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una storia originale di Andrej Koymasky


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SEI INTERVISTE
INTERVISTA 4
ALEXANDR BUGALOF

Ora vi proponiamo l'intervista del bellissimo, del divino, che tutti ammiriamo da anni e di cui non pochi di noi si sono innamorati: vero mito vivente, maestro d'arte per generazioni di ballerini ed esponente di spicco dell'intelligentia gay internazionale:


ALEXANDR BUGALOF
Coreografo e ballerino russo, USA


D. È una vera emozione poterti intervistare: il creatore dell'Ensemble Bugalof, il primo ed unico corpo di ballo esclusivamente maschile e con un programma di balletti omoerotici. Sai che sono un tuo ammiratore da sempre?

R. Ti ringrazio, sei molto carino.

D. Per prima cosa, Alex ti vorrei chiedere perché fra i ballerini è così alto il numero dei gay.

R. Perché per il ballerino è importante credere nella bellezza del proprio corpo e perché con questo "utensile" deve saper esprimere tutte le emozioni: è un esercizio psicofisico estremamente coinvolgente. Deve amare il proprio corpo, per questo spesso ci si accusa di essere narcisi, e non può non apprezzare chi lo ama. Ma deve credere nella bellezza sublime del corpo maschile, quindi non può non amare un altro corpo maschile. I più grandi ballerini, la storia lo dimostra, non sono quasi mai eterosessuali. Come minimo, bisessuali, più spesso, gay. Questa ammirazione per il corpo maschile, inoltre inizia con le prime lezioni di ballo: vedere la bravura dei più grandi, del maestro non può prescindere dall'ammirarne, amarne il corpo. Il tuo modello non può essere che uno del tuo stesso sesso. E proprio perché la danza è espressione di quella realtà che è il corpo-anima, non si può che amarli assieme, come un tutt'uno... voler conoscerli più intimamente. E nulla ti permette di conoscere un corpo-anima più intimamente del rapporto fisico, sessuale. Ho risposto alla tua domanda?

D. Sì, certo. Vuoi raccontarci ora di come ti sei reso conto di essere gay, di come l'hai accettato, di come hai vissuto questa tua dimensione?

R. Corpo ed anima... Io sono entrato nella scuola di danza classica a sei anni. Mattina a scuola elementare, pomeriggio a scuola di ballo. Ti assicuro che, se vuoi davvero diventare un ballerino, non hai tempo per nulla altro. Tutte le tue energie, tutti i tuoi pensieri, tutto il tuo tempo è dedicato a quello. Devi curare il tuo corpo, allenarlo, svilupparlo armonicamente, viverci a stretto contatto, averne piena consapevolezza. Ed imparare dai maggiori. L'ammirazione per i maggiori, per il maestro, nasce spontanea. Ti affidi a lui, ti lasci plasmare da lui. Lo ammiri, lo imiti, lo emuli. Vuoi piacergli, avere la sua approvazione, la sua ammirazione. Io sono cresciuto così. A dodici anni sono passato alla classe superiore, con un altro maestro. Piccolo trauma, ma presto superato. Il nuovo maestro mi sembrò subito molto migliore del primo, più bello, più perfetto... L'ammirazione cedette il posto all'adorazione. Un suo sorriso era il paradiso, un suo rimprovero l'inferno. Era in mio, il nostro dio. Ci lasciavamo plasmare da lui. Io avevo la sua fotografia sul mio comodino, sai?

Avevo quattordici anni. Dopo una lezione mi trovai in doccia con lui, soli. Capitava a volte. Ne ammiravo il corpo mentre si lavava: era bellissimo. Mi piaceva vederlo nudo, mi piaceva guardarlo, mi dava sensazioni piacevoli, che non sapevo ancora definire. Lui si accorse del mio sguardo e mi sorrise.

"Mi guardi?" mi disse.

"Sì."

"E perché?"

"Perché è bellissimo."

