D. È un piacere poter intervistare il grande Charenne, soprattutto perché è noto che fino ad ora non ha mai voluto rilasciare interviste. Come mai a noi sì?
R. Perché leggo la vostra rivista da anni e la ammiro. E perché mi hai promesso che non parleremo di moda.
D. Ma se ci dovrai raccontare la tua vita...
R. Certamente è intrecciata con la mia carriera di stilista, ma finché la moda resta in sottofondo, mi va bene.
D. Eppure il tuo lavoro ti piace, ti appassiona: come mai non vuoi parlarne?
R. Perché secondo me la moda è qualcosa di cui ci si appropria non parlandone ma usandola e perché le parole la travisano. Odio gli articoli di moda: o banali o incomprensibili.
D. Bene, allora veniamo alla nostra intervista: come e quando hai scoperto di essere gay e come hai vissuto poi questa tua dimensione?
R. L'ho scoperta tardi e all'inizio l'ho vissuta male. Avevo ventuno anni. Uno dei modelli che avevo creato, indossato da una mia amica ad un party, aveva attratto l'attenzione di un giornalista di moda che le aveva chiesto di chi fosse quel modello. Lei aveva fatto il mio nome e il giornalista aveva voluto conoscermi. Mi aveva telefonato, avevamo fissato un appuntamento. Lui era il famoso G* che scriveva su Vogue: ero eccitato. Era venuto nel mio minuscolo atelier. Gli avevo fatto vedere tutta la mia produzione artigianale e ne era rimasto colpito. Mi aveva proposto di creare alcuni altri modelli in modo di formare una linea: lui avrebbe trovato indossatori e indossatrici, li avrebbe fotografati e mi avrebbe dedicato un articolo. Era il lancio, ero emozionato e felice.
Lavorai come un matto, pieno di entusiasmo: allora facevo ancora tutto da solo. Il fotografo preparò il servizio fotografico e mi pareva che i modelli fossero ancora più belli che dal vero. Lui scrisse un articolo in cui si gridava alla scoperta del nuovo genio della moda. Uscì Vogue. Fioccarono telefonate, telex, fax, telegrammi: un vero successo. Ero al settimo cielo. Gli chiesi di venire a festeggiare con me. Lui come controproposta organizzò un party a casa sua con indossatori e indossatrici, gente del giornale, amici comuni. Capisci: ero il centro dell'attenzione, il festeggiato. Ero inebriato. Una serata splendida. Tutti mi facevano bere e mi facevano complimenti, domande, feste. Poi a poco a poco andarono via tutti. Restammo solo io e G*. Mi sentivo piacevolmente brillo.
Per dirgli tutta la mia gratitudine, mentre mi preparavo per salutarlo e tornare a casa, lo abbracciai. Lui mi strinse a sé. Lo baciai euforico. Lui mi baciò in bocca.
E mi disse: "Olivier, ti amo!"
"Anche io!" risposi senza riflettere.
"Voglio fare l'amore con te." mi disse lui carezzandomi in modo intimo.
Le sue carezze mi eccitarono e così, istintivamente, il mio corpo rispose al suo. Mi lasciai guidare fino al suo letto, mi lasciai spogliare, mi lasciai amare da lui, mi lasciai prendere. Lui mi ripeté che mi amava, io gli ripetei che lo amavo. Mi portò all'estasi.
Ci addormentammo nudi, allacciati. Mi svegliai la mattina dopo che era quasi mezzogiorno. Mi trovai a letto, completamente nudo, con G*. Ero stupito, ma poi, di colpo, ricordai tutto. E mi sentii pieno di vergogna. Non incolpai lui, ma me stesso. Scivolai fuori dal letto e mi rivestii in silenzio, chiedendomi come avessi potuto fare una cosa del genere. Ero già semivestito quando lui si svegliò.
"Che fai? Perché ti vesti?" mi chiese alzandosi a sedere sul letto.
"Torno a casa..." dissi con l'aria di un cane bastonato.
"No, resta ancora un po', ti prego... ora mi alzo anche io..."
"No, resta a letto. Io vado..."
Capì dalla mia espressione che qualcosa non andava ed intuì: "È per quello che è successo stanotte?" chiese sommesso.
"Sì. Mi dispiace. Non avrei dovuto." gli dissi vergognandomi da matti.
"E perché? Io davvero ti amo: dal primo giorno che ti ho visto. E per me questa notte è stata meravigliosa. Specialmente quando m'hai detto che anche tu mi ami."
Arrossii: "Ero ubriaco, devi perdonarmi. Io... non ho mai fatto queste cose, mi dispiace. Non avrei dovuto farle, non voglio farle." dissi imbarazzato.
