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una storia originale di Andrej Koymasky


pin LA BREVE EVASIONE
(Il sosia)
CAPITOLO 4
GIACOMO E LORENZO, TU ED IO,
E IL SECONDO SCAMBIO

Rividi Giacomo. Era felice. Anche perché aveva conosciuto Lorenzo. Questi, quando aveva saputo della "disgrazia" capitatami, capì che doveva ricominciare a corteggiarmi (cioè Giacomo che tutti, anche lui, credevano me). Lorenzo non aveva nessuna intenzione di rinunciare a me. Quindi riprese a corteggiare Giacomo.

Lui era ormai a conoscenza del piacere sessuale, grazie al vero e proprio assalto di Timoteo. E ogni tanto lo compiaceva, quando questi riusciva ad appartarsi con lui. Certo, ora che era sposato, sentiva più di rado la voglia di farlo con un ragazzo, ma la voglia c'era e riaffiorava di tanto in tanto. E Giacomo, nei miei panni, era ben disposto ad accontentarlo.

Lorenzo è sempre stato un giovane molto delicato nei suoi sentimenti. Corteggiò Giacomo, forse con più determinazione di quanto fece con me, ma con altrettanta tenerezza. Per certi aspetti Lorenzo ti assomiglia. E poi avete anche la stessa età.

Beh, a poco a poco Giacomo, per quanto ingenuo in confronto a me, si rese conto che Lorenzo gli stava facendo la corte. E Lorenzo gli piaceva. Sia fisicamente che come personalità. Forse proprio per la sua ingenuità, Giacomo sentì in Lorenzo quello che io non avevo saputo percepire chiaramente: l'amore. E questo lo affascinò.

Tutti abbiamo bisogno di dare e di ricevere amore. Giacomo come tutti, forse anche perché stava vivendo il rapporto con Timoteo con piacere fisico ma non con soddisfazione. Beh, Timoteo è sempre stato gentile eppure un po' rude e Giacomo non era abituato alla rudezza. Timoteo è il tipo che si prende quello che gli piace e che se lo tiene stretto.

Un giorno, Lorenzo dice a Giacomo: "Lo so che tu non ricordi nulla della nostra passata amicizia..."

"Ma io ti sento ugualmente amico... anche se ho dovuto riscoprirti..."

"Sì, ma la nostra amicizia era più profonda di quello che tu possa pensare... più intima..."

"Può tornare ad esserlo, non credi?"

"Lo spero... io..."

"Lorenzo, io sto molto bene con te... Mi piace quando mi aspetti per strada a notte e fai un tratto con me, come ora."

"Ecco, vedi, era una notte come questa. Qui c'è lo stradello che porta alla cappella di Santa Maria Maddalena... mi ci portasti tu... mesi fa."

"Perché non mi ci porti tu, ora?"

"Vuoi venirci?"

"Con te... sì..."

Lorenzo lo guidò fino al muretto della cappella: "Ci eravamo seduti qui, proprio così..."

"Mi piace, qui. È tranquillo."

"Io avevo steso il mio pastrano sull'erba, poi... ci eravamo stesi sopra... Io e te... Solo sei mesi fa..."

"Possiamo farlo..." disse Giacomo immaginando che cosa volesse dire.

"Davvero?"

"Certo."

Si stesero. Giacomo, supino, guardava negli occhi Lorenzo, che gli sedeva accanto, chinato verso di lui.

"E poi?" lo incoraggiò con un sorriso Giacomo.

"Posso baciarti?" chiese con voce emozionata Lorenzo.

"Sì, certo..."

Si baciarono, Lorenzo si stese su Giacomo, lo abbracciò ed entrambi sentirono chiaramente le reciproche erezioni. Per un po' restarono così, allacciati, in silenzio.

Poi Lorenzo iniziò a carezzare il corpo di Giacomo. Carezze sempre più intime, piacevoli. Giacomo fremeva come una foglia al vento primaverile. Lorenzo si fece più ardito ed iniziò a sbottonare gli abiti di Giacomo e mano a mano che ne scopriva il corpo, lo baciava, lo leccava, lo carezzava. Per Giacomo era qualcosa di completamente nuovo, splendido. Iniziò a sua volta a spogliare Lorenzo.

