D. Caro Alonso, grazie di avermi ricevuto qui nel tuo ritiro e di aver concesso alla nostra rivista la possibilità di farti questa intervista.
R. Grazie a te piuttosto.
D. Alonso Arias, scrittore gay... Ti va questa etichetta?
R. La trovo buffa. Come dire: Pedro Garcia, macellaio gay. Ebbene? La sua carne, o è buona o no, che sia gay o no è irrilevante.
D. Ma il macellaio vende carne di bue: la gayezza non c'entra. Tu scrivi di amori gay...
R. Sì, sì. È diverso, d'accordo. Quello che voglio dire è che a mio parere si discrimina troppo su questo punto della gayezza. Leggi i giornali: "Innamorato respinto rapisce una ragazza" e basta. Ma "Squallida vicenda nell'ambiente gay: uomo respinto rapisce e violenta un povero giovane". Tutto viene colorato di nero, di sporco, quando forse le due vicende sono identiche. Contro tutto questo, io scrivo: l'amore gay può essere bello, pulito, santo tanto quanto quello etero. Specialmente se è amore.
D. Tu, quando e come hai capito di essere gay, e come hai accettato questo fatto?
R. Avevo diciotto anni. Avevo la ragazza, con cui facevo regolarmente l'amore, con reciproca soddisfazione. Sai, un ragazzo della mia età, nel mio ambiente, doveva avere la ragazza o sarebbe stato disprezzato, evitato da tutti. Perciò anche io l'avevo. Sapevo che esistevano i gay, si capisce, ma era per me gente strana, una specie di piccoli marziani verdi che fanno bip bip. Non ne conoscevo nessuno direttamente. Nel mio ambiente non c'era vero disprezzo per i gay, ma una specie di compassione: poveretti, pensavamo, non gli funziona bene, non sanno cosa perdono.
Frequentavo l'ultimo anno di liceo. Un mio vicino di casa aveva un'agenzia pubblicitaria. Un giorno mi dice: sai Alonso, tu saresti il tipo perfetto per una serie di spot pubblicitari che devo fare. Lo faresti per me? Ti pago, si capisce. E perché no? Di che si tratta? Pubblicità per una nuova bibita, da lanciare quest'estate. Accetto. Si gira, per lo più in spiaggia, in costume da bagno. Mi piace. Mi pagano bene: sono i miei primi soldi guadagnati da solo.
Penso che tutto sia finito lì. Invece un regista vede quegli spot. Deve girare un film e pensa che io sarei il coprotagonista ideale. Così, un giorno, il mio vicino mi dice che gli ha telefonato quel regista, se mi interessa. Mi fissa un appuntamento. Provini. Il regista è entusiasta. Mia madre non era tanto d'accordo, perché la mia sarebbe stata la parte di un giovane gay che corteggia e conquista un uomo sposato con cui diventano amanti. Ma la paga è ottima, mio padre dice che va bene e si firma il contratto. Si comincia a girare.
La cosa curiosa è che il coprotagonista, quello che nel film fa l'uomo sposato, in realtà è gay: l'opposto che nel film.
Giriamo le scene: mi diverto. Le scene di seduzione, quelle in cui lo eccito, quelle in cui si fa l'amore. Ripetute spesso per piccole imperfezioni. L'altro è un gran bell'uomo, ha trentotto anni, si chiama Pablo, è molto simpatico. Durante parecchie delle scene, io mi eccito realmente: il contatto fra i nostri corpi, spesso seminudi o nudi, è piacevole. All'inizio sono lievemente imbarazzato, ma nessuno sembra farci caso, nessuno ride né prende in giro: fa parte del film. Mi rendo conto che anche Pablo si eccita e sento che questo aumenta la mia eccitazione.
Finché un giorno Pablo mi dice: "Visto che anche tu ti ecciti così, perché non vieni da me... e non lo facciamo una volta sul serio?"
