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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CHIPI - 2574 d.C. di Andrej Koymasky © 2008
scritto il 20 dicembre 1994
CAPITOLO 1
CHIPI CADE NELLE MANI DI ASKA

Aska sentì un rumore lieve. Sollevò l'arma e scrutò intorno con tutti i sensi all'erta. Il rumore veniva da dietro la pila di casse, era come uno scricchiolio impercettibile, lento. Aska per un attimo pensò di essersi sbagliato: non poteva esserci nessuno là, l'unica entrata al deposito la sorvegliava lui dall'interno e Fero dall'esterno. A meno che fossero topi... e da quella parte c'erano giusto le provviste. Doveva andare a vedere. I topi erano nemici peggiori che non i guerrieri delle altre bande.

Senza far rumore, lentamente, guidato dal rumore che si ripeteva di tanto in tanto, girò fra le casse che formavano come un labirinto e vi si inoltrò. Il rumore ora era più percettibile. Era come un lieve sfregamento. I topi non fanno un rumore come questo, pensò Aska sul chi vive. Strinse con più forza l'arma, preparandosi ad usarla. D'altronde, si chiedeva, chi avrebbe potuto introdursi là dentro? La stanza era tutta in solido cemento, antica ma robusta, e non aveva finestre, solo il tubo per l'aerazione e di lì... beh, di lì, una persona molto snella ci si sarebbe potuta infilare, ammesso che fosse riuscita a superare le sentinelle del piano terra. Cosa per altro del tutto improbabile.

Girò per un altro stretto corridoio di casse e lo vide: era un ragazzetto smunto, accovacciato davanti ad una cassa di cibo da cui aveva già quasi divelto una delle assicelle che forzava con le mani. Il ragazzo non s'era accorto di Aska. Questi, divertito, quasi come il gatto col topo, lo osservò pronto a saltargli addosso appena avesse preso il cibo ed avesse cercato di scappare col bottino.

L'assicella cedette ancora un po' con un crepitio basso. Il ragazzo infilò una mano nell'apertura e ne estrasse un pacchetto di gallette. Ma, invece di estrarne altri come pensava Aska, lo aprì con mani febbrili e se ne cacciò in bocca una. Emise un basso mugolio soddisfatto, masticandola a bocca chiusa.

Stava per cacciarsene in bocca un'altra, quando Aska, con voce dura, ironica, disse: "Son buone?"

Il ragazzo si girò di scatto, un'espressione impaurita negli occhi, lasciando cadere il pacchetto. Aska alzò l'arma lentamente, pronto a calarla sul ladruncolo. Il terrore che lesse negli occhi del ragazzo lo fece esitare.

"Allora, lo sai che rubare ai Raptors vuol dire morire?" chiese Aska avvicinandosi di un passo al ragazzo.

Questi si rannicchiò contro le casse. "Ho fame." disse a bassa voce.

"Hai fame." ripeté Aska squadrandolo.

Il volto del ragazzo, pur emaciato, impaurito, era bello. Gli abiti che sembravano stare assieme per miracolo, rivelavano un corpo ben fatto.

"Alzati!" disse secco Aska.

Il ragazzo si alzò in piedi tremante.

"Anche io ho fame." gli disse lentamente e a bassa voce Aska squadrandolo da capo a piedi. "Spogliati." aggiunse dopo un po' iniziando a slacciarsi i calzoni con la mano libera.

"Ma sono un ragazzo, io." protestò esitante il ragazzo quando capì di che fame parlava l'altro.

"E a me piacciono i ragazzi." disse con un sorriso divertito Aska, poi aggiunse con un tono secco: "Spogliati, svelto." e snudò il membro già parzialmente eretto.

Il ragazzo guardò fra le gambe del giovanotto, come affascinato, ed iniziò a togliersi di dosso i pochi stracci che lo coprivano.

"Bene, bravo. Visto che hai tanta fame, comincia a succhiarmelo un po', che poi ti fotto..."

