"Sì, lo desidero davvero. E desidero anche un'altra cosa."
"Dite."
"Che tu smetta di darmi del voi, che tu mi dia del tu e mi chiami Guntar, come si conviene fra due pari."
"Questo... voi siete un cavaliere, io non lo sarò mai. Mi state chiedendo troppo. Anche gli altri, che diranno?"
"Allora vuol dire che ti darò del voi anche io."
"Sarebbe ridicolo..." disse Olaf scuotendo la testa divertito all'idea.
"Allora, se non vuoi rendermi ridicolo, mi darai del tu..."
"Non mi sarà facile, ma se me lo chiedete voi ci proverò. Ma tutto questo non è necessario, per me."
"Lo è per me. Lo desidero. E desidero che oggi tu mi faccia tuo." disse Guntar stendendosi sulla schiena ed offrendosi ad Olaf.
Questi era emozionato. Vedere l'uomo che amava, quel corpo ai suoi occhi meraviglioso offrirglisi così, lo emozionò profondamente e gli si inginocchiò davanti tremando.
Lo carezzò quasi con timidezza, ma eccitato, e con voce bassa, chiese ancora: "Mi volete davvero in voi?"
"Sì, prendimi, fammi tuo e mi farai felice."
Olaf gli si addossò e Guntar lo guidò in sé: "Oh, prendimi, amore..."
"Sì..." disse il ragazzo iniziando a premere fremendo.
"Fammi tuo..."
"Eccomi..." mormorò Olaf sentendo l'altro iniziare a schiudersi a lui.
"Oh, sì... spingi più forte..."
"Siete stretto..."
"Sono dieci anni che nessuno entra più in me... Aaah, così, sì... Ti piace, amore?"
"Sì... è bello... aaah... sto entrando... ooh, che bello... oh, Guntar... ooooh..." gemette Olaf mentre affondava nel canale stretto e caldo, aderente al suo membro come un guanto sulla mano che per la prima volta l'indossa.
Il ragazzo provava un piacere intenso, amplificato dall'espressione di gioia che si stava dipingendo sul volto del suo amante. Non entrava con facilità, doveva spingere con una certa forza per vincere la naturale resistenza della porta da anni inviolata, ma Guntar evidentemente desiderava quell'invasione, la voleva e questo dava al ragazzo l'energia necessaria per spingersi fino in fondo nello stretto passaggio che l'altro gli offriva.
"Spingi, amore... più forte... fammi sentire che ti piace prendermi, che mi vuoi... fammi tuo, finalmente..." l'incitava il giovanotto con passione.
"Sì... ti voglio... oh Guntar... oooh... mi senti?"
"Sì... sei maschio, sei forte... oh che bello... dai, prendimi... cavalcami... possiedimi, amore..."
Olaf gli arrivò fino in fondo, e allora iniziò a martellare in quel sedere caldo e sodo che gli si offriva con tanto desiderio.
"Oh, sì, così... che bello... Olaf, amore... così, dai... più forte... dai... dai..." gemeva Guntar scuotendo la testa in preda ad un piacere folle, sfregando con i polpastrelli i pettorali tesi del suo ragazzo che lo stava prendendo con dolce vigore. "Oh, Olaf, dimmi che sono tuo... dimmi che mi ami..."
"Sì, sei mio, sei il mio magnifico uomo che adoro..."
"Ti piace starmi dentro?"
"Sì, è bellissimo... ma poi... poi ti voglio in me."
"Certo, amore... oh che bello sentirti dentro di me..."
"Sei bello, Guntar."
"Anche tu, amato mio."
"Oooh, Guntar... ven... vengooo... oooh..." gemette il ragazzo dandogli colpi forti e decisi, e si scaricò nell'amante con una specie di gioia selvaggia che gli trasfigurava il volto.
Il giovanotto accompagnava i colpi del suo amante con spinte forti e tendendo i muscoli in modo che il suo sfintere si stringesse attorno all'asta, fremente per l'orgasmo intenso che stava sperimentando.
"Oh, Guntar... che bello... A te è piaciuto?"
"Moltissimo."
"Ti piace più farmi tuo o essere mio?"
"Tutt'e due. Ora mi sento più completo. Ora siamo davvero uguali, io e tu, davvero una cosa sola, tu in me e io in te."