Sorrise di nuovo e disse: "Anche tu sei bello."

Io arrossii di piacere e dissi confuso: "Ma no..."

"Al contrario, stai crescendo bene, hai un bel corpo..." disse e mi carezzò. Io fremetti. Le sue mani sembravano plasmarmi tutto il corpo. Era una sensazione bellissima. "Ti piace?" chiese lui.

"Sì..."

"Anche a me. Mi piaci. Sei bello."

"Mai quanto lei..."

"Vedi che effetto mi fai?" mi disse indicandomi la sua erezione. La guardai affascinato: era la prima volta che vedevo un membro virile nel suo pieno fulgore. "Ti desidero, Alexandr Mikolavich." mi disse lui con voce bassa e calda.

"Sì, maestro..."

"Voglio fare l'amore con te." disse.

"Sì, maestro..." ripetei in estasi.

"Asciughiamoci. Vieni nella mia stanza."

"Sì..."

Lo seguii e mi pareva di volare fra le nuvole. Mi sentivo leggero, euforico: il mio maestro aveva "scelto" me, me fra i tanti ragazzi della scuola. Mi portò sul suo letto, mi venne sopra, mi amò, mi prese. Fu bellissimo. Io avevo saputo dare il piacere al mio idolo. E quando, dopo, mi disse: "Verrai ancora, Alexandr?" gli giurai che sarei corso ad ogni suo cenno. In seguito mi resi conto che non ero l'unico con cui prendeva il proprio piacere. Ma continuava a volermi e tanto mi bastava. Cominciai a farlo anche con altri compagni, di solito più grandi di me, che mi invitavano.

Quando avevo sedici anni, a poco a poco mi innamorai di Cyril, di due anni più grande di me. Era uno dei migliori ballerini della scuola. Far l'amore con lui era qualcosa di estremamente gioioso, appassionante. Quando lui mi disse che voleva che fossi il suo ragazzo, che facessimo coppia fissa, che lo facessi solo con lui, accettai con gioia. Perciò lo dissi al maestro.

Ne sembrò contento: "Cyril è un bravo ballerino e un caro ragazzo, fai bene a metterti con lui."

Cyril era appassionato, forte, sensuale. Mentre mi prendeva, mi perdevo nei suoi occhi che erano due laghi blu, profondi. Mi davo a lui con vera gioia ogni volta che me lo chiedeva: ed era assai spesso...

Quando, a diciassette anni, entrai nel corpo di ballo dove lui era già, potemmo anche condividere la stanza. Adoravo Cyril e, per come si comportava, credevo che anche lui adorasse me. Ero perciò felice, mi sentivo realizzato. Anche la qualità della mia danza migliorò sensibilmente, perché ora danzavo per Cyril: volevo che potesse essere fiero del suo ragazzo. Proprio grazie alla mia relazione con Cyril capii l'importanza del sentimento nella danza: non è solo una questione tecnica, dev'essere espressione della tua anima e l'amore, la passione, il desiderio sono quelli che ti aiutano ad esprimerti, sia nell'unione d'amore che nella danza, con tutto il tuo corpo.

Ma purtroppo ebbi una grossa delusione. Eravamo assieme da due anni, quando Cyril ricevette una proposta di scrittura dal Royal Ballet di Londra. Lui la accettò, benché sapesse che questo avrebbe significato la nostra separazione. Fece la sua scelta e ciò che scelse non fui io. Così partì per Londra, lasciandomi.

Quello che mi ferì di più fu che scelse, decise, senza neppure consultarmi. Un giorno mi comunicò semplicemente il fatto: dopodomani parto per Londra. Addio. Così... Se me l'avesse chiesto sicuramente gli avrei detto di sì, di accettare, e avrei continuato ad amarlo. Magari lui riusciva a farmi andare a Londra... magari ci si poteva rivedere se pure di rado... Non lo odiai: lo cancellai dal mio cuore. Ma, assieme a lui, cancellai anche la parola amore.

