che veramente conta nella vita. Mi dai il tuo amore."

"A te piace anche prendere, non è vero?" gli chiese ad un tratto Manfred.

"Non quanto essere preso."

"Perché non prendi me."

"No, a te non piace, e non è necessario."

"Ma da te, io mi lascerei prendere volentieri."

"Non è necessario, te l'ho detto. Non è per questo che vado con altri. Mi piace troppo essere tuo. Mi sento più uomo quando ti sento in me che non quando sono io a prendere qualcuno."

"Ti stai facendo sempre più uomo, mi piaci sempre di più. Sei davvero bellissimo."

"Mai quanto te: tu hai spalle larghe, anche strette, sei il prototipo perfetto del maschio. Io sono più uniforme."

"Non è vero, anche il tuo corpo è bello, lascialo dire ad un pittore, oltre che a un amante. Io amo il tuo corpo."

"Ami di più il mio corpo o la mia anima?"

"È grazie al tuo corpo che posso raggiungere la tua anima, conoscerla, comunicare, amarla. Il corpo è espressione dell'anima. Non è possibile dire cosa uno ami di più. Io amo Simon, anima e corpo. L'amore non conosce queste distinzioni. Il mio corpo desidera il tuo perché la mia anima vuole fondersi con la tua."

"Anche ora?" chiese Simon carezzandogli lieve la patta e sentendone il turgore palpitante.

"Sì, anche ora, certo." rispose con dolcezza il giovane.

"Allora prendimi." sussurrò il ragazzo stringendosi al corpo dell'amato, fremente di desiderio.

"Sì, amore." disse Manfred iniziando a spogliarlo.

Simon, nudo, si mise cavalcioni sul grembo del giovane nudo, fronteggiandolo, e si calò scivolandogli sulle gambe ripiegate con le ginocchia in alto, lievemente divaricate, fino a sentirsi puntare il sodo membro fra le natiche. Puntò le mani indietro, accanto ai piedi dell'amante e si calò giù lentamente, facendosi penetrare.

"Che bello, Manfred, sentirti di nuovo in me." sospirò Simon quando il suo sedere piccolo e sodo fu fortemente premuto sul grembo dell'amante.

Questi si chinò sul petto del ragazzo a suggergli un capezzolo, mentre con le mani gli carezzava il ventre piatto ed i genitali palpitanti. Allora Simon, facendo forza su mani e piedi, iniziò a muovere su e giù il bacino, facendo scivolare il fondo schiena sulle due forti cosce dell'altro, come su una guida.

"Ti piace, amore?" ansimò Simon proseguendo quella dolce ginnastica, pieno di passione.

"Sì... aspetta..." mormorò il giovane e si ripiegò sul grembo del ragazzo, finché le sue labbra si impadronirono del glande gonfio del suo giovane amante.

"Oh, Manfred... oooh che bello..." ansimò Simon fremendo con forza ed accelerando il suo molleggio appassionato su e giù.

Manfred, con le due mani gli stuzzicò i capezzoli. Simon tremava in preda ad un piacere forte e tuttavia crescente. L'azione combinata del membro del giovane dentro di lui, delle labbra e della lingua dell'altro sul suo palo, delle dita di Manfred sui suoi capezzoli gli davano un tale insieme di forti sensazioni da farlo vibrare tutto come uno strumento musicale.

"Dio che bello... oooh.... sono tutto tuo..." gridò a piena voce il ragazzo.

Simon accelerò il ritmo, in preda ad un piacere intenso, a una emozione profonda. Finché i due, quasi all'unisono, incapaci di controllare più a lungo il proprio piacere, si scaricarono l'uno nell'altro in un lungo fremito appassionato.

Allora Simon si lasciò andare sul grembo dell'amante, gli cinse il collo con le braccia e lo tirò a sé baciandolo.

"Ti adoro, Manfred." sospirò Simon.

"Sì, anche io ti adoro, mio bel maschio. Mi piace la gioia con cui ti dai a me, con cui mi godi e ti fai godere da me."

"Vorrei non staccarmi mai da te."