"Prendimi, ora. Anch'io ti voglio sentire in me."
"Sì, amore, certo, ora tocca a me farti mio." disse pieno di desiderio il giovanotto.
Si scambiarono posizione e Guntar penetrò nel ragazzo che lo accolse con un ampio sorriso soddisfatto e luminoso: "Oh eccoti in me, finalmente. Oooh, che bello."
"Sono tuo e tu sei mio!" mormorò il giovanotto prendendo il suo ragazzo con appassionato vigore misto a dolce tenerezza.
E anche Guntar donò il suo seme all'amato in un delirio di piacere e di godimento. Giacquero ansanti e felici, abbracciati, carezzandosi e baciandosi mentre il battito dei loro cuori tornava al ritmo normale.
"Mi piaci troppo, Olaf. Ormai non potrei più vivere senza te. Non mi lascerai mai, vero?"
"No, certo. Come potrei?"
"Qualunque cosa succeda?"
"Qualunque cosa succeda. Ma come potrò chiamarti per nome e darti del tu davanti agli altri? Che cosa penseranno?"
"Non è poi così raro che scudiero e cavaliere diventino amici inseparabili."
"Ma non un nobile come te e un montanaro come me. Io non potrò mai essere cavaliere, lo sai."
"Non è detto, ma... egoisticamente è meglio così. Se tu diventassi cavaliere, non potremmo più dormire ogni giorno nello stesso letto, fare l'amore così ogni volta che ne proviamo il desiderio e che le condizioni ce lo permettono."
"È vero... sì... e anche io non voglio più essere separato da te, ormai. Ti amo, Guntar. Sono gli dei che ti hanno messo sulla mia strada, quel giorno."
"Il dio Niel, forse, lui che ha amato un ragazzo."
"Ma non quanto ci amiamo noi: poi l'ha lasciato, chissà perché? Se lo avesse amato davvero..."
"Gli dei sono insondabili: forse una notte di un dio corrisponde ad una vita di un uomo o a più vite."
"Chissà perché gli dei non vengono più fra gli uomini come nell'età d'oro? O forse siamo noi uomini a non saper più riconoscere la loro presenza fra di noi? Tu... non sarai mica un dio, per caso?" chiese Olaf e Guntar capì che il ragazzo non stava affatto scherzando, ma gli stava dicendo, con queste parole, quanto lo amasse.
Tornarono a casa, felici per la nuova intimità raggiunta, chiacchierando allegramente per via, sui loro cavalli. Appena arrivati un servo andò loro incontro ed avvertì Guntar che c'era un messo del re che lo attendeva. Sceso da cavallo, senza cambiarsi, Guntar andò ad incontrare il messo. Questi gli portava un ordine del re: doveva subito presentarsi a corte per prendere il comando delle guardie del castello. Era un grande onore che dimostrava quanto il re tenesse in stima Guntar.
Questi andò ad avvertire Olaf: "Prepariamoci in fretta, il re mi aspetta. Prendiamo tutto il necessario per vivere a corte. Non torneremo qui per chissà quanto. Forse bisognerà caricare un paio di asini, che pensi?"
"Ma a corte... potremo continuare a stare assieme?" chiese preoccupato il ragazzo.
"Certo, sei il mio scudiero: dormirai con me come sempre."
Partirono, salutati dalla famiglia di Guntar che volle che questi portasse con sé anche un giovane servo. La piccola carovana si avviò. Passarono città e paesi, fermandosi a dormire in castelli e locande, finché giunsero al castello del re. Il maggiordomo assegnò le stanze a Guntar, per sé e i suoi uomini; questi, dopo essersi cambiato, andò a presentarsi al re, accompagnato da Olaf.
Il re gli affidò ufficialmente l'incarico di sovrintendere alla guardia scelta che manteneva la sicurezza all'interno del castello quindi lo presentò agli altri nobili e cavalieri che avevano incarichi a corte. Così Guntar iniziò il suo nuovo compito.
