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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA BREVE EVASIONE
(Il sosia)
di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 21 novembre 1994
CAPITOLO 1
LE MIE PRIME ESPERIENZE

Il mio compleanno veniva festeggiato, in pompa magna (te lo ricordi?) ogni 9 settembre, cioè oggi, ma io sono nato il 5 maggio. Strano, no? Beh, tutta la mia vita, almeno fino ad ora, è strana. Mi chiedi perché? Proprio tu, mio caro Gualtiero? Tu che sei uno dei pochi a conoscere il mio segreto? Sì, è vero, non ti avevo mai parlato della mia vita se non a pezzetti e bocconi... Perciò forse è venuto il momento che io te la narri in ordine fin dall'inizio.

Dunque... io sono stato concepito fra le 15 e le 15,30 del 7 agosto del 1811. Sì, anche se di solito nessuno sa queste cose, io posso esserne certo, perché in quel giorno, alle 16 circa, mio padre fu ucciso dalla polizia. E, fino a quel giorno era stato in carcere: ne era appena fuggito ed aveva voluto incontrare mia madre che non vedeva da due anni... Mentre stava uscendo da casa nostra, la polizia lo intercettò e gli ordinò di arrendersi. Lui tentò di fuggire, gli spararono e...

Perché era stato in carcere mio padre? Era un ladro di professione, ecco perché. Ma non doveva essere molto abile, visto che lo avevano preso... Di lui so poco, quello che mi raccontava mia madre a volte. Secondo lei era un uomo molto bello... ma lei ne era innamorata, perciò... Beh, lo so che anche io ti sembro molto bello, ma anche tu sei innamorato di me, no?

Io, quindi, poiché mia madre era una donna per bene, non posso essere stato concepito che in quel breve intervallo di tempo. Mamma me lo ripeteva spesso. Se solo papà non fosse fuggito, gli mancava da scontare solo un anno, io non sarei nato e lui sarebbe ancora vivo, forse. Ma mamma non me l'ha mai fatto pesare, né mai rinfacciato. Era una donna gentile, mia madre. Faceva la lavandaia. Le mani ruvide per il sapone e l'acqua, ma il cuore gentile...

La mia infanzia, anche se decisamente povera, è stata molto serena perché avevo l'amore di mia madre e potevo giocare con i monelli di strada. Poi, mia madre, a prezzo di non pochi sacrifici, mi mandò alla scuola pubblica. Ero bravo: dovevo esserlo, per farla contenta. Studiavo con serietà: mica molto, perché per mia fortuna, avevo una buona memoria ed un'intelligenza anche buona... Beh, non dovrei lodarmi da solo, lo so, ma mica sono cose che penso io: lo dicevano anche i professori che, trovando in me un buon allievo, mi istruivano a dovere.

Quando avevo tredici anni, mia madre morì. Allora mi prese una zia, sorella di mamma. Ma lei, che già aveva quattro figli, mi fece smettere di andare a scuola: non poteva certo permetterselo.

Zia Clarissa era una brava donna, anche se un po' rude e spiccia e, a modo suo, mi voleva bene. La cosa che mi stupì in zia Clarissa era il ricordo che aveva di mio padre: al contrario di mamma, era tutt'altro che buono. Soprattutto una sua frase mi colpì: "Poteva restare dentro un anno in più quello stupido ragazzo e non avrebbe lasciato tua madre vedova e senza sostegno. E poi, andarla a trovare appena scappato: a dir poco ingenuo: doveva capire che proprio là l'avrebbe cercato la polizia, no? Poteva continuare a farlo con i compagni di cella per un altro anno... fatto trenta, faceva trentuno!"

Lì per lì non capii che cosa poteva continuare a fare coi compagni di cella e quando lo chiesi alla zia, lei rispose "giocare a carte" con aria brusca. Ma mio cugino Paulo, che aveva allora diciotto anni, era il più grande, poi mi spiegò in dettaglio che cosa facevano fra compagni di cella... e mi spiegò anche che, essendo mio padre uno dei più giovani (aveva solo ventuno anni quando è morto): "a fare da donna quasi certamente era lui..."

