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una storia originale di Andrej Koymasky


pin IL SEGNO DEL FORCIPE CAPITOLO 3
IL CAVALIERE GUNTAR SALVA OLAF

Olaf così, passando le notti nei letti dei vari viandanti che volevano aver sesso con lui, arrivò finalmente fino al mare, al grande porto. Durante le sue notti di sesso aveva anche guadagnato alcune monete e per la prima volta un uomo di mezza età aveva voluto essere penetrato da lui. Gli era piaciuto. Non tutti erano stati sempre piacevoli, ma neppure del tutto spiacevoli. Qualcuno invece era stato particolarmente gradevole: in particolare un giovanotto di ventisei anni, che stava andando a sposarsi nel regno vicino.

"Ti vai a sposare e ti piacciono i ragazzi?" gli chiese perplesso Olaf.

L'altro rise: "In realtà mi piace il fratello della mia promessa, è per fare l'amore con lui che sposo sua sorella. Siamo già d'accordo così, perché è l'unico modo per stare assieme. Vivremo nella stessa casa, tutte e due le coppie. Io andrò a pescare con lui e quando saremo al largo potremo fare l'amore tranquilli."

"E come vi siete conosciuti?"

"In mare. Lui aveva naufragato, lo scorso anno, e io l'ho salvato. Ci siamo innamorati e abbiamo deciso che dovevamo vivere assieme e lui aveva in casa questa sorella minore, così..."

"Ma a tutti e due vi piacevano già i maschi?"

"A me sì. A lui... io sono il suo primo maschio; all'inizio aveva accettato solo per gratitudine, ma poi sono riuscito a farglielo piacere così tanto che ora preferisce me a sua moglie che oltretutto è piuttosto frigida."

"Ti credo, tu sai fare l'amore in un modo splendido. Mi sei piaciuto davvero molto."

"Anche tu Olaf sei un ragazzetto delizioso."

Giunto al mare, Olaf girò di locanda in locanda. I molti marinai spesso gli offrivano ospitalità in cambio di sesso. Olaf non riusciva ancora a trovare un lavoro che gli piacesse, ma in quel modo stava vivendo discretamente e non si preoccupava.

In autunno decise di lasciare il porto e di andare verso il regno vicino. Forse lì avrebbe avuto più fortuna. Pensava che forse avrebbe potuto anche ritrovare il giovanotto che aveva conosciuto, il bel pescatore con cui aveva passato la più bella notte d'amore.

Ormai Olaf aveva diciassette anni e s'era fatto un gran bel ragazzo. Riprese la strada, col suo fardello a spalle, lungo la via costiera, facendo sempre sosta nelle locande dove trovava facilmente qualcuno disposto a portarlo in camera con sé.

In una locanda un uomo semiubriaco lo invitò al proprio tavolo. Olaf stava valutando se andarci o no, quando un altro uomo, più bello e non ubriaco, gli fece la stessa offerta. Olaf allora andò al tavolo di questo secondo uomo.

Il primo si alzò e, preso Olaf per un braccio, disse: "Ti ho invitato prima io, tu vieni con me."

"Lascialo." disse l'altro duro, alzandosi in piedi e mettendo la mano all'elsa del pugnale che aveva alla cintura, "Il ragazzo sta con me."

L'ubriaco capì che l'altro non scherzava e lasciò subito Olaf tornando al suo posto, senza profferire una sola parola, ma con uno sguardo d'odio negli occhi.

Olaf si chiese se avesse fatto bene, ma ormai era fatta. Restò al tavolo dell'uomo dal pugnale, mangiò con lui, poi salirono alla camera di questi. Si misero subito a fare l'amore, e l'uomo sembrava instancabile. Era rude, ma non violento e tutto sommato ad Olaf non dispiacque. Quando finalmente l'uomo lo lasciò dormire, Olaf era veramente stanco, anche se appagato. L'uomo lo svegliò la mattina ricominciando a fare l'amore.

Olaf era stupito per la carica sensuale dell'uomo e quando questi, dopo aver raggiunto l'ennesimo orgasmo, si rilassò apparentemente appagato, gli disse: "Non ho mai trovato nessuno capace di farlo tante volte come te: sei davvero straordinario."

"Sono cinque anni che non posso più fottere, ne avevo davvero voglia. E tu sei davvero un gran bel maschietto."

