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una storia originale di Andrej Koymasky


pin CHIPI - 2574 d.C. CAPITOLO 5
CHIPI INCONTRA KLARE
CHE GLI DÀ LA PROVA D'AMMISSIONE

Mangiò il nuovo pasto. Quindi, riportato il tavolo sotto il foro d'aerazione e messaci sopra la sedia, tornò al letto, lo fece in modo perfetto poi, dal fondo, si infilò nel sacco del materasso strisciandoci dentro lentamente con piccole contorsioni del corpo, finché il suo corpo si inserì perfettamente nel vuoto che vi aveva creato.

Quando fu ben sistemato, gridò con tutte le forze: "Addio, guerrieri, me ne vado!" e, immobile, attese.

Sentì la porta aprirsi ed un'esclamazione soffocata: "Ehi, non c'è più!"

"Non dire cazzate..."

"Non c'è più, ti dico!"

"Cazzo, come... è scappato di là!"

"Non è possibile, c'entra appena la testa in quel foro, non è possibile!"

"Non c'è, non c'è! Dobbiamo dare l'allarme!"

"Chi lo sente, ora, Volle! Ma come ha fatto?"

"Non lo so, non capisco: è un demonio, quello! Chiudiamo la porta a chiave ed andiamo a chiamare il capostazione!"

Uscirono. Chipi attese divertito: stava funzionando. Per un attimo pensò di uscire di nuovo e farsi trovare nella cella, ma decise di non farlo ancora. Li sentì arrivare. Il capostazione era furioso. Li accusava di aver lasciata aperta la porta, di non aver fatto bene la guardia e i due guerrieri di sentinella si arrabbiarono.

"Bisogna dare l'allarme, farlo cercare!" disse il capostazione. Uscirono di nuovo richiudendo la porta a chiave.

Chipi allora si sfilò pian piano dal materasso. Avevano spento la luce. La riaccese, sistemò il letto in modo che non si vedesse troppo che il materasso era vuoto in centro, sedette al tavolo ed attese. Non udiva alcun rumore. Ma dopo un po' sentì voci concitate nella stanza vicina e riconobbe quella di Volle. Sorridendo, aspettò. La porta si aprì e Volle entrò, fermandosi con aria accigliata:

"Ma che cazzo vi ha preso? È qui!" esclamò irritato.

Dietro di lui comparvero i volti del capostazione e delle due sentinelle che lo guardarono a bocca spalancata. "Ma... non c'era. Non c'era!"

Chipi li guardava come se non capisse. "Che cosa succede?" chiese alzandosi.

"Dove eri andato? Dove ti eri messo?" chiese quasi gridando il capostazione rosso in volto.

"Andato? Dove potevo andare? Sono sempre stato qui, seduto." disse Chipi angelico.

Una sentinella lo prese per il bavero: "Tu non c'eri! Come hai fatto ad uscire e rientrare? La porta era chiusa! Parla!"

"Non essere stupido, lo sai che non potevo uscire. Che scherzo è questo? Volete prendermi per scemo forse?" disse Chipi.

"Non ci sono nascondigli possibili, qui, e di qui non si esce se non per la porta, quindi, deve essere stato qui." disse Volle.

"No, non c'era, l'ho visto anche io, controllore." disse deciso il capostazione.

"Ma è qui." disse Volle irritato. Poi si girò verso Chipi, lo studiò e gli chiese: "Ma... di' un po'... come hai fatto a non farti vedere da loro quando ti hanno cercato? Tu non sei mai uscito di qui, vero? Cosa hai inventato, questa volta?"

"Non c'era, controllore, non c'era." insisté il capostazione.

"Ecco, io ero nel letto." disse Chipi.

"No, il letto era come ora, ci fosse stato lui non potevamo non vederlo! Non era a letto, e neppure sotto il letto!" disse arrabbiata una delle sentinelle.

"No, non ero a letto, ero nel letto." ripeté Chipi.

"Che cavolo dici?" chiese il capostazione.

Volle si avvicinò al letto, tolse la coperta, notò la depressione al centro, la spinse con un dito e scoppiò a ridere.

"OK, OK, era nel letto! Ma e quello che hai tolto di qui?"

"Nel buco dell'aerazione." disse Chipi con l'aria di un monello sorpreso sul fatto.

"E perché l'hai fatto?" chiese allegro Volle.

"Ecco, mi annoiavo e allora..." disse Chipi guardandolo con aria incerta, ma con il riso negli occhi.

