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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA BREVE EVASIONE
(Il sosia)
CAPITOLO 2
ERA COME GUARDARSI ALLO SPECCHIO

Giacomo, quell'estate, era venuto nella tenuta di caccia che nella parte bassa confina col bosco del nostro paese. Sì, al castello. Giacomo, tu lo conosci quanto me, prima era un ragazzo triste. Non so da quanto covasse dentro di sé quel desiderio. Che sapeva irrealizzabile. Mah, adesso è diverso e sono molto contento di aver contribuito a renderlo sereno, in qualche modo.

Ma allora, io non sapevo niente di lui. Non l'avevo mai visto anche perché il castello è dall'altra parte del crinale, e lui non era mai venuto al paese né tanto meno io a castello, si capisce.

Beh, quel pomeriggio, Giacomo, durante la battuta di caccia, si trovò a sconfinare nel bosco. Era domenica e io ero libero, se no forse non sarebbe capitato niente.

Decide di mollare il cavallo e di allontanarsi per un po', finalmente solo, approfittando del fatto che aveva distanziato tutti quelli del seguito. Sferza il cavallo e lo rimanda verso la tenuta di caccia, salta la recinzione, entra nel bosco godendosi quella che pensa essere una scappatella di poche decine di minuti.

Sa che presto lo cercheranno, lo troveranno, lo faranno tornare indietro, nella sua gabbia di lusso. Io avevo avuto uno dei miei appuntamenti segreti con Lorenzo e stavo traversando il bosco per tornare a casa, quando all'improvviso me lo trovo davanti: non avevo mai visto nessuno così elegante, raffinato. Era bello nella sua tenuta da cavallerizzo, il fucile lucido a tracolla, la fiaschetta della polvere al fianco, il tessuto di seta che lo fasciava come una seconda pelle, il cappello rosso a cilindro.

Lo guardo affascinato.

No, in quel momento nessuno dei due ancora s'era accorto di niente.

Lui mi guarda, mi saluta con un cenno del capo e un sorriso e mi dice: "Ciao. Io mi chiamo Giacomo. E tu?"

"Giorgio, signore."

"Non sai chi sono?"

"Siete un signore, è chiaro. Dovete avere un sacco di soldi per essere vestito così bene. Non ho mai visto nessuno così elegante fino ad ora, neppure il figlio del medico."

Lui sorride, divertito credo: "Sì, credo di essere ricco. Tu che lavoro fai?"

"Lo sguattero dell'oste, signore."

"Quanti anni hai?"

"Diciassette, signore."

"La mia stessa età... perché non ci diamo del tu, allora?" mi dice con un sorriso accattivante.

Io mi pettino indietro la zazzera e gli dico: "Va bene, Giacomo, come vuoi tu."

Lui sorride soddisfatto, poi mi chiede, interessato: "Hai tanti amici, tu?"

"Beh, certo, quasi tutto il villaggio: sono nato qui."

"Beato te..."

"Tu no?"

"No, pochissimi... e mica veri amici, sai?"

"Che fai qui?"

"Fuggo."

"Fuggi? Da chi?"

"Dalle guardie..."

"Hai rubato?" gli chiedo io stupito e penso a mio padre.

"Sì, un po' di libertà."

"Eri in prigione?" chiedo sbalordito: così elegante, come poteva essere fuggito da una prigione?

"Una specie. Davvero non sai chi sono?"

"Giacomo." rispondo io allegro.

"E, secondo te, che lavoro fa mio padre?"

"Se è ricco, non fa niente."

"Vuoi vedere il ritratto di mio padre?"

"Eh? Sì." dico io pensando che è buffo che uno vada in giro col ritratto del padre.

Lui fruga in una scarsella e tira fuori una moneta d'oro, me la mostra e dice: "Ecco, vedi chi è mio padre?" Io guardo la moneta e dico:

"Ma qui c'è solo la faccia di re Stefano."

"Appunto..." dice lui tranquillo.

Ci metto un po' a capire, poi spalanco gli occhi così tanto che lui si mette a ridere. No, certo che gli ho creduto subito. Non lo so perché, forse semplicemente perché sentivo che era sincero.

"Tu sei il principe? Giacomo il principe ereditario?"

"Sì, purtroppo."

"Purtroppo dici? Ma come, chiunque vorrebbe essere al tuo posto. Anche io, cavolo!"