Per prima cosa volle conoscere tutti i suoi uomini, vedere come erano organizzati per svolgere il loro compito. Chi l'aveva preceduto aveva svolto un buon lavoro, per cui Guntar non vide la necessità di fare cambiamenti, con soddisfazione degli uomini. L'unica cosa che chiese, fu un intenso allenamento sul campo d'armi nello spiazzo posteriore del castello. Allenamento al confronto fisico, con e senza armi, e puro esercizio fisico di forza, abilità e resistenza. Allenamento a cui si sottoponeva regolarmente egli stesso assieme ad Olaf. A Guntar erano state assegnate tre stanze confinanti con le stanze della guardia: in una c'era il letto per lui con al fondo quello per lo scudiero, in un'altra stanza il lettino del servo ed i guardaroba; queste due stanze davano nella terza, che era la stanza in cui avrebbe mangiato e ricevuto. Questa dava da una parte nel corridoio interno che portava agli appartamenti del re e dall'altra nella sala d'armi della guardia, su cui si affacciavano anche le stanze in cui dormivano le guardie, in gruppi di sei.
Compito della guardia era presidiare tutte le porte interne del castello, e formare la scorta del re, della regina e del principe ereditario quando uscivano dal castello. Per questo la guardia era organizzata in tre turni, ognuno comandato da un capoturno che era direttamente agli ordini di Guntar. La guardia era scelta fra i migliori e più prestanti soldati sui venti anni. Dopo cinque anni di servizio, passavano alla cosiddetta guardia esterna, che controllava gli spalti del castello e le porte esterne, i migliori con gradi di comando. La guardia interna, a differenza della guardia esterna, non poteva sposarsi, così il vecchio comandante spiegò a Guntar, quando gli dette le consegne, che se nelle camerate accadeva qualcosa fra quei giovani soldati nel fiore dell'età e delle energie sessuali, si faceva finta di non vedere. Guntar presto si accorse che accadeva piuttosto regolarmente, e che anzi si erano formate parecchie coppie quasi fisse. Senza dir nulla ne tenne conto nella stesura dei turni e gli uomini ne furono molto contenti.
Guntar e Olaf continuavano a fare l'amore, quando erano soli nella loro camera, prendendosi a vicenda con immutata passione e crescente amore. Solo, non potevano più farlo all'aperto, di giorno. Spesso Guntar, con Olaf e un gruppo di guardie, accompagnavano il re ed il principe ereditario a caccia nei boschi che si stendevano alle spalle del castello.
Ogni giorno si allenavano nel campo d'armi fra il castello e la prima cinta di mura. Guntar propose ad Olaf di provare ad intercettare con la sua fionda le frecce che egli lanciava verso un bersaglio. I primi giorni sembrava che non fosse possibile, ma Olaf volle insistere, allenarsi e finalmente riuscì a colpire la prima freccia in volo. A poco a poco raffinò la tecnica e dopo alcuni mesi giunse ad intercettare quasi tutte le frecce lanciate dal compagno.
Assieme ai soldati si allenavano anche alla spada, alla lotta corpo a corpo, alla corsa, al salto e all'uso di varie armi.
A volte partecipavano alle feste di corte. Ad Olaf piaceva il principe Bjorn, un adolescente ormai sui diciassette anni, forte, deciso, fiero.
Guntar un giorno disse ad Olaf: "Direi quasi che vi assomigliate, tu e il principe, in qualche modo. Specialmente le labbra."
"Ma via! Lui ha i capelli mossi, io li ho lisci, lui ha occhi diversi, forma del viso diversa. Lui è più bello di me..."
"No, assolutamente. Tu sei più bello del principe."
"Dici così solo perché sei innamorato di me."
"No no. Se solo tu indossassi gli abiti del principe e lui quelli di uno scudiero, nessuno lo troverebbe strano. Tu hai un che di nobile nel tuo aspetto, nel tuo modo di muoverti."
"Ma va! Io sono sempre il solito ragazzo nato in montagna. Non potrei mai passare per un principe, io."
"Mica è vero. Sei molto cambiato da quando ci siamo incontrati. Ora cavalchi e maneggi la spada come un vero cavaliere, sai inchinarti e dire cose gentili come un nobile."
"Ma non sarò mai né nobile né cavaliere. Mica che mi dispiace. Sto bene così, almeno finché sto accanto a te. Non invidio affatto il principe Bjorn."
"Sarai solo un montanaro, Olaf, come dici tu, ma io ti amo moltissimo e non ti cambierei mai nemmeno con il principe. Non rinuncerò mai a te."
