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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA BREVE EVASIONE
(Il sosia)
CAPITOLO 3
GIACOMO NEI MIEI PANNI SCOPRE IL SESSO

A poco a poco mi abituavo alla vita di corte e mi piaceva. Venne novembre, ricordai l'appuntamento con Giacomo. Riuscii a convincere mio padre a lasciarmi andare a passare un breve periodo al castello, alla tenuta da caccia. L'unica cosa, non voleva che risalissi a cavallo. Non ancora.

Non sapevo come fare a sganciarmi da te per andare alla baracca della peschiera dove sapevo che Giacomo mi avrebbe aspettato. Ci riuscii quando scoprii la capanna degli uccellatori, là giù verso il bosco. Ricordi che ti dissi che volevo fare un sonnellino e di lasciarmi dormire fin quando non mi fossi svegliato da solo? Avevi portato una coperta per sedere sull'erba, me la sistemasti come giaciglio. E quando uscisti, mi arrampicai fino alla finestrella e sgattaiolai fuori. Ti vedevo, seduto con la schiena appoggiata accanto alla porta, ignaro e tranquillo. Corsi a perdifiato. Se ti fossi accorto della mia scomparsa... sì, lo so, ti saresti sentito morire. Ma io dovevo assolutamente vedere Giacomo. Ero quasi sicuro che sarebbe voluto tornare a corte, ero pronto a rifare lo scambio.

Era nella baracca. Quando entrai, si alzò in piedi e mi venne incontro.

Aveva un sorriso radioso: "Sei venuto, finalmente! Sono cinque giorni che vengo qui verso quest'ora e ti aspetto fino all'imbrunire. Temevo che non venissi più. Non che mi avrebbe creato problemi..." mi disse lieto.

"Come stai?" gli chiesi.

"Bene, e tu? Hai avuto problemi?"

"No... praticamente no." gli dissi.

Si fece raccontare tutto. Rideva divertito. Riconosceva dalle mie descrizioni le persone di cui parlavo. Poi volli sapere io di come era andata a lui.

S'era fatto ritrovare a notte, come eravamo d'accordo. Dalle sue condizioni, capirono che gli era successo (mi era successo) qualcosa e che aveva perso la memoria. Lo portarono a casa da mia zia che non sospettò minimamente che non fossi io. Il giorno dopo lo portarono in paese dal medico: il mio stesso referto.

Mia zia era una donna pratica: doveva continuare a lavorare. Lo accompagnò all'osteria e spiegò all'oste il problema.

"Capisco, povero ragazzo. Gli insegneremo di nuovo." disse l'uomo senza esitare.

Per lui inserirsi fu più facile che per me... e gli piaceva molto quella nuova vita, era felice.

"Però," mi disse ad un certo punto con tono di rimprovero, "tu non mi avevi detto quello che c'era fra te e Timoteo..."

"Oh dio, è vero... cosa è successo?" gli chiesi allarmato.

"Lui era convinto che fossi tu... Una sera mi porta in cantina e mi chiede se davvero non ricordavo niente, proprio niente. No, gli dico io, proprio niente del passato... Lui allora mi mette una mano fra le gambe e mi tocca. Io ero imbarazzato, ma non sapendo che cosa avrei dovuto ricordare, fare, rimasi immobile e, anche se mi sentivo terribilmente imbarazzato, lo lasciai fare..."

Giacomo non aveva ancora mai avuto nessuna esperienza sessuale. Non capì, ma sentì, assieme all'imbarazzo, un confuso piacere. Timoteo, sapendo quanto mi piacesse farmi prendere da lui, proseguì tranquillo e deciso: si aprì i calzoni, se lo tirò fuori, dritto e duro.

"Beh, allora, non ti ricordi proprio niente?" gli chiese ancora.

"No... mi dispiace..." balbettò Giacomo guardando il turgido palo di Timoteo: era il primo che vedeva ed era affascinato.

