Gilbert è il classico ragazzo sbandato. Da quando il padre l'ha sorpreso a letto con un compagno di scuola, tre anni prima, a diciassette anni, e l'ha cacciato di casa, vive di furti e di marchette. Ma non va mai a rubare a casa dei suoi clienti: quello è un suo punto di onore.
È abile, agile: si infila di notte in case vuote, le passa meticolosamente al setaccio, trova spesso i nascondigli di ori e denaro (non gli interessa altro), ed esce indisturbato. Non lascia tracce, impronte, niente. Sa riconoscere i sistemi di allarme ed evitare quegli appartamenti, non ha mai avuto noie.
È anche in buoni rapporti con le altre marchette che battono come lui dietro alla Foire. Pur senza essere veramente amico di nessuno, tratta con simpatia tutti i colleghi e anzi, poiché è abbastanza selettivo riguardo ai clienti, spesso li dirotta ad uno o a un altro dei colleghi, specialmente quelli che sa che hanno più bisogno di soldi.
Vive discretamente bene, ha un appartamentino sotto i tetti alla Croix Rousse. Non vi porta mai i suoi clienti, ci tiene alla sua privacy e non vuole rischiare di trovarseli magari allupati dietro alla porta di casa.
Per i vicini è un rispettabile operaio che lavora nel turno di notte. È simpatico, lo trattano con cortesia. Apprezzano che quel ragazzo non si porti mai in casa ragazze, non dia party, non ascolti lo stereo a tutto volume. E saluti sempre con un bel sorriso quando li incrocia per le scale.
Gilbert, stanotte, ha deciso di penetrare in un alloggio del centro: le notti precedenti, mentre batteva, ha notato che le luci sono sempre spente. Ha provato a suonare ma nessuno risponde. Così, messi nella borsa i grimaldelli, i guanti di sottile cotone, indossati jeans, scarpe da tennis e camicia neri, si reca al lavoro.
Le undici di sera è l'ora ideale. Le finestre sono sempre buie, al campanello non risponde nessuno. Il portoncino sulla via s'apre senza alcun problema, col semplice metodo della carta di credito. S'infila su per le scale, silenzioso come un gatto. Ecco la porta dell'appartamento. Origlia alle due porte vicine: tutto tace. Si infila i guanti, s'accosta alla porta ed armeggia sulla serratura. Non riesce subito, fatica un po', ma finalmente cede, gira, quattro lievi scatti ed è aperta. La seconda serratura è più facile, la apre quasi subito, due giri, poi la molla: la porta si apre senza rumore.
Scivola dentro, la richiude silenziosamente alle proprie spalle. Prende la lampada schermata ed inizia ad esplorare. Conosce tutti i nascondigli classici, li passa in rassegna uno dopo l'altro ed ecco i primi frutti della sua ricerca finire nella borsa da lavoro.
In soggiorno, ritratti con foto: una coppia anziana, un giovane sui diciannove anni: bello da morire! Quello se lo farebbe, pensa posando il ritratto. Ci ripensa e decide di prendere la foto e lascia la cornice d'argento. La camera da letto dei genitori gli frutta un po' di gioielli. Poi la camera del figlio. Fruga, non spera di trovare granché, magari solo qualche soldo.
E nota un possibile nascondiglio: riesce ad aprirlo e la debole luce della sua lampada illumina riviste gay, foto spinte, anche con il ragazzo della foto che ha preso in soggiorno. Cazzo! Quel ragazzo è gay come lui! Bello come il sole e gay. Gilbert si eccita. Rimette tutto a posto accuratamente, sta per richiudere il nascondiglio in modo che i genitori del ragazzo non possano individuarlo, quando gli viene un'idea: prende dalla scrivania del ragazzo un foglietto, una penna e, in stampatello, scrive: "Mi piaci da morire. Mi piacerebbe fare l'amore con te. Ho rubato solo la tua foto in soggiorno e quella nudo qui dentro. Vorrei rubare te!"
Prende un'altra foto del ragazzo nudo, vi mette il foglietto e richiude il tutto. Bene, gli manca solo da setacciare il bagno, poi può andarsene soddisfatto. Nella vaschetta dell'acqua trova una busta di plastica con altri gioielli: classico nascondiglio, sorride. Infila tutto nella borsa, torna all'ingresso. Dietro al porta guarda l'orologio: ci ha messo quattro ore e mezzo. Nessun rumore. Apre pian piano, esce, si chiude silenziosamente la porta alle spalle.
