D. Kim sei certamente noto ai nostri lettori, poiché da cinque anni le tue poesie sono pubblicate anche nella nostra lingua. Purtroppo in traduzione, ma con gli originali a fronte.
R. Mi dispiace di non conoscere abbastanza bene la vostra bella lingua...
D. Quante lingue conosci, Kim?
R. Beh... da poterle sia parlare che scrivere correntemente e correttamente... sono nove, compreso il danese.
D. Una cifra invidiabile. E tu scrivi direttamente le tue poesie in tutte e nove, vero?
R. Esatto.
D. Quanti libri hai pubblicato?
R. Come titoli originali, dodici. Con le traduzioni sono ottantaquattro in ventuno lingue diverse.
D. Un bel record, per un poeta giovane come te: hai solo trentacinque anni e il tuo primo successo risale a otto anni fa. Quindi escono in media dieci tuoi libri ogni anno.
R. Esatto, il che mi permette di vivere bene, senza problemi, assieme al mio compagno.
D. Siete assieme da tredici anni, vero?"
R. Sì, saranno tredici in novembre.
D. Vuoi raccontarci di te? Innanzitutto, come mai sai tante lingue e tutte ad altissimo livello?
R. Mio padre era danese, mia madre francese. Pur amandosi ed essendosi sposati, non conoscevano l'uno la lingua dell'altro e comunicavano fra loro in inglese. Lavoravano entrambi per la Comunità Europea. Io sono nato a Bruxelles, infatti. Così, da piccolo, mio padre mi parlava in danese, mia madre in francese, quando eravamo tutti assieme si parlava inglese.
D. Non ti creava confusione?"
R. No, al contrario: per me era come un gioco, e mi ha abituato a shiftare istantaneamente da una lingua all'altra, ad ascoltare in una lingua e rispondere nell'altra, essenziale per chi fa traduzioni simultanee, come è stato il mio lavoro per alcuni anni.
D. Già, facevi l'interprete all'Onu, a New York. Quindi fin da piccolo padroneggiavi tre lingue. E poi?
R. I miei genitori, vista la mia facilità per le lingue, decisero di iscrivermi alle elementari ad una scuola tedesca. E alle medie, quando si doveva scegliere una lingua straniera, iniziai lo studio dello spagnolo. Poi mi iscrissi al liceo linguistico di Ginevra, dove studiai russo, arabo e giapponese. Ogni estate, inoltre, passavo le vacanze in uno dei paesi di queste lingue.
D. Siamo arrivati a otto, così.
R. La nona è il thai: lo studiai quando conobbi San, il mio amante, che è thailandese.
D. Straordinario. Hai accennato a San. Vuoi spiegarci come hai scoperto di essere gay e come poi hai conosciuto San? Se non sbaglio è l'unico partner della tua vita.
R. Proprio così: il mio primo e unico amore. Come ho scoperto di essere gay? Un lungo e penoso travaglio, durato due anni. Io, fino all'età di venti anni, avevo avuto solo ragazze, infatti. A dire il vero non è che le cercassi, mi cercavano loro; ma tutti avevano la ragazza e perciò, anche io. Ci stavo bene. Ci facevo l'amore. Con soddisfazione. Il fatto che per me non fosse così importante, allora, lo giustificavo pensando di avere una sessualità molto tranquilla. Il fatto di essere attratto dai ragazzi (non in modo esplicitamente sessuale, ma ero io a cercare la loro compagnia) lo giustificavo con il normale senso di cameratismo comune a tanti adolescenti. Il fatto è che non mi eccitavo per la sola vista né di un ragazzo né di una ragazza. Quindi non avevo particolari problemi.