Quando si furono completamente liberati degli abiti, Giacomo che sentiva bruciare il desiderio dell'altro, istintivamente, proprio come avevo fatto io, si girò per offrirglisi.

Lorenzo lo fece rigirare, con dolcezza: "Non ricordi, vero? Lo facevamo in un altro modo, io e tu..."

"Insegnami di nuovo, ti prego..." gli disse Giacomo fremente per l'eccitazione e la dolcezza che promanavano dall'altro.

Lorenzo lo guidò con dolcezza, e finalmente iniziò ad entrare in lui. Giacomo lo accolse felice. Era così diverso che con Timoteo, e così bello! Questo, pensò, è veramente fare l'amore.

Lo sentì penetrare a poco a poco, con tenera delicatezza, continuando a baciarlo e carezzarlo. Quando gli fu completamente dentro, iniziò a muoversi in lui con misurata passione. Che differenza da Timoteo, pensò Giacomo completamente conquistato. I due, sempre più eccitati, continuarono ad unirsi a lungo, con crescente passione.

E ad un certo punto Giacomo mormorò estasiato: "Ti amo!"

Sì, Giacomo gli disse quella magica parola che probabilmente Lorenzo aveva sperato di sentirsi dire da me, invano. Quella parola era sgorgata dal cuore di Giacomo e, appena la disse, Giacomo si rese conto che era vera, e si sentì felice. Anche per Lorenzo quella parola fu come un balsamo, certamente.

Dopo, mentre ansanti giacevano abbracciati, Giacomo disse a Lorenzo: "È vero, sai?"

"Anche io ti amo, Giorgio... anche io ti amo... Non te l'avevo mai detto, prima, perché aspettavo che fossi tu a dirmelo. Avrai perso la memoria, ma... Lo sai che mi hai reso felice? Che mi sento l'uomo più felice del mondo?"

Parlarono a lungo, dicendosi certamente mille cose belle. Finché dovettero separarsi. Ognuno tornò a casa sua. Ma Giacomo era pieno di felicità e gli pesava aver dovuto lasciare quello a cui ora pensava con le dolci parole "il mio uomo".

Certo, ad un certo punto dovette ripensare a Timoteo e sentì che non poteva più farlo con lui. Ormai lui apparteneva, anima e corpo, a Lorenzo: non poteva essere di nessun altro. Lo capisco bene, perché è la stessa cosa che ho provato io quando mi sono reso conto di amare te, mio Gualtiero.

Per alcuni giorni non vi fu nessun problema. Giacomo e Lorenzo continuarono a vedersi, ogni sera, e a dirsi il loro amore con le parole, gli sguardi, tutto il corpo. Certo, pesava loro sempre più doversi separare, dover attendere il giorno dopo per poter condividere quei momenti di dolce intimità. Ma erano felici.

Poi, un giorno, in Timoteo si riaccese il desiderio per Giacomo: lo fece andare nella rimessa con una delle solite scuse. Appena furono soli, Timoteo, senza preamboli, come era il suo solito, prese fra le braccia Giacomo ed iniziò a spogliarlo.

"No, ti prego... non mi va..." disse Giacomo ritraendosi.

"Non fare lo stupido. Che ti piglia, all'improvviso?"

"Non posso più fare l'amore con te, Timoteo."

"Oh bella, e perché?"

"Mi sono innamorato..."

"Una ragazza? E chi è?"

"No, un uomo..."

Timoteo si mise a ridere, e gli disse: "Ma va là, scemo, mica ci si innamora di un uomo. Con un uomo si scopa e basta. Tu puoi scopare con chi ti pare, basta che lo fai anche con me. E io adesso ho voglia di scoparti. Calati quelle braghe, svelto!"

"No..."

"Nooo? Ti faccio vedere io se è no!" gli disse Timoteo.

È forte come un toro, quel giovanotto, e presto ebbe ragione del povero Giacomo.

"Lasciami o grido." disse Giacomo come ultima risorsa.

"Provaci e io ti ammazzo! Guarda che non scherzo."

Non credo davvero che l'avrebbe fatto, ma Giacomo gli credette. Così si lasciò calare le braghe, si lasciò girare, si lasciò prendere. Piangendo silenziosamente. Dice Giacomo che Timoteo lo prese anche con più gusto del solito, probabilmente eccitato dal fatto di averlo piegato alle proprie voglie.

