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una storia originale di Andrej Koymasky


pin NUMERO SPECIALE:
SEI INTERVISTE
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 17 dicembre 1994
INTERVISTA 1
ALLAN ROBERT IRVINGSON

In questo numero speciale della nostra rivista intervistiamo sei personaggi famosi. Molti di voi lettori ci avevano chiesto queste interviste: sono la nostra strenna per il nuovo anno.

Come è nostro costume, le interviste verteranno soprattutto sulla scoperta della loro sessualità: infatti su altre riviste è possibile trovare interviste sul loro lavoro, sul loro pensiero, su altri aspetti della loro vita, ma raramente, se non cenni, su questo aspetto che a noi sembra fondamentale.

Li ringraziamo per aver accettato di essere intervistati dalla nostra rivista e per avere risposto con cortesia e in modo esauriente alle nostre domande.


ALLAN ROBERT IRVINGSON
Campione olimpionico di nuoto, Canada


D. Tu sei uno dei rari atleti, ai nostri giorni, a non avere problemi a dichiararti gay. Come mai, Ari?

R. Non è esatto: io non mi dichiaro gay. Lo sono e basta; semplicemente non lo tengo nascosto. È venuto fuori quando, due anni fa, la rivista "Canada Sport" mi chiese se Barry, che mi vedevano sempre accanto, fosse il mio segretario. Risposi di no, che era il mio ragazzo. Avresti dovuto vedere le loro facce (ride). Prima di pubblicare il testo dell'intervista, mi chiesero l'autorizzazione... Sono fiero di stare con Barry, perché nasconderlo? I miei amici, d'altronde, l'allenatore, i compagni di sport e tanti altri già lo sapevano... Non credevo che la notizia, allora, potesse fare un tale scalpore. Beh, oggi quasi nessuno più ne parla, sui giornali. E mi pare giusto: se si parla di me come atleta, non vedo che c'entrino le mie scelte sul piano affettivo, la mia sessualità.

D. Sono d'accordo con te. Ma la mia domanda era: come mai nel mondo atletico sono così pochi quelli che non nascondono il loro essere gay? Credo che ce ne siano molti di più di quelli di cui si sa e si parla nei mass-media, no?

R. Sì, indubbiamente, molti di più. Ma il mondo sportivo è fatto di miti, lo sai bene. E nella nostra società il mito vuole che lo sportsman sia il prototipo della virilità. Molti ancora credono, troppi ancora credono che essere gay sia un insulto alla virilità.

D. Come mai, secondo te?

R. (ride) Perché non ci hanno mi provato. Seriamente: ci sono ancora molti pregiudizi: il gay come effeminato, il gay come insidiatore di ragazzini innocenti, il gay come una persona dalla sessualità sregolata e promiscua.

D. Mi dicevi che Barry è l'unico uomo della tua vita, no? Non si può certo parlare di te come di una persona promiscua, dalla sessualità sregolata.

R. Sì, è esatto. Con lui ho scoperto la mia sessualità, di lui mi sono innamorato, con lui vivo. Non ho mai avuto altri, o altre, partner. Ma questo, forse, non interessa particolarmente i vostri lettori, no? La fedeltà non fa notizia, ai nostri giorni (ride).

D. Oggi hai ventisei anni. Quanti ne avevi quando hai conosciuto Barry? Come è avvenuto il vostro incontro?

R. Avevo venti anni. Già da sei anni praticavo il nuoto con ottimi risultati. Proprio per festeggiare i miei venti anni i miei mi avevano offerto una crociera nel Pacifico. Mi ero imbarcato sulla "Golden Dolphin", sai una di quelle navi bianche da crociera, la classica love boat, piena soprattutto di coppie in luna di miele o simili. All'inizio mi trovai un po' spaesato, devo confessarlo: sembravano tutti, o quasi, in coppia. Ma l'atmosfera era simpatica, mi lasciai subito coinvolgere. C'era anche un paio di ragazze che mi facevano il filo.

D. Tu non avevi la ragazza, vero?

R. No, né il ragazzo, comunque. Diciamo che ancora la mia sessualità era... sopita. Sai, da ragazzino avevo dato tutto me stesso al nuoto, tutte le mie energie, i miei pensieri. Il fatto che le ragazze non mi avessero mai particolarmente attratto, non mi stupiva, non mi creava nessun problema. Semplicemente non avevo tempo per loro. D'altronde, prima di conoscere Barry, non mi ero mai sentito attratto neppure da ragazzi.

D. Quindi non avevi attività sessuale, fino ad allora, nonostante avessi ormai venti anni.

R. Se si eccettuano i piaceri solitari... mai con nessuno. Certo, la pulsione sessuale si era fatta sentire, verso i quattordici anni. Ma la placavo appunto da solo. E senza particolari fantasie erotiche: era un fatto, come dire, meccanico. E neanche particolarmente frequente.

D. E Barry era sulla tua stessa nave. L'hai conosciuto durante quella crociera, no?

R. Sì e no. Era a bordo anche lui, certo. Ma non ci si era incontrati. Io, per lo meno, non lo avevo notato. Lui sì, ma, come dire, di lontano. Lui era, credo, il più giovane marinaio a bordo: aveva diciassette anni, allora. Si era imbarcato su quella nave proprio in quello stesso viaggio: era alla sua prima navigazione. Barry aveva scoperto di essere gay due anni prima, quando un tizio lo aveva toccato al cinema e fatto eccitare, se l'era portato a casa e ci aveva fatto l'amore. Per Barry fu una vera scoperta: gli piacque e in seguito cercò altri, altre avventure. Era un bel ragazzo, non aveva difficoltà a trovarne. Poi, a diciassette anni, appunto, ha conosciuto un marinaio di ventisei con cui gli piaceva molto fare l'amore. Questo si era preso una cotta per Barry, e l'aveva convinto ad imbarcarsi con lui, l'aveva fatto assumere. Non è che Barry si fosse innamorato di lui, ma era orfano di padre e madre e viveva con gli zii, non ci stava bene. Si sentiva sopportato, non amato. Martin, invece, il suo marinaio, gli dava affetto, calore umano. Accettò di seguirlo.