D. Quando iniziarono i problemi, e come?
R. Avevo appunto venti anni. Abitavo a Madrid. Perfezionavo lo spagnolo e frequentavo i corsi di conversazione per l'arabo. Avevo una ragazza, una russa che studiava con me (così praticavo anche il russo) con cui però ancora non si era arrivati al rapporto: si flirtava soltanto. Quando conobbi Domingo. Era un ragazzo di sedici anni, il figlio dei miei padroni di casa. Era simpaticissimo, allegro, vivace e intelligente. E, ma questo lo scoprii solo più tardi, gay. Mi piaceva un sacco. Veniva a fare le pulizie da me, e si fermava a chiacchierare volentieri. Domingo si era infatuato di me. Sapeva che avevo la ragazza, ma il piccolo demonio decise di conquistarmi ugualmente. Mi circuì, mi ammaliò a poco a poco, riuscì ad instaurare con me un rapporto sempre più intimo e libero, mi portò a parlare di sesso e mi confidò i problemi che aveva con la sua (inesistente) ragazza.
Per farla breve: riuscì finalmente un giorno a farmi fare una doccia con lui, e qui a farmi eccitare e a farmi accettare di masturbarci a vicenda. Ma Domingo non intendeva certo fermarsi lì. La cosa si ripeté altre volte: io ero tranquillo, sia lui che io non eravamo ancora riusciti ad avere un vero rapporto con le nostre rispettive ragazze e ci si sfogava fra amici. Lo avevo fatto anche alle medie, giochi di ragazzini, perché non ora? In fondo aveva ragione Domingo, era meglio che farlo da soli...
Ma un giorno non si limitò alla solita "partita" come la chiamava lui. Scese fra le mie gambe e me lo succhiò. Lì per lì mi irrigidii imbarazzato, ma era oltremodo piacevole e in fondo, se a lui piaceva... Lo lasciai fare. Anche questo entrò nella prassi. Succhiandomelo, mi faceva eccitare enormemente e così un giorno, quando mi si offrì, ero talmente su di giri che, senza riflettere, lo penetrai: mi piaceva enormemente. Lo fottei di gusto, lui mi incitava, si dimenava. Non pensai neppure per un momento che stavo avendo un rapporto completo con un maschio, pensavo solo che stavo godendo come non mai. Finché raggiunsi l'orgasmo. E, mentre mi rilassavo, ansante, appagato, riaffiorò la coscienza di quel che avevo fatto. Fu come uno shock: avevo goduto "facendo l'amore" con un maschio. Quello non era più un gioco fra amici, uno sfogo innocente... l'avevo fottuto e m'era piaciuto. Lo mandai via. Per parecchi giorni lo trattai con freddezza. Ma Domingo era paziente. Sapeva quanto mi fosse piaciuto. Sornione come un gatto che osserva il topo.
La cosa che più mi turbava era che ero cosciente che dentro di me, continuavo a desiderarlo e più cercavo di reprimere questo desiderio, più sembrava aumentare. Iniziai a sognarlo di notte: sogni strani, situazioni inverosimili, ma tutte culminavano con me che prendevo Domingo. E spesso mi svegliavo con un'erezione incredibile.
Chiaramente non facevamo più la doccia assieme. Ma un giorno... Era estate, faceva un caldo incredibile. Eravamo tutti e due in calzoncini e a torso nudo. Lui puliva casa. Io studiavo. Di tanto in tanto lo guardavo e mi eccitai. Se ne accorse. Mi venne addosso cercando di aprirmi la patta. Lo allontanai da me, lottammo, cademmo a terra, ero sempre più eccitato per il contatto fisico che la lotta provocava. Per il suo modo di lottare e toccarmi, baciarmi, leccarmi. Aveva una forza incredibile. Riuscì poco a poco ad aprirmi i calzoni, a succhiarmelo... e mi arresi. Quando mi si offrì, lo presi d'impeto, quasi con rabbia. Mentre lo montavo, lui mi infilò un dito dietro e lo agitò ed io provai un piacere tremendo ed esplosi nell'orgasmo. Lui non era venuto. Pronto, mi si sottrasse si contorse, mi puntò la sua arma e mi penetrò. Di nuovo quel piacere immenso... che mi tolse ogni volontà di oppormi. Quando Domingo venne in me, ebbi un secondo orgasmo. Domingo allora si rivestì, disse "Adios" e mi lasciò. E io andai in tilt.