"Bene, non avrai più tempo di annoiarti. Ho parlato con Klare."

"Mi riceve?"

"Sì. Pare che quello che gli ho raccontato di te ha solleticato la sua curiosità. E non sa ancora della trovata del materasso. Ti vuole incontrare."

"Subito?"

"No, domani. E ora è meglio che vieni con me, ti terrò d'occhio io, prima che ti venga qualche altra tentazione. Andiamo."

Chipi lo seguì e Volle lo portò nella propria stanza.

"Sei davvero terribile, Chipi. Hai battuto il capo Duna, che non è l'ultimo arrivato, sei riuscito a trovarmi e a farmi venire da te con quello scherzo dei topi, sei uscito di qui e sei passato da Santo a Pwertan in meno di una settimana, hai convinto i Pwertan a mostrarti l'entrata e hai fatto impazzire quelli che ti dovevano tenere d'occhio... Ma chi sei, tu, in realtà?"

Chipi lo guardò un po' sorpreso per quella domanda, poi rispose: "Chipi, son solo Chipi. Un ragazzo che per gran parte della propria vita ha patito la fame ed imparato a sopravvivere."

"Ma che nonostante tutto non ha perso il buon umore. E ti pare poco? Mi sbaglierò, ma tu diventerai qualcuno."

"Io sono già qualcuno, sono Chipi!" ripeté il ragazzo come se questo spiegasse tutto.

"Ma che cosa vuoi, tu, dalla vita?" gli chiese Volle.

"Io? dalla vita? Che sia decente, che mi lasci vivere."

"Ma cosa vorresti diventare?"

"Un uomo in gamba, come era il mio Aska."

"E che cosa è un uomo in gamba?"

"Uno che si conosce, che sa guardare avanti. Che sa qual è il suo posto nel mondo."

"E qual è il tuo posto nel mondo?"

"È quello che sto cercando di capire. Sono ancora giovane. Forse lo capirò a poco a poco, almeno spero."

"Come si fa a conoscersi?"

"Bisogna mettersi alla prova, essere onesti con sé stessi, riconoscere i propri limiti ma cercare di superarli, almeno penso."

Volle provava evidente piacere nel parlare con Chipi, nel porgli domande. Mangiarono assieme, continuando la loro conversazione.

Chipi, ad un certo punto, chiese: "Tu, come sei diventato un Bakji? e poi un controllore dei Bakji?"

"È una lunga storia. Sono nato trentanove anni fa. Mio padre era uno di migliori scavatori di rovine, aveva un sesto senso per scovare punti interessanti, materiale da scambiare, cibo, cose utili. A volte venivano alcuni uomini dei Saggi e davano in cambio delle cose che trovava mio padre cibo, oggetti per la luce, per il calore. Anche perché mia madre aveva un altro talento: sapeva mercanteggiare. Ma un giorno quel poco benessere che i miei ci avevano procurato, attirò l'attenzione di una banda. Una banda che allora era insignificante per numero, ma già forte. I Polychia. E i Polychia vennero a cercare mio padre e gli imposero di dare a loro tutto quello che avevamo. Eravamo quattro fratelli e tre sorelle, il più piccolo ero io, avevo allora quindici anni. Lottammo. I Polychia ci sopraffecero, portarono via tutta la mia famiglia, e non ne seppi mai più niente. Vivi? Morti? Chi sa? Io sfuggii per un pelo alla cattura. Ma giurai di vendicarmi.

"Sapevo che i Bakji sono i peggiori nemici dei Polychia perciò cercai i Bakji e chiesi di diventare uno di loro. Dissero che ero troppo giovane, di aspettare almeno tre anni, ma io avevo fretta. Così, sapendo che i Bakji non hanno compagne ma si amano fra loro, ogni volta che incontravo un Bakji, gli chiedevo: mi vuoi come tuo ragazzo? Sono giovane, ma posso darti più piacere di uno dei vostri ragazzi... Giravo per Niokko, cercando di rimanere pulito, attraente. E ripetevo la mia offerta a tutti i Bakji che incontravo. Di solito la risposta era una risata, a volte anche una pedata, comunque un no. Finché incontrai Tron, un Bakji della stazione di Berly. Gli piacqui. Così mi portò giù, disse che mi prendeva lui a tutela finché avessi compiuto diciotto anni. Divenne il mio amante e maestro. Avevo diciassette anni quando ci fu una battaglia contro i Polychia. Mi feci onore e l'allora boss, che era presente alla battaglia, mi ammise come guerriero.