"Io... non l'ho mai fatto..." mormorò il ragazzo, ma si inginocchiò davanti al giovanotto e gli prese fra le mani l'asta palpitante.

"Ti insegno io, non ti preoccupare..." disse Aska agganciandosi l'arma sulla schiena e carezzando con le due mani i capelli scarmigliati del ragazzo. "Come ti chiami?"

"Chipi..."

"Bene, Chipi, comincia a leccarmelo, e pensa che non hai mai assaggiato niente di più gustoso."

Il ragazzo, timidamente, iniziò.

Chipi provò piacere nel sentire fra le mani quel palo di carne soda e fremente, più ancora quando iniziò a leccarlo e subito sentì che anche fra le sue gambe il membro gli si stava inturgidendo.

"Sì, bravo, così: vedi che non è difficile. Adesso prendilo in bocca, succhialo... oooh, così, sì, bravo." disse Aska soddisfatto.

Chipi succhiava di buona lena e frattanto palpava il pesante sacco dei testicoli del giovanotto. Aska carezzandogli la testa iniziò a muovere lentamente il bacino avanti e dietro.

"Così, Chipi, così... impari in fretta... bravo..." mormorava Aska. Poi lo fece alzare in piedi. Notò il membro eretto del ragazzo e sorrise: "Ti piace, allora?"

"Sì..." disse il ragazzo arrossendo.

"Meglio così. Sei un po' troppo magro, ma hai un bel culetto... girati e appoggiati alle casse, che ora ti prendo..." gli disse.

Il ragazzo si girò senza fiatare. Aska gli fece allargare un po' le gambe, gli fece protendere il sedere indietro e, insalivandosi le dita, iniziò a lubrificare abbondantemente il foro del ragazzo.

"Non voglio farti male, voglio solo godere. Ma se non l'hai mai preso ti farà male. Cerca di non gridare o viene anche Fero e lui ci andrebbe meno delicato di me. E ce l'ha anche parecchio più grosso del mio. Allargati bene le chiappe con le mani e cerca di rilassarti. Hai capito?"

"Sì." mormorò il ragazzo obbedendo.

Aska si insalivò anche il membro, lo puntò deciso sul foro del ragazzo, lo cinse per la vita ed iniziò a spingere.

"Rilassati, Chipi, rilassati..." ansimò il giovanotto aumentando gradualmente la pressione.

"Ci provo." mormorò il ragazzo.

Aska spinse con più vigore e sentì lo sfintere cedere a poco a poco. "Oh, che bello... è la prima volta che svergino qualcuno. Come sei stretto! Ti fa male?"

"Spingi." disse con voce bassa il ragazzo ed iniziò a masturbarsi velocemente.

"Ti faccio male?" chiese ancora Aska spingendo con forza.

"Sì, ma mi piace... spingi." rispose il ragazzo.

Aska gli allontanò la mano dal membro e prese a masturbare il ragazzo, spingendoglisi sempre più dentro. Lo sentiva fremere, tremare, mugolare e gemere piano, e capiva che il ragazzo provava dolore e piacere al tempo stesso. Quando finalmente gli fu dentro fino alla radice del solido palo, carezzandogli il magro petto e il ventre e continuando a masturbarlo, iniziò a pompargli dentro: gli piaceva da matti fottersi quel ragazzo, pensò confusamente. Era caldo, stretto.

Per Chipi era il primo rapporto sessuale, anche se aveva sedici anni. Gli faceva male, ma gli piaceva moltissimo. Sentiva la virilità prorompente del guerriero, la sua forza, il piacere che traeva nel prenderlo. Anch'io ho fame... a me piacciono i ragazzi, aveva detto... e ora stava placando la sua fame in lui. Gli si spinse contro il pube muovendo appena le anche e capì che così aumentava il piacere del guerriero. Se l'avesse soddisfatto, magari quello poi lo lasciava mangiare. Era sicuro che non l'avrebbe ucciso, altrimenti non si sarebbe preoccupato di fargli male. E non lo starebbe masturbando per dare piacere anche a lui, pensò il ragazzo.