D. E lì a bordo Barry ti notò e ti agganciò.

R. Sì, mi notò. No, non mi agganciò: stava con Martin. La storia è più complessa. Certamente sai che la "Golden Dolphin" fece naufragio. Non fu una grossa tragedia, ma fu una tragedia: ho saputo dopo che ci furono quindici morti e cinque dispersi. Martin era fra quei quindici, Barry lo vide risucchiare dall'oceano assieme alla nave. Io e Barry eravamo fra quei cinque dispersi.

D. Sì, i giornali hanno parlato di quel naufragio ed hanno anche raccontato la tua storia, a quel tempo. Ma non questo aspetto, mi pare. Che cosa accadde?

R. Quando capii che la nave stava naufragando (s'inabissò in pochissimi minuti) io intuii che se volevo salvarmi dovevo gettarmi e nuotare, allontanarmi dalla nave il più possibile. Sono un buon nuotatore, non ho paura del mare. Quando la nave affondò ero lontano. Martin e Barry invece cercarono fino all'ultimo di mettere in salvo i passeggeri, come gli altri del personale. Quando la nave affondò, furono risucchiati. Stavano a un metro l'uno dall'altro: eppure Barry riaffiorò, Martin no. Barry lo cercò, ma invano.

Le correnti sono forti, in quel tratto di mare. Forti e si diramano poi a ventaglio. La gente sulle scialuppe si salvò. Dicono che i soccorsi tardarono a venire. Io so solo che ad un certo punto mi accorsi di essere completamente solo, isolato, nulla e nessuno in vista. Stava anche calando la notte.

Rimasi in acqua quasi due giornate, un po' nuotando, un po' lasciandomi galleggiare per riposarmi. Finché intravidi un'isola e mi ci diressi nuotando con le mie ultime forze. Là speravo di trovare soccorso. Arrivai sul bagnasciuga stremato. Mi trascinai all'asciutto e crollai addormentato.

D. E Barry?

R. Anche lui arrivò all'isola, ma il giorno dopo. Più morto che vivo. Anche lui sa nuotare, certo, ma non era un esperto come me. Comunque si salvò e il destino lo gettò sulla stessa isola su cui aveva gettato me. Ma ci incontrammo dopo altri tre giorni.

Mi svegliarono i raggi del primo sole. Mi sentivo ancora un po' debole, ma mi alzai e mi misi a camminare lungo la spiaggia, sicuro che prima o poi avrei trovato una città, un villaggio, la casa di un pescatore o di un contadino... Niente di tutto questo; era un'isola piuttosto piccola e evidentemente disabitata. Per fare il giro ci avevo messo poche ore: mi accorsi di essere tornato al punto di partenza che il sole era a mezzogiorno. Ero deluso, abbattuto, ma ero vivo. E comunque, pensavo, mi avrebbero cercato, mi avrebbero trovato. Era solo questione di tempo. Provavo fame. Decisi di esplorare di nuovo l'isola per trovare qualcosa di commestibile. Durante il giro avevo notato un ruscello, quindi almeno potevo contare sull'acqua fresca. All'inizio ero certo che in pochi giorni mi avrebbero trovato, tratto in salvo. Non immaginavo che sarebbe stata una avventura tanto lunga. Né tanto importante per la mia vita.

D. Importante, dici? In che senso?

R. In molti sensi: innanzitutto mi permise di conoscere il mio Barry. Poi mi fece maturare parecchio, diventare veramente adulto: la lotta per la sopravvivenza è la migliore scuola di vita. Infine, passai lunghe ore ogni giorno a nuotare: se poi vinsi la medaglia olimpionica lo devo certamente anche a quella specie di forzato allenamento durato due anni...

D. Già, due anni. Non immaginavi certo che saresti stato relegato su quel palmo di terra così a lungo, no?

R. Certamente no, almeno per i primi giorni.

D. Raccontaci il tuo incontro con Barry.

R. Sì. Come ti ho detto, lui fu portato dalla corrente nell'isola il giorno dopo il mio arrivo. Non lo vidi subito: quando le onde lo deposero a riva, io ero, più o meno, dalla parte opposta dell'isola. Lui era esanime e solo il giubbotto di salvataggio che aveva indossato gli impedì di annegare. Restò dove l'aveva deposto la corrente per quasi una giornata, senza riprendere i sensi. Poi, il giorno dopo, stremato, affamato, si trascinò all'asciutto. Più che la fame, era la sete a farlo stare male, perciò iniziò a cercare un corso d'acqua. Fu così che ci incontrammo: c'è un'unica sorgente sull'isola, che forma un unico ruscello. Ci trovammo il terzo giorno, perché andammo a bere più o meno allo stesso tempo. Lo vidi chino sull'acqua che, con le mani a coppa, stava bevendo. Prima riconobbi la tenuta dei marinai della "Golden Dolphin" e perciò capii subito che era un naufrago, come me. Rimasi a guardarlo per un po': ero contento di non essere solo. Lo chiamai. Cioè, per essere più esatti, gli dissi: ehi! Si girò sorpreso, mi riconobbe. Gli dissi che avevo esplorato l'isola, e che c'eravamo solo noi due. Prese atto della notizia. Anche lui pensava che ci avrebbero cercato, trovato presto. Mi disse che aveva fame. Io avevo assaggiato alcuni frutti e non ero stato male, perciò glieli indicai.

Vedi, proprio in quelle condizioni ti rendi conto di quante nozioni fondamentali ti mancano: sapevo tutto su Napoleone, sui record sportivi, sulle moto, ma niente su cosa fosse commestibile e cosa velenoso. Né Barry ne sapeva più di me. Inoltre, molti pensano che naufragare su un'isola sia più o meno diventare dei Robinson Crusoe. Ma lui aveva i relitti della nave e attrezzi, per quanto rudimentali. Noi non avevamo che gli abiti che indossavamo, il mio orologio, un accendino di Barry e il suo tagliaunghie, il mio portafogli con pochi soldi (carta!) e qualche moneta, un braccialetto d'argento di Barry e la catenina d'oro che portavo al collo, e infine la chiave della mia cabina. Punto e basta. Non era certo l'equipaggiamento del "perfetto naufrago moderno"! Lì per lì la cosa non ci preoccupò granché.