D. Ti aveva convertito? Avevi accettato finalmente la tua sessualità dopo quella seconda piacevole esperienza?
R. No, assolutamente. Entrai in crisi ancora più di prima, ma alla fine mi dissi che era colpa del piccolo demonio, che era un incidente senza importanza, che... ma sapevo che non era vero. Il piacere c'era stato, e fortissimo. Nell'essere preso. Non avevo più scuse: ero gay. Ma io non volevo esserlo. Domingo rappresentava un pericolo.
Tornai precipitosamente a Copenhagen. Mi iscrissi a corsi di conversazione giapponese, e russo. Mi misi a corteggiare tutte le ragazze un po' carine che mi venivano a tiro...
Poi vinsi una borsa di studio a Tokyo per un corso annuale di perfezionamento nella traduzione simultanea. Mi illudevo che più chilometri mettevo fra me e l'Europa più il problema diminuisse, ma non di può scappare da un problema che si ha in sé: te lo porti dietro inevitabilmente.
I primi tempi i problemi di adattamento ad una cultura profondamente diversa, nessun amico, la ricerca di un alloggio (il dormitorio mi stava stretto... e non volevo stare fra stranieri) mi assorbirono. Poi mi accorsi che cominciavo di nuovo a guardare i ragazzi e a desiderarli, ad eccitarmi.
Mi feci una ragazza giapponese. Non fu difficile portarla a letto. Fu una grossa delusione. Non per colpa sua, non perché le ragazze giapponesi non ci sappiano fare: ma era come se dovessi compiere un dovere... niente di veramente piacevole. Dovevo dimostrare a me stesso qualcosa, ma non ci riuscivo. In realtà, sul piano puramente fisiologico funzionò, ebbi l'orgasmo, lei sembrò contenta infatti voleva rivedermi.
Di nuovo un periodo difficile, duro. Cambiai ragazza: una venezolana che a letto era una bomba. Niente di diverso, per me. Compivo il mio dovere, e desideravo i ragazzi più di prima.
Alla fine, mi arresi. Ma non sapevo che fare, dove cercare. Finché sentii parlare del quartiere gay. Ci andai. Vidi una libreria gay. Comprai una guida dei locali di Tokyo, iniziai ad esplorarli. Ma appena qualcuno cercava un approccio, fuggivo terrorizzato: temevo di avere la conferma, che non fosse stata tanto colpa di Domingo il piacere intenso che avevo provato con lui...
Finché una sera decisi di entrare in uno di quei locali in cui si poteva scegliere un ragazzo, pagarlo, portarselo a casa. Ero terribilmente imbarazzato. Mi venne incontro il manager. Mi offrì da bere, attaccò bottone con me. Mi fece i complimenti per il mio giapponese fluente e il mio vocabolario ricco... e mi chiese se fra i ragazzi schierati dietro il bancone ce ne fosse per caso uno che mi interessava. Li guardai e mi vergognavo più io a guardarli che loro. Dovevano esserci abituati. Sguardi annoiati, spavaldi, timidi, spenti, ammiccanti. Mi colpì un ragazzo dallo sguardo triste.
"Quello." indicai al manager.
"Ah, San. è un ragazzo thai. Buon ragazzo, fa di tutto, a letto. Si troverà bene." Lo chiamò: "Parla con l'ospite." gli disse e lo fece sedere al mio tavolino.
Gli ordinai qualcosa da bere. Mi ringraziò. Non sapevo cosa dire.
Il manager, dopo un nostro lungo silenzio, si avvicinò ancora: "Se ne preferisce un altro..."
"No no, va bene." Pagai la tariffa, uscii col ragazzo.
Prendemmo il treno. Arrivammo a casa mia quasi senza scambiare parola.
"Vuole che mi spogli, signore?" mi chiese in inglese.
"Non ancora." gli risposi.
Silenzio.
"Da molto in Giappone?" gli chiesi in giapponese.
"Due anni."
"Ma... quanti anni hai?"
"Diciassette."
"Sei qui con la famiglia?"
"No, solo."
"Sei venuto a quindici anni, da solo?" chiesi stupito.
"Sì."
"E... come mai?"
"Per guadagnare."