Di colpo Aska si irrigidì, spinse con forza, fremette ed iniziò a svuotarsi nelle profondità del ragazzo. Anche Chipi venne nella forte mano del guerriero. Questi si sfilò lentamente dal ragazzo che sentì una fitta, poi come un senso di vuoto.

"Aaaah, mi sei piaciuto, Chipi. Finisci a mangiare quel pacchetto di gallette, ora." gli disse rimettendosi il membro nei calzoni e riallacciandoli con espressione soddisfatta.

Chipi si accoccolò e prese a mangiare voracemente.

Aska gli carezzò i capelli: "Piano, piano, se non ti strozzi. Che fretta hai, ormai?"

"Ho fame." ripeté il ragazzo a bocca piena.

Aska gli si accoccolò accanto e lo osservò mangiare, sorridendo divertito. Frattanto gli carezzava la schiena, il corpo.

"Un po' più grasso, saresti un gran bel ragazzo. Proprio un gran bel ragazzo." disse Aska pensieroso mentre Chipi faceva sparire in bocca l'ultima galletta.

Il ragazzo guardò il guerriero: "E adesso che ne fai, di me?" chiese con un filo di speranza nella voce.

"Già, che ne faccio di te? Ho tre scelte: ammazzarti qui, consegnarti al capo perché decida, o prenderti come mio schiavo." disse pensieroso Aska.

"Prendimi come tuo schiavo, ti prego."

"Almeno avrai di sicuro da mangiare?" chiese ridendo il guerriero.

"Tu plachi la tua fame e io la mia: mi sembra una buona combinazione." disse con aria furbetta il ragazzo.

"Non ti fa male?" gli chiese Aska divertito, carezzandogli lo scarno sedere.

"Sì, ma lo stomaco vuoto fa ancora più male..." rispose serio il ragazzo, poi aggiunse arrossendo: "... e piacere non ne dà."

"Dunque, ti è piaciuto farti fottere da me?"

"Sì."

"Bene, rivestiti. Ti prendo come mio schiavo."

"Davvero? Grazie, padrone."

"Mi chiamo Aska. Da dove vieni, tu?"

"Dalla valle del Maratta."

"Gran brutto posto."

"No, ma non c'è più cibo. Anche i topi sono quasi scomparsi, chi ne prende uno per mangiarselo, deve fare attenzione che gli altri non lo vedano o gli saltano addosso per portarglielo via. Ma la valle è bella."

"Bella?"

"Ci sono diecimila nascondigli e le piante che danno legname per scaldarsi d'inverno."

"Ah, capisco. Hai famiglia?"

"Famiglia? No, non so. Da sei anni sono solo. Credo che mio padre sia morto e mia madre deve essere andata con un forestiero."

Aska lo guardò a lungo in silenzio, poi gli chiese: "Come hai fatto ad entrare qui dentro?"

"Ecco, io..." esitò il ragazzo.

"Tanto, ormai..." gli disse Aska con uno sguardo incoraggiante.

"Da quel buco." indicò il ragazzo.

"La condotta dell'aria, sì, me lo immaginavo, ma sopra è sorvegliata."

"Non da sopra. Ho scoperto che è collegata ai tubi sotterranei di scolo delle acque."

"Le fogne?"

"Forse. Quei grandi tubi che poi vanno al fiume."

"Ah, così... E tu, come hai scoperto il passaggio?"

"Da parecchio esploro con i miei compagni i grandi tubi perché a volte là c'è ancora qualche grosso topo. Poi ho visto il foro quadrato e mi sono chiesto dove portava. E sono arrivato qui."

"E come hai capito che in quelle casse c'è da mangiare?"

"L'odore... e poi questa era di legno più leggero delle altre, più facile da rompere, da aprire. Credevo che non mi avresti sentito, di poter tornare. Ma ora, se mi prendi come tuo schiavo, non avrò più problemi, no?"