Scende, è in strada: deserta. Gira al primo vicolo, cammina a passo lesto ma senza correre. Apre la borsa, vi infila i guanti, tira fuori un gilet rosso che infila sulla camicia. Tira fuori uno zainetto di plastica verde, v'infila la borsa e lo mette a spalle. Riprende a camminare. Sale tranquillo verso la Croix Rousse. L'aria è fresca, piacevole. Alle quattro e mezza entra silenziosamente in casa sua. Sul tavolo di cucina svuota la borsa e fa l'inventario del suo bottino: poco meno di 2400 franchi, un paio di manciate di gioielli che venderà al solito Jauffray, e le due foto...
Le contempla. Quel ragazzo è davvero bello.
Infila i soldi nel portafogli: un po' per volta li depositerà in banca; mette i gioielli in una scatola da sigari e la chiude con una banda elastica, quindi, le due foto in mano, va a letto. Si spoglia, spegne la luce grande ed accende l'abat-jour, si stende e, guardando le due foto, si dà soddisfazione dolcemente, sognando quel bellissimo ragazzo...
Quanto vorrebbe averlo lì ora, nel suo letto, tutto nudo come nella foto... Viene spargendosi tutto il seme sul ventre teso, sul petto ansante. Si ripulisce, guarda le foto, le bacia, spegne la luce e si mette a dormire.
Jauffray fa saltar via le pietre dalle montature, pesa l'oro. Poi valuta le pietre ad una ad una, quindi annuncia il prezzo: Gilbert sa che si può fidare dell'uomo, non ribatte. Annuisce, intasca i soldi, saluta e va in banca. Deposita una parte della somma. Si è fatto la mesata. Ancora qualche marchetta ed è a cavallo.
Ma Gilbert non riesce a togliersi dalla testa quel bel ragazzo nella cui camera è penetrato. Le due foto sono accanto al suo letto e le contempla ogni sera prima di addormentarsi, ogni mattina appena si sveglia. Contrariamente al suo solito, torna a fermarsi nella via di quell'appartamento ed a guardare le finestre. Finché una sera le vede illuminate: sono tornati. Chissà da quanto? Si saranno certamente accorti del furto... e lui, avrà letto il suo biglietto?
A Gilbert batte il cuore: sa che di cognome si chiama Dufresne, ma di nome? Avrebbe potuto cercare il nome di quel ragazzo, fra la sua roba, i suoi libri. Non sa neppure come si chiama, sa solo che è bello, che non riesce a toglierselo dalla mente. Non che voglia toglierselo dalla mente, in realtà, anzi... Se solo potesse conoscerlo: lui è in vantaggio, sa che l'altro è gay. Ma lui piacerà a quel ragazzo? Beh, Gilbert sa di essere un bel ragazzo, ma magari a quello non piace, o gli piacciono tipi più anziani, chi sa? O ha già un ragazzo.
Gli amici marchette di Gilbert gli chiedono che cosa abbia. "Niente..." dice lui.
"Da un po' di tempo rifiuti certi bocconi... ma di' un po', mica ti sarai innamorato, no? Una marchetta come noi non può mica permetterselo."
"Ma fatemi ridere! Innamorato io!" ride Gilbert, ma dentro di sé non è poi tanto sicuro.
Fa la posta a quel portoncino, spera di vederlo. E infatti una mattina lo vede uscire. Va a piedi, a passo svelto, fino a Place Bellecour, fino alla Catho. Studente universitario, dunque. L'ha seguito senza problemi, l'altro non sospetta nulla, non si gira. Mentre quello si ferma davanti al portone, lui lo sorpassa. Ed è fortunato: una ragazza lo saluta: "Alain, m'hai portato il libro?"
Si chiama Alain, dunque, e di persona è più bello che in foto. Ha un sorriso da far diventare molli le gambe. La ragazza evidentemente è attratta da Alain, evidentemente non sa che a lui le ragazze non interessano, pensa Gilbert mentre passa oltre. Avrebbe voglia di girarsi, di guardarlo. Profitta di una vetrina e ci si ferma davanti, poi si gira a guardare verso il portone: Alain non c'è più, è già entrato.