"Lo spero bene." gli rispose con dolcezza il ragazzo.
"Più cresci, più sei uomo e più sei bello. Ho notato come ti guardano le damigelle qui a corte. Fai gola a più d'una."
"Mi dispiace per loro. E poi, anche tu... mi sa che parecchie vorrebbero sposarti."
"Ma io non mi sposerò mai. Ho te."
"Neanche se te lo ordinasse il re?"
"Piuttosto rinuncerei ad essere cavaliere. Non potrei obbedirgli, in questa cosa."
"Gli hai giurato fedeltà ed obbedienza..."
"Sì: darò la vita per il mio re, ma non la mia fedeltà a te. Viene prima di ogni altra cosa."
"Se ti sentisse potrebbe fartene pentire." gli disse Olaf, fiero però per quelle parole che il suo amante gli stava dicendo pieno di amore.
Erano a corte da poco più di un anno. Guntar si stava allenando con Olaf nel campo d'armi in un pomeriggio assolato di prima estate. Stavano lottando con i bastoni di legno. Faceva molto caldo, così, prima Guntar poi Olaf, si misero a torso nudo e proseguirono nel loro intenso allenamento.
Ad una finestra del castello, dagli appartamenti reali, re Harold stava guardando compiaciuto i due forti giovani affrontarsi. Era una scena gradevole, piena di forza, di energia ma anche di eleganza. Al re piaceva il suo capo delle guardie. Ed anche il giovane e vigoroso scudiero di questi.
Li stava ammirando e pensò di scendere per osservarli più da vicino. Accompagnato dai quattro soldati di scorta, il re arrivò ai bordi del campo d'armi e sedette su una pietra all'ombra a guardarli. Lo scudiero aveva sollevato il suo bastone con entrambe le braccia e stava per calare un fendente sul cavaliere che reagì pronto con un colpo da destra a sinistra. Olaf si girò su un fianco per schivare agile il colpo ed il re emise un suono strozzato: sul fianco del giovane aveva visto i tre segni rossi, paralleli, all'altezza del petto, inconfondibili. Dominandosi a stento, immobile, ora i suoi occhi erano fissi su quel punto che a volte veniva celato dalle braccia in movimento. Sì, non c'era dubbio, quei tre segni...
Il re, teso, col cuore che gli batteva forte, fece cenno ad una delle guardie: "Sali negli appartamenti della regina e dille che venga subito qui da me. Subito. Non perdere tempo!" ordinò.
La guardia s'inchinò e corse nel castello. Dopo pochi minuti dalla porticina uscì la regina accompagnata da due dame e da due soldati.
Si accostò al marito con un sorriso e s'inchinò lieve: "Mi hai fatto chiamare, sposo mio?"
"Gertrud... sì... Allontanatevi, voi!" disse alle dame ed alle guardie. Poi, quando fu solo con la regina, le disse: "Voglio che tu guardi attentamente quel ragazzo, lo scudiero del cavaliere Guntar. Guarda il suo fianco sinistro, all'altezza della mammella e dimmi che cosa vedi..."
"Il ragazzo? Che cosa... Oh! Oh quei segni! Non è possibile che... Sono i segni..." disse la regina d'un tratto impallidendo.
"Sì, identici... Non può essere una coincidenza, non credi?"
"Oh Harold... io lo sapevo che non era morto..."
"Aspetta, dobbiamo essere sicuri... Fai cercare la levatrice... poi chiameremo il ragazzo e gli faremo delle domande per capire se davvero..."
"Oh, io ne sono certa, è lui! È ancora vivo... Ed è qui da mesi e mesi... è lui, lo sento... E guarda quant'è bello!"
"Credo anche io, ma... Non precipitiamo le cose... Vai, ora, fai cercare la levatrice e fammi chiamare quando ci sarà. Nella mia stanza del sigillo... ci troveremo lì... Non dire nulla a nessuno, per ora. Ma sì... deve essere lui, Niels, anche se ora lo chiamano con un altro nome... Ti assomiglia, come possiamo non essercene accorti prima? Ha i tuoi occhi, i tuoi capelli..."
"E le tue labbra, il tuo naso... Siano benedetti gli dei... Vado... facciamo in fretta..." disse la regina facendo un cenno alle sue dame e tornò rapida nel castello.