"Me lo succhiavi sempre, tanto per cominciare. Dai, Giorgio, riprovaci e vedrai che ti ricorderai..."

"Succhiartelo?" chiese stupito Giacomo, "ma..."

"Su, ti piaceva tanto... Vieni qui, prendilo in bocca!"

Lui, un po' per paura di venire scoperto, un po' per curiosità, un po' perché si disse che se io lo avevo davvero fatto, poteva farlo anche lui, si accoccolò davanti a Timoteo e lo accolse tutto in bocca. E con sua grande meraviglia, scoprì che gli piaceva quella strana cosa.

Dopo un po' Timoteo lo fece rialzare, gli calò le braghe, lo fece girare e, iniziato a masturbarlo, tentò di penetrarlo. Ma a differenza di me, lui era ancora vergine, stretto...

Timoteo sembrò sorpreso: "Ehi, Giorgio, non stringere, rilassati, se no non riesco a mettertelo. Che ti prende... Dai, rilassati, non stringere, rilassati..." gli diceva continuando a cercare di spingerglielo dentro.

Giacomo era confuso, eccitato, imbarazzato, affascinato: non sapeva che si potessero fare quelle cose... Dalle parole di Timoteo aveva capito che io e lui le facevamo spesso... e che a me piaceva farlo... Perciò, quando finalmente Timoteo iniziò ad insinuarglisi dentro, nonostante il dolore, il fastidio, non protestò, non si sottrasse. E si stupì quando, assieme al dolore, iniziò a provare un piacere acuto, intenso, quale non aveva mai sperimentato. Le mani di Timoteo sui suoi genitali, il fatto che questi lo mordicchiasse sul collo, la soda asta che ora aveva preso a scivolargli dentro e fuori, l'intensità della passione del giovane oste, la sua virile prepotenza, lo soggiogarono completamente.

La sua iniziazione al sesso fu meno graduale della mia, ma, mi disse Giacomo, decisamente piacevole nonostante la pena e il fastidio delle prime volte. Timoteo era contento di aver potuto riprendere a pieno i suoi passatempi con quello che credeva essere me. Era solo un po' stupito, ma piacevolmente, di quanto Giacomo fosse (di nuovo) stretto...

Giacomo si adeguò subito a quel suo ruolo, con piacere. Mi disse che aspettava con anticipazione i momenti in cui Timoteo avrebbe trovato il modo di isolarsi con lui per prenderlo. Aveva scoperto le gioie del sesso. A corte niente di tutto quello, mi disse... Allora gli raccontai anche di Fabiano e Manfredo. Mi guardò con rispetto ed ammirazione.

"Se torni," gli dissi, "puoi farlo tu con loro due..."

"Ma io non voglio tornare. Sto troppo bene qui, così. Tu?"

"Beh, anche io sto bene... ma come fa a piacerti la vita qui al paese? Che ci trovi di bello?"

"E tu allora, a corte? Io mi sento finalmente libero. Completamente libero. È troppo bello."

"Ma non ti mancano i bei vestiti, i cibi, le comodità?"

"No, proprio per niente. Posso andare a nuotare nudo, posso arrampicarmi sugli alberi, posso fare scorpacciate di patate e crauti. Nessuno mi controlla, mi dirige, mi... Niente regole di etichetta: una vita semplice, spontanea..."

"Beh, l'etichetta... è una specie di gioco, è un po' come se uno deve recitare una parte a teatro..."

Insomma, di comune accordo, io tornai alla vita di corte e lui a quella di paesano. Ci demmo appuntamento per la primavera seguente. Gli spiegai dove era il capanno degli uccellatori e gli chiesi di aspettarmi là, la prossima volta.

Tornai di gran carriera al capanno. Tu eri ancora lì, davanti alla porta, che facevi la guardia, ignaro. Mi infilai di nuovo dentro, mi stesi per riprendere fiato e, quando mi sentii pronto, uscii.

"Avete riposato bene, Altezza?" mi chiedesti tu premuroso mettendoti subito sull'attenti.