Non è che io non sapessi che fra maschi si possono fare certe cose... ne avevo sentito parlare, fra lazzi e battute, dai compagni di strada. Solo che non avevo mai pensato che quelle cose le potesse averle fatte anche mio padre e quell'idea mi colpì molto.

Dici che te lo puoi immaginare? Mah, forse... Io so solo che ci rimuginai a lungo, per giorni e giorni. La cosa che più mi incuriosiva, ora che quel fatto era entrato nella mia vita in modo così personale, era che cosa si potesse provare a farlo fra maschi. Non che sapessi che cosa si poteva provare a farlo con una donna: io ero ancora completamente vergine, a quell'età. No, neanche da solo, devi credermi, non ancora. Non è che lo rimasi a lungo, è vero, ma...

Mio padre, il mio eroe, aveva fatto dunque, per almeno due anni, l'amore con altri uomini. Non so perché, ma non ne dubitai neppure per un momento. La cosa non è che mi avesse turbato, mio padre rimaneva il mio eroe, semplicemente non ci avevo mai pensato prima e ne ero profondamente colpito.

Allora non pensai affatto che si fosse forse dovuto piegare ad una necessità o forse ad una regola non scritta di quei posti. Ma semplicemente che l'aveva fatto. Coi compagni di cella. Per due anni.

Mia zia mi aveva mandato a garzone da un oste. Passava lei a ritirare la paga ogni sabato. L'oste era un uomo rubizzo ed allegro ed aveva tre figli: il più grande, Timoteo, aveva ventuno anni, poi veniva Bartolomeo, di diciannove e infine Dalia di sedici. Dalia lavorava in cucina con la madre. Lei e Bartolo erano "pelorossi" tutti e due. Non so perché ma a me la gente coi capelli e i peli rossi, non mi è mai piaciuta. Bartolo era certamente più ben fatto, di corpo e di viso, di Timoteo, ma questi, dai capelli castano scuro e dalla carnagione oliva, mi piaceva molto di più del fratello e della sorella.

Timoteo era anche simpatico, allegro, spiritoso, e non mi prendeva mai in giro. Lui e il fratello servivano col padre al banco. Io lavavo i boccali, facevo le pulizie, vuotavo di tanto in tanto le sputacchiere e i portacenere. Insomma, facevo lo sguattero. Erano, ogni giorno, tredici ore di lavoro tirate, con poche pause nelle ore morte, e solo la domenica, poiché l'osteria chiudeva, potevo riposare un po'. Ma il lavoro non mi pesava affatto.

Durante le pause mi piaceva stare a sentire le storielle che Timoteo raccontava con una mimica divertente, ridere alle sue battute, guardarlo. Avevo l'impressione che lo facesse per me, ma ora credo semplicemente che questa sia l'arte di chi sa raccontare: dare ad ognuno degli ascoltatori l'impressione che stia parlando proprio per lui, a lui...

Comunque sia, Timoteo mi affascinava. Non so quante volte ho pensato che mi sarebbe piaciuto diventare come lui, da grande. Certo, non avevo mai sognato di diventare quello che sono...

Un giorno, lavoravo là da poco più di un anno, appena chiusa l'osteria, Timoteo chiese al fratello se andava, come al solito, a fare il bagno con lui.

"No, oggi no, devo andare, ho un appuntamento." rispose Bartolomeo con aria maliziosa.

"Anche io, per questo volevo lavarmi..." protestò Timoteo, "chi mi lava la schiena se te ne vai, chi mi aiuta a sciacquarmi?"

"Beh, fai fermare Giorgio a lavarti, no?" gli rispose il fratello andandosene. Timoteo mi guardò:

"Di' un po', ti dispiace fermarti ancora un po' per aiutarmi?" mi chiese allora con tono gentile.

"No, va bene." risposi io tranquillo: se me l'avesse chiesto Bartolomeo certamente gli avrei risposto che mi aspettavano a casa, pur di dirgli di no. Ma era Timoteo, a chiedermelo, il gentile Timoteo ed ero contento di essergli utile.