"Cinque anni? Come mai?" chiese stupito il ragazzo.

"Non lo immagini? Sono stato in galera, ecco perché."

"In galera? Per cosa?" chiese Olaf a cui l'uomo non dava l'idea di essere un criminale.

"Per che cosa? Per un ragazzo bello come te, il figlio del viceconnestabile del re Oder. E dire che era stato lui a volerlo fare con me, un semplice guardiano dei cani."

"Per questo ora sei venuto qui nelle terre di re Harold?"

"Sì, certo. Sono stato graziato, ma esiliato."

"Ma se l'aveva voluto lui, perché ti hanno messo in galera?"

"Quando ci hanno sorpreso, lui ha mentito e hanno creduto a lui, si capisce. Io, il pervertitore di ragazzini. Il servo ha sempre torto. Cinque anni isolato in una cella buia e umida per aver ceduto alle voglie di un ragazzetto come te."

"Era bello?"

"Come te. Molto. Più forte di te, ma se tu facessi un po' di esercizio fisico... Tu potresti essere un nobile."

"Un nobile io? Ma va! Sono un figlio di sconosciuti, nato in un piccolo villaggio di montagna."

"Magari tuo padre era davvero un nobile, che si è divertito con una ragazza del villaggio, chi sa? Sei troppo bello per essere il figlio di gente qualsiasi." disse pensoso l'uomo carezzandolo.

"Quel ragazzo non era il tuo primo ragazzo, però..."

"No, certo. Il mio primo ragazzo l'ho avuto quando avevo quattordici anni. Il garzone del fabbro ferraio, aveva diciotto anni. Mi ha quasi violentato. Dico quasi, perché prima non volevo, ma mi è piaciuto tanto che poi volevo continuare io. Quando avevo la tua età ho preso io il mio primo ragazzo: ne aveva quindici, lui, e aveva un culetto d'oro. Mi è piaciuto tanto che ho deciso di smettere di prenderlo e che da allora in poi l'avrei solo messo, io. Sì, ci sapeva fare, era davvero esperto. Era il ragazzo di mezza guarnigione eppure ancora non gli bastava. Tu dici di me, ma quello davvero era inesauribile. Si alzava dal letto di uno che già cercava un altro. Ma un giorno si è innamorato di uno scrivano e da allora è andato solo con lui: un cambiamento da non credere! Di colpo, fedele a uno solo."

A Olaf piaceva quell'uomo, ma la mattina lo lasciò per proseguire il suo viaggio in cerca di altri incontri e di un lavoro.

Stava camminando lungo la strada che costeggiava un fiordo, quando notò tre uomini seduti su un tronco sul ciglio della strada. Tre viandanti come lui che riposavano, pensò tranquillo, avvicinandosi al terzetto. Giunto alla loro altezza, riconobbe in uno dei tre uomini l'ubriaco della sera prima.

Anche l'uomo lo riconobbe e, con un balzo, gli fu accanto e lo afferrò per un braccio: "Ah, eccoti! Questa volta non mi scappi, belloccio."

"Mi lasci, che vuole?"

"Che voglio? Il tuo culo, ragazzo."

"Lascialo andare, che ti piglia?" disse uno degli altri due uomini restando seduto.

"Eh no! Questo signorino ieri sera ha rifiutato di venire nel mio letto per andare a farsi scopare da un tizio che l'aveva invitato dopo di me. E adesso me lo prendo." disse l'uomo deciso.

Olaf si divincolò mentre gli altri due ridevano: "Ah, un ragazzo di locanda, allora? Beh, se è così, potremmo farci un giro anche noi..." disse il terzo alzandosi ed afferrando Olaf per l'altro braccio.

Anche l'altro uomo si avvicinò sorridendo con aria libidinosa e prese Olaf per il mento: "Sì, un bel ragazzetto, ci faremo una buona scopata, vero, amici?"

"No, lasciatemi... lasciatemi..." gridava Olaf cercando disperatamente di liberarsi.

Ma i tre lo sollevarono di peso e lo trascinarono ridendo fra gli alberi. Olaf si dimenava con tutte le forze gridando, ma tutto pareva inutile, le sei mani lo tenevano saldamente e, quando furono fra i cespugli, iniziarono a denudarlo con terribile calma, lasciandolo gridare, ridendo sguaiatamente, eccitati per la resistenza del ragazzo.