"Quando, un anno dopo, il nostro capo morì in battaglia, si fecero le gare per scegliere il nuovo capo. Nonostante la mia giovane età, vinsi io tutte le gare: ero il più giovane capo dei Bakji. Alla tua età. Il nostro capostazione non mi piaceva, secondo me era un incapace. Perciò, avevo venti anni, lo sfidai ma persi. Quindi dovetti cambiare stazione e separarmi da Tron. Mi sottoposi ad un allenamento folle. Rivolevo Tron e l'unico modo per riaverlo era diventare capostazione di Berly. A ventuno anni sfidai di nuovo il mio vecchio capostazione. Lui volle un duello in superficie, all'ultimo sangue, senza esclusione di colpi. Questa volta vinsi. Gli altri capi di Berly mi accettarono come capostazione. Riebbi Tron. Poi, avevo ventinove anni, conobbi Klare, che aveva diciotto anni e che voleva entrare nei Bakji. Appoggiai la sua richiesta. Entrò. Klare fece una carriera fulminante e a soli venticinque anni divenne boss di tutti i Bakji. Appena si liberò un posto da controllore, mi volle al suo fianco come controllore. Ecco, in breve, la mia storia."

"E Klare, come ha fatto in otto anni, da semplice guerriero a diventare boss?" chiese allora Chipi, affascinato.

"Klare è un uomo di una forza e di una intelligenza non comuni. E ha una capacità innata di giudicare gli uomini. E anche di farsi apprezzare. Queste doti, unite, gli hanno permesso di salire tutti i gradini della nostra scala gerarchica in pochissimo tempo. Credo che sia il boss più amato che abbiamo mai avuto, anche a detta dei vecchi."

"Lo ammiri molto."

"Ammirarlo? È dire poco. E non solo io, come ti ho detto."

Chipi non vedeva l'ora di incontrare Klare. D'altronde, se la sua fama era giunta fino a Maratta, doveva essere per forza un uomo eccezionale. Il capo della più famosa e numerosa banda di guerrieri, il capo di più di diecimila uomini. Una leggenda vivente a soli ventotto anni.

"I Bakji, sono tutti amanti, a due a due?" chiese Chipi.

"No, ci sono anche i singoli. Ma si vive sempre due a due, comunque: se non con l'amante, col proprio migliore amico. E si combatte a due a due."

"E gli amanti sono sempre dello stesso gruppo?"

"Certo."

"Ma se due di due diverse stazioni volessero mettersi assieme?"

"Basta che lo chiedano al loro capo comune e di solito uno dei due viene trasferito nel luogo dell'altro."

"E capita che due amanti vogliano separarsi?"

"Molto di rado, ma capita. Lo dicono al loro capo diretto e uno dei due viene trasferito, semplicemente. Le unioni però da noi durano a lungo, di solito. Fino alla morte di uno dei due."

"E tu sei ancora col tuo... come si chiamava?"

"Tron? No, è morto tre anni fa in battaglia. Ora sono con un guerriero di nome Fanih."

"E Klare?"

"Non ha mai avuto un amante."

"Come mai?"

"Non so. Ognuno è libero di fare come vuole, nessuno di noi chiede all'altro come mai, in queste cose."

Quando fu ora di andare a dormire, Volle si fece promettere da Chipi che non avrebbe fatto nessuno scherzo, quindi si ritirò nella sua stanza con Fanih, facendo dormire Chipi nella stanza accanto. Il ragazzo si addormentò tranquillo, aspettando con anticipazione e ansia il giorno dopo e l'incontro con Klare.

Finalmente venne il momento. Volle lo fece scendere fino al piazzale, dove era stata messa una piattaforma sulle sbarre di metallo dalla parte senza le casette. Vi salirono e Chipi per poco non lanciò un urlo di sorpresa e di paura: la piattaforma iniziò a muoversi da sola a velocità crescente. Percorsero gallerie, superarono stazioni a velocità incredibile, e la piccola piattaforma, prima di ogni stazione, emetteva un suono acuto che rimbombava e alla stazione c'erano sempre guerrieri schierati sul piazzale.

Finché la piattaforma rallentò e si fermò ad un piazzale dalle pareti verdi e bianche.

"Eccoci arrivati. Scendi." disse Volle.

"Uuuh! Che corsa! Come faceva a muoversi quel coso?"