L'amore non esiste, esiste solo il piacere fisico. E allora tanto vale cercarlo, goderlo quando e dove c'è, senza ipocrisie, senza menzogne, senza legarsi a nessuno. Senza promesse, senza illusioni.

Iniziarono le nostre tournées all'estero: Francia, Italia, America, Ungheria, Giappone, Sud-Africa, Australia, Canada, Germania... Due anni di successi. Due anni di avventure. Ero il primo ballerino della compagnia da quando Nikita aveva chiesto asilo politico in America. E il primo ballerino in particolare è corteggiato da tutti. Bastava che mi piacesse l'aspetto fisico, ed accettavo tutte le proposte dei miei ammiratori. Mi concedevo senza nessun problema. Accettavo i regali che mi facevano per conquistarmi sorridendo: se il tipo non mi piaceva, poteva regalarmi il mondo che avrei rifiutato regalo e lui. Se mi piaceva, ci sarei andato anche senza regali. Ma li accettavo.

Camerieri, industriali, uomini politici, poliziotti, cuochi, studenti, giornalisti, parrucchieri, finanzieri... bianchi, gialli, rossi e neri... Ma non i miei compagni di tournée. Mi bruciava ancora l'esperienza con Cyril.

D. Non lo vedesti più?

R. Sì. Quando mi era passata, molti anni dopo. Ci salutammo senza problemi, da vecchi amici.

D. Quanto durò la tournée?

R. Con diversi ritorni in patria, durò anni: il nostro ensemble era diventato itinerante. Ma io lasciai la compagnia quando avevo venti anni. Presi questa decisione a New York. Dopo il debutto, quando tornai in camerino, vi trovai un gran fascio di rose bianche meraviglioso. C'era un biglietto. Era il dono di un ammiratore: un famoso banchiere. Mi chiedeva se poteva dare un party in mio onore. Accettai. Lo incontrai prima del party: non mi aspettavo di trovarmi di fronte un giovanotto decisamente bello come lui. Aveva trentatré anni, un corpo atletico, un sorriso aperto.

Cominciò subito a farmi il filo. Visto che mi piaceva, non lo scoraggiai. Ci fu il party, con il bel mondo non solo di N.Y. Ricevetti molte proposte, ma io aspettavo la sua. Che venne, due giorni dopo. Con un altro enorme fascio di rose bianche e un biglietto che più o meno diceva: non riesco a dormire la notte pensando a te: mi giro e rigiro nel mio letto troppo vuoto. Aiuto!

Mi fece sorridere; gli telefonai: messaggio ricevuto, voglio aiutarti... Mi mandò a prendere dal suo autista. Mi aspettava nel suo enorme letto rotondo. Passammo una notte folle. Sembrava impazzito dal piacere, quando gli dissi, dopo ore di giochi erotici, che lo volevo in me. Ci sapeva fare...

Bryan, la terza o quarta volta che si fece l'amore, mi disse che si era innamorato di me. Voleva che rimanessi a N.Y.: era disposto ad aprirmi una scuola di ballo. Ero tentato. Ma gli dissi che io non ero innamorato di lui e che perciò non mi sentivo di accettare. Rispose che non gli importava: voleva avermi vicino, non perdermi. Gli dissi che con lui mi piaceva fare l'amore, ma che volevo essere libero di farlo con chi volevo, non solo con lui. Ripeté che gli stava bene. Gli posi un'ultima condizione che lui accettò senza obiezioni: volevo formare un corpo di ballo gay. Quindi accettai. Lasciare la mia compagnia fu non senza difficoltà che però Bryan, grazie alle sue conoscenze altolocate appianò.

Così si aprì a N.Y. la scuola di ballo Bugalof. Era bella, Bryan non aveva badato a spese. Arrivarono i primi allievi: dal ragazzino che voleva iniziare al ballerino che voleva perfezionarsi. La scuola funzionò subito a pieno ritmo. Si rivelò un investimento redditizio. Mi potei comprare un bell'appartamento...