Aska gli scompigliò i capelli: "Avrai bisogno di abiti nuovi, mi sa. E di un buon bagno, sei sporco come un topo. Vieni con me. E dovremo far bloccare il foro, non vorrei che qualcun altro trovasse quella strada. Rivestiti."

Il ragazzetto si rimise in qualche modo addosso i suoi poveri stracci. Il guerriero lo prese per la collottola e lo portò davanti alla porta del magazzino.

"Fero, trovami un cambio, devo parlare con Balko!" gridò attraverso la porta.

"Non puoi aspettare il cambio?" gridò una voce dall'altra parte.

"No, è urgente."

"Sai che Balko non ama che si cambino i turni."

"Sarà solo contento, Balko. Svelto!"

"Come vuoi tu, Aska."

Dopo alcuni minuti la porta fu sbloccata dall'esterno ed anche Aska fece scorrere il chiavistello interno. Quando la porta si aprì, c'erano Fero e Tres che, vedendo il ragazzo spalancarono gli occhi:

"E quello, da dove arriva?" chiese Fero.

"Di questo devo parlare a Balko. Tu, Tres, non perdere d'occhio il foro dell'aria, è entrato di là." disse Aska e, sempre tenendo Chipi per la collottola, lo guidò su per una scala di cemento, per tre piani, finché emersero in uno spiazzo all'aperto.

Altri guerrieri, che stavano nel piazzale, chi ripulendo le proprie armi, chi chiacchierando o facendo altre cose, guardarono con un certo stupore la coppia. Aska si avviò verso una costruzione su un lato.

Al guerriero di guardia chiese: "Balko è dentro?"

"Sì, ma ti conviene aspettare, è occupato. C'è anche Weno."

"L'ha ripreso con sé?" chiese Aska con un sorriso malizioso.

"Balko è Balko..." commentò l'altro facendo spallucce.

"Ma... e Gokko?"

"Gokko? Solo un capriccio, sai, l'ultimo arrivato pare sempre il migliore. Ma, piuttosto chi è questo ragazzetto? Da dove spunta fuori?"

"Il mio schiavo."

"E da quando?"

"Da adesso."

"Hai fatto una razzia fuori? Non ho sentito niente."

"No, è un regalo delle fogne."

"Si vede."

"Beh, vado a farlo ripulire, poi torno." disse Aska guidando il ragazzo verso un'altra costruzione.

Lo portò in una stanza che aveva una grande vasca in centro e rubinetti attorno, lo fece spogliare e gettò gli abiti nella spazzatura, gli porse un pezzo di sapone:

"Lavati a fondo a uno di quei rubinetti, poi sciacquati ed immergiti nella vasca." gli disse.

Nella vasca fumante c'erano tre guerrieri che parlavano fra loro.

"Acqua calda?" chiese stupito il ragazzo.

I guerrieri si girarono a guardare incuriositi il ragazzo ma non dissero nulla. Chipi aprì un filo d'acqua ed iniziò ad insaponarsi ed a sfregarsi vigorosamente.

"Anche i capelli." ordinò Aska che lo guardava stando sulla porta.

Il ragazzo obbedì. Si lavò accuratamente, sciacquandosi poi insaponandosi di nuovo. La pelle divenne chiara chiara, sembrava un altro. Quindi, sciacquatosi ben bene, andò nella vasca e vi si immerse, con un'espressione soddisfatta.

Aska, dopo alcuni minuti lo fece uscire. Gli porse un telo e il ragazzo si asciugò corpo e capelli sfregandosi a lungo: la sua pelle ora era lievemente arrossata. Tutto nudo, lo guidò in un'altra parte della costruzione. Lo spinse in una stanzetta.

"Ecco, questa è la mia stanza. Adesso ti trovo qualcosa da metterti, aspetta."

Gli porse un paio di calzoni corti e una maglia. Il ragazzo li indossò: gli stavano larghi, pareva ancora più minuto di quello che realmente fosse.