I primi giorni li spendemmo ad esplorare meticolosamente l'isola. Non so neppure io che cosa sperassimo di trovare. Era più che altro un modo per passare il tempo. E si chiacchierava, di mille cose e di nessuna. Inoltre avevamo deciso di provare quali erbe e quale frutta fosse commestibile e facevamo così: continuando a mangiare ciò che sapevamo non essere pericoloso, e uno solo di noi due, a turno, per dividere i rischi, assaggiava una foglia o un frutto nuovi. Se non si stava male, avevamo un cibo in più. Se si stava male, l'altro aiutava a vomitare, bere molta acqua, assistere lo sfortunato. Per fortuna accadde molto di rado, eravamo piuttosto prudenti. Poi trovammo le uova di tartaruga: fresche erano buone, ma solo nella stagione della deposizione. A poco a poco, man mano che si perdeva la speranza di un salvataggio a breve termine, ci industriammo per costruire trappole per catturare uccelli e una specie di topi, roditori comunque e per catturare qualche pesce. Beh, alla fine i nostri pasti erano discretamente vari ed equilibrati. Anche gustosi.

D. Ma tutto cibo crudo.

R. No. Avevamo un fuoco. Dapprima lo accendevamo con l'accendino di Barry. Poi imparammo ad accenderlo col sistema preistorico dei legnetti sfregati: richiedeva un sacco di tempo e di energie, ma funzionava. Cercavamo comunque di non farlo spegnere e a poco a poco diventammo esperti nel conservare braci accese sotto la cenere. Quindi, carne, pesce o tuberi alla brace, frutta e verdure fresche, acqua corrente. No, passati i primi due o tre mesi, il cibo non fu più un problema.

D. E un riparo?

R. Il clima era decisamente buono. Piogge intense ma rare. Mai freddo. Ci costruimmo una specie di riparo solo dopo circa sei mesi dal nostro arrivo sull'isola: era più una necessità psicologica che reale. Era avere un punto di riferimento, una base. Avevamo trovato una specie di... come chiamarlo? anfratto fra una roccia ed un albero molto grande, semimorto, dal tronco cavo. Vi aggiungemmo una tettoia di rami e paglia e nella parte più interna, formammo come un letto con uno spesso strato di foglie secche asciutte. Durante i rovesci d'acqua era un posto tranquillo, asciutto, riparato anche dal vento. Era, comunque "casa".

D. Ma veniamo alla vostra storia. Come è andata? Come è avvenuto il vostro approccio? Chi ha fatto il primo passo?

R. Barry già sapeva di essere gay e io gli piacevo, lo attraevo. Però non aveva il coraggio di tentare un approccio, perciò, per i primi mesi non accadde nulla. Io, a volte, provavo i soliti stimoli, e approfittavo dei momenti in cui ero solo per masturbarmi. Anche lui faceva lo stesso: l'uno all'insaputa dell'altro.

D. Ma, in un'isola così piccola, non eravate sempre assieme?

R. No. Era grande più di Central Park, comunque, ed aveva una collina rocciosa in centro, quella che noi chiamavamo pomposamente "la montagna". Quando avevamo voglia di star soli, a volte capitava, è logico, si andava all'interno, o si camminava lungo la riva, oppure si faceva una lunga nuotata, specialmente io. A volte anche assieme, è naturale, ma anche da soli e quindi ci si poteva appartare senza alcun problema. Io avevo un posto in particolare, non saprei dirti perché, in cui mi piaceva stendermi e masturbarmi lentamente sotto i raggi del sole fino ad appagare i miei stimoli.

Fu appunto durante una di queste mie... sedute che Barry arrivò e si rese conto di quello che stavo facendo. Io non l'avevo sentito arrivare e lui restò a guardarmi senza far rumore (me lo disse poi) e, silenzioso com'era venuto, poi se ne andò. Ma ritornò poi a guardarmi altre volte: gli piaceva, lo eccitava... Non che fosse un guardone, ma sai, soli sull'isola, e lui che già prima si sentiva attratto da me...

Finché un giorno, mentre lui mi guardava, mi accorsi della sua presenza. Arrossii violentemente. Lui sorrise timido, ma, raccogliendo tutto il proprio coraggio, mi disse: anche io lo faccio, non hai da arrossire... perché non lo facciamo assieme? Assieme? faccio io stupito da quella proposta. È più divertente, dice lui. Io mi ero ricomposto, e gli dico: non dire cazzate. Queste cose non si fanno assieme. Perché no? dice lui, tra amici...

Sono seccato dalla sua insistenza. Piuttosto bruscamente, gli dico: io non faccio queste cose, non sono un frocio. Mica che lo pensassi di lui, né che avessi qualcosa contro i gay: lo dissi più che altro per troncare il discorso. Fu lui, questa volta ad arrossire, ma trovò il coraggio di dirmi: beh, io lo sono, frocio. Per questo avrei voluto farlo con te... e, giratosi, corse via.

Per me fu come un pugno nello stomaco. Io non avevo niente contro i gay, come ho detto. Diciamo che il problema non mi si era mai presentato personalmente e che comunque il fatto che esistessero, pensavo che riguardasse solo loro. Ma ora Barry mi aveva detto che lui lo era, e che voleva farlo con me... Intuii che, in altri termini, lui in realtà non voleva solo "divertirsi" con me ma che mi desiderava e questo mi metteva in imbarazzo.

Quando ci rivedemmo, io ancora ero un po' teso, imbarazzato. Lui si comportò come se non fosse accaduto niente e gliene fui grato. Anche io feci lo stesso. Per un po' di giorni non accadde niente e io non pensavo più a quell'incidente.

Ma, a poco a poco, fra noi cominciarono a sorgere attriti, per cose stupide, banali, tipo da che parte dormire, o chi doveva accudire la brace perché non si spegnesse, o cose del genere. La tensione aumentò impercettibilmente, ma costantemente. Finché un giorno litigammo sul serio. Per una cosa sciocca: all'inizio ci si era lasciati crescere capelli e barba, non avendo niente per tagliarli o raderla. Poi io avevo pensato di affilare la chiave della cabina con una pietra per farne una lama da usare a quello scopo. La cosa funzionò ed iniziammo così a raderci e tagliarci i capelli corti, anche se un po' approssimativamente. Logicamente usavamo la chiave tutti e due. Ogni tanto bisognava fare di nuovo il filo alla chiave: era un lavoro lungo e noioso, perciò decidemmo che era meglio farlo ogni volta dopo averla usata. Una volta, toccava a me, pensai che l'avrei fatto più tardi: in quel momento non ne avevo voglia. Lui, quando si accorse della cosa, mi disse, forse in modo un po' troppo brusco, che non era il mio servo, che dovevo fare la mia parte. Io, infantilmente, gli risposi che la chiave era mia. Lui mi disse che era della nave, perciò di tutti e due... insomma, litigammo come due ragazzini delle elementari.