Giacomo in un primo momento pensò di dirlo a Lorenzo, ma poi temette che questi si arrabbiasse troppo, che facesse qualche sciocchezza per lui: Timoteo è decisamente più forte di Lorenzo e in uno scontro fisico, quasi certamente, quest'ultimo ci avrebbe rimesso...

Così per un po' non disse nulla. Si consolava con l'amore che Lorenzo gli stava dando, la tenerezza, l'affetto. E quando Timoteo gli diceva di andare con lui, lo seguiva rassegnato e lo lasciava fare. Ma dentro di sé si sentiva male: lui era e voleva essere solo di Lorenzo.

Una sera, dopo aver fatto l'amore, Lorenzo gli disse: "Mi pesa tanto doverti vedere così, di nascosto, di notte, per poco tempo e poi doverci separare..."

"Anche a me... Vorrei poter stare sempre con te..."

"Qui, in paese, è quasi impossibile. Ci scoprirebbero, ci denuncerebbero. Sai che per la legge è proibito a due maschi di fare l'amore. E per di più tu sei ancora minorenne. Io andrei in galera."

"Non è giusto, però."

"Ma se... se io e te andassimo a vivere altrove... Potremmo farci passare per due fratelli e nessuno troverebbe strano che viviamo assieme... Non sarebbe bello?"

Quello di Lorenzo era come un sogno, non una vera proposta, ma Giacomo iniziò a pensarci seriamente. Poteva essere la soluzione di tutto. Timoteo non avrebbe più potuto pretendere nulla ed avrebbero vissuto assieme...

Quando io tornai al castello, quella primavera, Giacomo mi raccontò tutto e mi disse del suo progetto. Fui contento per lui che avesse conosciuto Lorenzo, che si amassero: conservavo un ottimo ricordo di lui, anche se non me ne ero innamorato, mi piaceva molto, lo stimavo, lo ammiravo. Era molto diverso da Timoteo.

Così gli dissi che faceva bene, lo incoraggiai. Solo gli chiesi di fare in modo che io sapessi dove andava, che potessi rintracciarlo.

Me lo promise: "Male che vada, ti lascio un messaggio qui al capanno, lo nasconderò qui sotto, vedi? Ma non so se davvero Lorenzo sarà disposto a lasciare tutto per portarmi via di qui... Spero di sì."

Io, da parte mia, lo misi al corrente di come mi andavano le cose a corte.

Siccome restavo ancora alcuni giorni al castello, gli dissi di parlare con Lorenzo quella sera stessa e di farmi sapere che cosa lui gli avesse risposto.

Adesso capisci perché volevo andare al capanno da solo? Non potevo rischiare che tu ci sentissi parlare, avresti voluto sapere chi era l'altro... Per fortuna tutto andò liscio.

Giacomo, quella sera stessa, affrontò l'argomento con il suo Lorenzo: "Quando dicevi che sarebbe bello poter andare a vivere altrove assieme, parlavi sul serio?"

"Certo."

"Hai idea dove? Come? I tuoi ti lasceranno andare?"

"Mica possono impedirmelo: sono maggiorenne. Certo, è un po' andare alla ventura... Ma possiamo pensarci seriamente e a me farebbe molto piacere poter vivere con te, lo sai..."

"Ti prego, allora... facciamo subito qualcosa. Io voglio andare via di qui, voglio vivere con te, voglio essere solo tuo. Ma fai presto, ti prego..."

"Amore, va bene... Comincerò a pensarci sul serio, allora." gli rispose Lorenzo sentendo quanto accoratamente Giacomo gli chiedeva di farlo.

Per quanto Lorenzo cercasse davvero una soluzione, richiese un po' di tempo. I genitori non si opposero quando lui disse che voleva trovarsi un lavoro in città. Volevano che andasse da certi loro parenti, ma Lorenzo insisté che voleva cavarsela da solo...

Io e te tornammo alla capitale. Io pensavo a Giacomo e Lorenzo e pensavo che doveva essere bello essere innamorati: la luce negli occhi di Giacomo mi aveva dato da riflettere. Sì, certo, far l'amore è bello, ma farlo con chi si ama doveva essere particolarmente bello a giudicare dall'espressione di Giacomo.