"Ma ti è piaciuto." insisté lui.
"Ero ubriaco."
"Mi dispiace, allora. Credevo di piacerti, altrimenti... non pensare che ho voluto approfittare di te solo perché mi piacciono i ragazzi." mormorò appena.
"No, non sei tu che devi scusarti: sono io che ti ho abbracciato, baciato. Tu mi piaci, G*, ma come amico, non in quel senso; perdonami."
"Vuoi dire che mi resterai amico?"
"Certo, non lo mettere neppure in dubbio. Ma non chiedermi di..."
"No, certo. Non potrei neppure, ora che so di essermi sbagliato."
Restammo amici. Non ci fu nessun imbarazzo in seguito.
D. Questa è la tua prima esperienza, ma non ti eri veramente accettato come gay, esatto?
R. A dire il vero questa non è stata la mia prima esperienza in assoluto. La mia prima esperienza sessuale con un uomo fu quando avevo quattordici anni. Cioè prima che cominciassi a tagliare i vecchi abiti di casa per crearmi i capi alla moda che i miei, per mancanza di soldi, non potevano comprarmi.
Avevo quattordici anni. Stavo andando dalla nonna nel sud della Francia. Da solo. La nonna mi aveva mandato i soldi per una cuccetta di seconda classe. C'ero solo io, mi scelsi la cuccetta di mezzo. Mi tolsi le scarpe, i calzoni e il maglione e, in canottiera e mutande, mi stesi per dormire. Mi addormentai subito. In piena notte fui svegliato da una sensazione strana: qualcuno era entrato nello scompartimento buio. Alla fioca luce della lampada azzurrata ne distinguevo appena la sagoma. Era un uomo. Mi aveva scoperto, mi stava masturbando. Irrigidito dalla paura, lo fissai senza muovermi. Con la coda dell'occhio mi resi conto che frattanto si stava masturbando anche lui. Poi si chinò su di me e me lo succhiò fino a farmi eiaculare e bevve tutto. Poi lo sentii gemere piano e capii che anche lui aveva raggiunto l'orgasmo. Allora si rialzò, aprì la porta della cabina con la chiave a T che hanno i ferrovieri, sparì. Io ero rimasto immobile, pietrificato, il cuore mi batteva furioso. Avevo provato un misto di paura, eccitazione, vergogna, piacere da cui non riuscivo a districarmi. Mi coprii parecchio tempo dopo. Mi addormentai, ma cadendo in un sonno agitato. La mattina dopo, quando scesi dalla cuccetta, ancora stordito, intontito, vidi la macchia del seme del mio notturno visitatore, ancora umida, sul bordo della cuccetta inferiore. Mi vestii in fretta e cambiai precipitosamente scompartimento, anzi, vagone.
Ero letteralmente sconvolto: di salda educazione cattolica e tradizionalista, quello che più mi sconvolgeva era l'intenso piacere che aveva accompagnato quell'avventura notturna. Mi sentivo colpevole di aver provato quel particolare tipo di piacere e per di più con uno del mio stesso sesso.
In seguito dimenticai quell'incidente o per meglio dire non ci pensai più. Ebbi un paio... anzi tre ragazze. Con due giunsi al rapporto completo. Gradevole. I sensi di colpa molto attenuati, quasi inesistenti. Non è che io cercassi a tutti i costi l'avventura sessuale: in fondo le ragazze mi piacevano molto, ma come amiche. Questo fino appunto a ventuno anni, quando accadde quell'episodio. Forse proprio quell'avventura dei quattordici anni mi fece reagire in quel modo, non so. Perché, nonostante fossi ubriaco, anche con G* mi era piaciuto molto, anche la penetrazione, nonostante fosse la prima in assoluto: ma non era stata affatto dolorosa, neppure fastidiosa, anzi... E quell'anzi mi riempiva di vergogna. Anche quello che mi aveva fatto quella notte sul treno quel ferroviere, almeno credo che lo fosse, mi era piaciuto molto, anzi, troppo.
Temevo di essere gay. Non volevo essere gay. Questo è il nocciolo del mio problema.
D. E come avvenne che invece ti accettasti come gay, quando e grazie a chi?
R. Accadde un anno dopo, e sempre per merito di G*. Come ti ho detto eravamo rimasti buoni amici. Dopo il mio no, G*, che allora aveva trentadue anni, conobbe un indossatore di ventidue anni, un ragazzo molto bello e se ne innamorò. Quel ragazzo, Philippe, aveva intravisto la possibilità di diventare famoso grazie a G* e gli aveva fatto credere di contraccambiare il suo amore. G* me ne parlava in termini entusiastici, appassionati.