"Sì, grazie. Possiamo tornare su a castello, ora. Mi piace questo posto. Ci venivo spesso?"

"Sì, Altezza. Non so se proprio qui al capanno, ma in questa tenuta ci venivate spesso, a volte con sua Maestà a volte da solo. Ma io non ero ancora al vostro servizio, allora."

Lì al castello, per la prima volta, ti vidi nudo. Là non c'era il famoso paravento. Quando ti accorgesti che ti guardavo, arrossisti e ti girasti di spalle: ma anche il tuo culetto era una vista splendida, specialmente ora che, grazie a Manfredo, avevo appreso anche i piaceri che se ne possono trarre.

Non so perché con te non trovassi il coraggio di fare il primo passo, o meglio, perché mi ci volle tanto tempo. Forse proprio perché mi piacevi troppo, o perché ti sentivo amico...

La nostra amicizia nacque proprio là al castello, ricordi? Passavamo ore nel parco a passeggiare e a chiacchierare. Tu mi raccontavi la tua vita, prima al castello di tuo padre, poi nella guardia, poi al mio servizio... Io non potevo raccontarti di me. Ma ti dicevo quello che pensavo della vita che stavo scoprendo, delle persone che stavo conoscendo a corte. Sinceramente. Le tue risate a certe mie osservazioni, mi piacevano moltissimo.

"Oh, Altezza, avete proprio ragione, il primo ministro sembra un vero e proprio gufo... impagliato! E voi riuscite ad imitarne perfettamente il modo di muoversi, di parlare..."

Anche se allora ci davamo ancora del voi, a poco a poco ci si sentiva più vicini, più liberi di esprimerci liberamente l'uno con l'altro.

Ricordo ancora perfettamente quando, soli nella carrozza che ci riportava alla capitale, tu mi dicesti: "Altezza, sono stati splendidi questi giorni con voi alla tenuta. Sono fortunato ad essere stato chiamato al vostro servizio."

Gli occhi ti brillavano e davvero non so che cosa m'abbia trattenuto dall'abbracciarti in quel momento: mi sei sembrato bellissimo, ti desiderai più che mai...

Tornati a corte, ripresi la mia vita, i miei studi serrati, i miei incontri segreti con Fabiano e Manfredo...

Fu poco prima di Natale che accadde con Ermanno. Aveva allora ventotto anni, no? Era il mio segretario (cioè di Giacomo prima, poi mio) da tre anni. All'inizio era sembrato un po' infastidito dalla tua presenza accanto a me, si sentiva come spodestato, credo.

Ermanno mi aveva visto crescere, da adolescente farmi uomo (anche se era Giacomo), e si era invaghito di me. A me, all'inizio, anche se il suo aspetto mi piaceva, il suo modo di fare cerimonioso, formale, me lo aveva reso un po' antipatico. La sua agenda con tutti i miei impegni ufficiali, che a poco a poco riprendevano, mi infastidiva piuttosto. Vostra altezza non dimentichi questo, deve fare quest'altro e in questo modo... Beh, cercava di aiutarmi, lo so, ma lo trovavo noioso, pedante, puntiglioso...

Come scoprii di lui? In modo piuttosto banale: non ricordavo l'ora esatta di un impegno, lui era da qualche parte a palazzo. Entrai nel suo studiolo per vedere se c'era la sua agenda e così mi misi a frugare fra le sue carte. Stavo per rinunciare (figurarsi se lui se ne sarebbe mai separato, dalla sua preziosa agendina di marocchino!) quando notai uno stipetto, sai, di quelli come avevo in camera mia, con scomparti segreti. Anche il suo doveva averne uno, pensai. Chissà che cosa ci teneva? Dove poteva essere? Provai e riprovai a spostare i fregi, a spingere, tirare, ma sembrava che non fosse possibile poterne svelare il segreto.