"Anche se i nostri corpi devono staccarsi, io sono sempre in te e tu in me, ormai. Siamo davvero una cosa sola, io e te."

"Sì, è vero. Lo sento anche io."

Si carezzarono teneramente, continuando a scambiarsi parole piene di dolcezza. Si separarono, si rivestirono e Manfred sedette di nuovo, ma con il capo in grembo al ragazzo.

"Addormentati così, amore. Io veglierò su di te." gli disse il ragazzo carezzandogli il volto lievemente ispido di barba.

Manfred scivolò lentamente nel sonno, sereno e rilassato. Simon lo guardava e sentiva l'amore per l'altro come qualcosa di tangibile, di concreto, e si sentiva felice. L'aria della notte era dolce, come dolce il corpo dell'amante abbandonato accanto a lui. Ne ammirava il volto disteso nel sonno, tenuemente illuminato dalla luce della luna, incorniciato dai morbidi capelli biondo scuro, le labbra morbide che, se non avesse avuto timore di svegliarlo, avrebbe baciato con estremo piacere.

Simon rimase immobile anche quando sentì bisogno di cambiare posizione, per non disturbare il sonno dell'uomo che amava. Il tempo passava lento, ma gradevole, perché Simon fantasticava sulla loro vita insieme quando fossero arrivati in Svizzera. Non aveva idea di che cosa avrebbero potuto fare, che lavoro avrebbero potuto trovare, ma non era preoccupato. Dopo le cose che avevano passato il solo fatto di essere vivi e di essere ancora assieme, era notevole. Perché erano rimasti vivi solo loro due, di più di cento uomini che erano partiti, bene armati, dalla caserma? Non era un segno del destino? Che il destino amasse chi sapeva amare?

Manfred si svegliò alle prime luci dell'alba: "Già comincia a far giorno... perché non m'hai chiamato per farti dare il cambio?"

"Avevo dormito in città, non avevo sonno." disse il ragazzo alzandosi e sgranchendosi le gambe appesantite dalla lunga immobilità. Anche Manfred si stirò. "Hai dormito bene?"

"Sì. Non vuoi dormire, tu?"

"No, penso che sia meglio avviarci. Vado a prendere le borse, guardiamo la carta e ci avviamo."

Presero la strada che Charles aveva indicato a Simon. Lungo il cammino, circa tre ore dopo, incontrarono due contadine ed un contadino che andavano in direzione opposta alla loro, gli attrezzi da lavoro in spalla. L'uomo guardò a lungo Manfred con particolare attenzione, ma quando si incrociarono, rispose al saluto di Simon.

"Scusate, andiamo bene per il monastero delle francescane?" chiese Simon ai tre con un sorriso.

"Sì... Non siete di qui, vero?" rispose l'uomo continuando a studiare Manfred.

"No, io vengo dal nord, lui invece è svizzero, sta tornando a casa e io l'accompagno." rispose Simon cercando di parlare con un tono normale, ma intimamente teso.

"Ah. L'avrei detto tedesco." disse l'uomo studiando ancora Manfred.

"Sono della svizzera di lingua tedesca, infatti." disse Manfred con un sorriso.

"E come mai è in Francia, ora?" chiese l'uomo ancora diffidente.

"Mio fratello è rimasto ad aiutare i partigiani, traduce i messaggi radio delle truppe tedesche." disse disinvolto Manfred, "Io invece torno a casa perché abbiamo saputo che nostra madre è malata grave."

"Ah... mio cognato sta in Svizzera. A Losone, sa dov'è, no?" disse l'uomo studiando la reazione di Manfred.

"Lui viene da un'altra parte." disse Simon preoccupato.

Ma Manfred lo interruppe: "Losone? Mio cugino lavora ad Ascona, due passi. Come si chiama suo cognato? Magari, chissà..."

"Lui è svizzero italiano, si chiama Luraghi."

"Lorenzo?" chiese Manfred.

"No, Alberto."

"Ah, no, allora non lo conosco. Conoscevo un Lorenzo Luraghi di Ascona... Non so... Mio cugino si chiama Wilhelm Erni."