Così andai nel retro, dove la madre e la sorella avevano preparato la tinozza come ogni sabato sera. Timoteo si spogliò: era la prima volta che lo vedevo nudo (a dir la verità era la prima volta che vedevo un uomo nudo, se si eccettuano i compagni di strada quando andavamo a bagnarci alla Serpentina, ma quelli erano miei coetanei, ragazzini come me) e lo guardai affascinato: il corpo era asciutto, proporzionato, con ciuffi di pelo folto nei posti giusti.

Ma soprattutto mi colpì quello che gli pendeva fra le gambe: tanto lui era più grosso di me, tanto il suo arnese era più grosso del mio! Era il primo, di un adulto, che vedevo. Ricordo chiaramente che provai la tentazione di saggiarne la consistenza con la mano, di palparlo. E ricordo anche che pensai che se, come il mio a volte, si rizzava, chissà come doveva essere il suo una volta ritto!

Entrò nella tinozza ed iniziò ad insaponarsi generosamente il corpo. Poi si fece insaponare da me la schiena e strofinare ben bene con la spazzola. Frattanto canticchiava allegro.

"Vedi la tua ragazza, stasera, Timoteo?" gli chiesi allora, sapendo che c'era festa in piazza.

"Sì, e, se va bene, farò qualcosa in più che vederla... Me l'ha promesso." rispose lui tutto allegro.

"Vuoi dire che..." dissi io intuendo.

"Sì, per questo mi lavo: a lei piace farlo solo quando sono pulito a dovere... È schizzinosa..."

"Vuoi dire che tu e lei... l'avete già fatto?"

"Eh, certo! Le piace questo!" mi disse girandosi verso di me e mostrandomi orgoglioso i suoi attributi virili. Spalancai gli occhi: quel che m'ero chiesto poco prima, lo vedevo ora lì, sotto il mio sguardo, maestosamente eretto e palpitante, coperto solo da un lieve strato di bianca schiuma...

Lui notò il mio sguardo e rise.

Prendendoselo con una mano ed agitandolo lievemente verso di me, mi disse: "È logico che le piace, no? Senti come m'è venuto duro solo a pensarla..."

Io, timidamente, ma irresistibilmente attratto da quel prodigio di natura, allungai una mano e lo afferrai: era sodo, caldo, davvero grosso e piacevolmente scivoloso per il sapone.

"Che ne dici, eh?" chiese lui fiero.

"È... bello..." mormorai facendo scivolare istintivamente la mano avanti e dietro per sentirne meglio tutta la consistenza: era incredibilmente piacevole.

"Ehi, se fai così mi fai venire prima del tempo, e non è proprio il caso, credimi: devo conservarlo per lei..." mi disse allora lui scostandomi la mano ma ridendo, "Però..." aggiunse, "lo sai che mi sembrava quasi di sentire la sua mano? Chissà se anche le tue labbra sono dolci come le sue?"

Arrossii. Lui rise ancora, poi mi disse: "Dai, sciacquami, adesso..."

Obbedii prontamente. Uscì dalla tinozza, si asciugò con vigore sfregandosi con un asciugamano e si rivestì con gli abiti freschi di bucato che erano pronti su una sedia, mentre io vuotavo la tinozza e rimettevo in ordine. Mi ringraziò, uscì...

Tornai a casa. Mi sentivo come frastornato: mi era piaciuto moltissimo toccarlo lì, sentirne la consistenza, il vigore. Per giorni e giorni ripensai a questa cosa e, dopo di allora, quando al lavoro guardavo Timoteo, non potevo fare a meno di lanciargli sempre un'occhiata fra le gambe, dove un dolce gonfiore denunciava la massa dei suoi attributi: e allora era come se lo rivedessi, nudo, come se lo toccassi ancora e il mio, per quanto piccolo ancora, si risvegliava e mi premeva, imprigionato sotto la tela degli abiti.