Ma sai che sono un tipo curioso per natura, no? E che non mi arrendo facilmente. Ricominciai da capo, meticolosamente, sperando che lui non tornasse sul più bello. Notai che uno dei fregi pareva un po' più lucido degli altri... tentai di spingerlo, di tirarlo, di farlo slittare a destra, a sinistra, in su o in giù, senza successo. Poi lo ruotai... e cedette, e ci fu uno scatto. Spinsi, tirai... venne fuori per pochi centimetri. Ma non accadeva nulla. Passai la mano su tutta la superficie, tentando, finché una colonnina cedette appena. Tirai e si aprì una specie di cassetto verticale e dentro, un quaderno.

Lo estrassi eccitato. Era vergato con calligrafia minuta, ma con una specie di codice. Lesto, me lo infilai sotto la giacca, richiusi e rimisi a posto tutto. Certamente si sarebbe accorto della scomparsa del quaderno, ma non poteva sapere chi l'aveva preso. E io volevo sapere i suoi segreti.

Il codice mi fece penare per alcuni giorni. Ermanno non disse nulla a proposito del suo quaderno scomparso: o non era andato a cercarlo ancora, o non immaginava chi potesse averlo preso. Uno degli insegnamenti che ricevevo era proprio a proposito dei codici di guerra e diplomatici. Così, a poco a poco, ne intuii la chiave di lettura. Specialmente quando individuai alcune delle parole ricorrenti come le date: era una specie di diario.

Terribilmente interessante.

Vi aveva annotato soprattutto la sua vita galante e, mi resi conto subito, i nomi delle sue conquiste, anche se molto spesso solo con le iniziali, erano comunque inequivocabilmente di maschi:

12 aprile 1824. Il conte C.B.M. mi piace. Credo di piacergli anche se è molto timido. D'altronde ha solo diciotto anni. Un bel fisico, messo in risalto dalla sua uniforme di ussaro.

27 aprile 1824. C.B.M. mi fa impazzire. Durante il ballo di corte non mi ha mai tolto gli occhi di dosso. Ma quando ho cercato di avvicinarlo, di parlargli, rispondeva a monosillabi. Scostante. Eppure sono convinto che il giovane conte prova attrazione nei miei riguardi.

3 maggio 1824. C.B.M. ha accettato di venire a cavallo con me. Quando gli ho detto che mi piaceva nella sua tenuta da cavallerizzo è arrossito: che delizia! Ma sembra sfuggire il minimo contatto fisico.

16 maggio 1824. C.B.M. ha abbassato le difese, finalmente. E improvvisamente. E sono riuscito a farlo mio. Nella sua stanza, mentre si cambiava. Gli ho sfiorato il petto nudo, dicendogli che era bello. Gli ho sfregato un capezzolo e lui ha sospirato, chiudendo gli occhi. Allora gliel'ho preso fra le labbra e lui mi si è premuto contro: era eccitato. Gli ho sciolto le culottes, l'ho denudato, l'ho sospinto sul letto. Tremava. L'ho carezzato. Fremeva. Mi si è offerto senza parole, come un agnello sacrificale. Allora gli sono salito sopra ed ho immerso la mia spada nel suo fodero. Mi ha portato con sé in paradiso.

18 maggio 1824. È il ragazzo più caldo e passionale che abbia mai avuto. Ma non mi aspettavo che di colpo invertisse le posizioni, che espugnasse la mia fortezza. Mi ha martellato a lungo, come un vero torello. Ma poi mi si è dato, diventando di nuovo l'agnellino tenero e dolce dell'altro ieri. Splendido.

23 maggio 1824. C. è splendido, ma è troppo geloso: non vuole che guardi nessun altro. Gli ho promesso fedeltà, ma so già che non saprò mantenere a lungo la promessa.

Continuava così, con cenni anche a quello che provava per me man mano che crescevo. Nuove conquiste (molte), separazioni (altrettante), desideri (a dozzine), litigi, delusioni e, di tanto in tanto, accenni, ma sempre più frequenti, a Giacomo. Il mio incidente. Il mio modo diverso di guardarlo: si era accorto che mi interessava!