"E io al tuo: vivere libero, divertirmi coi compagni, non dover obbedire a tutte le regole dell'etichetta di corte..."

Stiamo dicendo queste cose, quando sentiamo suonare, non poi così lontani, i corni di caccia.

Lui fa un sorriso triste e dice: "Ecco, si sono accorti che sono scappato, questo è il segnale di adunata in caso di emergenza. Quanto riuscirò a restare libero prima che mi riprendano? Vedi: io sono la preda, adesso, mica più la volpe. Le volpi, ci scommetto, staranno tirando un respiro di sollievo."

Mi aveva detto queste parole con tale e tanta tristezza, che io, di impulso, gli ho detto: "Senti, vuoi che ti nasconda? Almeno per un po', finché non deciderai che vuoi farti trovare."

"Magari... io vorrei che non mi trovassero mai..."

"Vieni, allora, svelto..." gli dico.

Lui mi guarda con uno sguardo eccitato, mi sorride, mi dice un "Grazie" a mezza voce e mi segue. Beh, io sono agile, ma anche lui lo era, mi tallonava da presso correndo senza inciamparsi per il bosco alla mia stessa velocità.

Lo porto fino alla strada, mi assicuro che non ci sia nessuno e gli faccio cenno di traversarla. Ci inoltriamo in un campo di granturco, che era più alto di noi, e lo conduco fino alla peschiera. Sapevo che alcune delle vecchie baracche non erano più in uso da tempo. Ve lo conduco.

"Ecco, qui è difficile che vengano a cercarti, almeno per un po'." gli dico allegro e ansante.

"Certo, prima mi cercheranno nella tenuta, poi forse anche nel bosco. Che facciamo, ora?"

"Ti va di fare un bagno? L'acqua della peschiera è calda a quest'ora, ci si sta proprio bene. Sai nuotare?"

"Certo... ma non ho il costume..."

"Costume? Ma che costume? Noi, qui, si nuota nudi."

"Nudi? Completamente? Deve essere bello!"

"Dai, allora, spogliati e andiamo a tuffarci!"

Ridendo felice, si spogliò: nonostante avesse indosso più abiti di me, fummo nudi contemporaneamente. Lasciati gli abiti sul pavimento della baracca, corremmo fuori e ci tuffammo.

Quando emerse gridò: "Che sensazione stupenda! Non ho provato niente di più bello in vita mia."

Giochiamo a schizzarci, nuotiamo, ridiamo a crepapelle. Poi usciamo dall'acqua e ci stendiamo sull'erba per asciugarci al sole. Giacomo è estasiato.

"Grazie, Giorgio..." mi dice girandosi verso di me su un fianco, sollevando il busto su un gomito.

"E di che? Mica è mia la peschiera!"

"No, di trattarmi da amico, e non da principe."

"Beh..." dissi io commosso nel sentire la commozione nella sua voce.

"Vorrei tanto non andare più via di qui. Vorrei tanto essere al tuo posto... Davvero, sarebbe bello..."

"E io al tuo, davvero! Abiti belli, mangiare da signori, tutti che sono pronti a servirti, che ti si inchinano."

"Farei volentieri a cambio con te, sai." dice lui.

Mi guarda lentamente per tutto il corpo, poi dice: "Sai che io e te siamo uguali? Davvero... guarda, sembriamo due gemelli... E... anche il viso... se solo ti tagliassi i capelli come i miei... il colore degli occhi... Tu potresti benissimo passare per me e io per te, sì, senza problemi..."

"Beh," dico io divertito, "se anche nessuno se ne accorgesse, per te sarebbe facile fare lo sguattero, ma per me... fare il principe... impossibile."

"Dici? Senti, Giorgio, posso per qualche minuto indossare i tuoi abiti? Me lo permetti?"

"Certo, e io i tuoi?" rispondo divertito per quel gioco.

Torniamo alla baracca e ci vestiamo ognuno con gli abiti dell'altro. Che sensazione splendida quegli abiti di seta sulla pelle! e mi calzavano a pennello.

"Pizzicano... tela ruvida... ma che bella sensazione di libertà. E mi stanno giusti, vedi? Non potrei passare per te?"

"Beh..." dico io guardandolo un po' stupito, "a parte il taglio di capelli diverso... sì... Dio! Davvero, sembri me!" esclamai.