No, Gualtiero, allora non ero ancora cosciente che quello era desiderio sessuale... almeno, non lo interpretavo ancora come tale, allora. Semplicemente, mi piaceva pensare di averlo visto, toccato e, se pure confusamente, speravo di poterlo rivedere, toccare di nuovo... Anche se pensavo che fosse impossibile.

E invece...

Un giorno, avevo già quattordici anni, vidi Timoteo stranamente scuro in volto. Lì per lì mi chiesi se ce l'avesse con me: avevo fatto qualcosa che l'aveva fatto arrabbiare? Non mi pareva, ma...

Approfittando del fatto che mi aveva chiesto di scendere con lui in cantina per aiutarlo a portar su alcune casse di birra, glielo chiesi.

Lui abbozzò una specie di sorriso amaro: "No, Giorgio, tu non c'entri niente. Solo che lei mi ha detto che va sposa a un altro e che perciò non vuole più farlo con me."

"Ma come, non faceva l'amore con te?" chiesi io stupito.

"Beh, ci si toccava, me lo baciava anche, ma mica se lo faceva mettere. Però mi piaceva da matti. E mi faceva venire anche, di solito, con la sua manina morbida. Morbida e calda, come la tua." disse scuotendo il capo triste.

Io lo guardavo con simpatia, mi dispiaceva vederlo così.

Gli dissi: "Ti manca, allora?"

E lui: "Certo che mi manca. Sai, mica è la stessa cosa, da soli... Tu non puoi capirmi... Tu lo fai, da solo?"

"Cosa?" chiesi io, anche se avevo capito: infatti a volte lo facevo, da un po' di tempo a quella parte, da quando un compagno mi aveva mostrato come si faceva, cioè.

Ma, a parte la prima volta, lo facevo sempre da solo, non fare quel sorrisetto...

"Di fartelo venire duro e di continuare finché vieni. Ma di' un po', vieni già, tu, per caso?"

"Beh..." dissi io ed arrossii, poi annuii.

"Già. Ma è diverso, da soli. Proprio diverso." disse con tono pensieroso, poi, come se si scuotesse, mi disse: "E adesso, a fare questi discorsi, m'è venuto duro: guarda qui!" e mi indicò fra le sue gambe, sporgendo un po' il bacino verso di me: era più che evidente.

Io deglutii, lo sguardo fisso, affascinato, su quel generoso rigonfio che, mi sembrava, stava palpitando come animato di vita propria... Lui mi guardò con uno sguardo strano. Solo per pochi attimi. Poi d'improvviso... no, Gualtiero, non successe ancora niente, quella volta.

D'improvviso, ti dicevo, mi disse serio: "Bene, portiamo su le casse, ora..."

No, non è che rimanessi deluso: non avevo mica sperato in qualcosa. Te l'ho detto, ero ancora piuttosto ingenuo, allora.

Pochi giorni dopo mi chiese di nuovo se mi fermavo per aiutarlo a fare il bagno. Non ricordo più perché il fratello non lo facesse, quella volta. Accettai volentieri: potevo rivederlo nudo e l'idea mi piaceva parecchio.

Questa volta l'aveva già ritto mentre si spogliava. Si insaponò, gli insaponai e sfregai la schiena, poi mi disse di versargli sopra l'acqua tiepida per sciacquarlo. Quando si girò verso di me, vidi che l'aveva ancora gloriosamente eretto.

Lui notò il mio sguardo ammirato e sorrise: "Vedi com'è duro? E purtroppo non posso accontentarlo, questa volta. Toccalo, senti com'è bello tosto!" mi invitò spingendo lievemente il bacino verso di me.

Non mi feci certo pregare: lo presi a piena mano. Lo palpai.

Lui sorrise di nuovo e mi disse: "Stavolta, puoi anche muovere la mano su e giù, tanto... stasera non devo conservarlo per nessuno..."

Obbedii.

Lui mi lasciò fare per un po', poi sussurrò: "Hai una mano dolce come quella di lei... stringi un po' di più e vai un po' più veloce, dai..."