Vedi, il fatto che io non accettassi di essere gay, non mi impediva di accettare che lo fosse il mio amico G*. Così lui si confidava liberamente con me. Ero contento per lui, ma Philippe non mi piaceva: istintivamente. Purtroppo avevo ragione. La loro relazione durò solo un anno, il tempo che ci volle a G* per lanciarlo. Quando Philippe divenne famoso, disse a G* che s'era stufato di lui e lo piantò, così, dall'oggi al domani. Quel che è peggio, prendendo in giro l'amore che G* gli aveva dato.
G* era distrutto. Cercai di stargli vicino: mi faceva male vederlo soffrire così, in particolare perché, accogliendo le sue confidenze, avevo potuto apprezzare la bellezza, l'intensità, la profondità del suo amore per il ragazzo. Cercavo di tirargli su il morale, passavo ore con lui. Ma sembrava sprofondare sempre più in una sorta di cupa disperazione.
Finché un giorno, senza motivo, senza che avessimo un appuntamento, sentii che dovevo assolutamente vederlo. Telefonai al giornale: non si era visto al lavoro, stranamente. Lo chiamai: non rispose. Di solito, se non era in casa, lasciava la segreteria telefonica: non l'aveva messa. Questo mi insospettì, mi allarmò. Mi precipitai a casa sua. Mi attaccai al campanello. Non rispondeva.
Allora salii, attraverso le soffitte, sul tetto e mi calai sul balcone di casa sua: abitava nell'attico, infatti. Ruppi un vetro ed entrai. Lo chiamai, nessuna risposta. Lo trovai in salotto. Era seduto, immobile, su una poltrona. Pensai di essere arrivato troppo tardi. Mi lanciai su di lui piangendo e chiamandolo e lui rispose.
"Olivier, che sei venuto a fare?"
Il sollievo di vedere che era vivo, dopo il terrore di pensare che si fosse suicidato, mi fece capire in un lampo quanto era importante per me G*. Più ancora, mi fece capire che lo amavo.
Lo abbracciai, stretto, e mormorai: "Pensavo che ti fossi ucciso..."
"Infatti, è quello che voglio fare..." mi disse mostrandomi un boccettino di veleno che aveva in mano.
"Nooo!" urlai tentando di strapparglielo dalle mani.
Lui cercò di impedirmelo, lottammo, scivolammo sul tappeto. Allora io, disperato, lo baciai. Lo baciai e lo carezzai con veemenza, finché lui schiuse la bocca e rispose al mio bacio. Mi eccitai subito, lo sentii eccitarsi. Lo spogliai frenetico: volevo il suo amore, volevo che mi prendesse di nuovo, volevo essere suo! Mi spogliai e cominciammo a fare l'amore con una passione incredibile. Mi offrii a lui, mi prese e fu immensamente più bello che non la prima volta. Quando finalmente la nostra foga si fu appagata, giacemmo sudati, ansanti, ancora allacciati. E, come la prima volta, scivolammo nel sonno. Quando mi svegliai, lui stava vestendosi.
"Che fai?" gli chiesi.
"Mi vesto." disse scuro in volto.
"Perché? ho ancora voglia di te..."
"No... non dovevamo farlo."
"Perché?" chiesi stupito alzandomi a sedere e guardandolo.
Sembrava che, rispetto alla prima volta, si fossero assurdamente invertite le parti.
"Tu l'hai fatto solo per non farmi ammazzare. Ma tu non sei gay. Io ti amo ancora, hai riaperto una vecchia ferita. Non volevo la tua pietà... hai solo ritardato la mia morte, così."
Cercai con gli occhi, allarmato la bottiglietta di veleno. La vidi in terra. Mi affrettai ad impadronirmene.
Lui sorrise amaro: "Non potrai impedirmelo per sempre, Olivier."
"E invece sì."
"Non puoi starmi sempre appiccicato."
"E invece sì." ripetei cocciuto.
"E come?"
"G*, io ti amo. Non ho fatto l'amore con te per pietà, ma perché ho capito che ti amo. E se l'avessi capito prima, non avresti avuto la delusione di Philippe. Ma ormai, non avrai più delusioni."
"Dici così solo per non farmi ammazzare."
"No! Dico così perché l'ho capito davvero, che ti amo. E mi piace da matti fare l'amore con te. Non l'avrei mai fatto solo per pietà, credimi. Voglio vivere con te, voglio essere tuo, voglio farti felice e che tu faccia felice me. Togliti quei calzoni, dai, vieni qui. Ho voglia di fare di nuovo l'amore con te. Ho bisogno di farlo ancora."
Lo tirai giù con me e facemmo di nuovo l'amore. Questa volta con incredibile dolcezza, calma. E questa volta G* volle essere mio.