"Con un motore elettrostatico."

"Un che?" chiese Chipi.

"Non lo so che sia, so che si chiama così. Ogni controllore e il boss ne ha uno. Sappiamo come funziona, ma non perché. Forse lo sanno i Saggi. Come anche le luci fredde e altre cose che usiamo. Ma vieni, ora, Klare ci aspetta."

Salirono la grande scala fino ad un vasto salone con colonne poi un'altra scala fino a un secondo salone e qui c'erano diverse porte, ognuna con due sentinelle davanti. Tutte col bracciale verde e bianco. Klare si fermò davanti ad una porta e subito la sentinella lo fece entrare senza chiedere nulla. Era una stanza con un tavolo ovale con undici sedie. La superarono ed entrarono per un'altra porta in una stanza arredata con lusso: un guerriero sedeva ad un tavolo e stava facendo segni su un foglio con un bastoncino a punta.

"Ah, controllore Volle, il boss vi aspetta. Entrate pure."

Volle annuì ed aprì un'altra porta: era una stanza piccola, semplice, con un tavolo dietro a cui sedeva un uomo, con tre sedie di fronte.

"Klare, eccoti il ragazzo, Chipi." disse semplicemente Volle.

L'uomo si alzò e Chipi lo guardò restando a bocca aperta: era, se possibile, la bella copia del suo Aska! Era più che bello, era veramente affascinante. Aveva un'espressione seria, ma non severa, occhi penetranti ma luminosi e caldi, labbra morbide e sensuali ma che esprimevano energia. Tutto il suo corpo emanava un senso di virile potenza e di forza, ma anche di agilità, di eleganza quasi felina. Chipi sentì di colpo di esserne follemente innamorato.

"Così, tu saresti il terribile Chipi..." disse Klare con voce calda e bassa.

Chipi fremette come se l'avesse carezzato. "Sì..." riuscì appena a sussurrare.

"Bene, volevi parlarmi personalmente. Lasciaci, Volle. Sentirò che cosa ha da dirmi questo ragazzo."

Volle annuì e si ritirò.

"Siediti." disse Klare sedendo a sua volta.

Chipi lo ringraziò mentalmente: si sentiva le gambe molli per l'emozione, se non gli avesse detto di sedersi, temeva di cadere.

"Allora, che cosa avevi da dirmi di tanto importante e segreto?" chiese con gentilezza l'uomo, studiandolo.

"Io, ecco, io sono Chipi dei Raptor di Maratta. La mia banda è stata annientata dai Franme di Maratta, solo io sono rimasto vivo, probabilmente perché mi credevano morto. Volevo chiederti di diventare un Bakji: sono venuto per questo."

"Tu volevi chiedere di diventare un Bakji e per questo hai voluto vedere me? Bastava che lo chiedessi ad un qualsiasi Bakji. Che bisogno avevi di chiederlo proprio a me?"

"Klare, se l'avessi chiesto ad un Bakji qualsiasi, bastava che lui fosse d'accordo per accettarmi?"

"No, certo. Lui però avrebbe appoggiato la tua domanda e forse saresti stato accettato."

"Ma se la appoggi tu, nessuno dirà di no, no? Io volevo essere sicuro."

"E perché io dovrei appoggiare la tua domanda? Non capisci che io potrei essere infastidito da questa tua pretesa e essere proprio io a dirti di no?"

"Sì, certo che lo capisco. Ma non credo che tu mi dirai di no solo per questo. Vorrai conoscermi."

"E sei sicuro che se ti conosco, dirò di sì?"

"Lo spero, dopo tutto quello che ho fatto."

"Questa è la tua arma, vero?" chiese Klare tirando fuori l'arma di Aska da dietro il tavolo.

"Sì, era l'arma del mio Aska, prima che lo uccidessero. L'aveva fatta lui."

"Era il tuo amante?"

"Sì, ero il suo schiavo."

"Schiavo?"

"I Raptor avevano schiavi, io ero il suo schiavo e il suo amante. E ho combattuto con lui. Vedi questo collare? Vi sono i tre colori del mio Aska, significa che gli appartengo."

"Ma è morto, no?"

"Non cambia nulla. Almeno, finché sono un Raptor, l'ultimo dei Raptor."

"Strano concetto di fedeltà, ma lodevole. Noi non abbiamo schiavi: o guerrieri o nulla. Che effetto fa avere un padrone?"

"Lo stesso che avere un amante: gli si appartiene e la sua vita è più preziosa della mia."