Dico di no, lui insiste, e alla fine, un giorno, accetto. Mi sembra di rivivere le scene del film, ma è più bello, più piacevole. Nel film il ragazzo si fa prendere dall'uomo. Quando Pablo prova a prendermi davvero, a casa sua, ho un attimo di esitazione, poi mi dico: proviamolo, capirò meglio cosa si prova... e lo lascio fare. Mi piace moltissimo. È un piacere molto intenso che, logicamente, nessuna ragazza avrebbe mai potuto farmi provare.
Così, per tutta la durata del film, torno spesso da lui. Mi rendo conto che adesso mi viene anche più facile girare le scene. Le sento più vere, dentro di me. Comunque, in quel periodo, continuo a farlo anche con la mia ragazza: attivo con lei, passivo con Pablo. Non saprei dire quale mi piace di più. Mi godo l'uno e l'altro, perché no?
Il film esce. Ha un discreto successo di pubblico. Ha un notevole successo negli ambienti gay. Comincio a ricevere lettere di fans, richieste di autografi, di fotografie... è un assaggio di celebrità. Alcune lettere sono di uomini che vorrebbero conoscermi, fare l'amore con me. Sorrido, dentro di me. Rispondo a tutti. A queste richieste rispondo spiegando che ho la ragazza, faccio la parte del gay solo nel film.
Anche con Pablo, gli incontri cessano. Termino il liceo e mi iscrivo all'università. Qui conosco un ragazzo di ventiquattro anni, Raoul, che ha visto il mio film. È gay. È molto bello e simpatico. Diventiamo amici. Lui comincia a farmi la corte. Dico anche a lui come nelle lettere: ho la ragazza, non sono gay, ma lui non molla. Un giorno mi invita a fare una gita da soli al fiume, per nuotare. Io gli dico che, se mi promette che non ci prova, ci vado volentieri. Promette. E mantiene. Lui. Siamo nudi e, dopo una bella nuotata, prendiamo il sole. Guardo il suo corpo: mi piace. Mi eccito. Sento di desiderarlo. Glielo faccio capire. Non si tira certo indietro. Facciamo l'amore. Mi penetra ma si fa anche penetrare: è davvero molto bello. La notte, in tenda, gli chiedo di rifarlo. Dopo mi sento benissimo. Meglio di quando lo facevo con la mia ragazza. Capisco che preferisco un maschio.
D. Senza nessun trauma?
R. Assolutamente no: è tutto così semplice, spontaneo, bello. E Raoul è dolce ma forte al tempo stesso. Semplicemente capisco che con un maschio posso avere molto più che con una donna. Perciò la scelta è spontanea, naturale.
D. Quindi tu hai fatto una scelta.
R. Esattamente. Perché fare l'attivo con una ragazza e il passivo con un ragazzo quando potevo avere entrambe le cose dalla stessa persona? Non avrebbe avuto senso, no? E anche nel cosiddetto ruolo attivo, mi piaceva di più con un ragazzo, m'ero accorto.
D. Cosa intendi con "cosiddetto ruolo attivo"?
R. Che si può anche essere molto attivi prendendolo e molto passivi mettendolo: mi pare una etichetta sciocca.
D. Sei diventato l'amante di Raoul?
R. No. Semplicemente, dopo quella volta, abbiamo continuato a farlo, di tanto in tanto: piaceva a tutti e due. Per me quella scelta fu una vera e propria rivoluzione copernicana: io sono gay e ne sono felice, soddisfatto, appagato, realizzato. E si sa l'entusiasmo dei rivoluzionari. Mi iscrissi subito al gruppo universitario gay e ne divenni un attivista: volevamo che tutti capissero che avevamo diritto di cittadinanza come chiunque altro. Volevamo poter girare a braccetto, come le coppie "normali" senza essere derisi, per esempio...