Iniziò una relazione molto bella e dolce e dopo neanche un mese decidemmo che volevamo vivere assieme. Andai a vivere da lui.
Il mio lavoro procedeva di bene in meglio, aprii la mia seconda sede trasferendo laboratori e show room e trasformai la vecchia sede in uffici e in una scuola per indossatori, con una piccola palestra, sauna e solarium. Inoltre iniziai la mia linea di articoli sportivi e quella di biancheria intima.
Fummo invitati per una grande sfilata a Trinità dei Monti, a Roma: era il suggello della mia fama. G* aveva lasciato Vogue per dedicarsi esclusivamente alla pubblicistica per la mia produzione. Partimmo assieme. La sfilata fu un successo. Eravamo felici. Terminato tutto, io dovetti tornare con l'aereo del mattino perché avevo un importante impegno a Parigi, lui sarebbe tornato la notte, perché doveva sistemare alcuni contratti con la TV italiana.
Ma non ci rivedemmo più: il suo aereo partì puntualmente da Roma e non arrivò mai a Parigi. La sua perdita mi gettò in una crisi profonda. Pensavo di disfarmi di tutto, non volevo più fare nulla, non mi interessava più nulla. Didier, uno dei miei primi indossatori, che ora dirigeva la scuola, mi fu molto vicino e riuscì a poco a poco a tirarmi fuori. Per reazione, mi gettai quasi rabbiosamente nel lavoro. Mi occupavo di tutto e di tutti, ero sempre presente, tutto doveva passare per le mie mani. Qualche collaboratore, risentito nel sentirsi privare delle sue responsabilità mi lasciò, ma il buon Didier convinse la maggioranza ad aver pazienza e restare. Infatti a poco a poco mi calmai, ritrovai il mio equilibrio.
Per un anno non avevo avuto alcun rapporto sessuale: non ne sentivo la necessità. Ma proprio il ritrovare una certa serenità, mi fece risvegliare il desiderio. Anche perché molti dei ragazzi che si presentavano da noi per la selezione per diventare miei indossatori o fotomodelli per le mie linee, quasi sempre mi si offrivano. Così cominciai a portarmeli a letto uno dopo l'altro.
D. Il numero dei gay in questa categoria è alto.
R. Indubbiamente sì, ma non dipendeva solo da questo: anche non gay mi si offrivano pur di entrare da me. Entrare da me voleva dire spesso diventare famosi e guadagnare parecchio. Perciò, dato che la concorrenza era alta, usavano ogni mezzo, anche quello.
D. Potresti dire che percentuale?
R. L' 80%, occhio e croce. Di questi due terzi gay, un terzo disponibile ad un rapporto omosessuale.
D. Te li portavi a letto tutti?
R. No, tutti no. Innanzitutto la prima selezione la faceva Didier in modo che arrivassero a me solo i più adatti, per fisico e look. Infatti a volte si presentavano ragazzi assolutamente inadatti, inadeguati a quel lavoro. Poi io facevo la seconda selezione e li rimandavo da Didier per la scuola. Ne restavano pochi. Dovevano corrispondere infatti ad una certa immagine di maschio che ormai contrassegnava la mia produzione, per questo la scelta finale era mia. Tra quelli che avevo scelto, diciamo che me ne portavo a letto tre su quattro e solo se mi si erano offerti. Due cose sono importanti: una, che non ho mai dato un lavoro ad un ragazzo solo perché me lo volevo scopare; secondo, che non ho mai chiesto ad un mio modello di farsi scopare se non mi si era offerto lui. In altri termini, contrariamente alle loro aspettative, il fatto che a me piacessero i ragazzi non influiva affatto sul loro lavoro.
D. Ne hai avuti parecchi, comunque.
R. Direi proprio di sì, anche se non ho mai tenuto il conto, ma in dodici anni... certo moltissimi.
D. Ma ti si offrivano... come?
R. Abbastanza esplicitamente. Beh, certo, ognuno secondo il proprio carattere e stile. Mi divertivo, quando intuivo che volevano farmi capire la loro disponibilità, a vedere come avrebbero fatto.
D. Ad esempio? Credo che questo incuriosisca i nostri lettori come incuriosisce me: che cosa accade dietro le quinte...
R. Vuoi esempi? Bene. Di solito io chiedevo perché volevano entrare proprio da me, e di solito a questo punto avveniva l'offerta.
Con discorsi del tipo: "Tutti vorrebbero entrare da lei... è come un sogno far parte di quella bella schiera di indossatori e modelli che tutti ammirano. Vuol dire diventare famosi. So che c'è perciò tanta concorrenza, che lei non può prendere tutti, ma io voglio diventare un suo indossatore (o modello, secondo i casi) e sono disposto a tutto, mi creda. Mi impegnerò al massimo per darle soddisfazione, per farla essere contento di me in ogni senso, in ogni cosa, in ogni desiderio che lei possa avere." e il modo di dire queste parole, di guardarmi, completava il messaggio in modo inequivocabile.