Tornammo a palazzo, alla solita vita. Certo, preferivo le soste a castello, dove mi sentivo un po' più libero, più vicino alla natura. Ti ricordi che te ne parlai? Fu allora credo che qualcosa cambiò impercettibilmente, ma sicuramente, fra noi.

"Non siete veramente felice, vero?" mi chiedesti tu.

"Non del tutto, è vero... è come se mi mancasse qualcosa."

"Sì, lo sento e me ne dispiace."

"Soprattutto non ho un amico... un amico vero, a cui posso dire tutto di me, i miei più nascosti segreti... le cose più piccole... sicuro che mi capirebbe. Tu sei quanto di più vicino ad una amico ho qui, ma vedi, non ci siamo scelti, ci siamo trovati qui per caso... tu perché te l'hanno ordinato, io... e poi, mi dai del voi..."

"L'etichetta lo impone. Sì, è vero, sono qui perché mi han detto di esserci, perché mi hanno scelto, altri, non voi. Ma io sono lieto di esservi accanto e ora che vi conosco, io vi sceglierei..."

"Vuoi dire come amico?"

"Sì."

"Anche se invece di essere il principe, io fossi un miserabile straccione?"

"Se vi avessi potuto conoscere, anche straccione vi avrei offerto con piacere la mia amicizia."

Sentii che eri sincero. E ricordo bene che, proprio allora, mi chiesi: cosa preferiresti che fosse, per te Gualtiero, amico o amante? E che mi risposi: tutti e due, sarebbe bello.

"Un amico, come dico io, è uno per cui non si hanno segreti. Tu sai ben poco di me, io di te." dissi pensando proprio al fatto che non ero il vero principe e al fatto che desideravo te.

Tu mi sorridesti (ah, il tuo sorriso!) e mi dicesti: "Queste sono cose che si costruiscono a poco a poco: è un punto di arrivo, non di partenza..."

Era un chiaro invito a cominciare... Non potevi certo spingerti più in là: io ero ancora il tuo principe e tu ancora il mio attendente. Il "voi" che usavi ne era il simbolo evidente.

"Alcune cose... è molto difficile dirle. Altre pericoloso." ti dissi pensando appunto ai due segreti più grossi.

"Quelle difficili si dicono nel momento propizio... quelle pericolose, quando ci si rende conto che il metterci nelle mani dell'altro in realtà non ci fa correre alcun rischio... cioè quando ci si conosce a sufficienza..."

"Quindi, a poco a poco... ci si svela l'uno all'altro. Ma bisogna cominciare... da dove?"

Avevo voglia di cominciare con te. Mi attraevi sempre più. Ma i miei due segreti erano troppo grossi...

Decisi di fare un primo, piccolo passo: "Io sto molto bene con te..."

"Mi fa piacere. Anche io con voi..."

"Mi piaci." ti dissi.

"Anche voi, molto..." dicesti tu ed arrossisti.

Per me quello fu come un segnale: non saresti arrossito se intendevi dirmi semplicemente che ti ero simpatico, pensai.

"Anche come aspetto... la sera, quando ti spogli dietro il paravento, mi piace spiarti: vorrei che non ci fosse..."

Non rispondesti. Mi chiesi se non avessi fatto un passo falso a dirti quelle parole.

Ma tu facesti il secondo passo: "Anche io vi guardo, con piacere, quando vi cambiate. A volte invidio il cameriere che vi fa il bagno..."

"Lo invidi? Davvero?" ti chiesi lievemente sorpreso ma compiaciuto per quello che le tue parole implicavano.

Arrossisti di nuovo, ma meno di prima. Poi, semplicemente, annuisti.

"Perché?" ti chiesi allora.

"Perché siete bello..." mormorasti tu.

Era come un gioco, in cui ci si scopriva a poco a poco l'uno davanti all'altro: pronti a strategiche ritirate, ma compromettendosi un po' più ogni volta.

"Anche tu sei bello..."

Non facemmo altri passi, in quell'occasione. Ma fu solo questione di poche ore. Infatti, quella sera stessa, quando ti spogliasti per andare a letto, per la prima volta lo facesti senza andare dietro al paravento. Quando, nudo, ti girasti verso di me per vedere se ti stessi guardando, io mi sentii terribilmente emozionato. Ti eri spogliato per me... Ti volevo chiamare, ma non ne ebbi la forza. Ti infilasti il camicione, mi desti la buona notte, spegnesti la lampada e ti infilasti a letto.