Barry allora se ne andò dalla nostra "casa" dicendomi di tenermi pure tutto e di andare al diavolo. Gli gridai dietro che stavo meglio da solo che con un frocio. Mi morsi la lingua quasi subito, ma ormai il danno era fatto. Pensai di lasciar passare un po' di tempo e poi di andarlo a cercare e chiedergli scusa: non avrei dovuto dire quella frase, non c'era assolutamente motivo. Il fatto è che volevo ferirlo. E credo di esserci riuscito.

Stavo rintanato lì nell'albero cavo e affilavo rabbiosamente la chiave, quando, improvvisamente, il cielo si oscurò ed iniziò a soffiare un vento forte. Pensai ad uno dei soliti rovesci da diluvio universale che duravano al massimo un paio di ore e mi rintanai più profondamente nella "casa" pensando un po' sadicamente che prendersi un po' d'acqua gli avrebbe calmato i bollenti spiriti e sarebbe tornato più tranquillo.

Ma quella volta, era un vero e proprio tifone: il vento aumentò di intensità, urlava rabbioso come mai l'avevo sentito. La tettoia volò via con un fracasso secco, come una pagliuzza. Ero un po' intimorito. Poi ci saremmo abituati, ma quella era la prima volta che accadeva, stavamo lì da soli cinque mesi.

Era quasi buio, il vento era sempre più impetuoso e tutto intorno gemeva: sembrava l'urlo di una belva ferita. Allora mi chiesi perché Barry non tornasse. Decisi di uscire per chiamarlo. Era difficile stare in piedi, resistere alla violenza di quel vento. Chiamarlo... impossibile, inutile: la mia voce si disperdeva subito e quasi non riuscivo ad udirla neppure io. Strisciando a terra per offrire meno presa la vento, iniziai a cercarlo. Mi chiedevo dove potesse essere andato. Forse sulla montagna, dove spesso ci si andava a sedere per guardare l'orizzonte sconfinato nella speranza, sempre più fioca, che passasse una nave. Avevamo anche preparato un falò per quella evenienza. Mi inerpicai. Era sempre più difficile muoversi. Ero spaventato, ma volevo trovarlo, dovevo trovarlo ad ogni costo. Perché mi sentivo responsabile, ora, se gli fosse accaduto qualcosa.

Lo vidi quasi all'improvviso: era accovacciato fra tre rami di un grosso arbusto, che formavano come una forcella, a triangolo, e si teneva con le mani e le gambe aggrappato ad essi. Lo raggiunsi. Tutto bene? gli urlai aggrappandomi agli stessi rami e coprendolo col mio corpo. Barry era livido. Sì... gemette lui. Non succederà nulla, Barry, aspettiamo solo che passi... gli urlai io all'orecchio cercando di rassicurarlo. Lo sentivo tremare violentemente, sotto di me. Sentivo il vento cercare di strapparmi al mio appiglio, ma ora Barry si sentiva più sicuro, ancorato anche dal mio peso. Vidi il suo volto, a poco a poco, riprendere colore. A volte rami che volteggiavano nel vento, colpivano la mia schiena con violenza, ma resistevo. Scrosci di acqua violenti come frustate mi colpivano senza pietà e senza sosta. Poi il vento iniziò a diminuire di violenza lentamente: il tifone si stava allontanando. Allora, pian piano mi rilassai e, non so come, ci trovammo abbracciati, ansanti, ma grati di essere ancora vivi.

Lui, allora, mi disse: se non venivi tu... sentivo che stavo per cedere, il vento m'avrebbe portato via. Mi hai salvato, Allan, venendomi a cercare. Volevo chiederti scusa per quello che ti ho detto, Barry... Davvero, voglio che mi perdoni... gli dissi pieno di rimorso. Lui allora mi dette un lieve bacio su una guancia e sorrise debolmente. Poi mi disse: io ti voglio bene, Allan, e vorrei tanto potertelo dimostrare. Capii quello che voleva dire, anche perché sentivo, contro il mio corpo, non solo il calore del suo, ma il suo stato di eccitazione fisica. Ma io non ero pronto, ancora. Mi pareva una cosa impossibile. Così, gli dissi, ma questa volta con dolcezza, dandogli anche una carezza: mi dispiace, Barry, ma io non posso. Davvero...

Lui sorrise di nuovo ed annuì. Il vento ora era normale, la pioggia forte ma calda. Ci staccammo, ci alzammo. Io gli tesi la mano: torniamo a casa? gli dissi? Sì, certo... rispose lui.

Iniziò un periodo sereno. Tutta la tensione dei giorni passati era come fosse stata spazzata via dal tifone. Lui mi aveva detto chiaramente che mi desiderava, io gli avevo risposto con dolcezza che non potevo rispondere al suo desiderio, e ora ci accettavamo così, come eravamo. Ora potevamo veramente essere amici.

Ricostruimmo la tettoia, riaccendemmo il fuoco, riprendemmo la solita vita.

Avevamo anche accettato il fatto che, ammesso che ci avessero un giorno ritrovati, poteva anche darsi che passassimo anni su quell'isola. I nostri abiti si stavano logorando, sarebbero durati poco. Così decidemmo, visto che in fondo non erano necessari, di toglierceli, di lasciarli in fondo alla nostra casa: li avremmo indossati il giorno in cui fossero venuti a prenderci: almeno li avremmo ancora avuti. I primi giorni indossavamo solo le mutande, per un residuo di pudore. Ma poi, visto che si nuotava nudi, che ci si lavava nudi, lasciammo perdere anche quell'ultimo esile residuo delle convenzioni sociali. Eravamo sull'isola da otto mesi.

All'inizio della nostra vita nudi, io ero cosciente degli sguardi di Barry ed ero lievemente imbarazzato, ma presto imparai a non farci più caso e anzi, a poco a poco mi facevano quasi piacere. Era evidente che ammirava il mio fisico: a chi non piace essere ammirato?