Vuole conoscerlo, deve conoscerlo, ma mica gli si può presentare davanti così, deve trovare un modo, una scusa. Nei giorni seguenti continua a pedinarlo. Finché un giorno si decide: mentre Alain traversa Place Bellecour, Gilbert lo aggira e fa in modo di arrivargli di lato:
"Scusa, sapresti indicarmi dove è la Catho?" gli chiede.
Alain sorride: "Sì, ci sto andando. Ti devi iscrivere?" gli chiede.
"No, mica ho fatto il liceo, io. Devo andare lì vicino. Tu studi lì?"
"Sì..."
"Che cosa?"
"Letteratura."
"Ah, deve essere interessante."
"Sì... Eccoci arrivati..."
"Grazie... Ah, io mi chiamo Gilbert..."
"Piacere, Alain..." dice l'altro serrandogli la mano: una bella stretta, piacevole.
Alain entra. Gilbert resta lì imbambolato a guardarlo girare verso una scala, poi si allontana. Dio quanto gli piace! Quel sorriso, quel corpo snello di cui lui ha la foto nudo, quella stretta di mano che gli ha fatto provare un brivido di piacere. Anche la voce è bella. E lo sguardo franco, dritto... deve incontrarlo di nuovo, parlargli ancora.
Per due o tre giorni lo guarda di lontano, lo segue, non ha il coraggio di fermarlo di nuovo. Ma si sente sempre più attratto da lui. Poi lo intravede in un negozio di dolciumi, che fa la coda. Entra.
"Alain!" gli dice con un sorriso.
"Oh, ciao... scusa, non mi ricordo..."
"Gilbert." dice l'altro con una punta di rammarico: sperava che si ricordasse del suo nome.
"Ah, sì, scusa."
"Devi fare un regalo?" chiede Gilbert.
"No... compro per me, hanno cioccolatini favolosi, qui. Ma tu non sei di Lione?"
"No, ma ci abito da tre anni ormai..."
"Ah... E dopo tre anni ancora non sapevi dov'era la Catho?"
"Beh sai..."
"Desidera il solito?" chiede la commessa ad Alain.
"Sì. Due etti di praline assortite, grazie."
"Subito, signor Dufresne." dice la commessa.
"Ti conosce? Vieni spesso qui?" gli chiede Gilbert.
"Sì, da anni. Da quando i miei hanno cominciato a darmi qualche soldo da spendere a modo mio..."
"Ecco, signor Dufresne, desidera altro?"
"No, grazie."
Anche Gilbert ordina due etti di praline assortite. Pagano alla cassa, escono assieme.
"Posso offrirti un caffè?" chiede Gilbert e sente il cuore che gli batte forte forte.
"Ho pochi minuti, ma... sì, grazie." risponde.
Gilbert è raggiante.
"Tu che fai?" gli chiede Alain mentre bevono seduti al bar.
"Lavoro... di notte..."
"Ah, turno notturno: non deve passare mai il tempo di notte."
"Beh, dipende..."
"Oh, è tardi, devo andar via. Grazie per il caffè, Gilbert. Piacere di averti rincontrato."
"Sì... arrivederci..." dice questi colto un po' alla sprovvista per l'improvvisa partenza dell'altro.
Lo guarda uscire dal bar. Poi si dà dello stupido, poteva offrirsi di accompagnarlo, di fare un tratto di strada assieme, tanto per parlare ancora un po', stargli ancora un po' vicino, goderne la presenza.
Passano alcuni giorni. Gilbert si sente sempre più attratto, infatuato di Alain. Di conseguenza, inconsciamente, fa sempre meno marchette. Una sera, sta facendo la posta ad un appartamento con le luci spente da alcune sere, si sente chiamare. Si gira e vede venirgli incontro Alain. Il cuore comincia a battergli forte.
"Gilbert, salve! Stai aspettando qualcuno?"
"Sì, ma non arriva, ho deciso di non aspettare più." improvvisa il ragazzo. Poi gli chiede: "Come mai da queste parti?"
"Sono stato a cena da un compagno. Da che parte vai?"