D. Non vivevi con Bryan?

R. No, anche se ci si vedeva spesso e spesso si faceva l'amore. Non era un tipo possessivo, Bryan: gli bastava che fossi io a cercarlo, a dimostrargli che mi piaceva far l'amore con lui. E a me piaceva. Ma cominciai anche a portarmi a letto i miei allievi. Non tutti, erano troppi, ma solo ai più belli ed ai più bravi facevo le mie avances e parecchi accettavano. Così, a poco a poco, formai il "mio" corpo di ballo e nacque il Bugalof Ensemble di N.Y. Ci vollero circa sei anni, prima che facessimo il nostro debutto in grande stile. Ma nel frattempo, a volte da solo a volte con i miei migliori allievi, si partecipava a spettacoli di livello sempre più alto, in teatri o alla TV. La TV in America è un vero potere... di cui Bryan ci apriva le porte.

D. Quanto durò il tuo sodalizio con Bryan?

R. Sul piano fisico per tre anni. Sul piano dell'amicizia e degli affari, non è mai cessato. Siamo rimasti ottimi amici. È il mio migliore amico, anzi.

D. Per tre anni, quindi fino a quando tu avevi ventitré anni. Che cosa fece cessare il vostro rapporto?

R. Non lo immagini?

D. L'amore?

R. Centro. Quell'amore che avevo tenuto rigidamente fuori dalla porta, in cui non volevo cadere, entrò letteralmente dalla finestra. Durante uno spettacolo, mentre ero in scena, il servizio di sorveglianza sorprese un ragazzo di diciassette anni, un portoricano di nome Diego, che frugava nel mio camerino. Tentò la fuga ma lo bloccarono proprio mentre stava calando il sipario. Dopo gli applausi e le comparse, tornai al camerino e vidi che era pieno di gente. Chiesi che diavolo stesse accadendo. Vidi il ragazzo e mi spiegarono. Chiesi che cosa aveva rubato. Gli avevano trovato addosso solo una mia foto che aveva preso dallo specchio e una mia conchiglia, sai quelle che ci mettiamo sui genitali sotto la calzamaglia. La cosa mi fece sorridere e mi incuriosì. Dissi allora alle guardie di lasciarlo e di lasciarci soli. Mentre tutti uscivano notai sul ripiano davanti allo specchio una rosa rossa con un biglietto. La presi sorpreso. Il ragazzo arrossì violentemente ed abbassò lo sguardo. Lessi il biglietto: mi piacerebbe farti mio. Diego.

Lo guardai e gli chiesi: "Ti chiami Diego, tu?"

"Sì, signore..." disse lui ed arrossì di nuovo fino alle punte delle orecchie.

"Siediti," gli dissi. Sedette. "Così vorresti farmi tuo, eh? Perché?" gli chiesi divertito per il suo imbarazzo.

Lui mi guardò dritto negli occhi, uno sguardo penetrante, forte, deciso.

Disse precipitosamente: "Perché la amo." E abbassò di nuovo gli occhi.

"Mi ami?" chiesi in tono ironico.

Lui mi guardò con uno sguardo sorpreso, addolorato. Ma non disse niente.

"Vuoi farmi tuo, dunque. Ma sei un ragazzino. Quanti anni hai?"

"Diciassette; ma sono già uomo," disse con fierezza.

"Ti sei infilato nel mio camerino per rubare: ti posso mandare in prigione, lo sai."

"No, solo per mettere la rosa. Poi ho visto la foto, poi il parapalle..."

"Si chiama conchiglia," lo corressi ridendo.

Lui continuò: "Non dovevano prendermi, sono stato sfortunato."

"Ma se volevi farmi tuo, come pensavi di farlo senza incontrarmi? Lasciando solo il messaggio col tuo nome e basta, senza un indirizzo, un numero di telefono?"