"E tu me, perfetto: mi pare di guardarmi allo specchio! Giorgio... prendi il mio posto, ti prego! Parlo sul serio, lasciami prendere il tuo..."

"Cavolo, non è possibile, lo sai. Tu non conosci nessuno dei miei e io nessuno dei tuoi. Io non ho i tuoi ricordi né tu i miei. Capirebbero subito che qualcosa non va. E chi la pagherebbe, sarei io, mica tu... Il principe sei tu... E poi, il re, la regina, ti puoi immaginare se non capirebbero subito che io non sono te!"

"Oh, non li vedo quasi mai. Senti, un modo c'è, per tutti e due... Dobbiamo solo fingere di aver avuto un incidente e di aver perso la memoria. E tu ti devi far tagliare i capelli come i miei. Niente altro. Funzionerà perfettamente."

"Perso la memoria?"

"Sì, certo. Così sarà naturale che tu non sappia come comportarti, che non riconosci la gente, che non sai niente. E anche io. Funzionerà perfettamente, vedrai... Ti prego..."

"E... come si fa a far finta di aver perso la memoria?" chiedo io che comincio ad essere affascinato dall'idea di poter fare il principe almeno per un po'.

Perché certo, prima o poi, mi dicevo, lui si stancherà della vita misera che dovrà fare nei miei panni e vorrà tornare.

"Così, guarda... Prova a farmi delle domande, a salutarmi, che so io... come se tu fossi uno dei tuoi amici..."

"Ah... beh... Ciao, Giorgio!" esclamo allora.

"Eh? dici a me?"

"Certo che dico a te, che ti piglia?"

"Scusa, ma... ci conosciamo?"

"Ehi, chi prendi per scemo? Sono Daniele, no?"

"Daniele chi? Non ti conosco, io..." dice Giacomo con sguardo assorto, come se davvero stesse sforzandosi di ricordare qualcosa...

"Cavolo... ma tu sei un attore..." gli dico.

"Attore? io? non lo so... Dove siamo, qui?"

"Ehi, smetti, adesso ho capito. Ma davvero uno può anche perdere la memoria così? Di botto?"

"Sì, per esempio cadendo da cavallo."

"Beh, per te è facile, ci stavi a cavallo, no? Cioè, per me. Cioè... ma tu, nella mia parte..."

"Potrei essere scivolato qui nella peschiera ed aver battuto la testa su quella pietra, per esempio. Io tornerei al tuo villaggio guardandomi attorno con aria intontita, smarrita, finché mi intercetta qualcuno dei tuoi amici, o parenti... E tu, potresti farti trovare dentro la tenuta... Dai, Giorgio, ti prego... Facciamolo..."

Beh, mi feci ancora pregare un po', ma mi sentivo sempre più vicino a cedere. Sarà stata forse anche l'incoscienza dei diciassette anni... ma mi sembrava sempre più fattibile. E mi sentivo sempre più tentato: di colpo, a fare il signore...

"Ma..." obiettai ancora, "quando mi troveranno, che faranno? Quando capiranno che ho perso la memoria, che faranno? Non mi chiuderanno in un ospedale per i matti?"

"Ma no, cercheranno di fartela recuperare e frattanto ti insegneranno di nuovo tutte le cose che avresti dovuto sapere, cioè che sapevo io... E quelle, le ricorderai: i nomi, le regole di corte, eccetera... Anche con me, i tuoi faranno lo stesso, no? Allora? Ci stai? Dai, Giorgio, ti prego..."

Beh, conclusione, come sai, ci scambiammo i ruoli. Io mi rimisi i miei vestiti, andai a casa della zia e senza farmi vedere le presi forbici, pettine e specchio, tornai alla baracca.

Ci cambiammo di nuovo gli abiti, lui mi tagliò i capelli. Poi ci fissammo un appuntamento: io avrei fatto in modo di tornare alla tenuta di caccia per novembre. Ci saremmo rivisti alla peschiera.

Poi, dopo esserci abbracciati, fatti gli auguri e detti addio, io mi avviai verso il bosco e lui attese la notte nella baracca: sarebbe ricomparso al villaggio a notte, bagnato e infangato.