D. Non fece altri approcci, in quel periodo?

R. No, assolutamente. Stavamo bene assieme: io, come ti ho detto, accettavo come naturale il suo desiderio, lui accettava come naturale il mio no. Anche il suo corpo era piacevole da guardare, comunque: entrambi stavamo assumendo una splendida abbronzatura naturale e il nuoto o le corse sull'isola, l'arrampicarci sugli alberi, ci aveva dato una forma splendida, invidiabile. E io, a poco a poco, mi accorsi che era piacevole guardarlo.

D. Allora, come fu che... accadde?

R. Il momento preciso, è chiaro, c'è stato: la prima volta che abbiamo fatto l'amore, voglio dire. Però non fu qualcosa di improvviso, non la conversione di Saulo sulla via di Damasco: fu piuttosto il risultato di un lungo cammino, almeno per me.

D. Un lungo cammino, dici. La prima tappa la vostra nudità, immagino. E le altre tappe?

R. La prima tappa fu il tifone, in realtà. Il calore del suo corpo sotto il mio, il senso di protezione, la sua eccitazione, la sua richiesta, il mio no detto con dolcezza: ecco la prima tappa. Poi la nudità, certo: anche quella ebbe il suo peso; e di conseguenza il piacere di essere ammirato e di ammirarlo. Ma ancora ero lontano dall'approdo. La crescente intimità, semplicità nei nostri rapporti. Il fatto che una volta capitò a me sorprenderlo mentre si masturbava e che pensai che non era affatto una vista volgare, che anzi era bello: stava steso languidamente, gli occhi chiusi, un sorriso lieve e dolce sulle labbra, si carezzava il petto e si stava dando piacere... Sì, era veramente bello, Barry, in quel momento.

D. Ti eccitasti? Si accorse di te?

R. Non quella volta: era ancora un'ammirazione estetica, in un certo senso. E non si accorse di me. Dopo che ebbe raggiunto il piacere, scivolò in un sonno dolce e lieve, senza riaprire gli occhi e allora mi allontanai silenziosamente. Ma quando, credo il giorno dopo o due, mi masturbai a mia volta, questa volta avevo nella mente la sua dolce immagine come l'avevo carpita quel giorno.

D. E allora hai provato anche tu desiderio per lui.

R. No, non ancora. Dovevo ancora compiere alcuni passi... Un ulteriore passo fu quando mi dissi che forse saremmo restati su quell'isola per sempre: erano dieci mesi che stavamo lì e non si era ancora vista una sola nave, un guscio, un natante, una piroga, che so io... niente. E allora? Che cosa avrebbe significato vivere per anni ed anni lì (per quaranta? sessanta anni?), assieme a Barry (che mi desiderava), che sarebbe diventato l'unica cosa a dare senso alla mia vita... Che senso avrebbe avuto negargli qualcosa? Quel qualcosa?

D. E perciò ti decidesti...

R. No, non sono cose che si decidono a freddo, a tavolino. Erano pensieri, ma a cui non corrispondevano ancora scelte. Ma affioravano, di tanto in tanto. No, l'ulteriore passo, avvenne quando dissi a Barry che forse saremmo morti su quell'isola...

Evidentemente lui non ci aveva pensato. Mi guardò con gli occhi sbarrati, come se avesse improvvisamente paura. E scoppiò a piangere. A dirotto. Singhiozzava: il suo corpo era scosso violentemente dai singhiozzi. D'impulso (ero io che l'avevo fatto stare così male, capisci?) lo abbracciai. Lui mi si aggrappò, mi strinse. Lo coccolai, cercando di consolarlo, gli carezzai i capelli, lo strinsi a mia volta... In quel momento accadde qualcosa in me. Come una diga che si rompe, no, non che crolla, ma in cui si apre una fessura, dapprima lieve: ne fluisce un po' d'acqua, via via sempre più, poi un torrente in piena, un fiume, un mare.

Mi spiego meglio: lo stavo carezzando; sentivo il suo corpo, caldo, tenero, contro il mio. Lo baciai sulla fronte (ancora come un fratello), lo carezzai con tenerezza, lui spostò appena il volto, non intenzionalmente, ne sono certo. Le nostre labbra si sfiorarono. Lo baciai sulle labbra, lo carezzai sul corpo. Non so quando quelle carezze si colorirono di un significato diverso, quando quel nostro contatto fisico divenne carnale. So solo che dopo poco il nostro bacio era intimo, non più solo amichevole, che il suo corpo (o il mio prima?) reagì, che il piacere ci avvolse... e le mie mani (o prima le sue?) davano carezze sempre più erotiche. E finalmente, per la prima volta, facemmo l'amore.

Non era veramente fare l'amore, forse: era un dargli piacere, un accettare che lui ne desse a me. In realtà ci limitammo a baci e carezze, e infine a masturbarci a vicenda. Ma l'avevo fatto. E, quel che è più importante, dopo non ne ebbi rimorso, né vergogna, né pentimento: era avvenuto, era stato bello, ne avevamo bisogno entrambi. Lui, dopo, mi accorsi che mi guardava con una certa apprensione. Lo rassicurai con un sorriso, con una carezza lieve, continuando a tenerlo fra le mie braccia e accentuando lievemente la stretta. L'espressione rilassata, serena, dolce sul suo volto mi dissero che aveva capito: non doveva temere recriminazioni.

Non dicemmo nulla: non ce n'era bisogno.

La sera stessa, quando ci stendemmo per dormire, lui con voce timida mi chiese se poteva starmi vicino. Di solito si dormiva accanto, ma ben separati. Gli dissi di sì, mi si accucciò contro e ci addormentammo semiabbracciati. Pensai che quello era un modo dolce di addormentarsi: mi piaceva, mi sentivo meno solo.

Dormimmo così anche le notti seguenti. E, inevitabilmente, facemmo di nuovo l'amore, come la prima volta. Cioè no, a poco a poco anche il nostro modo di far l'amore cambiò, divenne più disinvolto, più spontaneo. Lui lo sentì e a poco a poco mi coinvolse (ma io ero ben contento di lasciarmi coinvolgere, lo vissi con molta naturalezza) in un rapporto sempre più intimo e completo. Insomma, per dirla fuori da ogni metafora, all'inizio ci si dava il piacere solo con baci, carezze e masturbandoci, poi mi fece scoprire e gustare il piacere orale, e infine giungemmo tranquillamente e senza problemi al rapporto completo. Naturalmente e spontaneamente, ci tengo a sottolinearlo. Certo, lui, più esperto di me, in un certo senso mi guidò in questa scoperta del rapporto fisico, ma perché sentiva che io ero pronto ormai a seguirlo, perché sentiva che ormai lo desideravo almeno quanto lui.