"Avevo un piano..." disse.

"Quale?" gli chiesi.

"Le avrei fatto trovare altre rose rosse con altri messaggi e ogni volta all'uscita le avrei chiesto un autografo finché si accorgeva di me, allora le avrei mandato una rosa con la mia foto perché capisse che ero io Diego e... allora magari... se anche io le piacevo... Ma ormai... Chiamerà davvero la polizia? Mi denuncerà?"

Com'era tenero!

"No," gli dissi. "Anzi, ti va di venire a cena con me, stasera?"

Lui mi guardò con grandi occhi spalancati, poi sorrise e disse, illuminandosi: "Davvero mi vuole a cena con lei?"

"Sì, gli dissi io, voglio conoscerti meglio..."

Dissi agli altri che era tutto a posto, lo portai a cena con me in un ristorante francese, parlammo a lungo. Leggevo nei suoi occhi l'intensità del suo desiderio. Da lui promanava una specie di forza animale. Mi faceva pensare ad un torello in calore. Provai come un brivido di piacere. Sentii che poteva valer la pena di provarci. Uscimmo, prendemmo un taxi.

"È tardi. Vuoi che ti porti a casa o preferisci venire da me?" gli chiesi.

"Non mi aspetta nessuno... se davvero mi vuole portare da lei... ne sarei incantato..."

Andammo a casa mia. Parlammo ancora un po'. Mi raccontava di sé senza problemi, della sua vita povera ma felice. Della sua scoperta di essere gay a dieci anni, quando uno zio se l'era portato a letto. Di come a tredici anni avesse convinto un compagno a lasciarsi prendere, e dopo lui, tanti altri, di come a sedici avesse visto una mia foto e si fosse innamorato di me, di come da allora non avesse perso un mio spettacolo.

"Sei pronto a dimostrarmi se è vero che sei già uomo come dici?" gli chiesi ad un tratto.

Si illuminò di nuovo: "Quando vuole!"

Allora lo portai in camera mia. Lui mi chiese di permettergli di spogliarmi e mi chiese se volevo spogliare lui... Nudi, accanto al letto, lui era in estasi. Vidi che era davvero uomo: fra le gambe un bel membro di tutto rispetto, fieramente ritto. Anche il corpo era più maturo di quanto l'età ed il volto potessero far prevedere.

Tutt'altro che timidamente, mi sospinse sul letto, prendendo l'iniziativa mi venne sopra, iniziò a fare l'amore: era una vera e propria forza della natura. Mi portò ad uno stato di eccitazione molto forte.

Quindi mi chiese, con voce sensuale: "Posso farti mio, vero?"

Io annuii e lui mi prese: era più virile di tanti adulti con cui ero stato. Mi fece gemere per il piacere.

"Te gusta? te gusta?" chiedeva lui nella sua lingua guardandomi felice.

Dio se ci sapeva fare! E mi portò fino all'orlo dell'orgasmo, quindi si lasciò andare anche lui, facendo sì che, da vero maestro, lo raggiungessimo assieme.

Mi era piaciuto terribilmente. Glielo dissi.

Lui, sorridendo soddisfatto, disse semplicemente: "Ne ero sicuro." Mi fece sorridere. Lui mi disse: "Il tuo sorriso mi incanta. Sei più bello di tutti i miei sogni. Io ti amo, Alex."

Lo feci restare a dormire con me. La mattina mi svegliò ricominciando a fare l'amore... Era inesauribile. Mi piaceva da matti. Era bello, semplice, spontaneo, erotico e... pulito.

Fui io a chiedergli di rivederlo. Tornò, sempre più spesso, e sempre più spesso si fermava a dormire da me. Finché gli chiesi di restare con me, di venire ad abitare con me.

"Perché?" chiese lui, ma con tono felice.

"Perché penso che mi sto innamorando di te."

"Allora sì, va bene. Vengo da te."