D. Quindi lo vennero a sapere anche i tuoi?
R. Certamente. Mia madre pianse dicendo che era colpa di quel film che mi aveva traviato. Mio padre s'incazzò perché lui voleva "un figlio maschio o una figlia femmina, non una cosa di mezzo". Tenni duro, spiegai, cercai di farli capire. Credo che non abbiano mai capito veramente. La loro educazione li aveva già troppo limitati. Ma alla fine si rassegnarono e, per lo meno, smisero di farne un dramma.
Il regista del primo film mi contattò di nuovo per un secondo film. Qui non c'era niente di gay: ero un giovane gangster che si innamora di una suora... ognuno dei due vuole tirare l'altro dalla propria parte. Vince la suora: il ragazzo lascia la malavita e si fa missionario in Africa. Niente sesso in questo film. Un po' mielato ma discreto.
Frattanto io ho diverse avventure con ragazzi, giovani, uomini maturi. Ma ancora nessun innamoramento.
Poi mi contatta un altro regista, uno molto famoso, per un terzo film: è la storia di un ragazzo che va a finire in carcere (qui ci sono scene di sesso fra maschi) innocente e di come il padre, che gli crede, in mezzo a mille pericoli, riesce a provare la sua innocenza. Mi piace. Il regista mi dice: tu sei proprio la faccia che cercavo. Vieni a letto con me e la parte è tua. Rispondo di no. Primo, perché non mi piace, secondo, perché voglio una parte perché sono adatto, non in cambio di sesso. Lui minaccia: se rifiuti, tu non metterai più piede in uno studio cinematografico. Gli dico che non me ne frega niente. In realtà a me sarebbe piaciuto continuare a fare l'attore, ma mi accorgo che la sua minaccia era fondata: lo stesso regista che mi aveva scritturato due volte, ora pare non abbia più assolutamente nessuna parte per me.
È allora che mi metto a scrivere il mio primo romanzo: lo scrivo più per sfogare la rabbia, la delusione che altro. Ma gli amici lo leggono, dicono che devo pubblicarlo. Lo porto da un editore, piace. Esce il mio primo romanzo.
D. È "La moneta di scambio" vero?
R. Sì. Frattanto mi laureo. Continuo a scrivere: mi piace. Esce il secondo romanzo, poi il terzo, "Foglie d'autunno". Hanno successo, specialmente il terzo. Comincio a guadagnare bene, continuo a scrivere.
Un giorno, stavo passeggiando con amici dell'associazione gay, e si discuteva sul pregio di bellezza, eleganza, apparenza e sostanza: sai, le solite discussioni pseudofilosofiche tanto per passare il tempo. Ci sediamo nel dehor di un bar.
Uno del gruppo, indica una ragazzotto appoggiato ad un muretto là di fronte che fa evidentemente marchette: "Guardate quel tizio: è belloccio, ma è rozzo, sporco, ottuso. Uno così non potrà mai essere desiderato, se non su un piano puramente animale, e da gente del suo livello..." la discussione si accalora.
Io sono di parere opposto: chiunque, nelle condizioni adatte, può diventare la persona più ammirata e desiderata del mondo. Sai, viene fuori il discorso di "My fair lady" ma al maschile. Sì, no, certo, ma va! Conclusione, lancio la sfida: datemi solo del tempo e ve lo trasformo nel ragazzo più ammirato di questa città. Si fa una vera e propria scommessa.
Allora mi alzo, e vado ad abbordare il ragazzo. Gli chiedo quanto vuole per passare la notte con me. Il ragazzo mi studia, poi dice la tariffa. Viene a casa mia.
Si chiama Diego Duarte, ha diciotto anni. È operaio, arrotonda facendo marchette.
"Mi piace fare sesso ma se posso anche guadagnarci, perché no?" mi dichiara.
Il volto non è veramente bello, né è che sia particolarmente espressivo.
Quando gli dico perché l'ho agganciato, mi guarda come si guarda un idiota: "Ma come, non vuoi fare sesso con me?" mi chiede.