Oppure: "Voglio lavorare per lei perché ho una grande ammirazione per la sua produzione, ma anche per lei come persona, personalità. Lei mi ha sempre affascinato, dalla prima volta che ho visto una sua fotografia, mi creda. Lei è un uomo eccezionale e poter avere la fortuna di starle accanto mi affascina, più del lavoro stesso. Penso che se lei fosse un cuoco, verrei a chiederle di fare il lavapiatti. Non so che cosa darei per poter essere accettato da lei. Se solo lei mi dicesse: voglio questo, io sarei pronto. A tutto." e anche qui il modo era eloquente: quel "tutto" era soprattutto il suo corpo.
O ancora: "Vede, io sono un po' imbarazzato... se le dicessi che è perché mi sento all'altezza potrei passare per un presuntuoso, se le dicessi che temo di non essere all'altezza, potrei passare per un insicuro... Perciò vorrei che lei mi mettesse alla prova, che giudicasse di persona. Capisco che non può, come si dice, comprare a scatola chiusa. Se vuole che mi spogli qui davanti a lei... che le dimostri che cosa sono in grado di offrirle se mi assume... io sono pronto... sarei felice di poterla convincere che vale la pena di prendermi fra i suoi ragazzi... Se vuole scoprire i miei talenti nascosti e metterli alla prova... Mi spoglio?"
E ancora: "Fare il modello (o l'indossatore) è sempre stato il mio sogno e mi renderebbe felice. Le sarei davvero profondamente grato, e saprei mostrarle la mia gratitudine, mi creda. Sono sempre stato un ragazzo molto duttile, sono certo che saprei compiacerla, qualunque cosa potesse desiderare da me. Anche al di fuori del lavoro, voglio dire, su un piano personale. E saprei essere discreto e riservato..."
Ma anche molto più esplicitamente: "Perché vorrei entrare da lei? Perché io sono gay e so che molti indossatori e modelli lo sono. E a me piace il sesso. A dire il vero mi piace di più con persone più adulte di me, con persone come lei..."
Oppure: "Perché credo in me stesso. So di essere un bel ragazzo, ed anche di piacere; so anche di poter dare molto piacere. Perciò credo che per lei sarei un buon acquisto, e se lei volesse, potrebbe sincerarsene anche subito, qui, o dove e quando preferisce... So essere molto disponibile, mi creda."
O infine: "Credo di piacerle e lei mi piace. Così, oltre a lavorare per lei, potrei anche, quando ne ha il desiderio, venire a letto con lei." Ti basta?
D. Incredibile, tutti così sfacciatamente?
R. No, certo, questo era il fior da fiore. Altri in modo più sottile, elegante, indiretto. Ti do ancora un esempio, allora, di pochi giorni fa: ragazzo di diciotto anni, molto carino. Per inciso, l'ho preso, comparirà in futuro, sta facendo il corso. Comunque, non me lo sono portato a letto, non ci porto più nessuno, logicamente, da quando sto con Jean-Michel.
Dunque, il ragazzo mi dice: "Mi piacerebbe diventare un bravo indossatore. Credo di averne la stoffa, ma potrei sbagliarmi. Certamente lei è il miglior giudice. Mi piacerebbe essere guidato per mano da lei in questo difficile lavoro. Seguire i suoi consigli, le sue indicazioni, i suoi minimi desideri per quanto dovrei fare perché sia soddisfatto di me. Mi affiderei a lei completamente, mi creda, anima e... corpo."
Un poema, no? L'ho preso, non per questo, ma perché oltre ad un corpo ideale per la mia immagine, ha una dote non secondaria: un'espressività davvero notevole.
D. Dicevi che per dodici anni ti sei preso i ragazzi che ti si offrivano. Mai niente di serio?
R. No, mai. A volte era un solo incontro, a volte invece anche per un anno è durata, ma senza mai coinvolgimenti sentimentali, anche perché se mi accorgevo che, a volte è capitato, uno dei ragazzi si stava prendendo una cotta per me, cessavo subito ogni rapporto fisico con lui. Non volevo più legarmi...