Io ero eccitato: l'immagine del tuo corpo nudo ancora era nei miei occhi. Eri davvero bellissimo. Più volte pensai di chiamarti, di chiederti di venire da me, senza trovarne il coraggio. Forse proprio perché tu, a differenza degli altri, eri già così importante per me? Perché da te non volevo, anche se non lo capivo in modo cosciente, solo il tuo corpo?

La sera dopo tutto si ripeté come la sera prima. Ma quando fosti nudo, questa volta riuscii a dirti qualcosa. Lo ricordi? Sì esatto.

"Perché ti metti il camicione?"

"E voi, perché l'avete messo?" chiedesti tu con un sorriso provocante.

"Giusto... vieni a togliermelo, allora..." ti dissi io alzandomi e scendendo da letto.

E venisti. E mi sfilasti il camicione. E mi carezzasti lieve il fianco. Mi sentivo morire dall'emozione. Poi notai la tua bella erezione. Quando ti guardai di nuovo negli occhi, tu mi sorridesti. Senza dire nulla. Sentii la tua mano scivolare lieve sulla mia pelle, dirigendosi lentamente lì... La sentivo avvicinarsi alla meta, fu questione di pochi istanti che però mi parvero eterni.

Poi la scossa fortissima del contatto, pur lieve, della tua mano sul mio turgore.

"Perché tremate?" mi chiedesti dolce.

"Perché ti desidero..." ti risposi come in trance.

"Sono qui... per voi..."

"Per me?"

"Certo... per te..."

Non dicemmo più parole, non erano necessarie. I nostri corpi parlarono per noi in un dialogo appassionante ed appassionato. Sì, certo, quella prima lunga notte fu splendida, ma non direi che fosse la più bella in assoluto... Ne abbiamo avute altre, altrettanto belle e anche migliori, in seguito, no?

No, devo confessartelo, non fu subito. Ero estasiato, ma ancora non avevo capito di amarti, che quello era amore. Beh, anche se mi vergogno a dirtelo, lì per lì pensai di aver trovato un nuovo amante, un altro, uno in più, anche se il migliore. Infatti non smisi subito con Manfredo e con Ermanno. Anche se, devi credermi, sentivo sempre più la differenza fra quei rapporti. Mi rendevo conto a poco a poco che tu mi stavi dando molto più degli altri.

Beh, tu non lo sapevi, allora, degli altri due. No, due, perché Fabiano ormai mi lavava e basta: non facevamo più niente insieme là nel mio bagno, te l'ho detto.

Il fatto che tu ormai passavi tutte le notti nel mio letto, e che si faceva l'amore con tanta passione, comunque diradò i miei incontri con gli altri due. Sì, tu mi stavi dando molto più di chiunque altro e non solo sul piano fisico, che pure era bellissimo con te. È bellissimo, con te.

Ma il fatto di poter fare l'amore con te, finalmente, dopo tanto che lo desideravo, e in tutta tranquillità, aveva avuto su di me un altro effetto: un desiderio crescente di poterti dire davvero tutto di me. Specialmente quando mi resi conto, a poco a poco, che ero innamorato di te e che quel qualcosa di più che tu mi davi era proprio il tuo amore.

Volevo essere amato come Giorgio, non come Giacomo. E fu allora che cominciai a desiderare di riprendere il mio posto, di tornare al paese. Ma tu, mi avresti seguito come ragazzo di campagna? Avresti rinunciato al tuo ruolo prestigioso a corte, alla vita comoda, a tutto? Ripensavo a Lorenzo e Giacomo... Giacomo avrebbe accettato di riprendere il suo posto a corte?

E come dirti che io non ero il principe? Mi avresti creduto, innanzitutto, mi avresti amato lo stesso, mi avresti accettato? certo, lo so che mi avevi detto che anche se fossi stato uno straccione... Ma a volte si dicono cose teoricamente, magari credendoci mentre le si dice, ma poi, all'atto pratico...

D'altronde mi sentivo sempre più a disagio nel mio ruolo di principe. Volevo tornare ad essere me stesso. E se ti avessi perso? A cosa tenevo di più? La risposta la compresi un pomeriggio, quasi d'improvviso: certo, più di tutto tenevo a te, ma al te che mi amava davvero, che perciò avrebbe accettato davvero quello che ero.