Raccontato così, sembra una cosa avvenuta quasi dall'oggi al domani, ma in realtà fu un'evoluzione graduale, che avvenne in circa tre mesi. Fu un periodo molto dolce, molto bello. Potrei dire anzi che eravamo entrambi molto felici.

D. Quindi, quando giungeste al rapporto completo, eravate sull'isola da più di un anno.

R. Sì, esatto.

D. Ma come passavate le vostre giornate?

R. Facendo parecchio esercizio fisico, procurandoci il cibo e cucinandolo. E facendo l'amore, si capisce. E non solo di notte come può sembrare dal racconto che ho fatto. Le prime volte era soprattutto di notte, ma a poco a poco scoprimmo che era più bello di giorno sotto il sole... E poi decidemmo di arredare la nostra isola.

D. Arredare? Che intendi dire? Non avevate niente.

R. No, avevamo un sacco di cose: sassi, conchiglie, piante, rami, tempo e fantasia... Decidemmo di tracciare sentieri, di fare aiuole (orto e giardino separati, si capisce), gradini, steccati... Se si doveva passare la vita lì, volevamo che diventasse il nostro... che dire... paradiso terrestre. Ah, e poi si facevano feste: per esempio, festeggiammo i nostri 18o e 21o compleanno. Non avevamo la torta e le candeline, ma... ci facemmo i regali.

D. Regali? E come?

R. Io gli donai una bellissima conchiglia che avevo trovato sulla spiaggia e nascosto per l'occasione. La conserva ancora. Lui mi aveva intrecciato con fili di paglia un collare, due bracciali per il polso e due per le caviglie... Anche questi li conservo gelosamente.

D. Eravate innamorati, insomma.

R. No. Cioè, io non mi ero posto il problema, allora. Il fatto di rendermi conto che ero innamorato di lui accadde molto dopo. Quanto a lui... era felice con me, ma penso che, come me, non si fosse posto il problema. Col senno di poi, lo eravamo, ma in modo inconscio, probabilmente. Non ce ne rendevamo conto.

D. Vuoi raccontare come accadde che vi ritrovarono, infine, dopo quei due lunghi anni, quando ormai tutti vi consideravano morti nel naufragio?

R. Fu merito dei serpenti.

D. Dei serpenti? Cioè?

R. I giornali dissero che ci avevano avvistati grazie alle nostre segnalazioni col fumo. In realtà non è così: noi non avevamo neppure visto quell'unità della marina militare francese avvicinarsi, quindi non avevamo segnalato proprio niente. Anche il falò sulla cima della montagna ormai non esisteva più.

D. Vi eravate rassegnati, insomma. Come andò, dunque?

R. Avevamo scoperto che in un anfratto di una roccia nella nostra montagna c'era un nido di serpenti. Molto probabilmente le povere bestie non erano neppure velenose, ma sai com'è, l'atavica diffidenza per i serpenti... Decidemmo dunque di liberarcene. Perciò circondammo la roccia con tutti i rami secchi che avevamo accumulato mentre "arredavamo" la nostra isola, per ripulirla e demmo fuoco. Non tutti erano veramente secchi, così, oltre al fuoco, il falò fece un gran fumo. Ridendo, gli occhi pieni di lagrime, mezzi affumicati, ci spostammo contro vento. Salimmo, per goderci lo spettacolo di quel cerchio di fuoco (e fumo), sul punto più alto della montagna che era poco distante. Eravamo lì da una decina di minuti, più o meno, quando d'improvviso sentimmo un colpo secco, come di cannone. Sorpresi, ci girammo a guardare e scorgemmo la nave: un fiocco di fumo che già il vento disperdeva ci fece capire che avevano sparato un razzo da segnalazione. E la nave stava chiaramente virando di bordo verso l'isola. Per un attimo restammo immobili, quasi increduli: vere e proprie statue di sale. Poi ci abbracciammo, ridendo, piangendo, baciandoci, urlando... Scendemmo di corsa in "casa": era giunta l'ora di rinunciare alla nostra nudità e di rivestirci (con i nostri logori panni) per gli ospiti d'onore. Tornammo a vedere, quasi temendo che la nave potesse aver cambiato rotta, ma era ancora là, anzi, più vicina. Ci sbracciammo: dovevano star osservando l'isola col binocolo, perché subito spararono un altro colpo. La nave si fermò, calò una scialuppa a motore che si diresse verso di noi. Allora corremmo alla spiaggia. Eravamo salvi!

L'isola risultava disabitata e quindi la colonna di fumo aveva messo in sospetto il comandante, per nostra fortuna. E grazie ai serpenti. E aveva dato l'ordine di sparare quel razzo per segnalare a chiunque potesse stare sull'isola, il loro avvicinarsi. E videro le nostre segnalazioni.

Ci portarono a bordo. Dicemmo chi eravamo. Il comandante chiese istruzioni ai comandi militari. Gli fu ordinato di portarci fino al porto di Thaiti. La notizia del nostro ritrovamento raggiunse i mass-media, fu comunicata al pubblico. A Thaiti ci aspettava il console canadese e un aeroplano. Non so quante volte dovemmo ripetere la nostra storia. Ci sottoposero ad un'accurata visita medica e ci trovarono in perfetta forma. E finalmente ci riportarono in patria.

All'aeroporto di Ottawa c'era la mia famiglia, e una folla. Quanto a Barry... non era venuto nessuno dei suoi ad aspettarlo, solo funzionari della compagnia di navigazione.

Durante il viaggio di ritorno io e Barry ci eravamo promessi che saremmo restati in contatto.

D. Vuoi dire che non avevate deciso di restare assieme?

R. Esatto. Si tornava alla vita normale, di prima: io alla mia famiglia e allo sport, lui al suo vecchio lavoro. I miei abitavano a Montreal, la sua compagnia aveva sede al porto di Vancouver. Si voleva certamente restare in contatto, ma... in fondo si pensava di essere solo amici, intimi, certo, ma solo amici.