"Ma tu lo fai solo per soldi o ti piace?"
"Sono gay, io, signore." disse con una certa forza.
"Chissà quante volte i clienti non ti vanno a genio e devi andarci lo stesso."
"Possiamo anche rifiutare, se non ci va."
La voglia di fare l'amore mi era passata. Quel ragazzo era molto carino, davvero molto, ma la sua evidente tristezza mi aveva bloccato completamente.
"Perché sei triste?"
"Oh no, signore, non sono triste." disse lui sforzandosi di assumere un tono allegro che mi fece più male della sua tristezza di prima.
L'avevo pagato per tutta la notte. Tirai giù il letto. Lui iniziò a spogliarsi. Mi spogliai anche io. Restammo in mutande. Aveva un gran bel corpo. Solo un po' troppo magro. Ci mettemmo a letto.
"Che cosa vuole che faccio, signore?"
"Niente. Se hai voglia parliamo ancora un po', poi dormiamo."
"Non le piaccio, signore?"
"Sì, mi piaci. Ma preferisco così."
"Se torno subito, le restituiscono una parte dei soldi."
"No, ho piacere che resti."
"Come vuole, signore."
Spensi la luce. I nostri corpi si sfioravano appena. Mi faceva piacere il suo calore, ma non ero eccitato. Riprendemmo a parlare. Di mille e di nessuna cosa. Lui mi raccontò un po' di sé, di quand'era piccolo, della Thailandia. Io dei miei viaggi, dei miei studi.
Fu stupito nel sapere che parlavo tante lingue: "Anche il thai, signore?"
"No, a meno che me lo insegni tu..." dissi scherzando.
"Va bene, volentieri, signore. Se lei ha un po' di tempo, io il pomeriggio fra le due e le sei sono libero."
"E quanto vuoi per lezione?" gli chiesi sempre scherzando.
"Io non sono un vero professore: ottocento yen l'ora, se non le sembra troppo."
Sapevo che una lezione privata di inglese andava da un minimo di quattromila yen in su. Mi fece tenerezza. Preferii parlare d'altro. Ci addormentammo tardi. Quando mi svegliai la mattina, lui s'era accucciato contro di me ed io avevo un'erezione. Mi alzai senza svegliarlo ed andai a fare una doccia. Poi preparai colazione. Abbondante. Lo svegliai dandogli uno yukata per coprirsi. Mangiò di buon appetito.
"Se vuole, posso darle la prima lezione. Tanto non ho niente da fare. Gratis si intende. La colazione era ottima."
"D'accordo, se ti fermi a pranzo con me."
Così presi la mia prima lezione di thai. Passammo una piacevole mattinata. Poi lo portai a pranzo fuori. Passeggiammo.
"Quando vuole la seconda lezione, signore?" mi chiese serio serio.
Pensai che avesse bisogno di soldi, perciò non ebbi il coraggio di dirgli che avevo scherzato. "A quel prezzo, diciamo due ore un giorno sì e un giorno no: lunedì, mercoledì e venerdì. Ti va bene?"
"Sì, certo. Fanno 4.800 yen a settimana. Devo venire io da lei, però, perché dormo in dormitorio."
Cominciammo a vederci: aveva preso la cosa molto sul serio. E man mano che ci si frequentava, che ci si conosceva, iniziò ad aprirsi con me. Era sempre un po' triste, ma a volte riuscivo a farlo sorridere ed aveva un sorriso dolcissimo. Mi piaceva. Mi parlò del suo lavoro. Abbastanza squallido. Così, decisi di tornare una sera al locale e di pagargli di nuovo una notte fuori. Quando mi vide fu sorpreso. Quando dissi che volevo lui, lo fu ancora di più.
Uscimmo in strada e lui mi disse: "Perché? Ci vediamo ogni due giorni... che bisogno avevi di venire qui a spendere tutti quei soldi? Tu con la borsa di studio, non sei ricco."
"Volevo farti passare una notte fuori di lì."
"Perché?"
"Perché so che non ti piace."
Non disse niente. Andammo a casa mia. Guardammo un po' la TV. Andammo a dormire.