Poi Aska prese un collare di cuoio e glielo mise al collo: "Ecco, così tutti sanno che sei il mio schiavo." disse al ragazzo.

"Il collare?" chiese il ragazzo tranquillo.

"E il colore: il verde, l'azzurro e il giallo sono i miei colori. Andiamo, forse Balko è libero, ora."

Balko li ricevette. Aska gli spiegò come avesse trovato il ragazzo e di dove fosse entrato.

Balko annuì: "Bene, faremo chiudere il condotto con sbarre di ferro. Ma il ragazzo non può essere tuo schiavo, è di tutti. Non l'hai preso in battaglia."

"Potevo ucciderlo, essendosi introdotto qui."

"Certo, potevi."

"Lui si è arreso a me, perciò è mio." disse Aska deciso.

"Arreso?" chiese Balko inarcando le sopracciglia. "Vuoi dire che avete combattuto?"

"Certo, anche se non è stato difficile vincere la sua resistenza." disse Aska.

"In questo caso... d'accordo, puoi tenerlo come schiavo. Fallo registrare da Kerse come proprietà tua." disse e con un gesto della mano li congedò.

Quando furono all'aperto, Chipi gli chiese: "Perché hai mentito?"

"Preferivi essere di tutti?"

"No, certo."

"E allora..."

"Ma non ti ha creduto."

"Certo che no, ma se metteva in dubbio la mia parola, avrebbe dovuto sfidarmi a duello."

"Non è più forte di te?"

"Certo, anche per questo è il capo. Ma sono un buon guerriero, non ha senso uccidermi, e io lo sapevo."

Chipi fu registrato come proprietà di Aska. Questi gli spiegò i suoi compiti: tenergli pulita la stanza e in ordine, pulirgli e riparargli gli abiti, servirgli da mangiare e da bere e lavare le sue stoviglie, lavarlo quando faceva il bagno, dormire nel suo letto e darglisi ogni volta che lui glielo chiedesse. A Chipi quest'ultima incombenza era quella che piaceva di più. Anche le altre incombenze le faceva svelto e bene, ma era a letto che dava il meglio di se stesso al "suo" guerriero.

Finalmente mangiava bene ed il corpo gli si stava riempiendo e rassodando. Aska sembrava sempre più contento di Chipi. Quando la sera si mettevano a letto, bastava che il guerriero carezzasse il ragazzo che questi, prontamente, si infilava sotto la coperta ed iniziava a leccare e baciare il forte corpo del giovanotto. Aveva imparato a poco a poco dove Aska era più sensibile e lo portava ad una eccitazione fortissima, succhiandogli devotamente e golosamente il forte e bel membro finché il guerriero lo faceva mettere sotto di sé, sulla schiena. Allora Chipi gli si offriva. Il dolore era svanito abbastanza velocemente e il piacere aumentato di pari passo. Aska lo carezzava e lo baciava con trasporto, e lo penetrava con virile passione.

Chipi era fiero di appartenere ad Aska. Il giovanotto lo trattava meglio di quanto gli altri guerrieri trattassero i loro schiavi. I Raptor, a differenza di altri gruppi di guerrieri, non avevano donne fra di loro, per questo prendevano schiavi. Gli schiavi, quando avevano sui ventiquattro anni, se erano adatti e se lo chiedevano diventavano guerrieri, oppure erano lasciati liberi. Il che spesso equivaleva a una condanna, perché la vita fuori era, come sapeva lo stesso Chipi, estremamente dura.

I guerrieri erano ricchi, stavano bene, grazie alle razzie periodiche o alle guerre contro le altre bande. La guerra alle altre bande aveva cause diverse: o razziare la base nemica se si spargeva la voce che erano ricche, o impadronirsi del loro posto se era più facilmente difendibile, o anche per problemi di confini del territorio da razziare.