"Chi comincia?" chiese uno dei tre.

"Io, che l'ho visto ieri sera. Tenetelo fermo." disse l'uomo iniziando ad aprirsi le braghe e tirandosi fuori il palo già eretto e duro.

Gli altri due forzarono in posizione il corpo di Olaf che continuava a lottare con tutte le proprie forze ed a gridare, anche se pensava che fosse inutile.

"Un gran bel culetto, vero, amici?" disse il primo accingendosi a penetrarlo, "Guardate come glielo ficco dentro."

"No, per favore... noooo!" gridò Olaf.

Gli altri due risero forte: "Per favore? Per favore te lo cacceremmo dentro..." disse uno di quelli che lo tenevano fermo.

Olaf si sentì penetrare e lanciò un urlo, non tanto per il dolore, quanto per la rabbia.

E all'improvviso una voce gridò: "Lasciatelo subito andare, manigoldi!" e Olaf si sentì improvvisamente libero.

In un primo momento pensò che fosse l'uomo con cui aveva passato la notte, ma quando si girò, nudo e tremante, vide i tre fuggire a gambe levate e, a pochi passi da lui c'era un cavaliere, la spada sguainata in mano, il capo scoperto, i capelli biondi mossi dal vento, che guardava accigliato verso i fuggitivi, quasi si stesse chiedendo se inseguirli o meno. Poi il giovane si girò verso il ragazzo e questi lo guardò incantato: non aveva mai visto nessuno bello come quell'angelo vendicatore. Era giovane, sui venticinque anni, e gli occhi, d'un blu profondo come i laghi di montagna, brillavano pieni di sdegno. Ma quando si girò verso il ragazzo abbassando la spada, il cavaliere fece scorrere lentamente gli occhi su e giù per il corpo del ragazzo e il suo sguardo si addolcì.

Olaf, allo sguardo dell'altro, ricordò di essere completamente nudo e d'istinto si coprì i genitali con le mani, arrossendo.

"Spero di essere arrivato in tempo, ragazzo." disse il cavaliere con voce calda e profonda che fece fremere Olaf.

"Non proprio, signore." disse d'impulso il ragazzo.

"Mi spiace. Appena ho udito le tue grida sono sceso di cavallo e sono venuto. Perché non ti rivesti, ora?"

"Sì, signore... grazie, signore..."

Mentre Olaf raccoglieva i suoi poveri panni sparsi lì attorno e li indossava, il cavaliere gli chiese: "Come ti chiami, ragazzo?"

"Olaf, signore."

"E quanti anni hai?"

"Diciassette, signore."

"Te ne davo uno o due di più. Hai un bel corpo... E che fai? Dove vivi?"

"Non ho casa, signore. Sto cercando lavoro, per questo sto viaggiando."

"I tuoi?"

"Sono solo al mondo, signore..." disse Olaf che si era rivestito, guardando i ricchi abiti del bel cavaliere.

"Solo e cerchi lavoro? Che ne diresti allora di farmi da servo? Anche io viaggio da solo, e una compagnia ed un aiuto mi farebbero piacere."

"Mi volete come servo, signore? Davvero? Sono tutto vostro, mi avete salvato e..." si bloccò. Stava per dire: siete così bello! ma temette che l'altro non apprezzasse quelle parole.

"Andiamo, allora. Io sono il cavaliere Guntar, al servizio del re Harold. Sto facendo il mio viaggio di investitura..."

"Il viaggio di investitura? Che significa, signore?"

"Il re mi ha investito cavaliere alla festa di mezzo autunno ed ora per un anno devo viaggiare per tutto il regno, per difendere i deboli, perseguire i malviventi, fare esperienza e rafforzarmi. Non sarà una vita comoda, quella che faremo, per il prossimo anno. Ma con me avrai vesti, cibo, alloggio e protezione. E, finito l'anno, verrai con me nella casa dei miei genitori, ed avrai anche la paga arretrata. Questo è ciò che ho da offrirti. In cambio, tu dovrai imparare a prenderti cura del mio cavallo, della mia armatura e delle mie vesti, ed obbedire ai miei ordini. Accetti?"

"Con vero piacere, signore."