Lavorava come cameriere in un albergo. Non volle lasciare il suo lavoro: non voleva soldi da me e così poteva usare i suoi. Era un ragazzo fiero. Era anche estremamente geloso, anche se cercava di non opprimermi con la sua gelosia. Comunque io non gli diedi motivo di esserlo: mi piaceva, mi bastava.

Dopo tre anni che stavamo assieme, io feci il mio famoso debutto con la mia compagnia e la tournée europea. Lo convinsi a licenziarsi per venire con me. Non avrebbe voluto lasciare il lavoro, ma non voleva neppure starmi lontano, così alla fine si licenziò.

D. Era un amore molto forte...

R. Sì, e pieno di passione, almeno finché durò. Eravamo assieme da cinque anni. Lui aveva ventidue anni. Si innamorò del nostro costumista, un ragazzo francese di trenta anni. Così un giorno mi disse che doveva lasciarmi. Io non avevo sospettato nulla, fu un colpo.

"Mi dispiace darti questo dolore, Alex, ho lottato per non innamorarmi di Marcel. Ma al cuore non si comanda. So che ti facciamo un torto, ti chiedo perdono..."

Non riuscivo neppure ad essere arrabbiato con lui... né con Marcel. Ma ora loro due si trovavano a disagio: ci si sarebbe visti quasi ogni giorno. Così, persi amante e costumista al tempo stesso.

Mi rituffai completamente nel mio lavoro. Le mie creazioni più belle sono di quel periodo. Non tutte, ma parecchie. E ripresi a far l'amore con i miei ballerini, con i miei ammiratori. Sempre più deciso a non cadere più nelle trappole dell'amore.

D. Ma a quanto pare non ci sei riuscito...

R. No. Come diceva Diego, al cuore non si comanda.

D. Hai più rivisto Diego?

R. Sì, una sola volta. Mi fermai in un alberghetto di paese: ero stanco, avevo bisogno di riposare. I proprietari erano Marcel e Diego. Sembravano felici. Una mia grande foto era nella hall: mi sorprese e mi fece piacere...

D. E come avvenne che ti innamorasti di nuovo?

R. Avevo trenta anni. Una rivista aveva deciso di dedicare a me e al mio balletto un numero intero. Interviste, fotografie...

D. Sì, è questa, no?

R. Ah, come mai l'hai qui?

D. Sono un tuo ammiratore. Questo numero è un vero tesoro per chi ti ammira. Ci sono le tue foto più belle che abbia mai visto.

R. Esatto. Il fotografo era un ragazzo di venti anni, si chiama Ferguson Halley, Gus per gli amici...

D. È il tuo Gus, il tuo compagno attuale, no?

R. Proprio lui. E credo che queste foto siano tanto belle proprio perché Gus si stava innamorando di me.

D. Te ne rendesti conto subito?

R. No, a poco a poco. Un giorno che posavo per lui in alcuni nudi... vedi, questi...

D. Molto belli!

R. Sì... lui mi disse che gli era difficile continuare a lavorare, quel giorno. Gli chiesi se fosse stanco.

"No, disse lui, è che sono troppo eccitato."

Il modo in cui lo disse, il suo sguardo, non so, fatto sta che mi venne un'erezione... Lui scattò altre foto.

"Mica le pubblicherai, no?" chiesi io lievemente allarmato ma anche un po' divertito.

"No, le tengo per me... per le mie notti solitarie," disse lui con un sorriso dolce.

Risi e, senza pensarci su più che tanto, gli tolsi dalle mani la macchina fotografica ed iniziai a spogliarlo. Facemmo l'amore. Era di una dolcezza estrema: così diverso da Diego, ma non meno piacevole.