D. E invece...
R. Invece... Avevo trentasei anni. Avevo preso l'abitudine di passare ogni sera, quando tornavo a casa, in un bar vicino al palazzo in cui abito, il bar "Petit Prince" del cui proprietario sono amico. Bevevo un bicchierino, scambiavo due parole con lui, poi tornavo a casa. Era diventato quasi un rito. Una sera, mentre torno a casa, a due passi dal bar vedo un ragazzo appoggiato ad un lampione, una sacca accanto a lui. Lo guardo: è vestito dimessamente, ma mi pare di una bellezza notevole: la quintessenza di tutti i miei ragazzi. Passo oltre, ma mi chiedo chi sia. Non ci penso più. La sera dopo lo rivedo: gli stessi abiti, la stessa posizione, lo stesso lampione. Bello! Anche la posa languida mi attrae. Lui non mi guarda.
D. Era una marchetta?
R. No, quello non era un posto in cui si batteva. Né cercava di agganciarmi. Per questo mi incuriosiva ancora di più. La terza sera, lo vedo ancora là e sto quasi pensando di attaccare bottone, ma torno a casa. Poi, la quarta sera, appena entro nel mio bar, lo vedo seduto ad un tavolinetto che mangia di gusto un sandwich. Ora, sotto la luce, è persino più bello. Vado al bancone e, sottovoce, chiedo al barista se sappia chi è quel ragazzo.
Serge mi dice di sì: "È un ragazzo di diciassette anni. È rimasto senza lavoro, non ha famiglia. È venuto a Parigi dalla campagna, sta cercando lavoro ma non lo trova. Non ha casa, dorme sotto il ponte qui dietro, in un riparo di scatoloni. Non ha soldi, così io gli offro, ogni sera e ogni mattina, qualcosa da mangiare e bere. Si chiama Jean-Michel..."
D. Il tuo Jean-Michel, dunque?
R. Sì, proprio lui. Serge continua: "Mi pare un gran bravo ragazzo, così cerco di aiutarlo come posso. Se solo avessi bisogno di un cameriere in più, lo assumerei volentieri, ma purtroppo..."
Allora io prendo il mio bicchierino e gli dico: "Forse posso aiutarlo io..."
"Magari, Olivier..." dice Serge.
Vado al tavolino del ragazzo e gli chiedo se posso sedere con lui. Mi guarda lievemente sorpreso (ci sono parecchi altri tavolinetti liberi) ma dice di sì con un sorriso lieve. Siedo.
"Ti chiami Jean-Michel, vero?"
"Sì..." dice lui con tono interrogativo.
"Il barista, che è mio amico, mi ha detto che cerchi lavoro."
"Esatto."
"Sai chi sono io?"
"No... mi spiace..."
Mi presento e gli faccio la proposta: diventare un mio indossatore o fotomodello. "Si guadagna bene, è un buon lavoro..." concludo.
Lui sorride: "Mi ha detto che dovrei seguire un corso di alcuni mesi..."
"Certo."
"Non ho i soldi per quel corso..."
"Sarebbe gratis, comunque."
"Ma frattanto non guadagnerei e prima di avere il mio primo stipendio, passerebbero mesi... Io non ho denaro, non ho casa..."
"A questo penserei io: potresti abitare da me, mangiare con me. Gli abiti, beh, capisci che sarebbero il problema minore: avresti solo da scegliere nella mia produzione. Gratis, s'intende..."
Lui mi guarda. Ha uno sguardo aperto, franco, limpido. Ti assicuro che provo brividi di piacere.
Calmo, senza imbarazzo ma anche senza aggressività, mi chiede: "Mi scusi: l'offerta è particolarmente generosa... Che cosa la spinge a farmela?"
"Ti ho notato in questi ultimi giorni, e mi piaci, molto."
"In che senso le piaccio? Che cosa vorrebbe in cambio da me?"
"Mi piaci molto, come ti ho detto, perciò due cose mi hanno spinto a fare questa proposta: la prima è che penso che potresti diventare un ottimo indossatore, e raramente mi sbaglio. La seconda, è che mi piacerebbe se si potesse instaurare un rapporto più personale... mi piacerebbe fare l'amore con te." dico chiaro e tondo: sento che non potrei mentirgli.
Lui non cambia espressione, sorride appena, mi guarda con lo stesso sguardo limpido, calmo e mi dice: "La ringrazio molto, ma devo rifiutare la sua offerta, allora. La ringrazio molto perché mi ha offerto un lavoro interessante a condizioni più che vantaggiose, ma anche perché mi ha detto chiaramente che cosa si aspetta da me, senza prendermi in giro. Ma devo rifiutare perché non ho mai avuto rapporti sessuali con persone del mio stesso sesso e non mi sento portato ad averne. Mi perdoni."
La sua risposta mi era piaciuta molto.