"Bene, Olaf. Allora, per prima cosa, dovrò farti fare vestiti degni del servo di un cavaliere. Non puoi seguirmi vestito di stracci in quel modo. E dovrai lavarti. Spesso. Non hai un gran buon odore." gli disse il cavaliere con un sorriso che voleva attenuare la durezza di quella osservazione.

Olaf arrossì lievemente e disse: "Se mi insegnerete ad essere un buon servo, vedrete che non vi pentirete di avermi assunto al vostro servizio, signore."

"E non chiamarmi signore. Cavaliere, andrà bene, Olaf."

"Certo, cavaliere."

Guntar risalì a cavallo e si avviò al passo, seguito dal ragazzo che gli trotterellava a fianco a piedi, sentendosi felice per aver trovato un lavoro così bello, per un cavaliere così bello.

Camminarono per diverse ore, facendo solo una sosta per bere ad un ruscello e far dissetare il cavallo. Giunsero ad una piccola cittadina. Guntar scese in una locanda. Spiegò a Olaf tutto quello che doveva fare per curare il cavallo, quindi entrò nella locanda, chiese che preparassero un bagno caldo e che chiamassero un sarto.

Quando Olaf tornò, il bagno era pronto. Il giovane si fece aiutare dal ragazzo a togliersi l'armatura e gli abiti, entrò nudo nella tinozza e chiese al ragazzo di lavarlo. Olaf era eccitato: il corpo del suo cavaliere gli pareva bellissimo e la sola idea di poterlo toccare lo emozionava. Si chiese se il cavaliere gli avrebbe proposto di fare sesso con lui e se lo augurò. Ma lavò quel corpo splendido e non accadde nulla.

L'unica reazione del giovanotto fu una frase detta con estrema naturalezza: "Hai un tocco molto delicato, mi piace. Puoi asciugarmi adesso. Poi datti anche tu una lavata finché l'acqua è calda. Quando avrai la tua nuova uniforme, farai un bagno come si deve anche tu." Poi Guntar gli spiegò: "Quando mangeremo in luoghi pubblici, tu mi servirai e mangerai dopo. Devi imparare a servire a tavola, quindi cominciamo a fare pratica ora. Quando saremo soli, potrai mangiare con me." e gli disse come tenere le cose, da che parte servirle, a che cosa fare attenzione.

Olaf imparava bene e in fretta grazie alla sua memoria prodigiosa ed alla sua buona volontà.

Arrivò il sarto. Guntar scelse le stoffe e gli fece fare tre ricambi di biancheria intima e due uniformi complete. Il sarto garantì che tutto sarebbe stato pronto per il giorno dopo. Olaf, all'idea che avrebbe avuto anche lui della biancheria intima, si sentì ricco. E l'idea della sua uniforme, con i colori del cavaliere, il verde chiaro e il celeste, lo incantava.

Uscirono a fare una camminata e il cavaliere fece esercizi fisici fra gli alberi e li fece fare anche al ragazzo. Poi, stanchi, tornarono alla locanda. Salirono nella stanza del cavaliere. Il letto era grande.

"Il servo dorme sempre ai piedi del suo cavaliere, qui sul mio letto, per traverso, in fondo. Perché deve proteggerlo ed essere pronto ai suoi ordini. A casa, invece, avrai un letto messo per traverso ai piedi del mio. Hai capito?"

"Certo, cavaliere. Ma finché non avrò l'uniforme, non è meglio che io dorma in terra? Non vorrei sporcarvi il letto con questi abiti sporchi."

"No, in terra no, assolutamente. Per questa prima notte semplicemente ti spoglierai e indosserai una delle mie camicie. Poi avrai la tua biancheria intima e non ci saranno più problemi. Basta che tu ti tenga pulito. Ecco, impara a piegare bene i panni, man mano che me li tolgo."

"Devo aiutarvi a toglierli?" chiese con speranza Olaf.

"No, non è necessario. Quando indosso l'armatura sì, devi aiutarmi. Per il resto faccio da solo. Non sono poi così vecchio." disse sorridendo.

Ad Olaf piaceva da morire il sorriso del suo cavaliere: vi sentiva una freschezza, una sincerità, un calore indescrivibili.

Quando furono nudi, Guntar dette una delle sue camicie ad Olaf e ne indossò una lui stesso. Si stesero e Olaf spense il lume.