Re Harold restò a guardare i due allenarsi alla lotta e frattanto ammirava il ragazzo, suo figlio. Ed era sempre più certo che fosse proprio lui... dopo venti anni!
Una dama si accostò al re e gli sussurrò qualcosa. Re Harold annuì. Si alzò ed andò verso i due che, vistolo avvicinarsi, smisero l'allenamento e si inchinarono.
"Mi spiace disturbarvi ma il ragazzo dovrebbe venire con me, ora." disse con un sorriso il re.
"Maestà, mi rivesto e..." accennò Olaf.
"No, così, vieni così. Subito." disse il re.
Olaf guardò stupito Guntar che annuì appena, chiedendosi che cosa volesse dire quella strana, improvvisa convocazione.
"Devo venire anche io, Sire?" chiese Guntar allora.
"No, Guntar. Tu aspetta nelle tue stanze, forse avrò bisogno anche di te, dopo..."
Olaf seguì il re, leggermente imbarazzato per non essersi potuto rivestire e chiedendosi perché il re, per la prima volta, volesse proprio lui... Il re lo portò nella stanza del sigillo, nella torre ovest. Fece fermare la guardia fuori della porta ed entrò. Dentro la stanza c'era solamente la regina ed una donna anziana, lievemente formosa, con gli abiti dei servi.
Il re sedette al tavolo, accanto alla regina: "Ragazzo mio, qual è il tuo nome?"
"Olaf, Maestà."
"Dove sei nato?"
"In un villaggio di montagna nel regno di re Oder, non lontano dal confine col vostro regno, Maestà."
"Quanti anni hai?"
"Venti compiuti, Maestà..."
"Chi sono i tuoi genitori?"
"Non li ho conosciuti. Mi trovarono avvolto in una coperta accanto al pozzo del villaggio. Sembra che mi ci avesse abbandonato un gruppo di banditi, almeno, così diceva la donna che mi allevò."
"Banditi? Già... Ti spiace sollevare il braccio sinistro e far vedere qui a questa donna il tuo fianco?" disse con dolcezza la regina guardandolo con un sorriso.
Olaf, stupito, fece quanto richiesto
La donna guardò ed impallidì lanciando un grido strozzato: "Per tutti gli dei!"
"È quello il segno, vero?"
"Senza dubbio, maestà. Senza alcun dubbio. Tre segni così, perfettamente dritti, paralleli, su quel punto."
Olaf guardava confuso, senza capire.
Allora il re gli chiese: "Puoi spiegarmi come ti sei fatto quei tre segni?"
"Credo di averli sempre avuti, Maestà, da quando mi ricordo. Forse ci sono nato, non saprei."
"No, non ci sei nato, ma ti sono stati fatti mentre nascevi, da questa donna. Un errore, forse, ma benedetto."
"Lei? Quando io sono nato? Non capisco."
"Fagli vedere il forcipe." disse il re all'ex ostetrica.
La donna tirò fuori da un panno un ferro simile ad una grande pinza ricurva che da una parte aveva come una paletta con tre profonde scanalature: "Ecco, vedete, con questo, per aiutarvi a nascere: non volevate venir fuori dalla pancia della vostra madre e così io ho dovuto afferrarvi con questo, ma forse ho stretto troppo forte e perciò vi ho lasciato questo segno. Proprio là, dove l'avete." disse la donna con le lagrime agli occhi.
"Voi mi avete fatto nascere? Voi allora sapete chi è mia madre, mio padre? Oh, vi scongiuro, ditemelo!" disse Olaf pieno di commozione a quella notizia.
La donna guardò verso il re e la regina. Questi si alzarono e si accostarono al ragazzo.
Il re gli disse: "Il tuo vero nome non è Olaf, ma Niels. Questa è tua madre ed io sono tuo padre!"
Il ragazzo spalancò gli occhi ed impallidì: "Io... voi maestà... Com'è possibile?" mormorò il ragazzo completamente confuso.