Scossi il capo e gli sorrisi: "Probabilmente non mi sono spiegato bene: non ho detto che ti offro il lavoro a condizione che tu venga a letto con me. Sono due cose diverse, indipendenti. Se tu vuoi accettare solo la prima, per me sta bene, non cambia nulla. E il fatto che ti abbia offerto ospitalità in casa mia, non ha secondi fini, ti do la mia parola d'onore. Il mio alloggio è molto grande, avresti la tua camera, la tua privacy e non verrei certo a cercare di metterti in situazioni imbarazzanti: ti prego di credermi."
"Sì, la credo. È stato onesto fin dal primo momento perciò la credo. La sua proposta è troppo allettante per rifiutarla, a queste condizioni. Se non l'ho offesa, se ancora mi vuole aiutare..."
"No che non mi hai offeso. Mi piace la tua chiarezza, la tua determinazione. Allora, affare fatto?" gli chiedo porgendogli la mano.
Me la stringe sorridendomi: mi sento brividi di piacere anche solo a quel contatto...
"Vieni, abito qui vicino..." gli dico.
Prende la sua sacca e mi segue. Arrivati a casa, gli mostro la sua camera, gli do la biancheria per la notte e per lavarsi, gli mostro il resto dell'appartamento. E gli do la buonanotte.
"Non vuole sentire la mia storia?" chiede lui un po' sorpreso.
"Avremo tutto il tempo nei prossimi giorni, no? Ora fatti un bel bagno e vai a dormire. Credo tu ne abbia bisogno. Domattina sveglia alle sette e trenta, colazione, poi al lavoro. Buona notte."
"Buona notte. E grazie..."
Mi piace, mi piace da matti. Pazienza. Il giorno dopo lo porto da Didier e dopo avergli spiegato chi è il ragazzo, gli dico di formargli un guardaroba facendogli scegliere i capi che vuole di far portare tutto da me, quindi di fargli il corso. Io vado al lavoro. Ci rivediamo per pranzo; si è cambiato: indossa abiti della mia linea, Didier lo ha anche portato dal parrucchiere facendogli cambiare look: è, se possibile, ancora più bello e desiderabile di prima.
Comincia la nostra convivenza: è un ragazzo delizioso, intelligente, allegro, vivace, elegante, ma riservato, discreto, pulito, ordinato, rispettoso. Mi ha chiesto il permesso di leggere i miei libri: gli ho detto che può prendere qualsiasi libro dalla mia biblioteca, ascoltare qualsiasi CD o guardare qualsiasi video. Mi ringrazia. In casa gira sempre perfettamente vestito ed in ordine. L'ho visto nudo solo una volta che ero andato da Didier e lui si stava cambiando. Non ha mostrato né imbarazzo né esibizionismo, neanche quando si è reso conto che lo guardavo. Un corpo perfetto, sensuale, che accese subito il mio desiderio.
Non gli feci mai sentire quanto lo desiderassi, ma credo che con la sua sensibilità se ne rendesse conto. Era molto di compagnia e mi piaceva averlo per casa. Era piacevolissimo conversare con lui. Attento, disponibile, sincero.
Il fatto di averlo per casa porta alcuni cambiamenti nella mia vita: innanzitutto smetto di portarmi a casa, a letto, i ragazzi: per non metterlo in imbarazzo. Non mi costa molto. Poi smetto di frequentare il bar la sera: sto meglio con lui in casa. Anche lui è un tipo piuttosto casalingo. Infine, mi sento più sereno, motivato: mi piace aver qualcuno di cui prendermi cura e che in qualche modo si prende cura di me...
Didier ne è entusiasta: dice che il ragazzo ha un talento naturale sì che in soli due mesi è pronto per la prima posa come modello e per le prime passerelle. Dotato per l'uno e l'altro, come solo i migliori sono. Così Jean-Michel entra nel giro dei ragazzi. Per il suo buon carattere, lega subito, se li fa subito amici. E conosce Herbert. È uno dei miei modelli preferiti, uno splendido ragazzo di ventidue anni. Herbert si invaghisce di Jean-Michel. Inizia a fargli il filo, sfodera tutto il suo charme, a poco a poco lo seduce. Sapendo che Jean-Michel non è gay, prepara accuratamente la sua rete, ci va piano, ci mette circa quattro mesi, ma infine riesce a portarselo a letto. E Herbert, a letto, ci sa fare davvero, lo so bene io. La prima esperienza gay di Jean-Michel si rivela qualcosa di inaspettatamente bello per il ragazzo, che accetta con molta naturalezza, senza traumi, e in breve accetta di essere il ragazzo fisso di Herbert. Beh, almeno di questo, ad Herbert, devo essere grato.