"Sei solo, m'hai detto, Olaf."

"Sì..."

"I tuoi genitori sono morti?"

"Non li ho mai conosciuti. Mi han trovato in una coperta, accanto al pozzo. Infatti da piccolo mi chiamavano Olaf del pozzo."

"E chi ti ha allevato?"

"Una donna del villaggio che stava ancora allattando il proprio figlio. Ha allevato anche me."

"Allora, è stata come una madre."

"Sì, ma quando il marito le è morto, lei si è risposata e il nuovo marito non voleva figli non suoi per casa, così lei mi ha portato a lavorare in città da un fornaio."

"Ti ha lasciato? Ci sarai rimasto male, immagino."

"No, la capivo. È stata buona con me e poi io ero già grande, avevo quasi quindici anni."

"E come mai poi hai lasciato il fornaio?"

"Ecco... i due figli mi maltrattavano... così ho deciso di andare via e di cercare fortuna altrove..."

"Non hai avuto una vita facile..."

"Non mi lamento, cavaliere..."

"Ma tu vivevi nelle terre del re Oder, vero? Come mai sei venuto qui nelle terre di re Harold?"

"Non avevo un vero motivo. Forse semplicemente volevo venire più a sud, dove le notti d'inverno, ho sentito dire, sono meno lunghe. O forse è perché il fato aveva deciso che dovessi incontrare voi... chissà..."

"Già. E pare che ti abbia incontrato appena in tempo. Quegli uomini, profittare così di un ragazzo indifeso. Avrei dovuto ucciderli tutti e tre come cani."

"Avete già ucciso degli uomini, cavaliere?"

"Non ancora. Forse, se dovesse scoppiare una guerra..."

"Che cosa fa un cavaliere del re?"

"Mette la sua vita al servizio del re."

"Ma praticamente, che cosa fa?" insisté il ragazzo.

"Se il re gli ordina qualcosa, lo fa. Per il resto del tempo, si esercita in modo di essere sempre pronto, corteggia le dame, compone poesie, va a caccia, partecipa ai tornei, fa un po' quello che vuole, insomma. E a differenza dei nobili, non ha responsabilità particolari."

"Ma si nasce cavalieri?"

"Non proprio. Si nasce nobili, ma i figli minori non ereditano il titolo e allora diventano cavalieri. Mio padre era un conte del re, io sono il quarto figlio, così..."

"Solo i nobili possono diventare cavalieri?"

"Normalmente; è raro che il re investa come cavaliere un uomo non di nobili origini. Sì, molto raro. In vita mia credo che non sia mai accaduto. Perché, vorresti diventare cavaliere?"

"Io? No, non ci pensavo neppure. Solo che voi siete il primo cavaliere che incontro e così ero un po' curioso. Per me è già una cosa incredibilmente bella essere il vostro servo."

"Davvero? E perché?"

"Perché... mi avete salvato..."

"Era mio dovere di cavaliere. Il re deve proteggere i deboli e lo fa attraverso i suoi cavalieri. Noi siamo le mani, gli occhi, i piedi del re. E la sua spada."

"Com'è il re?"

"Re Harold? Un re straordinario, il migliore re che si possa desiderare. È saggio, forte, giusto, magnanimo."

"Come si chiama il vostro cavallo?"

"Folgore..."

"È molto bello..."

"Sì, l'ho da quando sono scudiero. Potrei dire che siamo cresciuti assieme. E non si lascia né sellare né montare da nessun altro che me. E obbedisce a tutti e solo ai miei ordini."

"Ma si è lasciato pulire da me..."

"Perché gliel'ho chiesto io, altrimenti non avresti potuto neppure sfiorarlo con un dito..."

"Voi gli parlate?"

"Certo, è come un amico, per me..."

"Posso parlargli anche io?"

"Se vuoi..."

Olaf era contento. Si addormentò dolcemente, sentendo che per lui cominciava una vita nuova, bella, accanto ad un uomo straordinario e bello.

Il giorno seguente andò a pulire Folgore e frattanto gli parlò continuamente, raccontandogli mille cose, carezzandolo di tanto in tanto. L'animale lo seguiva con gli occhi, mite, ascoltandolo. Arrivò il sarto con le nuove livree e la biancheria per Olaf. Questi, fatto un buon bagno, si cambiò e gettò i vecchi abiti. Si presentò a Guntar fiero.