"No, io non sono mai stato da quelle parti." disse l'uomo più tranquillo, poi aggiunse: "Ma è pericoloso per lei andare in giro di questi tempi, da queste parti. Sembra proprio un tedesco."

"Per questo il comando partigiano mi ha incaricato di accompagnarlo." disse Simon pronto.

Scambiarono ancora poche frasi, si salutarono e ripresero la loro strada.

Quando furono lontani, Simon disse: "Ho avuto una paura... come facevi a sapere di quei paesi? Non li ho mai sentiti nominare, prima... E quell'idea che là c'è tuo cugino?"

"Prima, guardando la carta, avevo notato proprio Ascona e Losone, perché lì per lì, con la coda dell'occhio, avevo letto Ascott, poi Losanna. Un colpo di fortuna. Ma ora so che a Losone abita un Alberto Luraghi, sposato a una francese. E penso che mi studierò la carta della Svizzera, per sapere meglio i nomi delle città principali e dei villaggi di un paio di aree. Penso che potrebbe essere utile."

"E l'idea che tuo fratello collabora coi partigiani?"

"Beh, quell'Erni che è morto, stava davvero coi partigiani e uno svizzero tedesco, per cosa poteva essere utile ai partigiani, oltre che per imbracciare un fucile?"

"Ho avuto proprio paura... ma pare che l'abbiano bevuta."

"Mi sento un po' come se avessi superato un esame, anche se era solo un contadino. Non so se di fronte a gente più esperta o più astuta, me la caverei altrettanto bene." disse Manfred sorridendo incerto.

Si fermarono accanto ad un ruscello a mangiare e Manfred iniziò a studiarsi la carta stradale: i nomi dei cantoni, delle città dei fiumi, e i nomi dei paesi più piccoli attorno a Zurich, a Locarno, verso Ascona.

Quindi ripresero il cammino. Simon, che aveva sempre avuto una memoria eccezionale, strada facendo glieli faceva ripetere.

Verso sera cercarono un punto adatto a fermarsi per la notte. Verso valle c'erano alcune fattorie sparse, e dalle luci e dal fumo dei comignoli era evidente che erano abitate. Non era certo il caso di chiedere ospitalità. Il tempo era bello, potevano anche dormire all'aperto, si trattava solo di trovare il punto adatto, da cui potessero vedere se arrivava qualcuno senza essere visti. Ciò che maggiormente temevano erano i gruppi partigiani che potevano spostarsi nella zona. Non dovevano esserci più tedeschi, da quello che aveva detto Charles. Ma anche di questo non potevano certo essere sicuri. E Manfred, in particolare, correva rischi anche ad essere eventualmente riconosciuto come tedesco dai suoi compatrioti: sarebbe stato di certo considerato un disertore, avendo abbandonato anche la piastrina.

Trovato un posto che aveva i requisiti che volevano, i due sedettero a mangiare. Poi Manfred volle che dormisse Simon. Questi si fece promettere che l'avrebbe svegliato, quindi si stese, il capo in grembo al suo uomo e si addormentò.

Manfred lo svegliò alcune ore più tardi, baciandolo.

"Che bel risveglio" mormorò Simon sorridendogli.

"Hai dormito abbastanza?" chiese premuroso Manfred.

"Sì, mi sento forte, abbastanza per fare l'amore con te."

"Davvero?" disse Manfred facendogli un sorriso compiaciuto e infilandogli una mano sotto la cintura allentata dei calzoni a palparlo dolcemente; "Mmmh, sembra proprio di sì..."

"Ma tu, ti senti abbastanza forte per prendermi?" chiese Simon con aria scherzosamente preoccupata.

"Se non lo fossi, me la potresti dare tu, questa forza."

"Come... così?" disse Simon aprendogli i calzoni e il bottone delle mutande di tela e frugandovi dentro con il viso fino a posare le labbra sull'asta che si stava inturgidendo.

"Oh sì... proprio così..." ansimò Manfred iniziando a sua volta a spogliare l'amante.

Fecero l'amore con la consueta passione e desiderio. Quindi, contenti, si misero in modo che Manfred potesse dormire.