"Proprio non lontano dal confine con le terre di re Oder dei banditi assalirono il corteo della regina e ti rapirono. Credevamo che ti avessero rapito per chiedere un riscatto, ma non sapemmo mai più nulla di te. E sei certamente tu: corrisponde il segno, l'età, il posto in cui tu fosti rapito e poi abbandonato. Tu sei certamente il nostro primogenito Niels. Gli dei ti hanno restituito alla tua famiglia, ragazzo mio, figlio mio!" disse commosso il re.
Allora la regina prese fra le braccia il ragazzo, mormorandogli dolce: "Figlio mio, Niels, figlio mio."
Niels non sapeva che fare, che dire. Era tutto così confuso, nella sua testa. Lui il principe ereditario? Lui il figlio di quel re e di quella regina?
Parlarono, ed a poco a poco il ragazzo si convinse.
Ma alla fine disse: "Io, se permettete, vorrei parlare con Guntar, il mio cavaliere. Lui si è preso cura di me in questi ultimi anni, mi ha soccorso nel pericolo, mi ha salvato, mi ha insegnato tutto ciò che so."
"Sì, certamente, dopo. Ora ti farò portare abiti degni del tuo stato, poi... poi daremo una grande festa e ti presenteremo a tutta la nobiltà del regno: il vero principe ereditario, che non era morto, ma è di nuovo con noi. E farò preparare le tue nuove stanze e ti assegnerò servi e guardie... E..."
"Perdonatemi, maestà, ma..."
"No, non maestà: padre devi chiamarmi..."
"Sì, padre... vorrei vedere subito Guntar, però. Subito..."
"Va bene, lo farò chiamare. E frattanto io e tua madre prepareremo tutto per la tua nuova vita. Puoi attenderlo qui..."
Niels restò solo, sedette guardandosi attorno ancora sbalordito, confuso, emozionato. Lui era il principe ereditario! Ma lui non voleva perdere Guntar. Doveva parlargli, poi mettere in chiaro le cose: se volevano che lui riprendesse il suo posto a corte, dovevano non ostacolare la sua relazione con Guntar, o piuttosto avrebbe rinunciato a tutto. Sì, era deciso.
Non passò molto tempo che Guntar bussò alla porta della stanza del sigillo. "Avanti!" disse Niels.
"Oh, sei qui? Sei solo?"
"Sì, per poco. Che cosa ti han detto?"
"Di venire subito qui, niente altro. Ma che cosa è successo? Hai una faccia strana. C'è qualche problema, forse?"
"Sì, Guntar, uno solo, ma grandissimo: io sono... io non mi chiamo Olaf, ma Niels... io sono... come dirtelo?"
"Niels? Il primogenito scomparso del re... Oh grandi dei! Vuoi dire che tu... Che il re... Per questo... Non stai scherzando, vero? Tu sei il principe Niels?"
"Così pare..." disse il ragazzo e raccontò a Guntar tutto quello che gli avevano detto l'ostetrica, la regina ed il re. Poi concluse: "Ma io... a me non importa. Loro vogliono che io riprenda il mio posto, e per me va bene, anche se mi fa un po' paura, ma lo riprenderò solo se non sarò separato da te. Perciò avevo intenzione di dire al re che noi siamo amanti e che io non ti voglio perdere..."
"Se tu sei il principe... Dovrò darvi del voi... e poi, io sono solo un cavaliere e..."
"No, prima di tutto siamo amanti, no? Non vorrai mica tirarti indietro adesso? Tu m'avevi chiesto di darti del tu e di prenderti... Io l'ho fatto, perché ci amiamo. Ora tocca a me chiederti di restare con me, di continuare ad essere il mio amante. Abbiamo giurato che nulla e nessuno ci avrebbe divisi. Bene, neppure questo ci dividerà. Piuttosto io rinuncio a tutto e vengo via dal castello con te. Non vorrai essere tu ad abbandonarmi, ora?"
"No, io ti amo, montanaro o principe che tu sia. Olaf o Niels, sei sempre tu, il mio ragazzo, il mio amato!"
"E tu il mio uomo. Specialmente ora avrò terribilmente bisogno di te. Mi fa un po' paura, questo cambiamento. Chiamare il re padre, la regina madre, e fratello il principe Bjorn. Dovrai starmi molto vicino. Più che mai."
"Sì, te lo giuro, non ti lascerò mai. Sono tuo, come prima. Tutto quello che vorrai, io lo farò. Ti amo, Ol... Niels!"