"Già. Ma per due amanti la cosa è reciproca."

"Quando fossi diventato un guerriero anche io, allora la cosa sarebbe diventata reciproca. Sarei stato solo amante, non più schiavo. Anche se, in fondo, è solo questione di parole."

"E se io ti dicessi di no?"

"Ricomincerei da capo. Finché riuscissi a convincerti a dirmi di sì."

"O a ucciderti."

"Certo, o a uccidermi"

"E se ti uccidessi subito?"

"Fallo con l'arma di Aska, in questo caso. Comunque, non potrei ricominciare da capo, è chiaro, ti saresti liberato di me."

"Sei strano, Chipi. Ti chiami Chipi, vero?"

"Sì, esatto."

"Mi piace il tuo nome. Chipi. Anche tu mi piaci nonostante tutto. Sei un ragazzo strano, non ho mai incontrato nessuno come te. Ho sentito delle tue prodezze. Compresa l'ultima, quella del materasso."

"Come è possibile? Non hai parlato con Volle!" chiese stupito Chipi.

Klare sollevò dal tavolo una scatoletta nera: "Con questo: io posso comunicare con tutti i miei controllori in qualsiasi momento, parlando qui dentro."

Chipi lo guardò sbalordito, poi disse: "Qui avete delle cose straordinarie, che non ho mai visto a Maratta."

"Resti della civiltà precedente. Che purtroppo, quando smettono di funzionare, sono persi per sempre. Ma finché durano, sono utili. Ma torniamo a te: che cosa puoi fare per convincermi di accoglierti fra i Bakji?"

"Tutto quello che ho fatto e, se vuoi, altro. Chiedi."

Klare lo guardò a lungo senza parlare. Poi riprese con un lieve sorriso: "A proposito delle cose straordinarie della civiltà passata..."

Chipi, che lo stava guardando pieno di amore, a quel cenno di sorriso si illuminò: "Sì?"

"Tu lo sai chi sono i nostri peggiori nemici?"

"Sì, i Polychia."

"Esatto. Stanno diventando sempre più forti e temibili. Ma, soprattutto, hanno un'arma che mi preoccupa. È un bastone nero con l'impugnatura fatta come anelli che possono ruotare. Questo bastone, se è puntato su qualcuno, a distanza di alcuni passi, può paralizzare, o provocare fitte di dolore o persino uccidere una persona, solo regolando gli anelli. Non so se ha altri poteri. Se tu riuscirai a portarmene uno, io ti prenderò fra i Bakji. Diversamente è meglio che non ti faccia mai più vedere."

Chipi sorrise: "Va bene. Ci proverò. Ma allora, visto che questa prova non è certo delle più facili, ti chiedo una cosa: se ti porterò il bastone nero, tu mi prenderai nel tuo gruppo."

"Nel mio gruppo? E perché?" chiese Klare con uno sguardo intenso.

"Perché io vorrei starti accanto."

"Perché?"

"Perché mi sono innamorato di te." disse Chipi sentendosi un nodo alla gola.

"Innamorato." rispose quasi pensieroso Klare, poi aggiunse: "Vorresti diventare il mio amante?"

"Questo non dipende da me: mi basterebbe starti vicino. Poterti guardare, servire, vivere per te."

"Qui non abbiamo schiavi, noi."

"Lo vorrei essere."

"Anche se io non ti portassi mai nel mio letto?"

"Anche..."

"Sei strano, Chipi. Va bene, te lo prometto: se mi porterai il bastone nero, ti prenderò nel mio gruppo. E non è escluso che non venga nel tuo letto, qualche volta: mi piaci, anche se sei ancora un ragazzo."

"Ho quasi diciannove anni, ormai."

"Sì, e sei un gran bel ragazzo, ma più ancora, sei interessante. E hai coraggio, mi piaci. Allora, sei pronto all'impresa?"

"Prontissimo, a queste condizioni. Posso chiederti, prima che io parta, di farmi parlare con tutti i guerrieri che sanno qualcosa sui Polychia?"

"Certo. Lo dirò a Harek, il mio segretario. Ti affiderò a lui. Ti concedo una settimana per prepararti, poi partirai."

"Grazie, Klare. E se non dovessi tornare quella mia arma è tua."

Klare chiamò Harek e gli affidò Chipi.

Questi, quando fu con il segretario, gli chiese: "Che cosa sono quei segnetti che disegni su quei fogli?"