Per dirla con le tue parole, capii che dovevo rischiare di mettermi completamente nelle tue mani. Se eri quello che pensavo, non correvo nessun rischio, se no... era quello il modo migliore per capirlo.

Certo, non fu un passo che feci a cuor leggero. D'altronde tu ti accorgesti che stavo passando un momento difficile. Diventasti più tenero, più dolce, più attento, se possibile... E proprio questo mi fece decidere che dovevo fare quell'ultimo passo.

Decisi che l'avrei fatto al castello, là a due passi dal mio paesello. Mi sentivo più sicuro, più nel mio elemento.

Prima, però, dissi a Manfredo e ad Ermanno che i nostri incontri, che già si erano diradati, sarebbero cessati del tutto. Ti ho già detto come hanno reagito. Da parte mia quel passo mi fece sentire leggero, libero, felice: ora ero davvero tuo, solo tuo. Ora capivo che cosa mi diceva Giacomo riguardo al suo Lorenzo, anche se la situazione era diversa.

Partimmo. Appena potei mi recai alla capanna: c'era il messaggio di Giacomo. Erano andati in città da un mese circa e mi dava un recapito per rintracciarlo, non sapendo ancora dove avrebbero abitato, che avrebbero fatto: lui sarebbe andato ogni domenica mattina alla messa delle dieci in cattedrale e si sarebbe seduto nell'ultimo banco a destra entrando. Per qualsiasi cosa, l'avrei trovato o potevo fargli recapitare un messaggio lì.

Allora, il messaggio di Giacomo in tasca, ti chiamai.

Ebbi un breve attimo di panico, ma poi cominciai: "Gualtiero, devo raccontarti una storia..."

"Sì? Di che si tratta?"

"È la storia di un principe... di un piccolo regno fra i monti... Questo principe non era contento di essere un principe. Si sentiva prigioniero, a corte. Sognava la fuga... Ma sapeva che non gli sarebbe stato permesso mai. I sogni, però, lo sai, sono duri a morire. Così un giorno di autunno..."

Ti raccontai la storia del mio incontro con Giacomo, della sostituzione, del mio innamoramento... Senza fare nomi, ma man mano che la storia si svolgeva, era chiaro che tu capivi... Ascoltavi senza interrompermi e di questo ti ero grato. Ascoltavi senza scomporti e anche di questo ti ero grato.

"... così ora il falso principe vorrebbe tornare alla sua vita di prima, ma non vorrebbe perdere il suo amato. Come potrebbe fare secondo te?" conclusi guardandoti negli occhi.

Il tuo sorriso mi rincuorò un poco: mi era costato molto dirti tutto, sia pure con quel racconto trasparente.

"Una storia interessante... talmente incredibile da dover essere vera... Se io fossi quel cavaliere della storia, direi al mio amato che sono disposto a fare qualsiasi cosa mi chieda..."

"Qualsiasi? Ad andare con lui a vivere come due comuni popolani?"

"Certo, anche... Io sono veramente innamorato di questo giovane che è ora qui davanti a me, comunque vestito, comunque si chiami, chiunque sia... Come ti chiami, comunque?"

"Giorgio..."

"Bel nome... Vorresti sapere da me come uscirne? Perché ora tu vuoi uscirne, non è vero?"

"Se è con te, sì."

"Giusto, come possiamo uscirne. Per prima cosa bisogna vedere se il principe Giacomo è disposto a tornare a corte, altrimenti... Se non vuole, lo capisci, non ti resta che rassegnarti... Sì, è vero, potresti dire tutto, ma... ti crederebbero? Non penserebbero che sei malato, che sei impazzito?"

"Tu mi hai creduto subito, però..."

"Perché io ti amo, e, nonostante non sapessi tutte queste cose, ti conosco... No, non ti crederebbero. Perciò, per prima cosa, dobbiamo sapere se il principe è disposto a riprendere il suo posto."

Ti porsi il suo messaggio. Lo leggesti.