Il giorno seguente ripresero la strada. A metà mattina il cielo si coprì di scure nubi e, verso mezzogiorno, iniziò a piovere a dirotto. Non essendoci ripari, ed essendo ormai completamente zuppi, decisero di continuare ugualmente la loro marcia, tanto più che il monastero delle suore francescane doveva ormai essere vicino. Lo videro quasi all'ultimo minuto, quando era a poche decine di metri, appena aggirata una costa. Vi si avviarono scivolando sull'erba bagnata e giunsero alla porta. Suonarono. Dopo poco un'anziana suora, magra e piccola, arrivò ad aprire. Quando vide i due giovani grondanti d'acqua, li fece subito entrare.

"Oh, poverini, siete fradici. Come mai da queste parti?"

"Chiediamo, se possibile, ospitalità per una notte. Stiamo andando in Svizzera e..." disse Simon.

La suora guardò Manfred, poi Simon, poi disse: "Aspettate qui, vado a chiamare la Madre guardiana." e scomparve sollecita da una porticina che chiuse alle sue spalle.

Dopo poco tornò con una suora di mezza età, alta e magra.

"Benvenuti. Oh, poveretti, se anche aveste un ricambio nelle vostre borse, sarà bagnato come gli abiti che avete indosso. E noi non abbiamo abiti maschili da potervi dare. Rischierete di prendervi un malanno. Venite nella cucina, vi farò sedere accanto ai fornelli."

Li guidò attraverso alcuni corridoi, passarono in un chiostro, quindi li introdusse nell'ampia cucina dove tre suore stavano trafficando ai fornelli.

"Suor Marie Claire, portate due sedie per i nostri ospiti. E voi, giovanotti, sarà meglio che vi togliate almeno le camicie. Anzi, se non vi vergognate troppo... venite qua, vi posso dare per il momento due grembiuloni, in modo che vi possiate togliere anche i calzoni e il resto, così asciugheranno prima." disse decisa.

Li portò in uno stanzino, dette loro due bianchi ampi grembiuli come quelli che usavano le suore che cucinavano e li lasciò soli. Simon e Manfred si tolsero tutto ed infilarono i grembiuli allacciandoseli sul dietro l'un l'altro:

"Dio, come sei buffo, Manfred!" disse Simon ridendo.

"Perché non ti vedi." lo rimbeccò Manfred a sua volta.

Tornarono in cucina con i panni bagnati in mano.

La madre li guardò e sorrise: "Non si può dire che siate eleganti, ma... date qua, li stendiamo ad asciugare. Così state cercando di raggiungere la Svizzera, eh?" disse la suora versando vino in due bicchieri e offrendolo loro.

"Sì, Madre, lui è svizzero e io lo accompagno..."

"Ah... svizzero... Sì, potrebbe anche passare per uno svizzero tedesco... Ma non avete bisogno di nascondervi a noi. Abbiamo aiutato tanti ebrei, non vedo perché non potremmo aiutare un soldato tedesco, ora: chiunque è perseguitato, in pericolo, troverà sempre asilo ed aiuto qui da noi. Per il Signore non ci sono ebrei o tedeschi, ma solo creature. Certo, tu giovanotto ce l'hai scritto in faccia che sei tedesco, non ti sarà facile. C'è ancora molta strada e la situazione è terribilmente fluida, di questi giorni. Non si sa chi è amico e chi no..."

"Madre... è vero, sono un soldato tedesco. Anzi, lo ero..."

"E hai deciso che ne avevi abbastanza di questa guerra."

"Sì, Madre. Tutti i miei compagni sono morti, solo io sono rimasto vivo in questa assurda guerra."

"Tutte le guerre sono assurde, ragazzo mio. Perché vengono solo dalla sete di potere, perché spingono il fratello ad uccidere il fratello. E tu, ragazzo? Da che cosa scappi tu? Tu sei francese... ti eri compromesso con i tedeschi, forse?"