"Questi? Si chiamano scrittura: le parole che diciamo, è possibile scriverle. Per esempio, il tuo nome, si scrive così."

"E quei segnetti, chi li vede, capisce che dicono Chipi?" chiese stupito il ragazzo.

"Certo. Anche se sono pochi quelli che sanno leggere e scrivere, purtroppo."

"Ma a che serve?"

"Serve a ricordare le cose, le decisioni prese, la nostra storia, a lasciare messaggi."

"Pare una cosa utile. È difficile imparare a leggere e scrivere?"

"No, non ci vuole molto."

"Perché non imparano tutti, allora?"

"Bah, non a tutti interessa. E non tutti sono dotati."

"In questa settimana, nei momenti liberi, puoi insegnarmi?"

"Se vuoi."

"Ma chi sa leggere e scrivere, non importa dove, usa gli stessi segnetti?"

"Sì, perché ogni segno rappresenta un suono. Vedi: -A- si scrive così."

"E -I- in questo modo, vero?" disse Chipi tracciando un segno.

"Esatto. Come fai a saperlo?"

"Tu prima hai scritto Chipi e in Chipi l'unico suono che si ripete due volte e -I-, perciò..."

"Bravo, sei intelligente e pronto. Se hai anche buona memoria, imparerai in fretta. In tutto ci sono solo 87 segni da ricordare."

Così Chipi, in quella settimana, raccolse notizie sui Polychia e, al tempo stesso, imparò gli 87 segni fonetici e quindi a leggere e scrivere, con un certo stupore del segretario.

"Non ho mai conosciuto nessuno che abbia imparato così velocemente a leggere e scrivere. Tu sei davvero dotato." gli disse quando Chipi fu pronto a partire.

Klare e Volle lo salutarono.

Klare gli disse: "Chipi, spero che tu possa tornare. Ti auguro successo. Hai un piano?"

"Non proprio. Ma più o meno. Ma lo cambierò a seconda delle circostanze."

"Spero di rivederti, Chipi." disse Klare e, per la prima volta, lo salutò come si salutano fra loro i guerrieri, cioè afferrandosi con la mano sinistra il polso della mano destra chiusa a pugno. Chipi ripeté il gesto e, accompagnato da due guerrieri, salì in superficie.

Era in una parte di Niokko che non conosceva, a sud della vastissima distesa di macerie. Indossava il giaccone dei Pwertan, che vivevano invece nella parte nord, e che quindi era praticamente certo di non incontrare. Non aveva voluto armi, aveva solo un po' di cibo. Salutò le sentinelle dell'ingresso e si avviò a passo risoluto nella direzione in cui gli avevano detto che c'era una sede dei Polychia. Ma non aveva intenzione di trovarli lui: si sarebbe fatto trovare.

Allontanatosi sufficientemente dall'ingresso della città dei Bakji, Chipi camminò fino a raggiungere una ampia zona verde, quasi pianeggiante. Là, gli avevano detto, viveva una piccola banda, i Jaya, oltre a parecchie famiglie di coltivatori che la banda proteggeva e sfruttava. I Jaya erano stati tributari dei Bakji, ma ora erano passati dalla parte dei Polychia che avevano una sede non lontana. Vi si inoltrò. Pareva di stare in campagna. Gente, curva sul terreno, lavorava a gruppi familiari: uomini, donne e bambini. E ogni tanto c'era un Jaya armato che pattugliava la zona. Gli uomini guardavano Chipi passare, ma quando vedevano che non si avvicinava, ritornavano al lavoro tranquillamente. Chipi si inoltrava sempre più nell'area verde, punteggiata qua e là da piccole casette che gli ricordavano quella di Serek.

Dopo un po', si fermò sotto un albero e sedette. Tirò fuori un po' di cibo e si mise a sbocconcellarlo. Non passò molto tempo che una coppia di Jaya dalle giacche rosse gli si parò davanti:

"Chi sei, cosa vuoi, che sei venuto a fare qui?" chiese il Jaya femmina.

"Sono Chipi un ex Pwertan, ho lasciato la banda, vado in cerca di fortuna."

"Fortuna? E che tipo di fortuna?" chiese il Jaya maschio con l'aria di prenderlo in giro.

"Bah, la vita offre tante opportunità."

"Alzati in piedi!" disse il Jaya femmina. Chipi obbedì. "Girati." ordinò questa. Chipi di nuovo obbedì. "Vorresti diventare un Jaya?" gli chiese.