Raggiunsi senza problemi la recinzione della tenuta. Non si sentiva un rumore. Mi infilai dentro ed iniziai a vagare. Anche perché, comunque, non sapevo esattamente da che parte andare, e poi dovevano essere loro a trovarmi.

Come mi sentivo? Beh... un po' preoccupato, un po' eccitato. A momenti mi dicevo che m'ero cacciato in un guaio, a momenti che mi aspettava un'avventura straordinaria.

Credo di aver vagato per circa un'ora, risalendo verso il crinale. Stava facendo scuro. Poi sentii cavalli, vidi torce: stavano battendo la tenuta sia a piedi che a cavallo, decine e decine di uomini, e chiamavano.

Mi sentii emozionato, impaurito, eccitato, sperso. Metà di me voleva scappare, nascondersi, l'altra metà farsi trovare, iniziare l'avventura. Infine, mi videro. Mi vennero tutti incontro. In quel momento la paura mi paralizzò e, quando mi furono vicini, tremavo come una foglia.

"Altezza, finalmente... che è successo? Eravamo in pena per lei, quando abbiamo visto il suo cavallo tornare solo. Dove era finito? La cerchiamo da ore."

"Il cavallo?" balbettai io sentendomi la testa confusa quanto mai per un'improvvisa forte paura.

"Sta bene, altezza?" mi chiese un uomo in uniforme.

"Eh? Sì... no... non lo so..." balbettai io, veramente intontito per tutta quella selva di facce ansiose, sconosciute, che mi circondavano.

"Altezza, venga..."

"Altezza?" chiesi io, mica per fare scena: era la prima volta che sentivo quel titolo: se e quando si parlava del re e del principe, al paese, si diceva re e principe.

Non certo altezza o maestà. Ma la mia domanda, la mia faccia confusa, fecero effetto.

"Portate una lettiga, sua altezza non si sente bene!" gridò l'uomo in uniforme a qualcuno. Poi mi disse: "Appoggiatevi a me, altezza, vi porteremo subito a castello..."

"Eh? dove?" chiesi io, ora un po' rinfrancato, questa volta iniziando davvero a fare la scena.

"Su, a castello. Ah, qualcuno a cavallo avverta subito sua maestà. E suonate il cessato allarme..." disse sbrigativo l'uomo iniziando a dare ordini a destra e a sinistra.

Tutti obbedivano prontamente. Doveva essere qualcuno di molto importante, pensai.

Arrivò la lettiga, mi fecero stendere, mi misero sopra una coperta e mi trasportarono. Beh, era una bella sensazione essere portati così, comodi. Attorno uomini con le torce rischiaravano il cammino.

"Dove mi portate?" chiesi io con tono stranito.

"A castello, altezza, naturalmente."

"A castello?" chiesi e mi chiesi se non avessi fatto meglio a chiedere che cosa è un castello...

Quando uno perde la memoria, cosa ricorda e cosa no? Questo era davvero un problema. Beh, certo io non dovevo ricordare le cose della mia vita di principe, ma cose come cavalli, castelli, o letto, pane, ciao come stai...

Decisi che quelle cose potevo ricordarle. O avrei rischiato di non poter neppure più parlare. Tanto, pensai, di cose che dovevo aver dimenticato, ce ne sarebbero state a bizzeffe.

Arrivati a castello (che sogno di costruzione! Non ne avevo mai visti neppure da lontano...) mio "padre" il re e mia "madre" mi vennero incontro. Avevano volti preoccupati (il re era proprio come sulla moneta, ma solo un po' più vecchio).

"Giacomo, figlio mio, che cosa è successo?" mi chiese il re.

Io ricominciai a tremare: prendere in giro il re... rischiavo la testa, forse...

Venne in mio soccorso il tizio in uniforme: "Temiamo abbia avuto un incidente, Maestà. Forse è stato disarcionato dal cavallo e il trauma... Ho la sensazione che sua Altezza sia in stato confusionale."

La regina mi pose una mano sulla fronte, poi mi chiese: "Come vi sentite, Giacomo?"

"Confuso... dove siamo, qui?"

Domanda azzeccata! Così cominciò la mia carriera di principe e di smemorato. Visite mediche accurate: il fisico non pare aver riportato traumi. Ma c'è evidente stato confusionale con perdita di memoria. Non sappiamo se reversibile o meno. Questo il referto dei medici. Mi portarono subito alla capitale. Altre visite. Referto identico.