"Forse, anche. Ma il mio scopo è, se sei d'accordo, trasformarti in un dandy, in un ragazzo elegante e raffinato... Ci stai?"
"E lei mi darebbe da mangiare e da vestire e tutto... Cazzo, se davvero mi fa diventare un elegantone, magari dopo con le marchette guadagno anche di più. Mica mi piglia in giro, no?"
Discutiamo. Gli pongo delle condizioni: per tutto il periodo in cui io cercherò di trasformarlo, lui deve smettere di fare marchette, di lavorare e deve fare esattamente quello che gli dico, come gli dico e senza storie. E vivrà con me, nel mio appartamento. Mi dice che ci vuole pensare un po' sopra. Mi propone di nuovo di scopare. Gli dico che può pensarci fino a domattina. Gli dico che possiamo anche scopare, ma prima deve farsi una bella doccia. Accetta. Esce dalla doccia nudo: ha un gran bel corpo, trasuda erotismo. Andiamo a letto. Lui fa solo "il maschio" ma lo fa bene. Ha una virilità prorompente, animale, come diceva il mio amico. Mi piace, ma penso che dovrà imparare parecchio anche su quel punto: soprattutto imparare a pensare di dare piacere, non solo di prenderne. Anche senza perdere la sua virilità esuberante, anzi...
Ci addormentiamo.
La mattina dopo lui mi sveglia: "Ti va di farti fottere di nuovo?" mi dice, facendomi vedere che è di nuovo in stato di eccitazione.
"No..." rispondo io ancora semiaddormentato.
"Gratis, sai? So che ti piace e io ho di nuovo voglia. Dai, guarda qui che bel cazzo duro: lasciati fottere."
"Non ora, Diego. Piuttosto, mi piacerebbe prenderti."
"Eh no, quello no, te l'ho detto, mi dispiace. Succhiamelo almeno, allora."
"Dopo che tu l'avrai succhiato a me."
"No no... ma io ho voglia, senti come è duro."
"Masturbati, allora."
"Eh?"
"Fatti una sega."
"Dio se parli difficile. Mi sa di sì, che devo proprio farmi una bella sega."
Lo lascio sul letto, nudo, steso a gambe larghe, che si masturba lentamente, gli occhi chiusi. è una scena veramente erotica. Dopo poco viene in cucina dove mi sente trafficare. Nudo. Desiderabile. Un vero puledro selvaggio: riuscirò ad addomesticarlo? Mi tiene un po' il broncio. Mangia però di buon appetito.
"Allora, hai deciso?" gli chiedo.
Accetta. E comincia la mia opera. Per prima cosa gli impongo di farsi il bagno almeno una volta al giorno. Lo porto dal barbiere e gli faccio cambiare pettinatura. Lo porto a comprare abiti nuovi e discuto le sue scelte, gli spiego come deve scegliere, a cosa deve badare. Torniamo a casa: dizione, modo di camminare. Si diverte, almeno per ora. Lo faccio leggere, lo interrogo su quello che ha letto. Gli faccio scrivere un riassunto di quanto ha letto, gli faccio scrivere che cosa ne pensa. Pieno di errori di grammatica, sconclusionato. Correggo, spiego. Sbuffa ma fa quello che gli dico.
A sera, andiamo a letto. E anche qui riprendo le lezioni: deve imparare a carezzare, a dare piacere. Lo fa maldestramente. Lo trova inutile.
"Ma dopo ti fai fottere, no?" mi chiede. È tutto quello che gli preme.
"Se tu farai bene quello che ti dico di fare, sì."
"Ehi, ma non mi chiedere di farti pompe né provare a incularmi, intesi?"
"No, certo." lo rassicuro.
Gli devo far entrare in testa che carezzare non è lisciare con una mano, non è neppure massaggiare: è apprezzare con le mani la bellezza del corpo dell'altro. Spiego, gli do esempi carezzandolo, mi faccio carezzare. Sembra di buttar via il mio tempo, ma è anche la prima volta. Quando gli dico che mi può penetrare, si illumina: oh, finalmente qualcosa di interessante! Sì, almeno in questo, è abbastanza bravo.