Feci come m'aveva detto. Chiuse gli occhi.

"Va bene, così?" gli chiesi sperando che fosse contento.

"Sì, va bene... però... però lei gli dava anche tanti bei baci..." mormorò lui senza aprire gli occhi.

Allora mi chinai e vi poggiai le labbra: il contatto era piacevole. Ebbe come un guizzo. Lo baciai ripetutamente per tutta la lunghezza e sentii che gli piaceva. Anche a me piaceva.

"Oh, Giorgio... bravo... così... sei quasi meglio di lei..." disse a bassa voce, poi aggiunse: "Lei lo leccava anche, le piaceva."

Senza nessun problema, lo iniziai allora anche a leccare: dapprima quasi timidamente, poi con sempre più decisione, anche perché notai che più lo facevo a lingua piena, più sembrava piacergli.

E allora si consumò l'atto finale di quella sera: lo sentii vibrare come la corda di un violino, tendersi, fremere, tremare e infine dalla punta della vigorosa asta sgorgarono getti e getti di iridescenti gocce color perla. Guardavo ammirato, stupito, incantato quello zampillare prodigioso: altro che le poche gocce che spargevo io al culmine dei miei momenti di solitario piacere!

Quando capii che la sua carica s'era esaurita, sulla punta lucida e tesa, rimaneva una sola perla che brillava tremula. Allungai la punta della lingua e la raccolsi e per la prima volta saggiai il sapore del maschio liquore.

Timoteo mi carezzò i capelli: "Grazie, Giorgio, sei stato grande. Neanche lei era così brava..." mi disse, riempiendomi di vero e proprio orgoglio.

Non disse altro, non fece altro. Ma io mi sentivo davvero eccitato e felice per tutto quello che era successo. Avevo sentito l'intensità del piacere di Timoteo e mi era piaciuta la sensazione di esserne stato l'artefice.

Per alcuni giorni non accadde altro. Ma mi pareva che fra noi due fosse nata una specie di intima complicità: lui mi guardava in modo diverso, io lo guardavo con occhi diversi, ora. Il suo sorriso, quando era rivolto a me, aveva una sfumatura speciale, più calda, più personale. Non so se fosse solo la mia immaginazione, ma era quello che io sentivo...

Un pomeriggio, durante un momento in cui c'erano pochi clienti, il padre disse a Timoteo di andare a riordinare la cantina. Lui mi chiese di accompagnarlo. Quando fummo sotto, iniziammo subito a mettere in ordine. Ad un tratto, lui mi prese per un polso e mi portò in un angolo, dietro alcune casse, sistemando la lanterna su una botte.

Con un sorriso complice, a voce bassa, mi disse: "Giorgio, vero che fai di nuovo quello che mi avevi fatto l'altro giorno, dopo il bagno?"

Annuii: certo che glielo avrei fatto, e volentieri. Lui mi sorrise, se lo tirò fuori e io mi chinai su quell'asta favolosa per accontentarlo. Mi piaceva da matti.

Dopo un po', lui mi disse, in un sussurro, con voce suadente: "Adesso prendimelo in bocca... tutto... succhialo dai..."

Senza problemi, lo esaudii. Era ancora più piacevole di prima, per me, e, mi accorsi, anche per lui. Cominciò a muoverlo avanti e dietro, e mi carezzava i capelli.

Quando iniziò a fremere, con voce roca, bassa, calda, mi disse: "Non toglierti Giorgio, bevilo tutto." e mi tenne la testa contro il suo pube.

Mi preparai ad accogliere quel saporoso liquore di cui già conoscevo il gusto muschiato e che, lo sapevo bene, sarebbe iniziato a sgorgare di lì a poco con abbondanza, generosamente. I suoi tremiti sempre più rapidi ed intensi, sempre più ravvicinati e lunghi, mi eccitarono incredibilmente. E finalmente bevvi, bevvi a grandi sorsate rumorose quel nettare che mi somministrava e mi sentivo come ubriaco.