D. Ma tu eri al corrente di tutto questo? Che effetto ti fece?
R. No, io non so niente di tutto questo, ne sono venuto a conoscenza solo dopo. Noto solo che Jean-Michel è più luminoso e lieto che mai. Chi sa tutto è Didier, che però, sapendo che io sono invaghito del ragazzo (con Didier ho confidenza) pensa che ci starei male a sapere che Jean-Michel ha accettato la corte di Herbert e non la mia. La relazione fra i due dura esattamente quattro mesi. Finisce perché Herbert fa un passo falso: vuole che Jean-Michel mi lasci e vada a vivere con lui. Il ragazzo gli dice di no: sa che ho bisogno della sua compagnia e, dopo tutto quello che ho fatto per lui, non vuole mostrarsi ingrato. Herbert allora inizia a parlare male di me, a criticarmi, a dire cose pesanti a mio riguardo, anche inventando. Jean-Michel mi difende. Herbert insiste. Litigano. Un litigio violento e Herbert, persa la calma, si toglie la maschera e sputa veleno. Jean-Michel vede così il vero volto del ragazzo di cui s'era invaghito e ne ha una grossa delusione. Decide che non vuole avere più nulla a che fare con Herbert.
Per quattro o cinque giorni noto che Jean-Michel è nero, taciturno, pensieroso. Gli chiedo che cosa sia accaduto. "Niente" dice lui. Capisco che non ha voglia di parlarmene e non insisto. Non ho nessun diritto di mettere il naso nella sua vita privata. Poi, una sera, mi dice che deve parlarmi. Lo vedo di nuovo sereno, gli occhi luminosi e sono contento per lui.
Col suo solito stile pulito, diretto, franco, lui comincia: "Olivier, tu sei ancora innamorato di me, vero?"
"Beh... speravo di riuscire a nascondertelo... Non volevo metterti in imbarazzo..."
"Sì, lo so e l'ho apprezzato molto. E volevo chiederti scusa."
"Scusa?"
"Sì. Avrei dovuto capire prima che... Olivier, mi vuoi come tuo ragazzo?"
Lo guardo sbalordito, incredulo, felice, meravigliato e queste sensazioni si accavallano, si susseguono, si mescolano e non riesco neppure a parlare. Tremo. Lui mi guarda dritto negli occhi, il suo sorriso pare che mi avvolga...
Infine riesco a dire: "Ma tu non sei gay... non confondere gratitudine con... non potrebbe durare."
"Ti sbagli. Credo proprio di essere gay." dice e mi racconta tutto di lui ed Herbert. E infine mi dice: ".. e proprio difendendoti ho capito quanto sei importante per me, ho capito quanto mi piaci, ho capito che ti amo... e che voglio essere tuo."
"Dovresti rifletterci bene." dico con voce incerta ma emozionato.
"Ci ho riflettuto in questi giorni proprio perché non ho nessuna intenzione di illuderti. Non te lo meriteresti. No. Sei un uomo eccezionale, buono, dolce, onesto... e bello. Mi piaci molto, davvero. In fondo, ripensandoci, tu mi hai attratto fin dal primo momento, anche se allora pensavo fosse solo simpatia. No, io ti amo e vorrei essere il tuo ragazzo, se tu ancora mi vuoi."
"Se ti voglio? Eccome! Lo sai che mi stai rendendo l'uomo più felice di questa terra?"
"Io spero di saperti rendere sempre felice, Olivier... vuoi portarmi in camera tua?"
Così, ci mettemmo assieme. Ero davvero felice, estasiato. Anche a letto, ci incontrammo subito perfettamente; una piena intesa su tutti i piani: fisico, affettivo, intellettivo. Volli dare un grande party in suo onore. Amici, collaboratori, tutti quelli a cui mi premeva comunicare la nostra gioia.
L'errore fu di invitare anche Herbert. Lui contattò subito una di quelle riviste scandalistiche. Questi gli fornirono una macchina fotografica di quelle che si dissimulano indosso. Scattò le foto del party. Comparve l'articolo con la notizia: "In gran segreto, il matrimonio gay del nostro più famoso stilista con un suo indossatore. Tutti i particolari" Fummo perseguitati dai mass media. Sai che non rilascio mai interviste, perciò mi rifiutai di rilasciarne. Ma con Jean-Michel preparammo un comunicato stampa che diffondemmo. Diceva solo così: "La notizia è esatta, i particolari inventati. Quereleremo la rivista per le notizie prive di fondamento." firmato a nome di tutti e due. I giornali pubblicarono questo comunicato. Presto, comunque, lo scalpore si acquetò.
D. Ed ora siete insieme da undici anni. Un bel record.
R. No, sono ancora pochi. Ti prometto che ti rilascerò una seconda intervista quando festeggeremo il venticinquesimo.
D. Grazie, e mille auguri di felicità a tutti e due.