Ed iniziò la mia "riabilitazione".

A poco a poco imparai a girare per l'immenso palazzo reale, a ricordare nomi, titoli e gradi (e a capire che cosa significassero). Mi furono assegnati, oltre alla normale servitù che già era al servizio di Giacomo, una guardia nobile che non doveva lasciarmi mai (sì, tu, mio dolce Gualtiero), che doveva consigliarmi e guidarmi, e una serie di precettori. Delle cose accadute dopo, tu ne sai parecchie, mi sei stato vicino come nessun altro...

Beh, vuoi sapere che cosa pensavo, che cosa provavo?

All'inizio, una grande curiosità ed una notevole eccitazione per quella vita nel lusso e negli agi. Il fatto di fare il bagno ogni giorno, per esempio: che bella sensazione, e che lusso! E poi, l'acqua era persino profumata! Ci pensi, per un ragazzo di campagna come me?

Ma anche un sacco di problemi: non sapevo che ci fosse un modo di tenere le posate, di usare il coltello, di bere, di fare le più insignificanti cose: dovetti imparare tutto (reimparare, almeno ufficialmente). Per fortuna ho ancora una grossa capacità di imparare, di ricordare, di capire... E poi le interminabili, spesso noiose, lezioni dei precettori... Dio mio, quante cose aveva dovuto subire il povero Giacomo. Cominciavo a capirlo, un po'. Ma ancora i lati positivi erano moltissimi.

Tu? Beh, all'inizio ti sentii un po' come un angelo custode quando mi ricordavi mille piccole cose, come dovevo comportarmi, cosa dovevo dire o fare. Per te deve essere stato abbastanza pesante avere a balia uno "smemorato". Ma, a poco a poco, scoprii in te un amico sincero, discreto, devoto, abile, attento... un vero amico.

Tu, prima di essere chiamato al mio servizio, il principe lo conoscevi appena di vista, no? Chissà come mai chiamarono proprio te? Io credo nel destino... almeno per questo ci credo.

Passato il primo mese, mi si presentò il problema: io avevo una voglia matta di fare l'amore. Beh, tu mi piacevi un sacco... e poi c'erano altri che accendevano le mie fantasie. Ma, a parte che ti avevo sempre alle costole, come fare?

Sì, tu sei stato fra i primi ad accendere il mio desiderio: forse anche per il fatto che dormivi con me, nella mia stanza... Ti guardavo spogliarti, seminascosto dal paravento, e tu non sapevi che vedevo la tua ombra e che mi eccitavo: a volte intravedevo le tue forme più nascoste, specialmente le sere in cui tu eri un po' eccitato e l'ombra mi rivelava il tuo stato. Lo so che non lo sapevi, per mia fortuna.

Il primo è stato Fabiano, il cameriere, quello che mi faceva il bagno ogni mattina. Tu restavi di là. Quando mi insaponava il corpo, io mi eccitavo: era un bel giovane Fabiano e le sue mani erano piacevolissime. All'inizio mi vergognavo delle mie erezioni che non potevo certo dissimulare, ma pareva (pareva solo) non farci caso. Poi iniziai a notare che la sua livrea, quando avevo quelle erezioni, fra le gambe gli si gonfiava... Sai, nonostante portasse mutande attillate, le polpe bianche non nascondono granché.

Il fatto che Fabiano si eccitasse quando mi vedeva eccitato, mi dette da pensare. E il fatto che i suoi massaggi diventassero sempre più prolungati e piacevoli su certe parti del mio corpo (come capezzoli, ventre, natiche...) mi dette ancora più da pensare. Finché un mattino mi decisi e, senza dire nulla, guidai la sua mano sul mio membro eretto. Si irrigidì, resistette appena, arrossì, ma io non gli lasciai togliere la mano. E finalmente, lui iniziò a massaggiarmelo. Allora io gli misi una mano sul rigonfio fra le gambe e lo palpai. Lui arrossì di nuovo, ma continuò a massaggiarmelo, anzi iniziò anche lui a palparmelo. Finché mi fece venire... Che bello, nell'acqua tiepida e profumata. Chiusi gli occhi gustando quelle sensazioni. Lui mi finì di lavare, mi fece uscire dalla vasca, mi asciugò. Il tutto senza una sola parola.