Dedico quasi tutto il mio tempo a lui. Non gli lascio tirare il fiato. Esercizi su esercizi. Fargli apprezzare una poesia sembra tempo perso, ma non mollo. Lo porto a musei, a spettacoli. Sembra un condannato a morte. Ma fa quello che gli dico. Meccanicamente, senza cuore, ma lo fa.
Finché ho un'intuizione: comincio a chiedergli di dirmi perché gli piace tanto fottere. Mi guarda come se fossi un povero handicappato. Ma cerca di spiegarmi. Gli chiedo che cosa sente, che cosa prova. Lo aiuto a descriverlo. Comincia ad entusiasmarsi. Gli faccio leggere le poesie ed i brani di prosa più esplicitamente erotici dell'eros gay. Comincia a sembrare interessato. Brani di prosa gay, scelti per lui.
Gli piacciono: "Me l'ha fatto venire duro! Guarda qui! Mi è venuta voglia di scopare. Smettiamo un attimo, dai, andiamo a letto. Dopo, te lo prometto, studiamo ancora. Ma adesso, lui, ha voglia di farti una visitina là dove sai."
Gli do il contentino, non è che mi dispiaccia.
Gli faccio vedere i nudi di Michelangelo: anche se con commenti tipo: "Questo me lo scoperei." li apprezza. E gli faccio descrivere che cosa prova, che pensieri, idee, desideri gli suscitano quelle immagini. Proseguo anche con le lezioni di ortografia, di portamento, di etichetta. È una fatica improba, ma qualcosa si sta muovendo. Mentre lui fa gli esercizi che gli assegno, o mentre prepara da mangiare o pulisce casa (cose anche queste che devo insegnargli) io ne approfitto per scrivere: devo continuare a produrre per guadagnare, specialmente ora che devo mantenere anche lui.
Per la prima volta, mi chiede lui di leggere qualcosa: i miei romanzi. E poi mi chiede di spiegarglieli. E conclude: "Scrivi bene, ma mi piace di più scoparti." e ride divertito.
A volte rivedo gli amici che mi chiedono come sta andando: vorrebbero vedere di persona. Rifiuto: Diego non è ancora pronto. Anche se sono passati sei mesi. Ma sta cambiando, evolvendo. Il suo sguardo è ora più vivace: sto riuscendo a svegliare la sua curiosità. A letto, sta imparando ad apprezzare il piacere di carezzare, sta imparando che dare piacere all'altro, aumenta il proprio. Sì, ci sono progressi. Il suo aspetto, il suo sguardo, il suo sorriso stanno cambiando, sta diventando un tipo sempre più interessante.
Solo a un amico, di tanto in tanto, permetto di venire a trovarmi e conosce Diego: è Francisco. Sa del mio esperimento, e, venendo solo di tanto in tanto, ogni due o tre settimane, può notare i progressi di Diego meglio di me: ho bisogno del suo parere. A volte mi sento quasi scoraggiato, perché i progressi del ragazzo sono così lenti da risultarmi impercettibili, almeno vivendoci assieme.
Dopo un anno che stiamo assieme, decido di fare un viaggio con Diego e Francisco. Un bell'albergo a Caracas. Vita di società. È un mettere alla prova quanto ha imparato fino ad ora. Diego ne è affascinato: non ha mai avuto l'occasione, in vita sua, di frequentare il "bel mondo". Lo porto in alcuni salotti gay, scegliendo quelli delle checche più graffianti. Diego all'inizio ne è divertito, poi seccato, poi scocciato.
Mi prende in disparte: "Io li mando affanculo! Ti stuzzicano, te lo fanno venire duro, poi non ti cagano più!"
Lo guardo severo: "Puoi anche avere ragione, Diego, ma dillo con termini più appropriati."