Quando tutto fu finito, lui si riassettò, poi mi cinse con un braccio le spalle e mi chiese: "Ti è piaciuto, Giorgio?"

Io annuii arrossendo per la felicità.

Lui soggiunse, sorridendomi: "Beh, allora lo faremo ancora, vero?"

"Sì..." mormorai io.

Quello fu l'inizio. Ci si vedeva abbastanza spesso, nei posti più disparati. E dopo poche volte che lo accontentavo in quel modo, una sera mi portò nel boschetto che c'era fra il paese e casa mia e lì, fattemi calare le braghe, mentre mi masturbava, mi penetrò per la prima volta.

No, non fu proprio piacevole, feci fatica a non gridare, a non cercare di sottrarmi a quell'asta poderosa che mi stava invadendo. Ma volevo farlo contento, e così resistetti, anche perché pensai che stavo provando proprio quello che doveva aver provato mio padre... Le volte dopo andò, pian piano, meglio. Mi piaceva sempre più. Anche a lui...

No, Timoteo non ama solo i maschi come noi. Infatti poi si è fatto la ragazza. Me ne parlava, quando lo faceva con me. Diceva che gli piaceva sia con lei che con me. Poi si è sposato. No, non con quella, con un'altra, ma continuava, anche se meno spesso di prima, a farlo anche con me.

Beh, sì, io ero un po' geloso, prima della sua ragazza, poi di sua moglie, ma mi piaceva tanto e capivo che, se volevo continuare con lui, non dovevo porgli problemi.

Certo, a volte Timoteo per settimane, dopo sposato, non lo faceva con me, e a me mancava. Avrei voluto farlo un po' più spesso, si capisce. Così, avevo sedici anni ormai, ho conosciuto quello che sarebbe diventato il mio secondo uomo. Era un cliente abituale dell'osteria. Aveva, allora, ventuno anni. Veniva spesso col fratello maggiore, ma a volte anche da solo. Si tratta di Lorenzo. Certo, proprio lui. Ha la tua stessa età, lo sai. Sì, è un gran bell'uomo, vero? Mi piaceva, avevo cominciato ad osservarlo, a guardarlo. Suo padre commerciava in pellame, perciò non gli mancavano i soldi. Era vestito bene. I suoi pantaloni di buona flanella, attillati come va di moda, mi permettevano di intravedere la dolce, generosa rotondità fra le sue gambe e perciò di fantasticare. Ma certo, io non avrei mai avuto il coraggio di fargli capire che mi piaceva.

Com'è successo? Beh, a lui, a differenza di Timoteo, le donne non l'hanno mai attratto, i ragazzi sì, perciò a poco a poco si accorse di me. Gli piacevo, cominciò a salutarmi, a sorridermi, a trattarmi amichevolmente, a darmi mance se solo ne aveva l'occasione, la scusa. E finalmente, una sera, mentre tornavo a casa dopo la chiusura, lo vidi: era seduto su uno dei paracarri della strada che attraversa il boschetto.

"Buona sera, mastro Lorenzo..." faccio io stupito, infatti sapevo che abitava dalla parte opposta del paese.

"Buona sera Giorgio..." fa lui alzandosi e mi viene incontro con un sorriso, "Torni a casa?"

"Sì..."

"Sarai stanco, immagino."

"Non troppo, signore..." dico io col cuore che mi batteva.

Beh, Gualtiero, a sedici anni non ero più troppo ingenuo, e il fatto che lui chiaramente stesse aspettando me, in quel punto isolato, fece subito galoppare la mia fantasia. Certo, non potevo sapere se era lì proprio per quello che speravo.

"Di notte, il bosco è affascinante." dice lui.

"Sì..."

"Qui vicino c'è una antica cappella..."

"Sì, Santa Maria Maddalena... È quasi in rovina."

"Mi piacerebbe rivederla di notte... mi ci puoi accompagnare? Ti dispiace?" chiede lui con un sorriso.

"Volentieri, mastro Lorenzo. Per di qui, venga." gli dico io imboccando il viottolo che entrava nel bosco.