La mattina seguente, non ebbi bisogno di guidare la sua mano... e quando lo palpai fra le gambe, non mi guardò più sorpreso. Sussultò solo un poco quando vi appoggiai le labbra e ve le sfregai. Lo sentii palpitare con forza in risposta.

E la mattina ancora dopo, o un paio, non ricordo bene, quando gli slacciai le polpe, gli liberai il membro dalle strettissime mutande e presi a succhiarglielo stando seduto nella vasca, lui emise come un breve singhiozzo strozzato (mi chiesi se non l'avevi per caso sentito... no, eh?) e poi, quando mi alzai in piedi, mi rese la cortesia: era fatta.

No, non lo facevamo tutte le mattine, a parte proprio i primissimi giorni. Ma abbastanza spesso. In silenzio, con il lieve timore di poter essere scoperti, ma proprio l'etichetta ci proteggeva: nessuno si sarebbe mai permesso di entrare nel mio bagno senza prima chiedermi il permesso, neppure tu. La nudità, a corte, è un grosso tabù.

Poi, il Professor Manfredo. Sai che il latino mi era piaciuto subito. Ma anche il precettore di latino. Beh, dai, Manfredo era un bell'uomo. Non dico che... aveva un bel corpo, comunque, e anche di faccia non era niente male. E poi... No, quello è successo dopo, abbastanza dopo.

Beh, andiamo con ordine, allora. Ero a palazzo da poco più di un mese, no? Non mi facevano uscire, ancora, se non nel giardino interno. Non mi annoiavo perché avevo ancora troppe cose nuove da scoprire. E poi c'eri tu, con cui sentivo di stare sempre meglio. Certo che non ci avevo ancora provato con te, sembravi così... non mi avevi fatto capire minimamente che anche tu mi desideravi. E poi, quello che facevo con Fabiano mi aveva allentato un po' la tensione sessuale, appagato il desiderio almeno fisico.

Manfredo? Te l'ho detto, mi piaceva, fisicamente. Anche come carattere, benché fosse un po' severo, un vero Signor Professore. Non capii subito che anche io gli piacevo, sapeva nasconderlo bene quasi quanto te. La colpa fu di un libro che avevo scovato nella biblioteca di palazzo: "De moribus graecorum" mi ricordo che si chiamava. C'era una stampa, fra le altre, in cui si vedeva Giove che rapisce Ganimede: lo porta via in volo, tenendolo fra le braccia e baciandolo. Dalla stampa intuii il contenuto, almeno di quelle pagine, ma il mio latino era solo agli inizi e non riuscivo a capire il testo. Così, un giorno, chiesi a Manfredo di tradurmelo.

"Altezza, è solo un antico mito di scarso interesse." mi disse lui, ma la sua aria lievemente imbarazzata mi fece capire che dovevo aver intuito giusto.

Perciò insistei. Beh, per farla breve, alla fine dovette spiegarmi che presso gli antichi greci era comune la pederastia. Lo disse con un giro di parole (per me la stessa parola pederastia era una novità).

Ma quando capii, gli chiesi: "Volete dire che davvero un giovane, o addirittura la sua famiglia, chiedevano ad un uomo adulto di introdurlo alle arti amatorie? Cioè che era normale che lo si facesse fra due maschi?"

"Sì, Altezza, in quei tempi era così." disse alla fine con un certo imbarazzo.

"Ma anche ora, capita che due maschi facciano queste cose fra di loro?" chiesi io facendo l'ingenuo.

"Beh, capita, Altezza, a volte. Ma a differenza di quella greca, la nostra società condanna queste pratiche."

"Se le condanna, come mai avvengono?"

"Anche l'amore extraconiugale è condannato, a parole, eppure è praticato con una certa libertà. Basta che non lo si sappia, che non lo si mostri pubblicamente, che non se ne parli."

"Ma così, se non se ne può parlare, se un giovane oggi volesse essere amato da un adulto, non avrebbe mezzo per farglielo capire, no? O l'adulto al giovane."

"L'uomo è ingegnoso, trova sempre mille modi per dire l'indicibile, per palesare l'impalesabile."

"Come, ad esempio?" gli chiesi allora.

"Mi mettete in imbarazzo, Altezza. Non sono cose di cui si parli, queste, come vi ho detto."