"Scusami, sai, ma questi sono i più appropriati per quella gente."
"Sì, ti capisco, puoi anche avere ragione, ma impara a trattarli con le loro stesse armi. Non ti abbassare, non dare loro motivo di disprezzarti. Una frase raffinata, può essere più tagliente di una parolaccia, per certa gente."
Capì, e questo segnò un altro progresso. Capì che si può anche usare la parolaccia, che non è tabù di per sé, ma che va usata a modo e a luogo. Lo portai anche in ambienti più tranquilli, dove si trovò meglio. Conobbe un ragazzo che gli piaceva e questi gli faceva il filo.
Mi chiese se poteva andarci a letto: "Diego, tu non sei un oggetto mio, se ti piace, vacci."
"Tu m'avevi detto che dovevo fare tutto quello che mi dicevi tu... e se tu non volevi... Faceva parte del patto, no?"
Sorrisi: "Va bene. Vacci tranquillo..."
Tornò in camera d'albergo la mattina dopo. Aveva una faccia strana.
Gli chiesi che avesse. "Quello... m'ha detto che sono uno stallone da monta..."
"Beh, non sei contento?"
"No. Capisci, tutto quello che gli interessava da me era il mio ca... il mio membro, non io come persona."
"Ma ti si è dato, no? Non sei contento? Non era quello che volevi?"
"Sì... no... Anche tu la pensi così di me?"
"Beh, abbastanza. Tu ti lamenti che lui, di te, vedeva solo il tuo membro. Ma tu, per esempio, quando vuoi prendermi, non vedi solo il mio buco?"
"No... Tu mi piaci come persona, davvero..."
"Non le prime volte però. Sii sincero."
"Beh..." disse ed arrossì.
"E poi, tu pensi soprattutto al tuo piacere, non a quello dell'altro... Hai trovato uno come te. Che ci trovi di strano?"
"Sei cattivo a dirmi queste cose... Davvero io sono come quello? Non mi piace..."
"Non sono cattivo."
"Non puoi negare che ti do piacere..."
"Non lo fai certo per altruismo. Lo fai, hai imparato a farlo, perché questo aumenta il tuo piacere."
"Sì, è quello che mi dicevi tu..."
"Certo, ma non ti ho mai detto che devi solo pensare al tuo piacere. L'altro ha tanti diritti quanti te, tanti desideri quanti te. Se uno pensa soprattutto al proprio piacere, beh, è una gara a chi prende di più; è facile prendere, quando l'altro dà."
"Con te mi piace fare l'amore."
"Sì, perché appunto tu prendi e io do."
"Non ti do niente?"
"Poco... non sei ancora capace. Non te ne faccio una colpa..."
Tornammo a casa. Quel viaggio aveva fatto bene a Diego: aveva toccato con mano i propri limiti e non gli piacevano. Stava maturando. Si impegnò al massimo: era lui ora a sollecitarmi perché gli insegnassi, gli spiegassi.
E una volta, a letto, mi disse: "A te piacerebbe prendermi, vero?"
"Sì, ti desidero."
"Perché non ci hai mai più provato?"
"Perché so che non ti piace, ti rispetto."
"Io... non so se non mi piace. Non ci ho mai provato. Cioè, sì, quando avevo tredici anni, ma quello ce l'aveva troppo grosso, mi aveva fatto male e così dopo non ci ho mai voluto più provare. Ma se tu lo desideri tanto... puoi provarci, con me..."
"Non è necessario."
"Beh, all'inizio, sai, non ci sono abituato, ma forse poi..."
"Non è necessario." ripetei con dolcezza.
"Sì che è necessario. Io, adesso, quando faccio l'amore con te, non faccio che pensare che so che cosa ti piace ma non te lo do. E poi penso a quello che mi avevi detto: che avevi lasciato perdere le ragazze perché con un ragazzo potevi avere tutto, ma io invece ti do solo la metà. E allora, o io ti do tutto, o per te è meglio che mi lasci perdere e che ti cerchi un altro ragazzo. E poi, dopo tutto quello che stai facendo per me, non è giusto che anche io faccia qualcosa per te? Hai ragione tu: io nella mia vita ho preso, preso, preso solamente. Non sarebbe ora che imparassi a dare?"