Conoscevo quei posti come le mie tasche, per averci giocato per anni. E lui mi aspettava proprio all'imbocco del viottolo, quindi anche lui doveva conoscere quel posto. Arrivati alla cappella, illuminata dalla luna al terzo quarto, lui mi fa cenno di sedere sul muretto di cinta. Siede accanto a me.

Si toglie il pastrano e lo ripiega sul muretto: "Si sta bene, non fa freddo, vero?"

"No, è un autunno caldo, questo." dico io.

"È bello, qui, tranquillo, la luce della luna è d'argento. Mi piace molto."

"Ci viene spesso, signore?" chiedo io.

"A volte. Ma è la prima volta che non ci vengo da solo, e di notte. Sembra quasi più bello, in due..." dice e mi prende una mano.

Me la stringe appena, rispondo alla sua stretta. Lui mi mette un braccio attorno alla vita, mi tira a sé e mi bacia in bocca: quello è il mio primo bacio... Mi piace.

Poi mi sussurra: "Mi piaci molto, Giorgio..."

"Anche lei, signore..." dico io emozionato.

Mi bacia di nuovo e mi accarezza per il corpo. Fremo. Lui comincia lentamente a sbottonarmi il camiciotto di ruvida tela. Sono eccitato, mi batte il sangue nelle tempie. Allungo una mano e gliela poso sul bel pacco caldo, pieno, sodo.

Lui si stacca da me, prende il cappotto, lo stende sull'erba e mi dice semplicemente: "Vieni..."

In breve siamo tutti e due completamente nudi e lui mi sta baciando per tutto il corpo. È così bello che cerco di imitarlo. Le nostre membra si intrecciano, si avvolgono, si cercano: non mi sono mai sentito così eccitato. È la prima volta che io sono completamente nudo, steso con un maschio a fare l'amore. Mi piace immensamente. Ma quando mi giro, pieno di desiderio, per offrirmi a lui, al suo desiderio che sento fortissimo, lui mi fa girare di nuovo. Un po' deluso, pensando che non mi voglia prendere, lo guardo.

Lui mi sorride e mi chiede: "Mi vuoi in te?"

"Sì, certo... se anche lei vuole..."

"Sì, ti desidero, ma non da dietro: sei troppo bello, voglio guardarti in viso, mentre ti faccio mio..."

Non capisco: Timoteo mi aveva sempre preso da dietro: inginocchiato o in piedi che fosse e io non sapevo che fosse possibile anche farlo in un altro modo. Lui mi guida pian piano nella giusta posizione e finalmente capisco e l'idea mi eccita ulteriormente.

"Ora entro in te, Giorgio..." mi dice lui con una luce di dolce desiderio negli occhi iniziando a spingere.

"Sì, la prego..." imploro io emozionato.

Beh, Gualtiero, mancava solo l'amore per rendere perfetta quella notte. Mi cavalcò a lungo, sorridente, dandomi e prendendosi piacere al tempo stesso. Il suo ventre sfregava il mio membro teso e ritto aggiungendo sensazioni piacevoli a piacevoli sensazioni. Mentre mi prendeva, mi carezzava, mi stuzzicava per tutto il corpo, nei punti più sensibili. Il silenzio di quella notte cantava...

Beh, è stata una notte speciale. No, stupido, ora che ho te, non ho certo nessuna nostalgia. Lo sai che ti amo, no? Però, quello che nel mio passato è stato bello, resta bello, no?

Così cominciammo a vederci, abbastanza regolarmente. Di nascosto di tutti, si capisce.

Chi mi piaceva di più? Lorenzo, senza dubbio. Però anche Timoteo mi piaceva. Erano molto diversi. Timoteo più irruento, Lorenzo più dolce. Ma, capisci, proprio perché non provavo amore per nessuno dei due, mi andava bene di poterlo continuare a fare con tutti e due, l'uno all'insaputa dell'altro, logicamente. No, semplicemente sentivo che sarebbero stati gelosi l'uno dell'altro.