Ci si scriveva: la compagnia gli aveva pagato i due anni di stipendio arretrato e lui si sentiva ricco. Io avevo ripreso il nuoto e l'università e come nuotatore ero risultato molto più forte di prima, proprio grazie ai due anni di intenso allenamento (anche se non programmato visto che pensavo di morire su quell'isola). I primi mesi, interviste, feste, ero occupatissimo, frastornato quasi.

Presto cominciai a sentire due cose: la prima, che Barry era infelice. Non amava gli zii né questi lui. Quanto al lavoro né gli piaceva né gli spiaceva, ma si sentiva solo. La seconda è che io mi accorsi che mi mancava. Inoltre io mi ero accorto di un'altra cosa: le ragazze non mi interessavano. Ero corteggiato (un po' perché ero un eroe, per il naufragio e il salvataggio, un po' perché ero un atleta sempre più affermato) e ci avevo provato con qualche ragazza (se prima, non avendo avuto mai attività sessuali, non ne sentivo la mancanza, ora era diverso, provavo vivo il desiderio di un rapporto fisico) ma non mi era piaciuto. Fisicamente mi eccitavo, avrei potuto adempiere al mio ruolo di maschio, ma mi accorsi che non provavo la gioia e il piacere che avevo conosciuto con Barry, l'attrazione forte che provavo con lui. E non solo fisicamente, anche come personalità, psicologia, mentalità, nessuna di quelle ragazze mi appagava, mi interessava, mi attraeva.

D. Non pensasti di provare con qualche ragazzo?

R. Sì, anche qualche ragazzo mi corteggiava, mi faceva capire che gli sarebbe piaciuto con me. Ma anche in questo caso il paragone con Barry finiva sempre a suo vantaggio. Così non avevo più avuto alcun rapporto sessuale.

Era passato più o meno un anno da quando si era tornati in Canada. Con Barry ci si era scritti regolarmente, spesso, e ci si era anche sentiti per telefono. Ci eravamo spediti i regali a Natale e per i nostri compleanni (io a lui un orologio e lui a me questo bracciale d'argento) ma non ci eravamo più visti.

Sentii che volevo rivederlo, incontrarlo, potergli parlare di persona. Sentii che lui aveva bisogno di me, ma che anche io avevo un crescente bisogno di lui. Perciò decisi di andarlo a trovare.

La gioia con cui mi accolse all'aeroporto mi dette un piacere immenso: il suo sorriso era molto più bello, luminoso, dolce di come lo ricordavo. Lui, fisicamente, s'era fatto più bello: forse perché ora aveva vent'anni, era più maturo, più uomo. Mi accompagnò nel suo mini-appartamento. Appena fummo entrati, contemporaneamente ci gettammo l'uno nelle braccia dell'altro, ci abbracciammo stretti, ci baciammo con trasporto.

Dio, quanto mi sei mancato, mi disse lui quando riprendemmo fiato. Ti sei fatto più bello, gli dissi io. Chissà a quanti hai fatto perdere la testa. Allora lui mi confessa che in realtà le occasioni non gli sarebbero mancate, ma nessuno era me... E che perciò non aveva avuto più rapporti fisici. Io gli dissi che anche per me era stato così: avevo flirtato con tante ragazze, anche con ragazzi, ma non avevo voluto (né potuto) andare fino in fondo con nessuno: perché nessuno sembrava potermi dare quello che mi aveva dato lui per tanti e tanti mesi sull'isola.

E finalmente, gli dissi le tre parole magiche: io ti amo. Potrà sembrarti curioso, ma fino ad allora non le avevo pensate, però lì, con lui di nuovo fra le mie braccia, mi vennero alle labbra in modo spontaneo e mentre le dicevo mi sentii felice. Lui si mise a piangere, silenziosamente, dolcemente e mi disse: sì, anche io ti amo. Lo so da diversi mesi. Perché non me l'hai scritto? gli dissi io in dolce tono di rimprovero. Perché mi sembrava impossibile che anche tu potessi amarmi, rispose.

Così ci eravamo finalmente ritrovati, in piena sintonia. Quell'amore che aveva avuto due anni di gestazione sull'isola ed uno di incubazione in Canada, era finalmente sbocciato. Restai da lui per una settimana (lui aveva preso apposta le ferie) e così passammo giorni splendidi, facendo l'amore (stavolta davvero amore) e folleggiando per i locali della città.

Ci lasciammo, ma questa volta promettendo di rivederci molto presto, o lui da me o io da lui. Mi feci regalare una sua foto (ancora non l'avevo) e tornai a casa. Poco dopo ci furono le olimpiadi e vinsi la medaglia d'oro. Ma lui mi mancava terribilmente, ora. Così, presi la decisione che covavo in petto da un po': accettai un lavoro part time che mi avevano offerto a Ottawa come consulente sportivo per la TV nazionale, comunicai ai miei che mi trasferivo là, mi trovai un appartamentino a un prezzo ragionevole, quindi telefonai a Barry: ti vengo a prendere. Voglio vivere con te.

D. Decidesti tu per lui...

R. Sì. Ero sicuro che ne sarebbe stato felice. Infatti, per telefono, sentii come un urlo di gioia, poi mi disse: a che ora vieni? Non in che giorno, capisci... Presi il primo aereo. Era ad aspettarmi all'aeroporto. Mi disse che si era già licenziato dal lavoro ed aveva disdetto appartamento, luce, gas, il tutto nel tempo che io ci avevo messo ad andare all'aeroporto e volare fino da lui. Mi disse: aiutami solo a fare le valige e sono pronto a venire. Quasi si metteva a ballare per la felicità. Tornammo ad Ottawa. Lui voleva cercare subito un lavoro, ma io gli dissi di aspettare dieci giorni. Perché dieci giorni? mi chiese lui incuriosito. Perché ho prenotato tutto per un viaggio, io e te soli, gli dissi...

D. Dove andaste?

R. Quando eravamo sull'isola lui diceva che aveva sempre sognato di poter andare, un giorno, a Firenze per vedere il Davide di Michelangelo che amava molto. Perciò, avevo prenotato un viaggio in Italia, con tre tappe: Roma, Firenze e Venezia. Ma non gli dissi nulla. Rifacemmo le valige. Lo portai all'aeroporto. Solo quando salimmo sull'aereo intuì la meta del viaggio.

Furono dieci giorni di sogno. E di amore. Anche il tempo ci assistette e tutto ci sorrideva.