"Non lo so, chi sono i Jaya?" chiese Chipi fingendo ignoranza.

"Siamo noi i Jaya, i protettori di questa zona."

"Amici dei Bakji, ci scommetto." disse Chipi con aria di disprezzo.

"Nooo! Non dei Bakji. Dei Polychia." gli rispose con fierezza il maschio.

"I Polychia: ne ho sentito parlare. Ma non ne ho mai visto uno. Chi sono?"

"I nuovi padroni di Niokko. Sembri forte, tu. Perché hai lasciato la tua banda?"

"Perché... divergenze. Preferisco non parlarne, cose personali." disse Chipi facendo la faccia scura.

"Cosa sai fare, tu?" gli chiese il Jaya femmina.

"Combattere, che altro?"

"E vorresti diventare un Jaya."

"Questo lo avete detto voi, io non lo so ancora."

"Questa zona è la nostra. Qui, o sei un coltivatore o un Jaya o niente. E tu, per ora, non sei niente." disse il Jaya maschio.

"E come si fa, eventualmente, per diventare un Jaya?" chiese Chipi.

"Come si fa? Prima di tutto devi venire al campo e lottare con tre dei nostri. Se dimostri di saper lottare, ti portiamo dai Polychia per il controllo. Se loro dicono che tu sei OK, diventi un Jaya."

"Controllo? E che controllo?"

"Non vogliamo infiltrati, traditori, né profittatori."

"E che controllo fanno?"

"Hanno una macchina che scopre se dici la verità o no. Ti fanno delle domande. Facile. Allora, vuoi diventare un Jaya, o un coltivatore o preferisci andartene?" chiese il Jaya femmina.

"Coltivatore, no. Andarmene... qui mi piace. Perciò forse un Jaya. Avete una bella giacca, voi." disse Chipi con un sorriso.

"Allora vieni. Vediamo se sai davvero combattere." disse il Jaya maschio.

Gli si misero ai fianchi e lo guidarono fino al loro campo. Era bello: un perfetto quadrato di costruzioni basse con un muro di cinta ed un vasto cortile centrale. Il muro di cinta, sulla sommità, aveva un camminamento su cui camminavano sentinelle su e giù.

Ora che sapeva leggere, Chipi sulla porta vide scritto: "Dominio di Nuova Emeri, Distretto di Niokko, Area di Pak, Sede di Jaya" Pensò che era comodo saper leggere, ma fece finta di nulla. I due lo portarono in una stanza e dissero a quello che doveva essere il loro capo, che Chipi chiedeva di entrare.

Questi lo studiò, poi assentì: "Secondo le nostre regole, tu puoi scegliere due avversari e uno lo scegliamo noi. Dovrete lottare: gli avversari che hai scelto tu decideranno il tipo di lotta, per quello che abbiamo scelto noi, deciderai tu."

"Mi sembra onesto."

"Alla fine della lotta, i Jaya decideranno se mandarti al controllo o farti andar via dalla nostra area. Senza appello."

"Capito."

"Questa sera si sceglieranno i tre avversari, e domani mattina vi affronterete."

"Uno alla volta o tutti e tre assieme?"

"Uno alla volta. Fino a domattina, tu resterai nel campo. Ti assegneremo una stanza: potrai solo stare nella stanza o in cortile, ogni altro locale ti è proibito. E non potrai uscire dal campo."

"Capito."

"Qui da noi ogni infrazione alle regole è punita con frustate e segregazione, a seconda della gravità. Perciò stai attento a quello che fai."

"Non conosco le vostre regole: potrei stare violandone una proprio adesso, per quello che ne so."

"Basta che obbedisci a quello che ti si dice. Se farai qualcosa che non devi, sarai avvertito una prima volta. La seconda, punito."

"Capito."

Fu portato in una minuscola stanza che dava direttamente sul cortile. C'era solo un pagliericcio e una panca. Chipi, lasciato solo, dalla finestra, guardava il cortile. I Jaya erano una banda mista, ma vestivano tutti uguali, i capelli cortissimi, e a volte non era facile capire subito chi fosse maschio e chi femmina. A sera gli portarono da mangiare. Il Jaya che gli aveva portato il cibo era un maschio di un paio d'anni più vecchio di Chipi. Restò nella stanza mentre mangiava.

"Così vuoi entrare nei Jaya?"

"Mah, perché no? Tu ci sei da molto?"

"Quattro anni. Eri in un'altra banda?"