Chipi aveva sentito parlare, nelle sere attorno al fuoco, di una mitica banda di guerrieri che viveva molto lontano di lì, nella zona in riva al mare che si chiamava Niokko. Chipi non aveva mai visto il mare. Neanche un lago, a dire il vero. Solo il fiume che divideva la zona della valle Maratta e il campo dei Raptor dalla zona di influenza dei Franme, la più vicina banda di guerrieri. I Raptor avevano vinto altre bande di quella parte del fiume, i Goriah, i Bronsy e i Dukas. Così ora dominava su tutta la vasta distesa di rovine di quella parte del fiume. Queste e altre cose Chipi aveva imparato dalle ballate, dai racconti, dalle storie che si narravano la sera attorno al fuoco. Specialmente il vecchio Herte ne sapeva molte. Lui ricordava anche di aver conosciuto un guerriero il cui nonno aveva combattuto l'ultima guerra planetaria, quella che, dopo l'olocausto di raggi di dieci generazioni prima, aveva dato il colpo di grazia all'antica civiltà. Chipi ascoltava affascinato, seduto accanto al suo Aska, pronto ai suoi ordini.

Chipi era al campo da più di un anno, ed era felice. Adorava Aska. Quando questi usciva con gli altri per una razzia, gli piaceva quando gli diceva: "Forse trovo uno meglio di te." perché ormai sapeva che tornava sempre col bottino di cose e gli diceva: "Macché, resti il migliore, niente di abbastanza bello, non posso ancora sostituirti." Chipi sapeva che era come un gioco. Aspettava il suo ritorno un po' in pensiero, a volte tornava ferito e lui doveva curarlo. La gente di fuori cercava di difendere con tutti i mezzi il cibo o gli oggetti che aveva scavato dalle rovine. Ma i guerrieri erano più forti, meglio nutriti, meglio armati e, soprattutto, organizzati. Così la gente di fuori soccombeva. I guerrieri, quando potevano non uccidevano la gente di fuori, perché era proprio grazie a loro che potevano di tanto in tanto uscire a razziare. E non facevano mai due razzie nello stesso posto, per dar tempo e modo alla gente di quel posto di ricominciare ad accumulare cibo ed oggetti.

Era una specie di equilibrio raggiunto fra i gruppi. E qualche gruppo, pur di essere lasciato in pace, iniziava a portare periodicamente cibo ed oggetti al campo: "Siamo quelli del cumulo della Dowee. Questo è un dono per voi. Non abbiamo molto, ma..."

"Bene, lasciate tutto lì. Per un po' non verremo a farvi visita." era la risposta magnanima di Balko.

Così i Raptor diventavano sempre più ricchi. Avevano begli abiti, vasellame, cibo abbondante, e materiale per costruirsi armi micidiali e belle. Il loro unico lavoro consisteva nelle razzie, nel costruire e mantenere le armi, nel fare esercizio fisico. Gli schiavi facevano i lavori minuti o meno piacevoli.

I guerrieri erano 279, i loro schiavi solo 62, di cui 45 schiavi personali come Chipi. Parecchi guerrieri avevano sesso fra di loro o con i 17 schiavi comuni. Non volevano donne fra di loro, perché non volevano bambini che li avrebbero solo impacciati. E le donne, diceva Herte, erano state la causa di tutte le guerre del passato, perché, secondo il vecchio guerriero, sono gli esseri più avidi della terra. Se un guerriero avesse una donna, anche una schiava, aggiungeva Herte, diventerebbe lui lo schiavo della donna. Perciò secondo la legge dei Raptor, nessuna donna doveva neppure mettere piede nel campo dei Raptor. D'altronde, non ne avevano bisogno: si bastavano l'un l'altro e bastavano gli schiavi.

Chipi cresceva florido e forte e Aska si affezionava sempre più al suo schiavo e questi al suo guerriero. Ormai i due si capivano anche senza parlare. Aska era deciso a fare di Chipi un guerriero e perciò lo faceva allenare con sé nei momenti di esercizio fisico. Chipi faceva tutti gli esercizi che gli chiedeva Aska con impegno e quando, dopo, andavano a fare il bagno, ne lavava il bel corpo con gioiosa anticipazione, perché sapeva che, risvegliandone il desiderio in quel modo, Aska l'avrebbe poi portato nel suo letto per farci l'amore a lungo e con trasporto. Dopo, a Chipi piaceva addormentarsi fra le braccia del suo guerriero appagato e soddisfatto.