"Non ti va di fare l'amore?" mi chiese.
"Non sono venuto a prenderti per questo."
"Eppure ho l'impressione di piacerti."
"Certo che mi piaci."
"Non capisco, allora. Tu mi piaci."
"È necessario far sesso? Non ne hai abbastanza?"
"Ma con te lo farei volentieri. Penso che mi piacerebbe."
"Io... so che mi piacerebbe."
"E allora?"
"È proprio questo il mio problema..."
Il buio mi aiutò a parlare. Gli raccontai la mia storia, i miei dubbi, i miei turbamenti. Lui ascoltò in silenzio, senza interrompermi, solo facendo di tanto in tanto dei "Mh" per farmi capire che stava seguendo.
Quando tacqui, lui mi disse solo: "Grazie per avermene parlato."
"Grazie?" chiesi io stupito.
"Sì, per dirmi cose così intime, vuol dire che ti fidi di me."
Tacemmo di nuovo a lungo, poi lui disse: "Perciò anche io posso fidarmi di te."
"Sì, certo" risposi pensando che anche lui volesse confidarmi qualcosa.
Ma seguì di nuovo un lungo silenzio. Poi lui mi si accucciò contro e mormorò con voce impastata dal sonno: "Buona notte, Kim."
"Notte San." Lo sentii addormentarsi. Il suo calore, il contatto col suo corpo, mi eccitarono. Ma riuscii ad addormentarmi.
Proseguimmo le lezioni di thai: mi piaceva questa nuova lingua, mi stavo appassionando. Avevo comprato libri, grammatica, dizionario. Facevo gli esercizi, lui me li correggeva. Cominciavo a dire le prime frasi in thai. A volte si andava al cinema assieme. Cominciammo a passare assieme il suo giorno libero e la notte si fermava da me. E una mattina, svegliatici quasi contemporaneamente, lui si accorse che ero eccitato.
Allora mi sussurrò: "Mi piacerebbe fare l'amore con te. Se ti piace, perché ti fai tanti problemi? È così importante sapere: sono gay, non sono gay? Ti piace, fallo. Io ne sarei tanto contento, a me piacerebbe molto." e dicendo così mi carezzò lieve.
Lo carezzai anche io. A poco a poco le nostre carezze si fecero più intime, mi lasciai andare e facemmo l'amore. Si fece penetrare, volli che mi penetrasse. Fu molto bello. Alla luce del giorno, guardandoci. Lo vidi sorridente, sereno per la prima volta, lieto.
Mentre ci rilassavamo lui mi si accucciò di nuovo contro e mi disse: "Non è stato bello?"
"Sì, lo è stato."
"Vedi?" disse lieve. Poi, stringendosi di più al mio corpo, mi disse: "Lo faremo ancora, vero?"
"Penso di sì."
Che cosa c'era di diverso? Mi stavo cominciando ad accettare, grazie a lui, ma perché? Che cosa mi aveva dato, detto, fatto di speciale? Certo, San era un ragazzo speciale. Perché faceva quella vita? Non capivo, qualcosa mi sfuggiva. Lui mi parlava sempre della sua vita in Thailandia, poi della sua vita in Giappone, ma mai del motivo che l'aveva spinto a venire in Giappone...
Me ne parlò circa un mese dopo, dopo che avevamo fatto di nuovo l'amore. Non avevo rimorsi, crisi, dopo aver fatto l'amore con lui. Stavo bene.
Quella volta, dunque, dopo aver fatto l'amore, spenta la luce, lui mi disse: "Ho sempre pensato che odiavo il Giappone, ma invece grazie a questo, ho conosciuto te. Non tutto il male viene per nuocere. Sono contento di averti conosciuto, di stare qui con te. Ma tu, fra pochi mesi, te ne andrai, vero?"
"Purtroppo."
"Già. E tutto sarà come prima."
"Perché fai questa vita? Perché resti in Giappone se non ti piace?"
"Perché?" chiese lui facendomi eco, e mi raccontò.