17 dicembre 1829. S. A. G. sembra attratto da me. Non credo proprio di sbagliarmi, ma non posso certo rischiare di fare io il primo passo. Si sta facendo sempre più bello, desiderabile. Sembra quasi che l'incidente gli abbia fatto bene: sembra più allegro, più aperto, più spontaneo. Se solo mi facesse capire chiaramente di volere quello che vorrei io... Ma forse fantastico troppo.

Dunque, avevo visto giusto: aspettava solo un segno da me. Dal suo diario avevo visto che era un vero dongiovanni e la cosa mi eccitava. Così mi decisi di scoprire le carte.

Mentre stavamo preparando le prossime cerimonie e mi spiegava puntigliosamente che cosa avrei dovuto fare, io ad un tratto gli dissi: "Dite, marchese, fra gli animali, quale preferite?"

Mi guardò sorpreso, ma rispose: "Mah... il cavallo..."

"Ah sì? Ma... fra un torello giovane ed un agnellino, quale vi sembra più interessante?"

Mi guardò esitante, poi rispose lievemente incerto: "Ognuno dei due ha i suoi lati interessanti, Altezza, ma... come mai mi fate una simile domanda? Perché avete scelto proprio quei due animali?" chiese studiandomi attento.

"Ho letto da qualche parte di agnellini che si tramutano in torelli, mi ha incuriosito la cosa. Quale vorreste che io fossi, dei due?"

Vidi emozioni contrastanti dipingersi sul suo volto, poi, formale, disse con voce secca: "Voi, dunque... Non avevate il diritto... Restituitemelo."

"Dopo..." gli risposi sorridendo sicuro di me.

"Dopo?" fece eco lui.

"Sì, non avete risposto alla mia domanda. Chi di noi due sarà l'agnello e chi il toro? O un po' a testa?"

"Di noi due?" chiese spalancando gli occhi.

"Non volete che esaudisca il vostro desiderio?" gli dissi con tono provocante, guardandolo malizioso.

"Davvero voi... vorreste... con me..."

"E perché no? Sembra che abbiate molta esperienza e io apprezzo gli uomini con esperienza... in questo campo. Allora?"

"Con voi... tutto quello che volete... sarò il vostro toro o il vostro agnello, o l'uno e l'altro, se preferite..." disse infine con tono sommesso.

"Sì, l'uno e l'altro, forse..." gli dissi prendendogli una mano.

Lui sollevò la mia e la baciò, poi disse con voce appassionata, inginocchiandomisi davanti: "Altezza... sono ai vostri piedi..."

"Vi preferirei nel mio letto..." gli dissi scherzoso.

"Non sarà facile, temo: fra guardie, servi e quel vostro attendente, non siete mai solo..."

"Lo siamo ora, qui. Perché non mi date un piccolo saggio delle vostre abilità amatorie?"

Sfregò il volto sul mio rigonfio e disse: "Oh, principe Giacomo, il vostro scettro prezioso... posso..."

"Che aspettate? È vostro..." gli dissi facendolo palpitare.

Mi aprì subito i calzoni, me lo estrasse, iniziò a leccarlo, succhiarlo, baciarlo con arte consumata. Era più bravo di Fabiano, molto più bravo. In breve mi portò all'acme del piacere e, quando mi scaricai nella sua calda e piacevole bocca, bevve golosamente fino all'ultima goccia.

Leccandosi le labbra, guardandomi di sotto in su, mi disse: "Oh, Altezza... come posso ringraziarvi?"

"Facendolo ancora... Facendomi provare anche altre emozioni. Ma soprattutto individuando il modo per poterlo fare in un letto, tranquilli, con calma... Facendo rallentare un po' la sorveglianza a cui sono sottoposto."

"Non so quante di queste cose riuscirò a fare per voi, ma ci proverò, farò del mio meglio, Altezza."