"Verso il municipio..." dice Gilbert sapendo che lì accanto c'è casa di Alain.
"Oh, io abito a due passi: facciamo la strada assieme?"
"Volentieri."
Camminano. "Quanti anni hai, Gilbert?"
"Venti... e tu?"
"Uno in meno..."
"Vai mai a ballare, tu?"
"No... di rado... e tu?"
"Anche io." dice Gilbert.
"Già, tu lavori..."
"Come ti diverti?"
"Vado al cinema, qualche volta a teatro."
"Con gli amici?"
"No, per lo più da solo." dice Alain.
"Io a teatro non ci sono mai stato, ma il cinema mi piace."
"Che tipo di film?"
"Beh, tolti quelli dell'orrore o con troppa violenza, un po' tutti."
"Già, anche io. Potremmo andarci assieme, una volta."
"Sì, con piacere..."
"Hai visto l'ultimo con Depardieu?"
"Cyrano de Bergerac? No non ancora. Dicono che sia bello." Gilbert commenta.
"Se ti va di andarci, magari sabato pomeriggio allo spettacolo delle cinque."
"Volentieri."
"Allora alle cinque meno un quarto davanti al cinema. Sai dove lo danno, no?"
"Sì certo, ci sarò." risponde Gilbert gongolante.
Il suo primo appuntamento con Alain e è stato invitato da lui. Buon segno, si dice, ha piacere di stare con me. E poi, io stasera non l'avevo visto, mi ha chiamato lui.
Si salutano davanti a casa di Alain, dopo aver rinnovato l'appuntamento. Gilbert si avvia verso casa sua a passo svelto; si sente allegro. Ripensa a tutto quello che si sono detti, a come Alain lo guardava, gli parlava, gli sorrideva. Alain gli piace da matti, ma anche lui ha l'impressione di piacergli. Guarda il cielo trapunto di stelle e gli sembra bellissimo: tutto gli sembra più bello attorno a sé in quella notte dolce di tarda primavera, anche le vecchie case dalle facciate un po' scrostate.
Sabato pomeriggio Gilbert si fa la doccia, si lava i denti, si rasa con cura particolare, si pettina, sceglie che cosa indossare cambiando più volte idea, controllando allo specchio, tenendo d'occhio l'orologio, finché si trova abbastanza carino e sexy: non troppo sfacciatamente provocante ma quel tanto da attirare lo sguardo.
Alle quattro e mezza è già davanti al cinema. Lo sguardo di apprezzamento di alcuni passanti, uomini e donne, gli fa capire di aver scelto l'abbigliamento giusto e sente come un senso di calore indosso. Non è un narciso, ma gli fa piacere essere ammirato, perché spera di esserlo anche da Alain.
Aspetta una ventina di minuti ed è già irrequieto: come mai non viene? Si sarà dimenticato? Avrà cambiato idea? Gli sarà capitato qualcosa? Ma eccolo che arriva e Gilbert si sente il cuore battere più in fretta. Gli pare che anche Alain si sia vestito con più cura, per lui. È bello più che mai.
Gli sta andando incontro con un ampio sorriso: "Ciao, Gilbert, sono un po' in ritardo, scusami."
"No, non c'è nessun problema, non sono ancora le cinque."
"Entriamo." Si siedono.
"Dopo il film, ti andrebbe di andare a mangiare assieme? C'è un ristorantino all'Homme du Roc, che costa poco e ci si mangia bene."
"Certo, Alain, con piacere." dice Gilbert felice.
Le luci si oscurano a poco a poco, inizia lo spettacolo. Gilbert di tanto in tanto sogguarda Alain, intento a guardare lo schermo: ha un profilo perfetto, bello. Gilbert vorrebbe allungare una mano, posarla sulla coscia dell'altro per fargli capire che lo desidera, ma stranamente non ne ha il coraggio. Eppure, mentre Alain non sa di lui, lui sa di Alain e Gilbert non è mai stato un timido.
Gilbert quasi non guarda il film. La vicinanza dell'altro lo eccita, gli dà un senso di calore, di piacere. Vorrebbe toccarlo, anzi, vorrebbe carezzarlo, baciarlo. Finisce il primo tempo, tornano le luci in sala.