"Si, i Pwertan."

"Mai sentiti nominare. Perché sei andato via?"

"Un litigio."

"Per che cosa?"

"Non mi va di parlarne."

"Tanto, i Polychia lo scopriranno..." disse con un sorrisetto il guerriero.

"E come?"

"Ti faranno domande a cui tu dovrai rispondere sì o no e loro scopriranno se è vero o falso. Non si scappa. Hanno una macchina infallibile."

"Bene. Non ho nulla da nascondere."

"Ognuno di noi ha qualcosa da nascondere. Ma con loro non funziona."

"Tu, che cosa hai da nascondere?"

"Mica lo vengo a raccontare a te. Mica ti conosco. Anche se sembri un tipo a posto."

"Anche tu sembri un tipo a posto. Come ti chiami?"

"Masha, e tu?"

"Chipi."

"A te piacciono i maschi o le femmine?"

"I maschi. E a te?"

"Anche. E tu mi piaci."

"Anche tu."

"Allora, stanotte ti vengo a trovare."

"Bene."

Masha arrivò in piena notte, quando Chipi aveva rinunciato ad aspettarlo. Si stese accanto a Chipi e lo svegliò carezzandolo fra le gambe.

"Ah, sei venuto." sussurrò Chipi prontamente eccitato da quelle intime carezze.

"Sì, certo, mi piaci da matti, tu." mormorò l'altro iniziando a slacciargli i calzoni.

Chipi lo toccò fra le gambe e sentì che era già pienamente eccitato. Masha gli carezzò a piene mani i genitali esposti e duri.

"Sei ben fatto, anche qui, e ce l'hai bello duro." mormorò e si chinò a leccarlo.

Chipi gemette in preda al piacere. Masha glielo prese in bocca e si mise a succhiare mentre Chipi iniziava a spogliarlo. Poco dopo erano entrambi nudi, allacciati strettamente. Chipi gli saggiò la piega fra le natiche con due dita.

Masha fremette: "Oh sì, inculami, Chipi, fottimi!"

"Sì." disse il ragazzo allargandogli le gambe ed inserendovisi in mezzo.

E lo prese. Masha gli si premeva contro, in preda a un forte piacere, si agitava, gemeva: "Oh, sì. Sì. Così. Sei forte. Fottimi, Chipi, fammelo sentire tutto!"

Chipi iniziò a martellargli dentro con crescente piacere. Masha si masturbava ed ansimava e con la bocca mordicchiava i capezzoli di Chipi. Questi carezzava le gambe muscolose del guerriero continuando a martellargli nel caldo foro.

Quando ebbero raggiunto l'orgasmo, Masha gli disse: "Spero che tu possa diventare un Jaya, Chipi. Mi piacerebbe diventare il tuo compagno fisso."

"Non lo so se riuscirò a vincere tutti e tre i miei avversari."

"Non è necessario che vinci: basta che convinci tutti che sai combattere, che sei forte, che non ti arrendi facilmente."

"Sì, ma se poi non supero il controllo dei Polychia?"

"Hai dunque qualcosa da nascondere."

"Chi non ha qualcosa da nascondere?" gli chiese allora Chipi ripetendo le parole che Masha gli aveva detto poche ore prima.

Questi sorrise e lo carezzò sui genitali: "Tu per esempio mi nascondevi questi."

"No, non a te, come hai visto." gli disse maliziosamente Chipi.

"No, e mi piacerebbe... spero che passerai il controllo."

"Sì, certo. A te che domande hanno fatto quattro anni fa? Te le ricordi?"

"Tante che non avevano senso... alcune più precise..."

"Come?"

"Se avevo qualcosa contro i Polychia, per esempio."

"Io non ho niente contro di loro: non li conosco."

"Se intendevo restare fedele ai Jaya..."

"Ah, sì." disse pensieroso Chipi.

Masha gli fece altri esempi e Chipi si chiese come gli sarebbe andata. Non gli restava che aspettare. Intanto doveva affrontare i tre campioni dei Jaya.

Si rivestirono e Masha lo lasciò. Chipi si addormentò. Fece un sogno strano: che diventava capo dei Jaya e tutti gli chiedevano di fare l'amore con lui, sia i maschi che le femmine. E che lui passava tutto il suo tempo a letto per accontentarli tutti, ma invece di indebolirsi si rafforzava ad ogni scopata. Si svegliò all'alba e si sentiva davvero bene, pieno di energie.


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