Aveva quindici anni. Gli piacevano gli uomini e da un anno aveva avuto diverse avventure. Quell'anno aveva conosciuto un turista giapponese, un uomo di trenta anni, bello. Se ne era invaghito. L'altro sembrava invaghito di lui. E gli aveva proposto di andare con lui in Giappone: gli avrebbe trovato un buon lavoro. San si era entusiasmato. L'uomo era andato a parlare alla sua famiglia, che aveva dato il permesso perché San avesse il passaporto e, ottenuto il visto turistico, era partito con l'uomo per Tokyo. Qui giunti, la brutta sorpresa: l'uomo si era tenuto il suo passaporto e l'aveva messo a lavorare dove io l'avevo trovato. E si faceva dare dal manager i soldi che sarebbero spettati a San. Lo aveva messo in una stanza (il famoso dormitorio) con altri ragazzi che aveva ingannato nello stesso modo. Senza documenti, era un clandestino. Gli avevano detto che la polizia lo avrebbe arrestato e chiuso per anni in un carcere minorile. Inoltre, uno dei ragazzi del dormitorio che aveva provato a fuggire, era stato ripreso e pestato a sangue davanti agli altri. Nessuno provò più a scappare o a ribellarsi.
Mi sentii male: potevano esistere persone così al mondo? Lo abbracciai stretto. Non sapevo che dire. Ma dovevo fare qualcosa. Non volevo dargli false speranze, ma... Perciò per il momento non gli dissi nulla. I giorni seguenti cominciai ad informarmi sui problemi dell'immigrazione clandestina, dello sfruttamento della prostituzione specialmente minorile.
Nel frattempo accadde un'altra cosa. Avevo riempito, pochi mesi prima, senza tante speranze, un modulo che avevo trovato nella nostra scuola per interpreti e traduttori simultanei per avere un posto all'Onu ed avevo allegato il mio curriculum. M'era arrivata la risposta: erano interessati a me: mi pagavano un biglietto andata e ritorno per New York per un colloquio-esame. Se ero interessato dovevo inviare un fax. Lo inviai dicendo che accettavo. Nel giro di cinque giorni mi arrivò il biglietto. Andai a New York per tre giorni. Il colloquio andò bene. Mi offrirono un posto a partire dal primo gennaio dell'anno successivo: cioè tre mesi dopo. Questo può sembrare ininfluente, invece...
Ottenute le informazioni che volevo per il caso di San, gli parlai: poteva andare tranquillamente alla polizia. Lo avrebbero protetto, tenendolo lì (e non mandandolo in prigione) per il tempo delle indagini, quindi lo avrebbero rimandato a Bangkok. Senza incriminazioni. Quindi, poteva benissimo liberarsi da quella odiosa situazione.
Lui scosse il capo: "Quelli hanno agganci in Thailandia: mi farebbero fuori là."
A questo non avevo pensato. Certo, tutto il mio progetto andava a monte. Ma la mia partenza per New York si avvicinava. Potevo portarlo con me. Allora io gli dissi quello che mi era venuto in mente.
Lui mi ascoltò e mi disse: "Davvero mi porteresti con te?"
"Sì, certo. Ascolta: la polizia ti restituirà il passaporto. Andiamo a Bangkok assieme. Facciamo il visto per gli Stati uniti e, assieme, andiamo in America."
"Ma io, che farò in America?"
"Finché non trovi un lavoro, puoi stare con me: io avrò un buon lavoro e non avrò problemi finanziari."
Discutemmo ancora un po', ma alla fine aderì al mio piano. Io mi rivolsi ad una associazione giapponese di volontari per questi casi. Mi dettero un avvocato che mi spiegò esattamente che cosa dovevamo fare. Lo feci incontrare a casa mia con San. L'avvocato lo accompagnò subito alla polizia. Tutto si mise in moto.