"Quando farai di me un guerriero, ti prenderai un altro schiavo?" gli chiese una notte Chipi.

"Che cosa ti fa pensare questo?" gli chiese Aska carezzandolo.

"Non lo so, pensavo..."

"E se io mi prendessi davvero un altro schiavo?"

"Allora preferirei non diventare un guerriero."

"Ma così dovresti per forza lasciare il campo."

"Non sopporterei di saperti qui con un altro."

"Geloso?" gli chiese Aska scompigliandogli i capelli.

"Sì. So che non ne ho il diritto, ma..."

"Chipi, mio Chipi, nessuno verrà mai qui nel mio letto se non tu, te lo prometto." gli rispose il guerriero tirandolo a sé e baciandolo.

Chipi era felice. Portava con fierezza il collare con i tre colori del suo Aska. Non gli interessava essere schiavo o guerriero, purché potesse restare con lui. A volte ripensava alla sua vita prima di essere sorpreso da Aska e gli sembrava un incubo lontano. Con Aska aveva trovato la felicità.

Ma una notte, furono svegliati da grida, urla, rumori. E suonò l'allarme, che da anni non si sentiva: il campo era attaccato. Aska si rivestì aiutato da Chipi e si armò: era un attacco a sorpresa dei Franme che, in qualche modo, erano riusciti ad attraversare il fiume in massa.

"Tu aspettami qui." gli disse.

"Voglio venire a combattere con te." lo implorò il ragazzo.

"Non è possibile, sei ancora uno schiavo."

"Non voglio starti lontano, qui morirei di paura per te."

"Ti ordino di restare qui. Devo difendere il campo, non potrei prendermi cura di te. Qui ti so al sicuro. Stai tranquillo, li ributteremo nel fiume." disse Aska uscendo dalla stanza.

Chipi udiva le urla, il rumore delle armi, e dalla stretta finestra vedeva fiaccole e luci correre nel piazzale ed intravedeva i guerrieri andare ai loro posti per impedire al nemico l'accesso al campo. La battaglia durò tutta la notte e sembrò cessare solo il mattino al sorgere del sole. Una strana calma era scesa sul campo. Chipi non aveva chiuso occhio. Avrebbe voluto uscire per cercare Aska, ma non voleva disubbidire all'ordine che aveva ricevuto. A metà mattina sentì rumori in corridoio e riconobbe subito il passo di Aska. Andò trepido alla porta: Aska gli sorrise e, entrando nella stanza, si gettò sul letto di schianto.

"Stai bene?"

"Intero. Sono tanti. Ma abbiamo buone difese, siamo in vantaggio noi."

"Sono ancora là fuori?"

"Sì, da ogni parte. Ma noi qui abbiamo cibo e armi, loro no. Anche se sono tanti, siamo in vantaggio noi." disse Aska sicuro.

Balko li radunò: "Attaccheranno di nuovo di notte. Si stanno attestando. Noi abbiamo solo tre morti e dodici feriti. Loro ne hanno molti di più. Ma sono anche molti di più..." disse ed organizzò le difese, specialmente nei punti più deboli della cinta del campo.

Quando Aska tornò nella sua camera, Chipi gli aveva preparato del cibo. Mangiarono assieme.

"Perché di giorno non combattono?" chiese Chipi.

"Perché di giorno vedremmo da dove arrivano, quanti sono, ci potremmo difendere meglio. Il buio è loro alleato, non nostro." disse Aska. Poi aggiunse: "È meglio se dormo, ora."

Appena scesero le tenebre, l'attacco ricominciò. Di nuovo Chipi non dormì tutta la notte, inquieto per il suo Aska. Ma anche la mattina seguente Aska tornò sano e salvo. Chipi però notò che il suo guerriero aveva l'aria preoccupata.