"Io non so niente, non ricordo niente. Non credete che dovrei saperle, queste cose?" gli chiesi e gli misi una mano sulla sua che era posata sul tavolo, guardandolo negli occhi.

L'imperturbabile Manfredo sembrò turbato. Sinceramente, non me lo aspettavo. Ma questo mi fece pensare che forse, dopotutto, l'irreprensibile professore provasse qualcosa di "inconfessabile".

"Vi prego..." gli dissi con tono dolce, guardandolo negli occhi e carezzandogli lievemente la mano.

Lui la ritrasse, ancora più turbato, senza rispondere. Allora decisi di andare all'attacco, di rischiare... mi stavo eccitando e mi sentivo ancora più attratto da lui.

Misi di nuovo la mia mano sulla sua, la strinsi appena, e gli dissi: "Se io ad esempio fossi attratto da voi, come potrei farvelo capire? O voi a me? Spiegatemelo, vi prego."

"Voi siete il principe ereditario, io solo un precettore..."

"Fingiamo di essere solo due persone qualsiasi."

"Se voi foste... mi state chiedendo troppo, Altezza."

Era sempre più turbato, lo sentivo.

Gli strinsi la mano e gli dissi, allora: "Dovrei forse chiedervi di baciarmi?"

Lui mi guardò sorpreso, io gli sorrisi, lui scosse il capo lentamente, poi chiese: "Perché insistete così?"

"Perché... Se non mi spiegate come avvengono queste cose a me non resta che provarci a modo mio. Vorrei davvero che voi mi baciaste, che mi insegniate a baciare."

"Io, altezza? Perché proprio io?"

"Perché sento che voi sareste un buon insegnante... e perché le vostre labbra mi piacciono."

Questa volta arrossì chiaramente. "Non dovete dire queste cose..." mormorò.

"Ma se voi non mi spiegate... baciatemi, vi prego..."

Finalmente, gli occhi lucidi come se avesse avuto la febbre, lui si protese verso di me, mi prese fra le sue braccia, mi tirò a sé e mi baciò nella bocca con incredibile trasporto e passione.

Allora io scesi con la mano a carezzarlo fra le gambe, sentii la sua eccitazione e gli mormorai, con voce emozionata: "Vorrei che mi insegnaste tutto... veramente tutto..."

"Altezza..." mormorò lui e anche la sua mano scese ad esplorare fra le mie gambe, a frugarvi piena di febbrile passione, a saggiare il mio turgore. Ma poi si staccò da me e disse, con voce rotta, quasi tremula: "È pericoloso, potrebbe giungere qualcuno."

"Ditemi dove e quando, allora. "

"Voi non siete mai solo, altezza... il vostro attendente, anche ora, è dietro quella porta."

"Dobbiamo trovare il modo. Mi piace come baciate, come mi toccavate. Voglio andar oltre, con voi. Vi prego..."

Bene, sai come ci riuscimmo, no? Con la scusa di ricerche di biblioteca, mentre tu aspettavi nel salone, noi due si saliva nello stanzino dei manoscritti: la lunga scala di legno scricchiolante ci avrebbe dato l'allarme. Una cassa spostata davanti alla portina avrebbe eventualmente ritardato la sua apertura.

La prima volta che andammo lì, appena soli, Manfredo mi manifestò tutto il suo desiderio, il suo calore. Quando mi offrii a lui, mi prese con vero trasporto, ma a lui piaceva anche essere penetrato: fu il primo uomo che mi accolse in sé. Mi piaceva molto farlo con lui, era certo più soddisfacente che non il semplice succhiarci che facevo con Fabiano nel bagno.

Avevamo poco tempo, dovevamo farlo in fretta, semivestiti, ma le nostre unioni, per quanto brevi, erano particolarmente intense. Certamente anche la segretezza della cosa rendeva più eccitanti quelle avventure. Ero soddisfatto: ora avevo due possibilità di fare l'amore e mi sentivo abbastanza appagato.

Certo, dentro di me continuavo a sognare te. Parecchie volte, la notte, ho provato la tentazione di scendere dal mio letto e di infilarmi nel tuo. Peccato che non l'abbia fatto.

Beh, l'importante comunque è che ora siamo assieme. Non ti manca la vita di corte? No? Neppure un po'? Sei davvero caro, tu. Ho avuto una grossa fortuna a trovarti, a scoprire l'amore, grazie a te.


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