Beh, sai come andò: Ermanno è davvero abile per certe cose. Riuscì a convincere la corte che stavo riprendendomi, che non era più necessaria una sorveglianza stretta. E mi fece allestire quella che ufficialmente chiamano la "stanza di riposo del principe". Non c'è un letto, ma quel comodo grande tappeto davanti al caminetto che abbiamo usato tante volte anche io e te.

Beh, ora avevo la bellezza di tre amanti, una stanza in cui appartarmi e fare l'amore tranquillamente, eppure ancora non ero veramente soddisfatto.

Stavo bene, m'ero inserito bene a corte, quelli attorno a me, specialmente tu ed Ermanno, mi aiutavano a superare le difficoltà che a volte ancora di presentavano, ma mi mancava qualcosa.

Non lo capii subito, anzi, mi ci volle parecchio tempo.

Il successo che avevo avuto, sia pure per vie diverse, con quei tre, mi spinse a desiderare di conquistarti. Cosa mi attraeva verso di te? Un sacco di cose, ma, più di tutto, lo sai, il tuo bel sorriso. Dicono che il sorriso sia lo specchio dell'anima: certo è che il tuo aveva, ha qualcosa di speciale.

Non era solo la tua bellezza, pure notevole. No, il tuo sorriso mi dava emozioni profonde. Vi sentivo schiettezza, amicizia, calore, attenzione, ammirazione, dolcezza, protezione... e tante altre cose che sarebbe troppo lungo elencare. Il tuo sorriso mi ha sempre attratto anche più del tuo corpo, il che è tutto dire.

No, non sto affatto dicendo che tu sia perfetto. Ma sembri essere stato concepito proprio per me, sì, proprio così.

Anche adesso, stare così con te, guardare il tuo bel corpo languidamente steso accanto al mio, perdermi nel tuo sorriso, nel tuo sguardo pieno d'amore, resta un'esperienza straordinaria.

Va bene, sarò romantico, ma lo sai che è quello che provo per te, no? Lo sai che non mento, non esagero, non faccio retorica. Ormai cominciamo a conoscerci bene, intimamente.

D'altronde, mi hai conquistato a poco a poco, ma in modo irresistibile. Perché credi che abbia rinunciato a tutti per te, se no? Sì, io ti ho conquistato a mia volta, è vero. Per mia fortuna. E tua, d'accordo.

Com'era Ermanno a letto? Notevole. Aveva davvero un sacco di esperienza. Sai che lui ha avuto il suo primo ragazzo quando aveva solo dodici anni? Quindi quando lo ebbi per me aveva sedici anni di intense esperienze sulle spalle.

Che tu ne abbia avute poche, non toglie niente alla bellezza del fare l'amore con te: non è solo una questione di tecnica. E poi, comunque, non hai proprio nulla da invidiare ad Ermanno. Ma tu hai qualcosa che lui, o gli altri, non avevano: la capacità di amare, di amare veramente, profondamente, totalmente.

E di perdonare. Di capire. Di accettare...

No davvero, rinuncerei proprio a qualsiasi cosa pur di non perdere te. A qualsiasi cosa.

D'accordo, smetto di tessere le tue lodi...

Stavo dicendo? Ah sì, che il marchese Ermanno era riuscito a far rallentare un po' il controllo a cui ero sottoposto e a farmi allestire la famosa stanza di riposo. Con quel bel, folto, morbido tappeto di pelliccia bianca. Meglio di un letto.

Beh, che tu, pur standomi tanto vicino, non avessi sospettato nulla, depone a favore della mia capacità di... Ma no, sciocco, lo sai che ora per te non ho più nessun segreto. Allora era diverso. Dovevo averne, per ritagliarmi il mio spazio. E tu, per quanto a poco a poco ti sentissi sempre più amico, mica sapevo come la pensavi riguardo a certe cose.

Certo che, a pensarci ora, eravate ben in quattro, assegnati alla mia persona, ad avere le mie stesse tendenze riguardo al sesso. Mi chiedo quanti altri ce ne potessero essere. Se solo si potesse vivere più semplicemente, manifestare ciò che si sente! Tutta questa ipocrisia che ci circonda, e mica solo a corte...