Anche se non sono stato io direttamente a sperimentarlo. No, allora neanche Lorenzo era innamorato di me. Si innamorò quando conobbe Giacomo. Di Giacomo, cioè, non di me, anche se allora lui ancora non lo sapeva... Beh, mica ci si innamora solo di un corpo, no? Evidentemente Giacomo ha qualità che io non ho, almeno agli occhi di Lorenzo. Come io ne ho ai tuoi, no?

Il mio terzo uomo, quasi non conta. Sì, se vuoi ti racconto anche di lui, va bene. Si chiamava Terenzio. Aveva trentadue anni. No, lui non era un cliente dell'osteria, lui era il nostro fornitore di Ale. Veniva una volta al mese dalla città, col carro.

Terenzio era grande e grosso. Non grasso, affatto. Sposato, con quattro figli, il più grande solo due anni meno di me. Si era sposato perché aveva messo incinta lei... lei era la sorella del suo amichetto di allora. Sì, se li faceva regolarmente tutti e due, certo all'insaputa di lei. No, dopo il fratello è andato in marina, e così non si vedevano più.

Macché, Terenzio con me venne subito al sodo, una domenica mattina che era venuto al paese per un matrimonio di un parente della moglie, senza tanti giri di parole. Mi vede in chiesa e mi fa l'occhiolino. Lo conoscevo, non ci ho fatto molto caso: l'ho preso solo per una specie di saluto di lontano.

Ma lui, usciti dalla chiesa, mi viene vicino sorridente e mi fa: "Com'è già che ti chiami?"

"Giorgio." dico io stupito che non si ricordi.

"Ah, sì, Giorgio. Anche tu sei invitato al matrimonio?"

"Certo, lo sposo ci è parente alla lontana. Siamo un po' tutti parenti da una parte o dall'altra qui..."

"Sta a vedere che siamo parenti anche noi!" dice lui ridendo forte, poi mi dice: "Senti, Giorgio, ti va di guadagnarti una moneta d'argento?"

Lo guardo interessato: non avevo mai avuto una moneta d'argento tutta mia.

"Certo." gli dico.

"Vieni con me, allora..." dice lui.

Lo seguo. Mi porta dietro la chiesa, traversiamo il vecchio cimitero.

"Dove andiamo?" chiedo incuriosito.

"Alle baracche dei pescatori."

"Non c'è niente, nessuno là, che ci andiamo a fare?"

"Appunto." dice lui sibillino.

Ne sorpassiamo tre o quattro, poi mi spinge dentro ad una un po' appartata. Tira fuori la moneta e me la porge.

"Per fare che?" chiedo io prendendola e rigirandola fra le mani ammirato: come luccicava!

"Vero che tu ora sarai gentile con me?"

"Gentile? Cioè?" chiedo io senza capire.

Lui allora, senza dire niente, semplicemente se lo tira fuori e comincia a menarselo a piena mano. Beh, a quel punto ho capito che cosa volesse. Mi spinge sulle spalle con una delle sue manone, mi fa accoccolare davanti a sé e me lo accosta alle labbra. Lo accontento senza troppi problemi...

Dopo, gli chiedo: "Ma se io dicevo di no?"

"Ho visto come guardi i maschi fra le gambe tu: li conosco i tipi come te. E infatti non mi sono sbagliato. E sei pure bravino. Non tutti ci stanno a berlo... Ti piacciono i cazzi, vero?"

Così... Dopo di allora, altre cinque, sei volte. E ogni volta mi dava una moneta d'argento... Certo che mi piaceva, se no mica l'avrei fatto, no? Moneta d'argento o d'oro che fosse. Era sempre una cosa piuttosto spiccia: credo che quando mi chiedeva di farlo era all'asciutto da un po' e veniva piuttosto velocemente. No, non mi ha mai chiesto di mettermelo dietro. Credo che gli avrei detto di sì... lo sai che sono un po'... porcello, no?

Sei dolce... Certo che no. Lo sai che da quando ci siamo messi assieme, per me non esiste nessun altro.



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