D. Una luna di miele, insomma.

R. Sì, ma una delle tante. Qualsiasi viaggio con lui, di fatto, lo è. Tornati ad Ottawa, lui iniziò a cercare lavoro. Sembrava che non lo trovasse. Mi stupii: non avevo pensato che potesse essere così difficile trovare lavoro. Oggi lo è diventato, ma non in quel periodo. Lui allora mi spiegò: ne avrei trovati, più d'uno, ma io voglio un lavoro che mi permetta di venire con te quando tu te ne vai in trasferta per le gare, ma non è facile. Non mi va di separarmi da te così spesso e così a lungo: ricordati, dovevamo passare tutta la vita io e te da soli, sull'isola. Non voglio dover rimpiangere che ci abbiano salvati. Allora io ebbi un'idea: andai dal mio allenatore. Gli spiegai chi era Barry e...

D. Cioè, gli dicesti che era il tuo ragazzo?

R. Esatto. E gli dissi qual era il nostro problema, perciò gli chiesi di trovargli un lavoro per la nazionale canadese di nuoto. Lui, dapprima, mi disse che quello era un problema nostro, non suo e che stava fresco se avesse dovuto procurare lui un lavoro per ogni "amichetta o amichetto" dei suoi nuotatori. Gli risposi che aveva ragione, e che allora io mi dimettevo dalla nazionale di nuoto. Mi chiese se scherzavo, gli risposi di no. Ma non possiamo permetterci di perdere proprio te, dice lui. E allora tu trova un lavoro per Barry, rispondo io. È un ricatto, dice lui. No, è una condizione, gli dico io. Lui allora mi dice: bene, fammi conoscere questo Barry e vedrò se posso fare qualcosa per lui. Lo conosci, è il ragazzo che viene sempre a prendermi dopo gli allenamenti. L'ho visto, sì, ma sempre in moto, e col casco in testa. Non posso dare un lavoro a chi non conosco, non compro a scatola chiusa. E comunque devo vedere che cosa è capace di fare e se posso davvero dargli un lavoro.

Così li faccio incontrare. Parlano a lungo. Mi han fatto aspettare fuori, non so perché. Alla fine l'allenatore esce e mi dice: va bene. Barry si occuperà delle vostre divise, e di tutti i problemi logistici. Da domani.

D. Ma il tuo allenatore, quando gli hai detto praticamente che tu sei gay, come ha reagito?

R. Un po' sorpreso, ma non ha fatto commenti o storie. A lui interessa avere i migliori atleti e, finché non facciamo niente contro le leggi o che ci danneggi sul piano del rendimento atletico, non mette il naso nelle nostre vite private.

D. E il rapporto dell'allenatore con Barry, e dei compagni di nuoto? Com'è?

R. Normale: lo considerano uno dello staff e al tempo stesso il mio partner. Solo uno, una volta ha fatto una battuta infelice, ma ci hanno pensato gli altri a metterlo a posto. E dopo ha chiesto scusa sia a Barry che a me. No, non ci sono problemi.

D. La tua famiglia, quando la cosa è diventata di dominio pubblico, come ha reagito?

R. Bene. Cioè, no, in un primo momento ci sono rimasti parecchio male. Più di tutto perché non l'avevano saputo direttamente da me ma dai giornali. Beh, un po' anche perché non si aspettavano proprio di avere un figlio gay e non erano pronti ad ammetterlo tanto facilmente. Ma, passati i primi giorni di tensione, e soprattutto di imbarazzo da parte loro, a poco a poco si sono convinti che, dato che io sono molto felice e che lo sono grazie all'amore di Barry, può anche andare bene così. Hanno conosciuto Barry, che li ha conquistati e ormai i miei lo considerano tranquillamente uno di famiglia.

D. Sei stato fortunato, tutto sommato.

R. Decisamente sì.

D. Ora sei all'apice della tua carriera. Che progetti hai per il futuro?

R. Che progetti abbiamo? Bene, presto mi ritirerò. Abbiamo messo da parte un buon gruzzolo, io e Barry. Quando lasceremo la nazionale, abbiamo intenzione di mettere su un'agenzia di viaggi. Con due specializzazioni particolari: viaggi legati alle attività sportive (campionati, olimpiadi, eccetera) sia per gli atleti che per i tifosi, e crociere nel Pacifico.

D. La vostra isola c'entra in qualche modo?

R. Sì, anche se indirettamente: non vogliamo che diventi un centro turistico. Ci piacerebbe che restasse come è. Ma ci piacerebbe tornarci, qualche volta, io e Barry da soli. Diciamo a celebrare un certo anniversario... Siamo in trattative per vedere se riusciamo a comprarla. Non so se sarà veramente possibile, ma è il nostro sogno. Proprio perché, se diventerà nostra, nessuno potrà sfruttarla sul piano turistico e cambiarle il volto.

D. Non è un peccato che altre coppie non possano goderla, sia pure nel rispetto del suo aspetto naturale?

R. Questo non è escluso. Ma solo coppie che siano disposte a viverci come vi abbiamo vissuto noi: nudi, mangiando i prodotti del posto, senza attrezzi, radio, nulla. Non per due anni, certo (ride) anche solo una settimana, un mese: quanto si sentono di resistere. E senza cambiare nulla.

D. Solo coppie gay o anche etero?

R. Non abbiamo pregiudizi: basta che siano innamorati.

D. È un bel sogno. Vi auguro di realizzarlo. Vuoi dire qualcosa altro ai nostri lettori?

R. No... o meglio, che li ringrazio della pazienza di aver eventualmente letto questa intervista fino in fondo. E che se qualcuno ci volesse mettere a disposizione i suoi fondi con un prestito a tassi agevolati, per aiutarci a comprare la nostra isola, saremmo davvero molto grati e felici. Possono eventualmente mettersi in contatto con la rivista che li metterà in contatto con noi?

D. Sì, certamente. E possiamo promettere loro che potranno così essere i primi ospiti dell'isola...

R. Certamente, ma solo se ci andranno con la persona di cui sono innamorati e solo una coppia alla volta. Non si concede la minima deroga... (ride)

D. Bene, Allan, grazie mille per il tuo racconto interessante anzi avvincente. E grazie anche a Barry che ha accettato che tu parlassi di lui, e della vostra storia intima, apertamente rendendo così possibile questa intervista e la sua pubblicazione.



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