Questi lo guardò con occhi pieni di meraviglia: "Sembri un altro! Sei completamente trasformato. Sai che sei proprio bello! potresti passare per un nobile."

"Via, non prendetemi in giro. Un nobile io? Un montanaro qualsiasi."

"No, non scherzo. Basterebbe tagliarti i capelli come li portano i paggi di corte. Anzi, adesso mi faccio dare un paio di forbici dall'oste e te li taglio."

Guntar lo guardò dopo che gli ebbe tagliato i capelli e disse soddisfatto: "Ora sei davvero perfetto. A corte, saresti il paggio più ammirato di tutti."

"Se fossi un nobile, ma io sono solo un servo." disse sorridendo Olaf.

Guntar non rispose, ma, alzatosi, disse: "Bene, andiamo ad allenarci, ora. Vieni e fai tutto quello che faccio io."

Alla fine Olaf aveva il fiatone, ma era bianco e rosso come una mela ed era felice. Guntar invece era fresco e tranquillo come se non avesse fatto il minimo sforzo.

Lasciarono la locanda e si spostarono lungo la litoranea contornando diversi fiordi, finché Guntar decise di fermarsi di nuovo per alcuni giorni. Ogni giorno si allenavano ed Olaf si rafforzava a poco a poco, con soddisfazione del suo cavaliere. Inoltre gli curava gli abiti e l'armatura che era sempre splendente e in perfetto ordine, e teneva Folgore immacolato e perfetto.

Un giorno Guntar arrivò nella stalla e sentì Olaf che parlava al suo cavallo: "... e allora, ho preso la fionda, l'ho fatta roteare e, con un solo sasso piccolo così, ho colpito l'anatra in volo sulla testa e l'ho fatta precipitare, morta. Così l'ho venduta al mercato ed ho avuto da mangiare per diversi giorni. Nessuno mi batteva, con la fionda, sai? Ero davvero bravo."

"Ah sì? Non mi avevi detto mai di essere un campione con la fionda..." disse il cavaliere sorridendogli.

"Oh... non vi avevo sentito arrivare..."

"Lo racconti a Folgore perché pensi che lui creda a tutto?" chiese Guntar con l'aria di prenderlo in giro.

"No, ero davvero bravo..."

"Bene, perché non mi fai vedere, allora?"

"Non ho una fionda, ora..."

"Non te la sapresti costruire?"

"Se avessi del buon cuoio... certo..."

"Bene, andiamo a cercare del buon cuoio, allora. Voglio proprio vedere la tua bravura..."

Guntar lo portò dal sellaio e disse a Olaf di scegliere il miglior pezzo di cuoio che trovasse. Il ragazzo ne saggiò con le mani diverse qualità, ma sembrava incontentabile. Lo voleva più fine, o più spesso, o più rigido, o più morbido... Guntar sorrideva pensando che fossero tutte scuse per non farsi mettere alla prova.

Ma ad un tratto Olaf, manipolando un pezzo di cuoio, disse trionfante: "Ecco, questo è perfetto."

"È il cuoio migliore che abbiamo..." disse il sellaio, "è conciato con le radici, con l'antico sistema..."

"Bene, lo compero." disse Guntar. Poi chiese una lesina e la porse a Olaf: "Allora, tagliati la fionda, ragazzo."

"Un cuoio così prezioso per una fionda, cavaliere?" chiese il sellaio quasi inorridito da tanto sacrilegio.

"Certo e vediamo che fionda ne farà il nostro Olaf."

Il ragazzo studiò a lungo il pezzo di cuoio, poi lo tagliò con pochi gesti rapidi e precisi, ricavandone tre fionde di diversa grandezza.

Le saggiò e disse soddisfatto: "Ecco, con queste posso colpire tutto quello che volete, cavaliere."

"Bene, riusciresti a colpire la pietra più piccola in cima a quel comignolo?" disse il giovanotto indicando il tetto della casa al di là della piazzuola.

"È facile, è un bersaglio fermo. Basta che trovi la pietra adatta, cavaliere." disse sicuro di sé il ragazzo e si mise a cercare in terra. "Andrebbero meglio le pietre di fiume, ma... ecco, questa può andare bene..."