Non lo presi quella sera. Ma sentii che facemmo l'amore in modo diverso, con un altro spirito: sentivo che finalmente per lui stavo diventando importante.
Quando lo sentii veramente pronto (quella sua decisione era stata soprattutto intellettuale, ma a poco a poco, aspettando che lo facessi, diventò in lui un desiderio), lo presi. Appena provai ad entrare, gemette.
"Vuoi che smetta?"
"No... continua." rispose convinto.
Dopo gli chiesi: "Non è che ti sia piaciuto, vero?"
"No, mi è anche piaciuto e mica solo perché vedevo che piaceva a te." mi disse tranquillo. Poi aggiunse: "E poi... a essere sincero, io avevo un po' paura di sentirmi meno maschio a farmi prendere e invece... mi sento maschio proprio come prima."
"Ma ti piace di più prendermi, no?"
"Per ora sì, ma poi... chi sa? A te è piaciuto molto, no?"
"Beh, non molto..."
"Eh? Che vuoi dire?"
"Che sapevo che sopportavi e questo mi smontava un po'. Se tu l'avessi goduto a fondo, come è stato per me la prima volta, anche per me sarebbe stato perfetto."
"Andrà meglio la prossima volta, per tutti e due." disse lui con un sorriso.
"Non è necessario che..."
"Piantala! O se preferisci... ti prego di smetterla con questi assurdi discorsi." disse con tono "raffinato" quasi prendendomi in giro.
Ridemmo.
Un'altra volta, mentre a letto durante i preliminari ci stavamo carezzando i genitali, lui mi disse: "Sai che sei bello anche qui? Mi è venuta voglia di... lo facciamo un bel sessantanove?"
Il suo ultimo tabù era caduto.
Far l'amore diventò molto bello per tutti e due.
D. Perché vi innamoraste, finalmente...
R. No, questo avvenne, ma molto dopo. Era con me ormai da due anni. Per il suo ventesimo compleanno organizzammo un party per presentarlo alla società: era pronto. Invitammo tutti i nostri amici gay, compresi quelli della scommessa. Assicuratici del loro silenzio, lo presentammo a tutti come un rampollo dell'alta borghesia colombiana in visita. Nessuno lo mise in dubbio. Alla fine del party, gli amici dichiararono che avevo vinto.
Diego, cominciò ad uscire regolarmente con me o da solo. Era ammirato, blandito, corteggiato. Gli piaceva. A volte non rientrava a casa la sera: passava la notte con qualche occasionale conquista.
Ma era molto selettivo: "Grazie a te, ho tutta la città ai miei piedi, ora: posso scegliere. Mica come quando mi vendevo..."
Finché accettò la corte di Elvino, un ricco industriale. Così un giorno mi disse che andava ad abitare con lui. Bene, era la migliore conclusione del mio esperimento, pensai: avevo raccolto un piccolo marchettaro da quattro soldi e ne avevo fatto il vezzeggiato amante di un miliardario...
Mi accorsi che mi mancava. Mi accorsi che gli volevo bene, anzi, che mi ero innamorato di lui. Troppo tardi, purtroppo. Chissà perché le cose non le si apprezza nel loro giusto valore quando le si ha, ma solo quando vengono a mancare?