"Bene, allora ora parlerò al re, a mio padre. E gli porrò le mie condizioni. Tu resta accanto a me, mentre gli parlerò. Mi darà forza il solo guardarti, in questo momento incredibile."
Stavano ancora parlando quando tornò il re.
Allora Niels gli disse, in tono rispettoso ma con voce sicura: "Prima di potervi chiamare padre, riprendendo il posto che dite mi compete, dovrei dirvi alcune cose, Maestà..."
"Dimmi." rispose con espressione lieta re Harold.
"Questi quasi venti anni in cui ho vissuto come un qualsiasi montanaro, prima, e infine come servo e poi scudiero del cavaliere Guntar, non potranno essere cancellati..."
"Oh, vedrai che ti riabituerai al tuo rango ed al tuo ruolo. Noi tutti ti aiuteremo per questo. E un giorno tu sarai re e questa tua esperienza ti sarà anzi utile per essere un re giusto verso i deboli ed i poveri..."
"Ecco, maestà, voi dite che un giorno sarò re. Ma io, vedete, io amo il cavaliere Guntar, voglio dire che siamo proprio amanti, io e lui. E non ho nessuna intenzione di separarmi da lui, di rinunciare a lui in cambio di un trono. Piuttosto rinuncio al trono. Lui è il mio uomo e io sono suo, e ci siamo giurati eterno amore. Non romperò questo giuramento per nulla al mondo."
Re Harold sorrise: "Questo era scritto nel tuo destino, figlio mio. Quando tu nascesti, ti dedicammo al dio Niel, per questo il tuo nome è Niels. E chi è dedicato al dio Niel, è destinato a non unirsi ad una donna se non attirando su sé e su lei grandi sciagure. Perciò, potrai certamente restare unito al tuo Guntar, che d'altronde stimo e rispetto molto. Non è affatto un problema, questo..."
"Ma un re, non deve dare un erede al trono? Non deve avere una regina accanto per le pubbliche cerimonie?" chiese ancora incerto Niels, anche se sollevato da quelle parole.
"Solitamente è così, ma non necessariamente. Potrai adottare un figlio ed erede, oppure potrai prendere accanto a te una regina che sia ufficialmente tua moglie e la madre dei tuoi figli, anche se... beh, nelle corti si possono creare le più diverse condizioni... Basta che lei abbia un amante discreto e di tuo gradimento, ad esempio. O ancora, puoi un giorno adottare come erede il figlio di tuo fratello. Le soluzioni si troveranno..."
"Ma non sarebbe più semplice se restasse erede al trono il principe Bjorn?" chiese allora Niels.
"No, sei tu il primogenito e tu sei il legittimo successore al trono di questo regno. D'altronde, anche se tutti considerano Bjorn il principe ereditario, ancora non ha ricevuto l'investitura."
"Bene, ma, prima di dare a me quest'investitura, non sarebbe meglio che vediate di che pasta sono fatto... e decidiate poi in conseguenza. Anche se sono il primogenito, non è detto che per questo sia io il migliore vostro erede..."
"Come vuoi. Ma già da queste tue parole, sono convinto della tua nobiltà d'animo. E riguardo a Guntar, lui ti ha riportato a me, non sarò certo io a toglierti a lui. Chiarite queste cose, sei pronto ora a riprendere il tuo posto a corte, Niels?"
"Sì, accetto, padre mio." disse il ragazzo con semplicità.
"Allora per prima cosa vieni, che ti mostro le tue stanze. E tua madre penserà a farti fare un adeguato guardaroba. E dovrai anche scegliere i servi che cureranno la tua persona e le tue stanze. E imparare le usanze di corte, il cerimoniale." disse re Harold uscendo dalla stanza, seguito da Niels e da Guntar.
Niels fu presentato ufficialmente a corte con una festa sfarzosa. Tutti sembravano felici per il ritrovamento del principe Niels, anche il fratello Bjorn.
Terminati i festeggiamenti, per Niels iniziò un periodo estremamente intenso, con vere e proprie lezioni, prove... ma nel contempo continuava ad allenarsi con Guntar nelle arti militari.
Guntar aveva ora una stanza accanto a quella di Niels, ma in realtà passava tutte le sue notti nel letto del principe, e nulla era cambiato fra i due.