La pose nella fionda più piccola, la impugnò ed iniziò a farla roteare velocemente, guardando attentamente il bersaglio. Di colpo lasciò andare un capo della fionda. La pietra fischiò nell'aria e colpì il bersaglio con un secco schiocco, rimbalzando via.

"Bravo. Un colpo perfetto!" disse il giovanotto sinceramente ammirato.

Ma Olaf non sembrò ascoltarlo. Si chinò, raccolse una pietra e prese la fionda media, la caricò ed iniziò a farla roteare veloce.

"Che vuoi colpire?" chiese Guntar incuriosito.

"Quell'uccello, lassù, che viene verso noi..." disse il ragazzo con gli occhi fissi sul bersaglio in volo. Guntar seguì la direzione del suo sguardo e vide un piccolo arco nero sfrecciare veloce nel cielo azzurro.

"Un rondone. Non ci riuscirai mai."

La fionda scattò, la pietra fischiò allontanandosi veloce scomparendo dalla vista e il piccolo arco nero spezzò il suo volo precipitando verso terra.

Guntar guardava a bocca aperta: "Ragazzo, quelle fionde nelle tue mani sono armi micidiali. Sapresti colpire una freccia in volo?"

"Non ci ho mai provato, cavaliere... forse dovrei allenarmi prima di riuscirci... Non ne ho idea..."

"Sì, credo davvero che dovrai allenarti, ragazzo mio... E in guerra ti vorrò sempre al mio fianco e mi sentirò più sicuro che se avessi dieci compagni..."

Una seconda cosa che fece stupire Guntar fu di nuovo una volta che trovò Olaf intento a strigliare Folgore.

Il ragazzo disse al cavallo: "Se ti metti giù, riesco a strigliarti meglio la schiena e a farti più bello..." e Folgore si abbassò. Olaf lo strigliò con cura continuando a parlargli di mille cose, poi gli disse: "Ecco fatto, adesso alzati che ti striglio i fianchi e le zampe... bravo, così..." e Folgore si alzò e strofinò il muso sulla spalla del ragazzo.

Guntar guardava allibito: il suo cavallo obbediva docile docile a tutto ciò che il ragazzo gli diceva di fare! Allora, tornato sulla porta della locanda, chiamò Olaf.

"Eccomi, cavaliere." rispose il ragazzo arrivando di corsa.

Lo fece entrare all'interno e gli disse "Olaf, finisci di strigliare Folgore, poi sellalo, montalo e portalo a fare un giro. Oggi io non mi sento."

"Ma... cavaliere... Folgore non si farà certo sellare o montare da me, lo sapete bene. E poi, io non ho mai montato un cavallo, non saprei guidarlo." rispose il ragazzo stupito.

"Beh, vedi di arrangiarti. E di obbedirmi." disse Guntar facendo un'espressione seria e lasciò il ragazzo interdetto, quindi salì nella camera. Aveva dato l'ordine ad Olaf in modo di esser sicuro che Folgore non li avesse uditi.

Il ragazzo tornò nella stalla e, mentre finiva di strigliare Folgore, gli disse: "Ascolta, il tuo padrone mi ha ordinato di sellarti e poi di montarti e di portarti a fare la passeggiata. Io lo so che tu non permetti a nessuno di farlo, ma io devo obbedire al tuo padrone... Perciò, abbi pazienza, Folgore. Sai che non ti sto dicendo una bugia... Ecco, adesso sei bello splendente. Prendo la sella... stai buono, ti prego, o il padrone si arrabbierà con me..."

Folgore dette una piccola spinta al ragazzo col muso, quasi incoraggiandolo, in direzione della sella.

"D'accordo, allora?" disse Olaf sorridendo e carezzandogli il muso mentre prendeva la sella.

Guntar, dopo poco, dalla finestra della stanza, vide il ragazzo uscire dalla stalla, seduto in sella a Folgore, senza tenere le redini, che diceva al cavallo: "... vai a sinistra, ora ed esci dal cancello..." Allora scese e si accostò ai due.

Carezzò il muso di Folgore e disse: "Bravo, Folgore. Ti piace Olaf, vero?" Il cavallo nitrì in risposta. "Allora, dovremo insegnargli come si va a cavallo, no?" Il cavallo nitrì di nuovo e sembrò annuire muovendo su e giù il muso più volte.


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