Ero rimasto fuori dal giro in quei due anni. Mi ci rituffai. A volte vedevo Elvino e Diego e il ragazzo mi pareva felice. Elvino non gli faceva mancare nulla. Mi mancava Diego, mi mancava troppo. Cercai di non pensarci. Mi invaghii di un ragazzo poco più grande di lui, Teodoro, uno studente di medicina. Anche il ragazzo si invaghì di me. Dopo poco che ci si frequentava si cominciò a fare l'amore; finché si trasferì da me. Teo mi piaceva, ma facevo sempre il paragone con Diego... Diego era diverso, più vivo, più naturale, più virile... Teo era più bello, almeno di volto, ma... Forse Teo sentì che in realtà non lo amavo. Mi piaceva, ci facevo bene l'amore, gli volevo anche bene, ma... Così, dopo un anno e mezzo che si stava assieme, Teo si innamorò di un altro e mi lasciò.
Per circa due mesi passai di avventura in avventura. Poi rividi Diego ad una festa. Parlammo a lungo.
Lui, ad un certo punto mi disse: "Sai, sto pensando di lasciare Elvino."
"Come mai? non sei felice con lui?"
"No, è buono, mi tratta bene, ma con lui non c'è comunicazione, non abbiamo niente in comune, niente di cui parlare. E poi, non faccio niente tutto il giorno, mi annoio. Volevo trovare un lavoro, lui non vuole. Stavo meglio quando ero operaio, o quando stavo con te. E poi... io mi stavo innamorando di te quando ho conosciuto Elvino. Mi sono lasciato affascinare dalla sua ricchezza. Dalla sua gentilezza. Ho creduto di dimenticare quello che stavo provando per te... e invece..."
"Io... Quando te ne sei andato mi sei mancato terribilmente. Anche io credo che... anzi lo so: anche io sono innamorato di te."
"Ma non stai con Teo?"
"Non più, non c'era amore fra noi..."
"Allora... allora mi vorresti di nuovo con te?" mi chiese illuminandosi.
Il suo sorriso da solo mi avrebbe conquistato, se già non fossi stato innamorato di lui: "Sarebbe molto bello..." gli risposi con una certa emozione.
"Io, comunque, avrei lasciato Elvino... Forse gli dispiacerà, ma lui non è innamorato di me, non gli darò un dolore. Mi vuoi davvero con te?"
"Se ne sei davvero sicuro... io ti amo, te l'ho detto."
"Anche io, perciò che problema c'è?"
"Nessuno."
"Nessuno!"
Lasciò Elvino, che non la prese troppo male. Tornò da me. Si trovò un lavoro come commesso nella migliore gioielleria della città. Era finalmente felice. Anche io lo sono.
D. Tre anni fa hai vinto il premio letterario internazionale col tuo romanzo "Trame ed orditi". Sembra quasi l'antistoria di quello che è avvenuto fra te e Diego...
R. Sì, lo è. Questo romanzo l'ho scritto per Diego: è la storia di un giovane operaio gay che scommette con i propri amici che conquisterà un integerrimo professore universitario. E come questi, grazie al ragazzo, capirà che l'amore non dipende da cultura, istruzione, o cose simili, ma solo dalla sensibilità della persona. E che si può anche chiamare il pene "cazzo" e si può anche dire "fottimi" senza che per questo si perda la poesia del fare l'amore. È un po' un romanzo controcorrente, per rendere giustizia a Diego. Erano cose che volevo dirgli, e che ho trovato più comodo comunicargli sotto forma di romanzo. Perché volevo che Diego capisse che quello che veramente l'aveva trasformato non erano i miei due anni di "lezioni" ma il fatto che lui avesse già in sé una sensibilità, anche se sopita dalla vita che aveva fatto fino ad allora. Perché capisse che non mi deve nulla, che deve tutto a se stesso.
D. E Diego l'ha capito?
R. Sì, ma mi ha corretto: mi deve qualcosa: il fatto che lo amo e che accetto il suo amore...
Con questa intervista, cari lettori, abbiamo terminato il nostro primo giro di personaggi celebri gay. Se vi è piaciuto questo numero speciale, scriveteci e diteci se ne volete una continuazione, proponeteci i nomi che volete che proviamo ad intervistare e faremo del nostro meglio per accontentarvi.