Una retata liberò i compagni di San e prese gli uomini che avevano messo su quel turpe commercio. Ritrovarono i passaporti. Si fece il processo dopo soli dieci giorni da quando San era andato con l'avvocato alla polizia. I ragazzi furono rimpatriati. Su consiglio dell'avvocato, io avevo preso l'aereo precedente ed aspettavo San all'aereoporto. Appena sbarcato, lo presi e lo portai al mio albergo. San era stremato, ma eccitato e felice. Mi abbracciò. Volle fare l'amore con me. Disse che gli ero mancato tanto in quelle settimane. Anche a me era mancato molto. Poi, andammo in taxi a fare i visti. Lui, in Thailandia, era ormai maggiorenne e non avemmo problemi. Finalmente potemmo partire per New York.
All'inizio vivemmo in albergo, ma l'Onu mi trovò presto un appartamentino in cui ci trasferimmo. Lui cominciò a cercare lavoro. Non lo trovò subito. Ci mise quasi sei mesi.
Ma un giorno tornò a casa radioso: "Ho trovato lavoro. Da dopodomani!"
"Bene, sono contento: che cosa?"
"Faccio strip-tease in un locale gay, mi pagano bene."
Sinceramente, ci rimasi male: "Mica vorrai ricominciare quella vita, San?"
Lui mi guardò come se avessi detto una bestialità enorme: "Guarda che ho messo le cose in chiaro: prima di tutto mi assumono con regolare contratto e perciò avrò un regolare visto di lavoro. Per seconda cosa, ho messo in chiaro che io ci sto a spogliarmi davanti a tutti, ma non ad andare a letto con nessuno: né clienti, né manager, né nessuno. Mi han detto che quelli sono problemi miei, e che loro mettono su uno spettacolo serio e non un giro di ragazzi squillo. Si son quasi offesi."
"Sì, ma in quell'ambiente..." dissi io.
Lui mi sorrise: "Io voglio essere solo tuo. Di nessun altro. Perché io ti amo."
"Tu mi ami?"
"Sì, Kim."
Allora potei dirgli quello che già da Tokyo mi sentivo dentro: "Anche io credo di amarti, mio dolce San."
Ma non ero ancora del tutto tranquillo. Volli sincerarmene di persona: pareva davvero tutto regolare. Così San iniziò il suo lavoro. Non ebbe mai nessun problema. Qualche volta andavo anche a vederlo: era proprio bravo.
Il nostro rapporto si rafforzò. Dopo tre anni, trovò un lavoro come cameriere e smise di fare spogliarelli. Non gli avevo detto nulla, ma ero più contento così e lui l'aveva intuito.
Io, frattanto, a tempo perso, avevo cominciato a scrivere le mie poesie, molte ispirate da San. E ad avere i miei primi successi: il mio primo libro pubblicato proprio quando San cambiò lavoro. L'anno successivo (io avevo ormai ventisette anni e San ventidue) partecipai ad un concorso internazionale di poesia e, come sai, vinsi il primo premio. Ebbi richieste di pubblicazioni, di traduzioni, cominciai a guadagnare abbastanza e il tutto mi richiedeva sempre più tempo ed energie. San, per aiutarmi, si licenziò e, oltre a fare tutti i lavori di casa per lasciarmi più tempo libero, mi batteva al computer i testi, e si rendeva utile in mille modi e ero contento di averlo sempre in casa.
Infine mi licenziai anche io dall'Onu e mi dedicai alla poesia a tempo pieno. Ormai potevamo vivere comodamente con i proventi dei miei libri. Ecco qui, questa è la mia storia.
D. Da mozzafiato. Grazie, Kim. Ora vorrei chiederti qualcosa a proposito della tua poesia: dicevi che molte sono ispirate da San. Puoi spiegare meglio?
R. Sì. Prima di conoscere San non avevo mai scritto una poesia. Conoscevo e leggevo la poesia delle varie letterature di cui studiavo le lingue, e mi piaceva, e senz'altro questo ha costruito una struttura di base, ma la "visione poetica" delle cose, quella me l'ha data San. La poesia, come ogni altra forma di rappresentazione (prosa, pittura, eccetera) può essere simbolica o realistica, ma presuppone in chi la produce una capacità di interpretare la realtà, interagire con essa, coglierne i punti essenziali, presentarli con una certa tecnica. San, pur non scrivendo mai poesie, è un vero poeta. Non forse nel senso "letterario" del termine, ma lo è. Diciamo che la sua è una "visione poetica" della vita. Sentire questo in lui, ammirarlo, assimilarlo, è stato per me un processo naturale. A differenza di lui, io ho cominciato a mettere nero su bianco ed ora mi si considera poeta.