Sì, Manfredo ed Ermanno sono sposati. Ma sai com'è no? Anche Giacomo dovrà sposarsi, prima o poi. Io e te siamo fortunati, ora: possiamo vivere liberamente, come ci piace. Anche grazie a Giacomo, si capisce, ma soprattutto perché non siamo più a corte...

Rimpianti? Neanche mezzo. Davvero no. E tu? Dai, non prendermi in giro, ora... D'accordo, era una domanda stupida, quanto la tua, però, no?

No, rimpianti cominciai ad averne lì, a corte, piuttosto. Cominciai a capire perché a Giacomo stava stretta la vita di corte, perché ne avesse voluto fuggire. Cominciavo ad avere nostalgia del mio bosco, della mia vita all'aperto, delle nuotate nudo con gli amici...

Dapprima non forte: ancora mi affascinavano tanti aspetti della brillante vita di corte. E le cose che imparavo. E gli amori che mi stavo potendo permettere.

Mi (ri)insegnarono ad andare a cavallo: mi piaceva. A tirar di scherma, ma questo mi piaceva di meno: l'arte di ammazzare il prossimo. Come il tiro con la pistola. Però dovevo farlo: mi accorgevo a poco a poco che i doveri di un principe, in qualche modo, lo rendono davvero come un prigioniero. Beh, le feste erano belle: mi piaceva ballare. Le cerimonie, a poco a poco, noiose. Le parate militari, per fortuna rare, molto coreografiche ma interminabili.

Poi, le lezioni, tutte piuttosto interessanti. Specialmente quelle di Manfredo, che aveva cominciato a farmi leggere certi libri all'indice... Chissà perché i libri più interessanti e divertenti erano quasi tutti messi all'indice? Il che, poi, non impedisce a chi è a un certo livello sociale di leggerseli. Tra l'altro, chissà come sta adesso Manfredo? Dove sarà andato a finire? Avrà trovato qualcun altro che gli dia quello che la moglie non gli può dare?

No, lui aveva scoperto quel piacere nel periodo in cui era all'università. Era già sposato, si è sposato molto giovane. Dice che, durante una festa di goliardi, s'era ubriacato. Non tanto da perdere coscienza, ma abbastanza per non reggersi in piedi. Un compagno allora se l'era portato in camera sua. Qui l'aveva denudato, se l'era messo sotto e, senza tanti complimenti, lo aveva preso. No, lui non aveva la forza di opporsi, era del tutto inerte, non era riuscito ad impedirlo anche se avrebbe voluto. L'altro se l'era goduto, a lungo, tutta la notte, incurante delle fievoli proteste del compagno ubriaco, anzi, probabilmente eccitato da queste. Così lui aveva dovuto subirlo, almeno dapprima, perché poi, a poco a poco, aveva scoperto che gli piaceva. E molto. Meglio tardi che mai, no?

Ermanno aveva dodici anni, invece, sì. Chi l'aveva svezzato erano stati due suoi cugini, di poco più grandi di lui. Li aveva sorpresi nella serra che facevano fra loro quelle cose. I due si erano accorti di lui. L'avevano bloccato e l'avevano "convinto" ad unirsi a loro. Aveva perso la sua verginità già quella prima volta: i due l'avevano preso dalle due parti, contemporaneamente. Ma poi lui si era subito rifatto, ricattandoli: o mi date i vostri buchetti o dico cosa mi avete fatto... E uno dopo l'altro, se li era messi sotto. Gli era piaciuto sia il primo aspetto che il secondo, sia essere penetrato che penetrare...

Aveva "giocato" con loro per qualche anno, poi, verso i quindici anni, s'era lanciato alla conquista del mondo: prima si è fatto un mozzo di stalla, poi un garzone di cucina, sempre là a palazzo, poi s'è portato a letto il novizio di un convento dov'erano ospiti, poi... via via decine di altri, anche quando era entrato a corte. Dice che soprattutto nella guardia ce ne sono parecchi più che disponibili. Tu dovresti saperne qualcosa, penso, no?