Quando andò via, parecchio più tardi, ebbi la sensazione netta che mi stessi innamorando di lui. Non volevo. Perciò il giorno dopo, quando lui tornò (notai che s'era "fatto bello" per me) gli dissi che non volevo avere più rapporti sessuali con lui. Ci restò molto male: era sicuro del contrario. Mi chiese perché: ebbi l'imprudenza (o la saggezza?) di dirgliene il motivo: non volevo più innamorarmi e temevo che con lui potesse succedere. Perciò, nel modo più assoluto, niente sesso fra noi due.

Cercò di convincermi, di ragionare, mi pregò... fui irremovibile. Il servizio finì. Pensavo di aver risolto il problema. Mi sbagliavo di grosso. Iniziò a telefonarmi: sapeva quando non ero in casa e c'era la segreteria telefonica. Al mio ritorno, ogni giorno, trovavo un suo messaggio: Alex, sono Gus, ti amo. Solo queste parole.

Ricevevo biglietti d'amore che non so dove scovasse: uno al giorno, sempre diversi, di ogni stile, con la sua firma in un cuore e basta. Allora, dopo qualche mese, gli scrissi ingiungendogli di smetterla. Di colpo telefonate e biglietti cessarono (comunque ne avevo ricevuti la bellezza di centoquarantasette).

Provai sollievo, ma, devo confessarlo, anche una specie di delusione. Aveva mollato facilmente... Ma durò poco. Un giorno, uscendo di casa, trovai che il quartiere era tappezzato di manifesti bianchi con un grosso cuore rosso in centro e scritto: "Gus ama A.B." e sotto, più piccolo: "prima o poi cederai, A.B." I manifesti avevano tanto di bollo di autorizzazione. Doveva aver speso parecchio.

Ero seccato ma anche divertito. A poco a poco i manifesti scomparvero, coperti da altri. Ma ecco che un altro giorno, tornando a casa, mi trovo la porta letteralmente coperta da una selva di rose bianche e rosse che formavano un cuore...

D. Le rose bianche e rosse pare segnino la tua vita...

R. Sì, davvero. Le faccio rimuovere, ma ne conservo due, una per colore, in un libro... Gus mi fa tenerezza, ma sono sempre deciso a resistergli. Certo è che ripenso a quell'unica volta che abbiamo fatto l'amore e il pensiero è più che piacevole.

La mia compagnia dà uno spettacolo: a tutte le locandine per tutta la città viene appiccicata una striscetta bianca con stampato in rosso: "Gus ama Alex". I giornalisti mi interrogano, i giornali ne parlano. Questa volta sono davvero seccato. Gli faccio mandare una ingiunzione da un avvocato. Risponde con una lettera lapidaria: "Se riesci a mandarmi in prigione, non può essere peggio di ora. Io ti amo, non posso assolutamente rinunciare a te. Gus."

Non so che fare. E poi, la goccia che fa traboccare il vaso: Gus fa sapere ai giornalisti che è lui ad aver pagato un'agenzia per appiccicare quei messaggi. Viene intervistato dal radio, da giornali, dalla televisione. Dichiara che non ci può fare niente: è innamorato di me e anche se io lo respingo, lui non può mollare. Quando si è innamorati, tutto il resto non conta, dice.

Sono furioso: non può mettere in piazza così le cose. Vado da lui deciso ad affrontarlo. Suono alla sua porta.

Lui vede la mia espressione adirata e dice, con tono dolce, sommesso: "Perdonami, Alex, ma io ti amo davvero, alla follia."

"È follia, questa." dico io seccato.

"Lo so, non ci posso fare niente."

"Smettila, ti prego!" dico con voce dura.

"Non posso. Per domani c'è già un altra dichiarazione d'amore in programma..."

"Oh dio, e cos'è, questa volta?" chiedo allarmato.

"Ti avrei avvertito stasera per telefono: a mezzogiorno passerà un aereo sopra casa tua e scriverà col fumo che ti amo..."

"Fallo fermare, disdicilo."

"Non posso, l'ho già pagato."

"Ti rimborso. Digli che non lo facciano..."