"Bene, domenica mattina andrò io ad incontrarlo. Tu non puoi, lo capisci. E comunque, non possono, non devono vedervi assieme. Andrò io in cattedrale. Gli parlerò. E vedremo. Se lui accetterà di tornare a corte, vedremo come e quando effettuare il nuovo scambio. Che comunque creerà qualche problema, per lui. Se no... ti resterò vicino in questa gabbia dorata. Diventerai re un giorno... Ma io, finché mi vorrai al tuo fianco, non ti abbandonerò di certo."

In quel momento ho sentito di amarti alla follia. Perché capii che se tu avevi saputo accettare tutto senza mostrare stupore, confusione, incredulità, era solo la forza del tuo amore per me ad averti permesso una cosa del genere.

E quando, poco dopo, facendo l'amore, per la prima volta mi chiamasti Giorgio, mi sentii al settimo cielo.

Arrivò la domenica e tu, mettendoti in civile, andasti a cavallo in città per incontrare Giacomo. Per me furono ore di attesa lunghissime. Cercavo di immaginare che cosa poteva dirti Giacomo, che cosa tu a lui... Quale potesse essere la sua risposta. Il fatto che tardassi a tornare, mi fece prevedere difficoltà, se non addirittura un no, da parte di Giacomo.

No, non è che non avessi fiducia nella tua capacità di convinzione: sapevo che Giacomo amava la sua nuova vita più di quanto la amassi io e temevo che non avrebbe inteso ragione...

Finalmente ti vidi arrivare. Vidi il tuo cavallo entrare nel cortile del castello, ti vidi entrare e ti corsi incontro pieno di apprensione. L'espressione del tuo volto mi diede di nuovo un po' di speranza. Poi il tuo racconto: come avevi riconosciuto Giacomo, ti fossi presentato a lui, gli avessi detto il mio messaggio. Di come lui ti disse che sarebbe anche tornato a corte, se questo era il mio desiderio, ma che lui ora era legato a Lorenzo e che perciò doveva prima chiedere a lui che cosa voleva che facesse: infatti se lui tornava a corte, per lui e Lorenzo sarebbe finita la libertà di vivere assieme. Lorenzo non accettò la storia con la stessa semplicità con cui l'avevi accettato tu, vero? Ma alla fine si arrese.

Certo che per Lorenzo deve essere stato un colpo sapere tutta la verità. Aveva vissuto per tutto quel tempo col principe ereditario. Ma soprattutto, ora rischiava di perdere il ragazzo che amava. Sì, hai ragione tu, Lorenzo fu eroico, nel suo amore.

Decidemmo quando e dove fare lo scambio. Al capanno, certo. Tu saresti rimasto accanto al principe per un certo tempo per aiutarlo a reinserirsi: di colpo aveva ritrovato la memoria, era la cosa più semplice da dire, certo... Mi pesava separarmi da te, ma lo dovevo a Giacomo. Lorenzo voleva venire al capanno per lo scambio. Poi io sarei tornato in città con Lorenzo, attendendoti. Poi avremmo deciso assieme dove andare, che fare...

Quando fummo tutti nel capanno, con te fuori che facevi la guardia per sicurezza, per me fu un momento emozionante: rivedere Lorenzo, scambiare i miei panni con quelli di Giacomo, salutarti, riprendere con Lorenzo la via del bosco mentre tu e Giacomo tornavate a castello...

Eravamo entrambi immersi in pensieri dolorosi, perciò non parlammo per tutto il percorso. Io mi chiedevo quanto tempo ti avrei dovuto aspettare: si era detto un mese... quanto ci avrebbe messo a passare? Ma certo, per Lorenzo era molto più dura. La scena del loro addio era stata straziante, proprio per la dignità e la semplicità con cui era avvenuta. Se io stavo tanto male per la separazione di un mese o poco più, come dovevano sentirsi Giacomo e Lorenzo? Tu potevi, passato quel periodo per aiutare Giacomo, licenziarti e venire da me: non c'erano difficoltà. Non era certo altrettanto facile per Lorenzo rivedere il suo Giacomo. Poteva anche rivelarsi quasi impossibile. Anche se Giacomo fosse tornato spesso al castello, potevano forse concedersi fugaci incontri al capanno, ma intervallati certo da lunghe separazioni...

Mi resi conto che avevo chiesto molto a Giacomo, per la mia felicità. E che ero stato fortunato che Lorenzo avesse accettato.


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