Di Fabiano non so niente: non abbiamo mai parlato: solo fatto e neanche poi molto a lungo. Sì, le ultime volte che l'abbiamo fatto assieme, là nel mio bagno privato, l'avevo convinto a calarsi le polpe e a lasciarsi prendere da me... No no, senza nessuna fatica: semplicemente gliele ho abbassate e l'ho fatto girare. Evidentemente non ero il primo e altrettanto evidentemente gli piaceva. Ma di più non saprei dirti. No, lui non ha mai provato a prendermi, non so se per rispetto, o perché non gli piacesse. Certo che ci sarei stato, se mi avesse fatto capire di desiderarlo.

No, con lui ho smesso prima che con gli altri. Non c'è un motivo particolare. Semplicemente ho smesso. Con gli altri, invece, ho smesso perché mi stavo innamorando di te. Lo sai che tu mi hai proprio stregato, no?

Chi mi piaceva di più dei tre? Beh, Ermanno, per parecchi aspetti. Ma anche... Sì Ermanno. Era il più disinvolto, il più vario anche, fra i tre. Gli piaceva fare l'amore, era molto sensuale e pieno di fantasia.

No, non mi è costato affatto lasciarlo, d'altronde mica me l'avevi chiesto tu: era un'esigenza mia, no? quando mi sono accorto di amarti. Può darsi che ci sia restato un po' male, ma è un signore, anche in questo senso: non ha minimamente recriminato. Per questo siamo rimasti in buoni rapporti.

Manfredo invece c'è rimasto decisamente male. No, anche lui è stato corretto, ma gli è dispiaciuto, me ne sono reso conto. Mah, sai, Ermanno è l'uomo dalle mille avventure: finita una ne cerca subito un'altra, anzi, spesso ne porta avanti più d'una al tempo stesso, contemporaneamente. Perciò non si preoccupa granché quando un'avventura finisce. Manfredo era diverso. Lui è... come dire... lui è monogamo. Sì, va be' bigamo: la moglie e un ragazzo.

Quando gli ho detto che m'ero innamorato, ha capito, certo, almeno sul piano intellettuale. Ma sembrava un po' come un cane bastonato, con la coda fra le gambe e le orecchie basse.

No, non credo che fosse innamorato di me. Semplicemente gli piaceva, gli bastavo. Manfredo è un uomo semplice, in un certo senso. Non è un sempliciotto, certo. Quando, prima nella stanza dei manoscritti in biblioteca, poi nella mia stanza di riposo, lo invitavo a venire con me, annuiva come quando gli dicevo che era finito l'orario della lezione. Andavamo. Mi piaceva spogliarlo, lui mi lasciava fare. Poi, a poco a poco, si animava, si eccitava, si scaldava. Specialmente quando sentiva che stavo per prenderlo... e mentre lo prendevo: sembrava un altro uomo. Anche la sua espressione cambiava, il suo aspetto. Come se di colpo avesse dieci anni di meno. Come se rivivesse la sua prima esperienza da universitario... Per lo meno, questa era stata la mia impressione, l'impressione che mi aveva dato parecchie volte.

Sai che mi sono chiesto più d'una volta come sarebbero stati Manfredo ed Ermanno a fare l'amore assieme? Forse a Manfredo sarebbe piaciuto. A Ermanno meno: a letto gli piace la partecipazione attiva, viva, del partner. Per questo diceva che gli piacevo.

Anche a te, eh? Dai, vuoi che continui a raccontarti o...

No, certo...

Lo sai, no?

Sì, amore... certo... a te non riuscirò mai a dire di no.

Qui, vieni...

Oh, Gualtiero...

Ogni giorno di più, anche se mi sembra impossibile.

Così...

Dio, quanto sei bello!

Sì...

Sì...


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