"Che cosa succede, là fuori?" gli chiese.

"Sono forti. E sono organizzati. Ho l'impressione che abbiano un piano. Stanno studiando le nostre difese. Il peggio deve ancora venire."

"Aska, chiedi a Balko che armi anche noi schiavi: non sono solo io che voglio combattere con voi... quasi tutti..."

"A che serve?"

"Beh, ad aumentare le nostre forze del venti per cento, non è poco. Le armi non mancano. Ti prego..."

Balko accettò, così Chipi ed altri cinquantasei schiavi furono armati. Chipi affiancò Aska nella sua prima battaglia. Aska era fiero di lui. I Franme attaccavano a gruppi ora in un punto ora in un altro ma sembrava non volessero veramente entrare. Sferravano un attacco e, dopo un breve combattimento, si ritiravano rapidamente nelle tenebre. Le perdite erano limitate da entrambe le parti, ma un po' maggiori fra i Franme.

La nona notte di battaglia, Chipi e Aska capirono subito che qualcosa era diverso. Erano all'attacco finale, alla prova ultima. I Franme s'avvicinavano contemporaneamente da tutte le parti, lentamente con fiaccole in mano. Si fermarono e iniziarono a lanciare con delle specie di balestre una serie di bottiglie incendiarie. I Raptor non avevano mai visto niente del genere. Si affrettarono a cercare di spegnere le fiamme ma le bottiglie continuavano a piovere implacabili a centinaia. E quando la cinta fu un muro di fiamme, e tutti i Raptor erano impegnati a spegnere le fiamme senza perdere di vista gli assedianti, dal centro del piazzale, senza che nessuno li notasse, iniziarono a fluire silenziosamente altri Franme: avevano scoperto il pozzo d'aerazione dei magazzini sotterranei e vi erano penetrati attraverso le fogne.

Quando uno dei Raptor dette l'allarme, era troppo tardi. La battaglia infuriò all'interno del campo e dall'esterno le orde di Franme iniziarono a penetrare. Chipi e Aska lottavano come forsennati, fianco a fianco. Finché Chipi sentì Aska gridare. Si girò ed uccise un Franme, ma troppo tardi: questi aveva già trafitto il suo Aska.

Chipi si gettò sul suo guerriero: "Aska... Aska..." gridò, ma questi non poteva più sentirlo. Chipi urlò, urlò, e perse i sensi.

Il suo corpo inerte, completamente coperto del sangue del Franme che aveva ucciso e di Aska, fu preso per morto dai Franme vincitori, che, uccisi gli ultimi Raptor, si diedero a saccheggiare i magazzini. Quando Chipi riprese i sensi, il sole brillava sul campo devastato e non c'era più traccia dei Franme. Chipi si guardò attorno: i cadaveri dei Raptor erano dovunque, i Franme avevano portato via i loro morti. Chipi si chiese quanto tempo fosse rimasto privo di sensi. Si chinò sul cadavere di Aska. Lo carezzò, prese l'arma del suo guerriero di cui questi era stato tanto fiero, ed uscì barcollando dal campo.

Camminò per tutta la giornata. Chi lo incontrava, vedendo quel corpo coperto di sangue, più simile ad un fantasma che ad un essere umano, la potente arma brillare sinistramente, si allontanava silenziosamente e rapidamente. Chipi voleva solo allontanarsi il più possibile dal luogo della strage.

Arrivò ad un ruscello. Si lasciò andare nell'acqua fino a lavarsi completamente di dosso il sangue rappreso. Aveva fame. Riprese a camminare anche se il sole era tramontato. I cumuli di costruzioni in rovina lasciavano il posto alla campagna incolta. La notte era chiara e Chipi continuò a camminare radunando le sue ultime forze. Arrivò stremato ad una piccola costruzione e crollò davanti alla porta senza aver la forza di bussare, di chiamare.



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