"Io... io ero con i partigiani, ad un certo punto. Ma... io semplicemente ho conosciuto Manfred ed ho deciso di andare con lui in Svizzera. Io non credo che... voglio dire, per me Manfred è prima di tutto un uomo, e gli voglio bene. Quando avevo fame mi ha dato da mangiare, quando non avevo lavoro mi ha trovato lavoro ed un tetto. E ora per me è più che un fratello. Io sono un trovatello, Manfred è diventato tutta la mia famiglia."

"Capisco, ragazzi, molto bene. Si vede che vi amate... si vede dai vostri sguardi." disse la suora.

Simon arrossì pensando di essersi spinto troppo oltre con le sue parole, o forse col suo tono un po' troppo appassionato.

La suora fece un sorriso e aggiunse: "Non sta a me comunque giudicare il vostro rapporto. Il Signore sa... lui legge nei vostri cuori. E se vi ha protetto fino ad ora... Io farò quanto posso per aiutarvi."

Si fermarono nel monastero per la notte. La suora assegnò loro una stanza nella foresteria. C'erano molte stanze ed i due furono sorpresi che la suora non li avesse messi in stanze diverse, pur avendo chiaramente intuito il loro rapporto. Dormirono abbracciati nello stesso letto, ma non fecero l'amore, per un istintivo senso di pudore nei confronti del luogo che li ospitava.

Il giorno dopo rimisero i loro abiti asciutti. La Madre fece fare loro un'abbondante colazione.

Quindi disse ai due: "Ascoltate, se continuate a piedi, ci metterete ancora diversi giorni, specialmente se dovrete cercare di evitare le vie più battute. Io ho un'idea... Siete giovani, e se vi rasate accuratamente, se la cosa non vi crea problemi... Penso di scendere in città e di chiedere al canonico se ci presta la sua automobile. Voi due potreste indossare il nostro abito, dovreste poter passare per due suore. Salite dietro, con me e Suor Marie Blanche alla guida e Suor Marie Catherine e vi portiamo fino alla frontiera. In una giornata potete essere in Svizzera. Il problema sarà passare la frontiera: in quello non vi potremo aiutare. Che ne dite?"

"Correte un rischio, a trasportare un tedesco disertore: sia i partigiani che i tedeschi potrebbero prendersela con voi, se mi scoprissero."

"Abbiamo corso mille volte questo rischio quando abbiamo aiutato gli ebrei. Fin qui il Signore ci ha protette. E comunque, gli uni e gli altri sono un po' meno diffidenti con delle povere suore. Si tratta solo di trovare gli abiti giusti per voi due. Tu, ragazzo dovresti avere la taglia di Suor Marie Justine e tu giovanotto di Suor Marie Hélène... Aspettatemi qui."

"Sembra una donna decisa, sicura di sé." disse Manfred con tono ammirativo.

"Siamo davvero fortunati. Speriamo che vada tutto bene."

La madre tornò con un cestino con dentro, ripiegati in bell'ordine, gli abiti religiosi.

"Abbiate pazienza, ragazzi, ma dovrete lasciarvi vestire da me e da Suor Marie Noelle: non credo che sapreste indossare in modo corretto i nostri abiti. Prima rasatevi accuratamente e senza ferirvi. Poi toglietevi tutto e restate in mutande e maglietta e noi due vi vestiremo. Poi sarà bene che, per sicurezza, impariate a muovervi in modo un po' più... da suora. Coraggio, qui c'è l'acqua calda e il sapone. Avete un rasoio?"

"Sì, Madre..." disse Manfred.

Si rasarono con cura, si sciacquarono e si asciugarono. Quindi si tolsero gli abiti. Allora le due suore iniziarono a vestirli con gli abiti religiosi. Quando ebbero finito, i due si guardarono l'un l'altro: la trasformazione era prodigiosa: parevano davvero due suore. E, in qualche modo, le bende ed il velo, addolcivano il volto di Manfred sì che dava meno l'impressione di vedere un viso tedesco.

"Bene, mi pare che siate perfetti. Dovete scegliervi un nome da suora, caso mai si dovesse chiamarvi davanti ad estranei. Io scendo in bicicletta con Suor Marie Blanche a prendere l'auto."


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