D. Alcune tue poesie sono fortemente colorate di una carica erotica, altre non lo sono affatto. Alcune hanno descrizioni crudamente anatomiche, altre altamente simboliche. Come mai queste differenze?
R. Perché la poesia è vita e nella vita tu non vivi solo l'erotismo né solo il genitalismo. Credo che il tuo problema sia su questi due punti. Faccio un esempio: posso fare una poesia su "oggi sono felice, il sole splende, tutto mi pare bello" e poi su "il mio ragazzo mi è vicino, lo amo, mi sento amato" e poi su "lo guardo e mi emoziono, lo desidero, lo voglio" e anche "il suo cazzo duro è bello, piacevole, lo sento in me e sto bene" e tutto questo lo puoi esprimere realisticamente, figurativamente, simbolicamente o come ti senti in quel momento. Non trovo contraddizione in tutto ciò. Che differenza c'è fra descrivere le sensazioni di un cielo azzurro e di un caldo sole sul tuo corpo e quelle di un cazzo che penetra in te? Secondo me nessuna. Sono due sensazioni belle e reali. Degne di essere cantate.
D. Secondo te qual è il confine fra arte e pornografia?
R. Sta in ognuno di noi: in chi, nel mio caso, scrive e poi in chi legge. Non in quello che descrivi, né in come, ma nel perché. Voglio dire che l'osceno, definito come ciò che offende il pudore, dipende dal senso del pudore, che varia da persona a persona, da epoca ad epoca, da luogo a luogo. Quindi non esiste di per sé. Lo stesso pudore è avversione dell'animo per cose sconce e disoneste. La violenza è oscena, la guerra è oscena, lo sfruttamento è osceno, la droga è oscena. E ricorda che sconcio vuol dire brutto, deforme. In che cosa il sesso è brutto, deforme, disonesto? Può esserlo, certo, ma non per se stesso: per come lo si vive. Pensa al fatto che all'inizio del secolo un uomo in maniche di camicia o una donna che mostrasse le caviglie offendevano il pudore.
D. Alcune tue poesie, non credi possano offendere il senso del pudore di qualcuno? Non certo il mio, comunque...
R. Certamente, e mi dispiace per quel qualcuno: nelle mie poesie non voglio mostrare nulla di brutto, deforme, disonesto, al contrario. Chi non lo capisce... lo compiango.
D. Sei d'accordo con la definizione di Paul Englisch che dice: "È osceno tutto ciò che, in consapevole contrasto con la morale dominante, ha come scopo la eccitazione fisiologica del sesso ed è capace di raggiungere questo scopo"?
R. Evidentemente no, forza la parola. Primo, perché nella sua definizione non rientra la guerra eccetera, le vere cose oscene. Secondo, il contrasto con la morale dominante è fonte di progresso: se tutti avessimo seguito pedestremente la morale dominante, ad esempio, le donne non potrebbero mostrare le caviglie né gli uomini girare in camicia. Terzo, non vedo che cosa ci sia di male nell'eccitazione fisiologica del sesso: se così fosse, il solo pensare che una persona mi attrae ed eccitarmi, sarebbe osceno. Quarto, se una produzione oscena esiste, lo è al di fuori che raggiunga o no lo scopo... Per me, ripeto, osceno è tutto ciò che esalta la bruttura, la deformità e la disonestà. Su bruttura e deformità, comunque, ci sarebbe molto da discutere. Per me, osceno è tutto ciò che danneggia, distrugge.
D. Bene, grazie mille Kim. E mille auguri per i tuoi libri. So che ne stai scrivendo uno nuovo. Possiamo saperne il titolo?
R. Uscirà contemporaneamente in sei paesi. Si intitola "Uno, tutti". In due parole nelle poesie dico questo: amando uno, in lui amo tutti.
D. Bene, speriamo di poterlo leggere presto.
R. Grazie.