"Non è questione di soldi..."

"Dimmi cosa devo fare per farti smettere..."

"Fai l'amore con me..." dice lui con tono sommesso.

Tutta questa discussione avviene sul pianerottolo del suo appartamento, a voce alta. Così, dopo poco, tutti i vicini sono fuori, richiamati dal tono della mia voce e ci guardano, ci ascoltano in silenzio. A questo punto non mi importa più di niente.

"Gus..." gli dico battagliero.

E mi accorgo che nei suoi occhi sta brillando una lagrima, tremula, anche se lui ancora sorride. Sento che sta lottando per non scoppiare a piangere. Mi sento turbato. Qualcosa si rompe dentro di me, nella mia determinazione. Ci guardiamo a lungo senza dire nulla. E una voce dentro di me mi dice: ti piace, non negarlo, è un ragazzo speciale, ti ama... anche tu lo ami o non avresti conservato i suoi biglietti, le rose... Perché tenti di resistergli ancora, perché lo fai star male? Ha bisogno di te, ma anche tu hai bisogno di lui. Non puoi continuare a star solo, ad avere ogni volta un partner diverso. Accetta il suo amore, dagli il tuo...

"Dammi l'indirizzo dell'agenzia dell'aereo." dico io. Lui mi guarda e scuote il capo. "Voglio subito quell'indirizzo, o non mi vedrai mai più. Lo giuro."

"Tanto... che cambia?" chiede lui triste.

"Gus, per l'ultima volta... te lo chiedo per favore, se è vero che mi ami, dimostramelo così: dammi quell'indirizzo..." dico in tono dolce. Ho fatto centro.

La lacrima gli cola sulla guancia, ma dice: "Va bene, aspetta..." entra, torna poco dopo e mi porge un foglietto: "Basta che tu dica questo numero... faranno quello che dici..."

"Grazie, Gus. Ho un'altra cosa da chiederti: resta in casa fino a domani sera, non uscire per nessun motivo."

"Non capisco..."

"Ti manderò i miei avvocati, voglio che ti trovino."

"Non serve..."

"Sì, invece. Promettimi che sarai in casa, domani."

"Come vuoi."

"Grazie, Gus. Arrivederci."

"Addio."

L'ho distrutto... Torno a casa. Telefono all'agenzia dell'aereo. Il giorno dopo, alle undici e mezza, sono sotto casa di Gus.

Aspetto alcuni minuti, quindi, alle undici e cinquanta gli telefono: "Sono Alex. Fra cinque minuti vai alla finestra."

"Non capisco..." dice lui, ma poso il telefono.

Lo vedo. M'infilo nel portone e salgo fino a davanti la porta del suo appartamento. Guardo l'orologio. Sento il rumore dell'aereo: so che sta scrivendo in cielo col fumo: "Gus vai ad aprire la porta." Capirà?

Ha capito: la apre e me lo trovo davanti raggiante. Si getta fra le mie braccia e piange come un bambino. Lo porto dentro, lo bacio. Si stringe a me.

"Alex..."

"Sì, Gus, hai vinto tu. Voglio essere tuo... per sempre."

Così, ci siamo messi finalmente assieme.

D. Grazie, Alex, per il tuo interessante racconto. So che stai progettando un grande spettacolo per il decimo anniversario del tuo ensemble: di che si tratta?

R. La storia del corteggiamento di Gus... un po' cambiata: non possiamo far volare un aereo in scena, capisci... Spero che veniate a vederla numerosi: sarà un grande spettacolo, ci abbiamo messo il meglio della nostra esperienza decennale.

D. Chi interpreterà la parte tua e quella di Gus?

R. Il mio primo ballerino e, logicamente, il suo ragazzo.

D. Bene, non mancherò. Auguri e complimenti. E ancora grazie per i bellissimi balletti che continui a proporci. Stai scrivendo un capitolo della cultura gay di questa città e del mondo, ne sono certo.


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