"Bello, vero?" gli dice Alain con un gran sorriso.
"Sì..." risponde Gilbert emozionato, poi dice, sfilando un pacchettino dal giubbetto: "Ho portato le praline. Ne vuoi?"
"Ah, sai che a me piacciono, no?" risponde con un sorriso l'altro allungando la mano a prenderne e le loro mani si sfiorano appena. Alain le mette in bocca ad una ad una, le lascia sciogliere un po' con aria deliziata, poi le mastica: "Squisite..." commenta.
"Davvero." fa eco Gilbert che le mangia nello stesso modo, imitandolo.
Alain ne prende una e la mette fra le labbra di Gilbert. Questi freme per quel gesto che sente intimo, e le sue labbra sfiorano le dita dell'altro: se non le avesse allontanate subito, gliele avrebbe leccate.
Durante il secondo tempo è Gilbert che di tanto in tanto infila una praline fra le labbra dell'altro, finché una volta fa il gesto, ma con le dita vuote.
Alain cerca la praline, con le labbra e la punta della lingua, lambendo i polpastrelli di Gilbert, poi si gira a guardarlo divertito: "M'hai fregato." sussurra.
Gilbert fa un sorriso malizioso ed allontana le dita.
Alain allunga una mano verso il pacchetto di praline che Gilbert tiene in grembo, ma si sofferma sulla mano che tiene il pacchetto, in una specie di carezza: "Dammele tu, mi piace." gli sussurra.
Gilbert, emozionato, ne prende una e la porta alle labbra dell'altro e quando questi la prende, non allontana subito le dita. Alain gliele lecca lieve, gliele sugge e la sua mano sulla mano di Gilbert stringe appena. Gilbert lascia il pacchetto, gira la mano e le loro dita si intrecciano.
Con l'altra mano Gilbert sfiora le labbra di Alain che mormora con dolcezza: "Oh, è meglio delle praline, questo."
Il film è finito, i due giovani si staccano appena in tempo prima che tornino le luci.
Alain si alza: "Ti è piaciuto, il film?"
"Sì..." dice Gilbert che quasi non l'ha guardato.
Escono. Alain parla del film mentre si avviano verso l'Homme du Roc. Gilbert quasi non lo ascolta, perso in ammirazione. Entrano nel piccolo ristorante, Alain lo guida ad un tavolo un po' appartato. Ordina per tutti e due. Sono seduti a fianco. Gilbert sente la gamba di Alain sfiorare la sua. Freme, spinge la propria gamba contro quella dell'altro, che risponde lieve alla pressione.
"Sto bene, con te, Gilbert." gli dice Alain posandogli una mano sulla coscia, sotto al tavolo, e carezzando lieve.
Questi freme, posa una mano su quella dell'altro e la carezza: "Anche io." risponde felice.
Arrivano i piatti, i due giovani riportano la mano sul piano del tavolo e mangiano. Ma tutti i sensi di Gilbert sono protesi verso Alain: aspetta che questi faccia un altro passo, che gli faccia capire ancora più chiaramente di volerlo. Frattanto ne gode la vicinanza.
Terminato il piatto, mentre attendono il dolce, Alain posa di nuovo la mano sulla coscia dell'altro e chiede: "Ti piace?"
Gilbert sa che non si riferisce al cibo, ma risponde: "Sì, molto. Aspetto il dolce, ora."
"Il dolce?" chiede Alain facendo scivolare la mano in su verso la patta rigonfia dell'altro e soffermandocisi sopra.
"Sì, appunto..." dice a voce bassa Gilbert fremendo.
"Hai una riserva di praline, qui..." dice con un sorriso malizioso Alain premendo appena e palpando lieve.
"Tu ne sei ghiotto, no?"
"Infatti..." risponde l'altro e si lecca le labbra.
"Sono tutte per te, se le vuoi."
"Certo, più tardi..." dice Alain togliendo la mano, perché sta arrivando il cameriere.
Mangiano il dolce, bevono il caffè. Poi Alain vuole pagare.
"Dove mi porti, ora?" chiede Gilbert sorridendo emozionato.
"Alla Roseraie."
"Non è chiusa a quest'ora?"
"Sì, ma io so come entrare e lì possiamo stare tranquilli." dice Alain.